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Sono passati cento giorni dall’insediamento del nuovo papa. La “luna di miele” e la conseguente papolatria non sono certo terminate, anche se pian piano si stanno allontanando dai livelli dei primi giorni, paragonabili a quelli dei fan più accaniti di una popstar. Papa Bergoglio sta cominciando (lentamente) a farsi carico dell’azione di governo della Chiesa universale, quindi anche delle relazioni politiche che una Chiesa interventista come quella cattolica intesse senza sosta.
Francesco ha ricevuto in udienza, sabato scorso, la delegazione di parlamentari francesi del gruppo Amicizia Francia-Santa Sede. Ha ricordato che “il principio di laicità” “non deve significare in sé un’ostilità alla realtà religiosa, o un’esclusione delle religioni dal campo sociale e dai dibattiti che lo animano”. Infatti “laicità” significa arginare l’invadenza delle religioni quando pretendono di imporre i propri principi a tutti i cittadini. Non solo, ma è la garanzia affinché le religioni possano esprimersi o manifestare in pubblico, un diritto che nessuno nega.
Il papa aggiunge che il “contributo” della Chiesa non è solo “nell’ambito antropologico o sociale, ma anche negli ambiti politico, economico e culturale”. Per questo ricorda ai parlamentari francesi che il loro “compito è certamente tecnico e giuridico, e consiste nel proporre leggi, nell’emendarle o anche nell’abrogarle” ma è anche quello di “infondere in esse un supplemento, uno spirito, direi un’anima”. Parole volutamente caute quelle di Bergoglio. Ma, soprattutto in Francia, i commentatori si sono interrogati sul sottofondo di interventismo politico, alla luce dei recenti e aspri dibattiti come l’introduzione del matrimonio gay, riforma avversata dalla Chiesa cattolica.
Lo stesso giorno il papa ha incontrato in udienza privata anche il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso. La sala stampa vaticana ha riportato che nei colloqui si è parlato del “contributo positivo” che la Chiesa può offrire nel periodo di crisi. Ma anche della difesa dei diritti, specie della libertà religiosa dei cristiani nel mondo.
Bergoglio in vista del G8 che si sta tenendo a Lough Erne, in Irlanda del Nord, ha scritto anche al premier britannico David Cameron. Nella lettera ha auspicato “un’attenzione fondamentale all’uomo”, contro la povertà, le guerre e la fame nel mondo. E ha invocato “misure di lungo respiro” contro la crisi che siano “guidate dall’etica della verità” e valorizzino l’essere umano, “a cominciare dai più poveri e i più deboli, ovunque essi si trovino, fosse anche il grembo della loro madre”.

Per rinsaldare i legami con gli anglicani Francesco ha ricevuto venerdì in Vaticano il nuovo arcivescovo di Canterbury, Justin Welby. Bergoglio ha spronato il suo collega a perseverare nel difendere la “sacralità della vita umana” e “l’importanza dell’istituzione della famiglia costruita sul matrimonio”, visto che in Gran Bretagna sta per essere approvato il matrimonio gay. La Chiesa anglicana e quella cattolica stanno cercando di riavvicinarsi dopo gli attriti degli anni scorsi, quando il Vaticano si prodigò per facilitare la fuga di anglicani intransigenti delusi dalle aperture della chiesa inglese su temi come l’ordinazione di sacerdoti omosessuali e vescovi donne. Bergoglio si dice “grato” per “il sincero sforzo che la Chiesa d’Inghilterra ha mostrato per comprendere le ragioni che hanno portato il mio Predecessore, Benedetto XVI, ad offrire una struttura canonica in grado di rispondere alle domande di quei gruppi di anglicani che hanno chiesto di essere ricevuti, anche corporativamente, nella Chiesa cattolica”.
Per finire, nell’omelia per la giornata dedicata all’enciclica Evangelium Vitae Bergoglio ha criticato in toni manichei le ideologie che sono mosse a suo dire “dall’egoismo, dall’interesse, dal profitto, dal potere, dal piacere e non sono dettate dall’amore, dalla ricerca del bene dell’altro”. Non sono mancati slogan zuccherosi e naif tipici del suo armamentario apologetico (“sì all’amore e no all’egoismo”, “sì alla vita e no alla morte”, “sì alla libertà e no alla schiavitù dei tanti idoli del nostro tempo”) che culminano: “in una parola diciamo sì a Dio, che è amore, vita e libertà, e mai delude”. Perché, va ricordato, “solo la fede nel Dio vivente ci salva”: quasi a compensare dichiarazioni più concilianti verso gli atei. Invece “quando l’uomo vuole affermare se stesso, chiudendosi nel proprio egoismo e mettendosi al posto di Dio, finisce per seminare morte” e “menzogna”. Ma anche affermazioni che ribaltano i comandamenti biblici, non un elenco di divieti ma propositi per “una vita veramente libera, per una vita piena” che “non sono un inno al ‘no’”.
È facile capire come intende la laicità papa Bergoglio: la intende allo stesso modo di papa Ratzinger e dei loro predecessori. Pensare che un papa, solo perché più gentile e meno arcigno di chi ha sostituito, possa modificare un’impostazione di fondo vecchia di diciassette secoli è puerile, e su questo concorderanno anche i più accesi clericali. Molti vaticanisti ci sono invece cascati, spinti dall’esigenza di trovare maggiore spazio in pagina e nell’eterna volontà di trasformare qualsiasi sacro starnuto in uno scoop o in un trend “rivoluzionario”. Non stupisce che oggi non enfatizzino in alcun modo tali prese di posizione papali, che smentiscono le loro previsioni (o profezie, o sogni: fate pure voi). Forse non se n’erano accorti, ma papa Bergoglio è un papa.
La redazione
Le cronache si riempiono spesso, un po’ troppo spesso, di notizie riguardanti reati commessi da persone insospettabili. O meglio, ritenute insospettabili perché vicine o addirittura appartenenti agli ambienti ecclesiastici. Vige un pregiudizio positivo nei confronti della militanza religiosa che non solo è ingiustificato, ma può provocare seri danni.
L’ultimo caso è quello dell’ex prefetto Francesco La Motta, gentiluomo di sua santità e già vicedirettore dell’Agenzia informazioni e sicurezza interna, che gestisce i servizi segreti civili (vecchio nome, Sisde). L’Espresso ripercorre le sue vicissitudini: è accusato di aver fatto sparire, secondo la Procura di Roma, ben dieci milioni di euro dal Fondo per gli edifici di culto (FEC) del Ministero degli Interni che gestiva dal 2006 per dirottarli su conti in Svizzera. Coinvolti anche altri funzionari. Dai magistrati di Napoli, in aggiunta, l’accusa di associazione a delinquere e violazione di segreto d’ufficio perché avrebbe girato informazioni al clan Polverino sulle indagini in corso.
Il FEC è stato istituito dalla legge di revisione del concordato del 1984, la stessa che ha introdotto l’8×1000, che gli dedica l’intero titolo III. Si tratta di un fondo nato dalla fusione di vari piccoli fondi preesistenti, i cui scopi sono la manutenzione e la conservazione di un patrimonio costituito da oltre 700 edifici di culto di notevole pregio appartenenti allo Stato, nonché di svariate opere d’arte, compresi 400 libri rari, in essi contenute. Gli stessi edifici contribuiscono in parte al fondo grazie ai proventi derivanti dalla locazione di loro appartamenti, ma non dei templi e delle loro pertinenze che vengono invece concessi in uso gratuito alle istituzioni ecclesiastiche. Lo Stato completa il fondo con contributi che vanno dai 3,5 miliardi di lire dei primi anni dalla sua istituzione fino ai 7,5 milioni di euro del 2006.
Molti di questi edifici sono accessibili dietro pagamento di un biglietto d’ingresso, ma non risulta che i proventi della vendita di questi biglietti confluiscano nel fondo. Di fatto lo Stato, attraverso il Ministero dell’Interno, è proprietario del patrimonio del fondo, vi contribuisce e ne gestisce la manutenzione, ma il suo godimento è riservato alla Chiesa che ne dispone a titolo gratuito. Va comunque detto che gli edifici del fondo sono in buona parte di interesse turistico e quindi il flusso dei visitatori genera comunque un ritorno economico per lo Stato.

Massimo Teodori sostiene che La Motta, menzionato nel suo recente Vaticano rapace, abbia non solo agganci tra i prelati ma anche “il privilegio di un conto allo Ior, in cui si possono effettuare ogni genere di operazioni finanziarie senza controllo”. “Ancora una volta è probabile”, aggiunge, “che lo IOR sia al centro dei milioni di euro spariti dal Viminale” che coinvolge l’ex prefetto, conclude. Così come, sia detto per inciso, sembra essere al centro del riciclaggio di denaro per cui è indagato mons. Vincenzo Scarano. Sembra proprio che ogni scandalo italiano debba vedere protagonista la banca del Vaticano.
Sono diverse le figure che nelle pieghe della burocrazia statale fanno capo a interessi clericali, aiutando a indirizzarli ad maiorem Dei gloriam. Sempre per parlare di Otto per mille, abbiamo nella commissione che dovrebbe in teoria rivedere il meccanismo il giurista e opinionista di Avvenire Carlo Cardia, a garanzia degli interessi d’Oltretevere. Invece, tra i coinvolti in scandali che hanno preso di striscio anche personalità vicine al Vaticano abbiamo Angelo Balducci, l’ex gentiluomo di sua santità e già presidente del consiglio superiore dei lavori pubblici. Si ricorderà anche Umberto Ortolani, pure lui gentiluomo del papa, coinvolto nei rapporti tra il cardinale Marcinkus e l’esponente della P2 (nonché fervido sostenitore dell’imposizione del crocifisso) Licio Gelli.
A rendere lampante oggi il fenomeno è comunque Comunione e Liberazione, affiancata dalla Compagnia delle Opere, che ha egemonizzato appalti e affari nel settore sussidiaristico e pubblico, in special modo quello sanitario e nella Lombardia governata dal ciellino Roberto Formigoni. E in questi mesi il sistema ha mostrato segni di cedimento, con accuse, scandali e rinvii a giudizio.
Tutti questi intrecci tra opachi interessi mondani e reti di relazioni e contatti clericali creano danni non solo alla collettività ma anche alla Chiesa, quantomeno alla sua immagine. Comprendiamo il motivo per cui una parte dello schieramento politico non si preoccupa di tali conflitti d’interesse. Non comprendiamo proprio perché chi ha fatto della battaglia al conflitto d’interessi il principale motivo di polemica politica degli ultimi due decenni non si preoccupi affatto di altri incredibili conflitti d’interesse. Non siamo come quegli anticlericali che pensano che l’appartenenza religiosa debba essere discriminante. Ma non siamo nemmeno clericali: per noi è assurdo nominare in certi incarichi persone che potrebbero fare (e spesso fanno) gli interessi di altri, oltre che svolgere la propria funzione pubblica. La legge deve essere uguale per tutti: un’affermazione tanto banale quanto trascurata da molti.
La redazione
Tre morti, centinaia di feriti, uso di prodotti chimici negli idranti. È questo il primo bilancio della durissima repressione condotta dal governo turco nei confronti dei giovani che manifestavano per Gezi Park e per una Turchia più libera.
Una violenza senza precedenti in Turchia, ha dichiarato Amnesty International. Che ha anche denunciato come molti medici che hanno curato i dimostranti feriti siano stati a loro volta arrestati. I detenuti non si contano, il dato non è nemmeno pubblico. Il trattamento che stanno subendo è al di fuori della legalità.

Il presidente Erdogan si comporta sempre più da dittatore, o da sultano: ha convocato centinaia di migliaia di suoi fedelissimi per ribadire la sua presa sulla popolazione. Ma una manifestazione di protesta convocata dall’opposizione non è stata autorizzata, uno sciopero generale nemmeno. Nel frattempo, il premier minaccia di usare l’esercito e insulta l’Unione Europea, nella quale pure vorrebbe (a parole) entrare. Chi pensava che l’arrivo dell’Akp al potere potesse rappresentare una sorta di “democristianizzazione” dell’islamismo è definitivamente servito. C’è poco da fare: i partiti clericali, quando si consente loro di governare indisturbati, servono esclusivamente gli interessi della propria religione di riferimento. Le minoranze, e in generale ogni dissenziente, devono adeguarsi o saranno annullati. Il clericalismo fa a pugni con il pluralismo; così facendo si conferma incompatibile con la democrazia, che è il sistema politico che si basa sulla contrapposizione di opinioni diverse.
E per favore, non parliamo più di primavere arabe o musulmane che siano. In quei paesi non ci sono più le mezze stagioni e anche le estati sono sempre più brevi. Cerchiamo piuttosto di aiutare gli spiriti liberi e laici che li abitano. Non sono affatto pochi.
La redazione
Pubblichiamo la traduzione di un comunicato stampa della Federazione Umanista Europea (di cui l’Uaar fa parte in rappresentanza dell’Italia), che commenta la bozza delle nuove Linee guida per la libertà di religione e convinzione adottate dal Parlamento Europeo.
Per noi italiani questo documento è motivo di un doppio stupore.
In un paese in cui non solo il ginecologo può rifiutarsi (impunemente) di praticare un aborto, ma anche di prescrivere la pillola del giorno dopo, in cui l’anestesista può rifiutarsi di occuparsi di una donna che sta per abortire, l’infermiera di portare la barella della stessa, il farmacista di vendere anticoncezionali — in questo paese lo stupore è d’obbligo quando si sente che l’obiezione di coscienza è riservata al solo servizio militare.
Viceversa, forse ci stupiamo della preoccupazione che i genitori possano esonerare i propri figli dalle lezioni di scienze, di educazione fisica o di educazione sessuale. Non siamo negli Stati Uniti, vero?
Dovremmo ricordarci più spesso, ad esempio, del maldestro tentativo dell’allora ministro Moratti di rimuovere la teoria di Darwin dalle scuole medie; dei peana di tanti gruppi di genitori quando si parla di sesso ai loro figli e altro.
Ma al di là dello stupore, l’importante è renderci conto che lavoro delle associazioni atee, agnostiche e umaniste continua, a tutti i livelli, e sempre più in maniera coordinata.
Adozione da parte del Parlamento europeo della raccomandazione al Consiglio sulla bozza delle linee guida dell’Unione europea sulla promozione e la protezione della libertà di religione o di convinzione
Bruxelles, 14 giugno 2013 — Giovedi 13 giugno 2013 il Parlamento europeo ha adottato una Raccomandazione sulla bozza delle linee guida dell’Unione europea sulla promozione e la protezione della libertà di religione o di convinzione predisposte dal Servizio europeo per l’azione esterna.
La Federazione Umanista Europea (EHF) accoglie con favore l’esplicita menzione della necessità di tutelare i diritti dei non credenti e la raccomandazione di opporsi a qualsiasi tentativo di criminalizzare la libertà di espressione per motivi religiosi.
L’EHF accoglie inoltre gli emendamenti approvati nel corso della seduta plenaria che hanno reso la raccomandazione più equilibrata rispetto alla proposta iniziale: il riferimento ad un diritto all’obiezione di coscienza in relazione alle “materie moralmente sensibili” (ad esempio servizi sanitari come la contraccezione e l’aborto) è stato rimosso, in modo da di limitarlo al servizio militare. Altri tentativi di dare a questo report un tono religioso sono stati vanificati riguardo a diversi argomenti, e un riferimento alla laicità definita come la netta separazione tra religione e potere politico è stato infine incluso nella raccomandazione.
Tuttavia, l’EHF è molto preoccupata nel vedere che il diritto dei genitori di educare i figli secondo le loro convinzioni religiose o non religiose non può essere limitato, e comprende il diritto di negare qualsiasi interferenza da parte di attori statali o non statali, se questi vanno contro le convinzioni dei genitori. Questa parte della raccomandazione ignora completamente l’autonomia emergente del bambino (art. 14 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo) ed il suo diritto di ricevere una pluralità di idee e di informazioni (art. 13). Se confermato dal Consiglio, questo potrebbe anche consentire ad alcuni genitori di esentare i loro figli dalle lezioni sulla scienza, sullo sport o sulla sessualità in nome del loro credo religioso. Potrebbe anche essere utilizzato per escludere qualsiasi istruzione oggettiva sui fenomeni religiosi.
Le Linee Guida dell’UE devono ora essere adottate dal Consiglio. L’EHF invita gli Stati membri a mantenere un approccio equilibrato e laico per queste linee guida.
La Redazione
Le elezioni presidenziali iraniane hanno consegnato la vittoria al candidato “moderato” Hassan Rohani, che ha ottenuto il 50,68% dei voti espressi. Curiosamente, il candidato meno clericale era anche l’unico chierico a presentarsi. L’elezione di Rohani è stata salutata con soddisfazione da quasi tutti i commentatori occidentali, a parte Israele. È tuttavia lecito chiedersi se tale accoglienza è adeguatamente motivata.
I candidati ammessi infatti devono infatti avere un pedrigree islamicamente corretto e sono quelli meno sgraditi alla Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, da cui devono ottenere il placet. Più vicini alla Guida rispetto al vincitore, gli altri candidati integralisti hanno raccolto quasi la metà dei voti. Alla vittoria di Rohani per il rotto della cuffia ha contribuito soprattutto la divisione nell’establishment, sebbene il vincitore non sia affatto un outsider.
Il primo presidente della Repubblica iraniana Bani Sadr, eletto nel 1980 e destituito l’anno dopo dai religiosi, commenta: “gli iraniani non hanno votato per Rohani, ma contro Khamenei, contro un regime tirannico che continua ad avere tutti i poteri”. Un voto di protesta ma, secondo l’ex presidente in esilio in Francia, “Rohani non è il cambiamento”.

Si assiste piuttosto a un riposizionamento dell’élite al potere, sempre più lacerata da contrasti interni. Intanto ha fatto fuori l’ormai impresentabile Mahmud Ahmadinejad. L’ex presidente era noto per l’integralismo, gli slanci apocalittici e l’antisemitismo ed è ormai inviso alla casta religiosa tradizionalista con il quale il suo entourage è entrato in combutta (persino con accuse di “stregoneria“). Nonostante il pugno di ferro che ha represso le manifestazioni studentesche dell’”Onda Verde” dopo le elezioni del 2009 che hanno riconfermato Ahmadinejad al secondo mandato, anche l’oligarchia iraniana si sta rendendo conto che la società cambia.
Il controllo teocratico è forte, con pene pesanti per chi dissente. Ma la società si secolarizza e cala la pratica religiosa, soprattutto tra i giovani, come spiega il sociologo franco-iraniano Farhad Khosrokhavar a Le Monde. Il “movimento verde” che è nato sulla scia delle proteste nei paesi arabi è espressione di una rottura che ha messo in discussione la legittimazione divina del potere in Iran. Ma questo cambiamento evidentemente è difficile. Nel regime attuale non può esprimere tutto il suo potenziale laico, come mostra la repressione nei confronti della protesta del 2009.
Difficile prevedere quali saranno i margini di azione di Rohani. Risulta necessario mantenere un atteggiamento di prudenza: il precedente di Mohammad Khatami, presidente moderato ma impotente tra il 1997 e il 2005, dovrebbe pur suggerire qualcosa. Certo, è anche impossibile non esprimere soddisfazione per l’uscita di scena di un personaggio delirante come Mahmoud Ahmadinejad. Ma non bisogna nemmeno dimenticare che è avvenuta anche grazie alla Guida Suprema. Per questi motivi è dunque troppo presto e troppo poco per parlare di “svolta”, come in molti hanno già fatto.
La redazione
Quando, quattro mesi fa, lanciammo la nostra petizione online che chiede di abolire il Concordato, oltre ai soliti noti che ci diedero degli anticlericali, altri ci diedero dei sognatori o degli utopisti. Un obbiettivo conseguibile nel prossimo secolo o nel quarto millennio, commentarono alcuni. A costoro potremmo rispondere che, se qualcuno non comincia a impegnarsi per un obbiettivo, quell’obbiettivo diventerà difficile da raggiungere anche nel quinto, di millennio. E tuttavia: è veramente così lontano come si pensa?
Fino a prova contraria, nei nostri maggiori partner europei qualcosa si sta muovendo. Nel Regno Unito, il paese che — nonostante la crescita sempre più impressionante dei non credenti — è più pesantemente condizionato da una religione di Stato, le richieste di un disestablishment della Chiesa anglicana si fanno sempre più forti. In Germania, dove vige un concordato con la Chiesa cattolica, e dove quella luterana gode di una posizione analoga, una comunità islamica ha ottenuto una sorta di equiparazione nel land dell’Assia. In Spagna, dove il concordato in vigore presenta molte analogie con quello italiano, il meccanismo del Sette per Mille prevede la non ripartizione delle scelte inespresse (ovvero proprio quanto chiesto dal referendum sull’Otto per Mille recentemente proposto). Situazioni diverse, eppure accomunate dalla constatazione che l’impianto legislativo non sia più adeguato ai vecchi tempi delle religioni di Stato.
E qui da noi? Ne ha scritto l’altro ieri Massimo Teodori sul Corriere della Sera. Lamentando che “un velo di silenzio” è ormai caduto sul Concordato, sia da parte dello Stato che da parte della Chiesa (in quest’ultimo caso è del resto facile comprendere perché). Una sorta di “tabù intoccabile”, a cui occorre invece ormai mettere mano. Perché garantisce “privilegi, denaro e potere all’alto mondo ecclesiastico e al Vaticano a carico dello Stato italiano”.
Fa piacere leggere finalmente anche su un quotidiano così importante che “è tempo di aprire un dibattito sul senso del Concordato”. I privilegi che la situazione attuale riserva a Qualcuno (Otto per Mille, ora di religione e via dicendo) si traducono in discriminazioni evidenti nei confronti di qualcun altro. Una circostanza imbarazzante per uno Stato che si vuole democratico e laico, e che all’articolo 3 della sua Costituzione afferma l’uguaglianza di ogni cittadino indipendentemente dalle sue convinzioni religiose. La società italiana è assai cambiata negli ultimi tempi, si è largamente secolarizzata ed è divenuta plurale. L’inazione è pertanto sempre più ingiustificata: auspichiamo che chi di dovere se ne renda finalmente conto.
La redazione
Ogni settimana pubblichiamo una cartolina dedicata all’affermazione o all’atto più clericale della settimana compiuto da rappresentanti di istituzioni o di funzioni pubbliche. La redazione è cosciente che il compito di trovare la clericalata che merita il riconoscimento sarà una impresa ardua, visto l’alto numero di candidati, ma si impegna a fornire anche in questo caso un servizio all’altezza delle aspettative dei suoi lettori. Anzi, ringrazia in anticipo chi le segnalerà eventuali “perle”.
Il primo premio di questa settimana è assegnato alla ministra degli esteri Emma Bonino (radicale) e al ministro delle infrastrutture Maurizio Lupi (Pdl).
Bonino e Lupi presenzieranno il 2 luglio alla presentazione del Meeting di Comunione e Liberazione. La partecipazione di ministri all’evento del discusso (e assai indagato) movimento integralista cattolico è stata definita “una routine” dall’ufficio stampa di Cielle, una sorta di appuntamento fisso dal Ministero degli Esteri.

Fonte: Il Fatto Quotidiano.
Al secondo posto il deputato Pd Giovanni Burtone, che ha presentato una proposta di legge per l’attribuzione della denominazione di “Città nazionale del presepe” al Comune di Grassano, provincia di Matera. La proposta prevede di stanziare a tal fine 500.000 euro l’anno.
Al terzo posto il consiglio comunale di Porto Tolle. Il 13 giugno il quotidiano Il Gazzettino ha infatti scritto quanto segue: “La partenza del nuovo consiglio comunale di Porto Tolle è stata benedetta dal parroco di Ca’ Tiepolo, don Fabrizio Fornaro: questa è la novità in assoluto dopo 67 anni di storia civile e democratica del comune dell’estremo delta polesano…”.
Menzione speciale per il consigliere comunale di Palermo, Antonio Figuccia (Mpa), che si è espresso contro l’approvazione del registro comunale delle unioni civili: “volere a tutti i costi simulare di essere altro rispetto a quello che siamo è contro natura e Dio non lo vuole. Lo dimostra anche l’arca di Noè”.
La redazione
Oggi si svolgerà il Gay Pride a Roma. Anche l’Uaar sarà presente come negli anni scorsi per manifestare solidarietà verso gli omosessuali, che non vedono pienamente riconosciuti i loro diritti e sono oggetto di omofobia e discriminazioni, spesso su base religiosa.
Alla sfilata di Roma non parteciperà il neosindaco Ignazio Marino, causa “impegni familiari”. Ma ci ha tenuto a dire al quotidiano capitolino Il Messaggero: “sarò comunque vicino ai partecipanti e al loro fianco nella lotta alle discriminazioni”. Teme di esordire con un atto che non gli attirerà le simpatie del Vaticano? Il no di Marino ha deluso il comitato promotore del Roma Pride. La ministra per le Pari opportunità Josefa Idem e la presidente della Camera Laura Boldrini saranno presenti al corteo che si terrà a Palermo il prossimo 22 giugno e hanno aperto il convegno I diritti lgbt sono diritti umani, mostrando una sensibilità sul tema mai espressa dalle istituzioni. Ma anche in questo caso non è mancata la polemca per il mancato patrocinio da parte del governo all’evento romano. A Palermo è stato approvato il registro unioni civili con il sindaco Leoluca Orlando, ma l’ok al Pride ha anche risvegliato gli umori più clericali. Un consigliere comunale, Antonio Figuccia (Mpa), ha sentenziato: “approvare il registro in periodo di Pride è un errore: volere a tutti i costi simulare di essere altro rispetto a quello che siamo è contro natura e Dio non lo vuole. Lo dimostra anche l’arca di Noè”.

Da dichiarazioni del genere è lampante la tendenza alla demonizzazione da parte delle religioni verso gli omosessuali, che può sfociare in omofobia violenta, come sta avvenendo massicciamente in Russia, o darle quantomeno un potente carburante, come sta succedendo in Francia. Non è un caso quindi che secondo una recente indagine del Pew Research Forum negli Usa i gay siano tendenzialmente lontani dalla religione. Quasi la metà di loro non ha alcuna appartenenza di fede. Dato che sale al 60% per i più giovani ed è sempre molto più alto nelle altre fasce di età rispetto alla media generale. Gli omosessuali percepiscono come ostili nei loro confronti le confessioni religiose: soprattutto islam, chiesa mormone e cattolica.
Proprio papa Francesco, esaltato come “aperto al mondo”, si è lasciato sfuggire l’ennesima improvvida dichiarazione a braccio, stavolta con uno sfumato sottofondo anti-gay. Ha contrapposto le “persone sante” presenti nella curia a una “corrente di corruzione”, accennando anche a una “lobby gay” dentro il Vaticano. Proprio questa presunta lobby, che le indiscrezioni ricollegano al complesso groviglio dei Vatileaks, rischia di diventare anche la bad company cui imputare ogni magagna interna, come lo scandalo pedofilia e le non edificanti trame di soldi e potere. Il sospetto, alimentato dalle ricostruzioni dei media come lo speciale Giallo Vaticano di Servizio Pubblico, è che la Chiesa voglia ancora autoassolversi, dando la colpa ai gay. Stavolta quelli che sono presenti nelle sue fila. Forte di una bimillenaria esperienza nell’arte della demonizzazione, che anche in questo caso ha ripercussioni dirette nel mancato riconoscimento di “sacrosanti” diritti.
La redazione
Se la proposta del Governo di introdurre il Due per Mille con un tetto, senza ripartizione dell’inoptato, ha reso plateale come l’Otto per Mille (senza un tetto, e con ripartizione delle scelte non espresse) sia una truffa, quanto avvenuto ieri in parlamento ne costituisce un’ulteriore conferma. Curiosamente, è accaduto per iniziativa di un parlamentare cattolico.
Luigi Bobba, ex presidente delle Acli, ora deputato Pd, ha infatti presentato un’interrogazione in merito alla ripartizione del Cinque per Mille 2011. Gli ha risposto Stefano Fassina, viceministro dell’Economia (anch’egli del Pd), comunicandogli che l’importo totale versato dai contribuenti è stato pari a 488 milioni di euro. Tuttavia, poiché il Cinque per Mille ha un tetto (400 milioni), 88 milioni sono rimasti alla fiscalità generale. Anzi, anche qualcosa in più. Perché, secondo quanto affermato dallo stesso Fassina e riportato oggi dal Fatto Quotidiano, “in data 30 gennaio 2013 la Ragioneria dello Stato ha comunicato che le risorse disponibili in bilancio sull’apposito capitolo 3094 corrispondevano a 395.012.422 euro”. Gli altri quasi cinque milioni non saranno a loro volta distribuiti. E Fassina non ha saputo nemmeno spiegare perché.

L’Otto per Mille un tetto non ce l’ha. Non ha nemmeno dati pubblici aggiornati e trasparenti. Tuttavia, in occasione della ripartizione dei redditi 2010 (redditi 2009) la Chiesa cattolica, che dispone dei dati in anteprima, ha ricevuto 1.032.667.596,34 euro per l’82,01% delle scelte espresse. Non una parola su quante siano state le scelte inespresse. Secondo l’ultimo dato ufficiale a nostra disposizione, risalente addirittura alle dichiarazioni 2007, le scelte espresse erano solo il 43,95%. Assumendo che siano rimaste invariate, ne consegue che a fronte di un prelievo totale di 1.258 milioni, i cittadini ne hanno voluti dare soltanto 553.
Riepilogando, i contribuenti destinano esplicitamente 553 milioni per l’Otto per Mille, lo Stato eroga però 1.258 milioni. I contribuenti destinano esplicitamente 488 milioni per il Cinque per Mille, lo Stato eroga però 395 milioni. Ancora una volta, trovate la (non) piccola differenza. Ancora una volta, senza dimenticare che comunque 8 è più di 5. Il bello è che c’è chi si chiede perché venga lanciato un referendum per porre fine a questo scempio…
La redazione
Il mercato delle idee non funziona diversamente dagli altri: laddove vi è concorrenza occorre continuamente innovare, se non si vuole perire. E le religioni, tendenzialmente monopoliste e già poco abituate alla concorrenza da parte di altre religioni, devono ora competere anche e soprattutto con l’incredulità. Avversario pericolosissimo, quest’ultima: per la grande diffusione che sta avendo e per la sua radicale differenza rispetto alle diverse dottrine.
Ed ecco che il leader religioso più famoso del pianeta, il Dalai Lama, non esclude che il suo successore possa essere una donna. Ed ecco che la straordinaria convivenza di due papi in Vaticano si materializza in un altro evento unico, un’enciclica scritta a quattro mani. “La Chiesa si rinnova per la nuova società”, cantava Giorgio Gaber, “la Chiesa si rinnova per salvar l’umanità”. O, più prosaicamente, se stessa.

Le religioni vengono a patti col mondo moderno? Si direbbe di sì, a giudicare da questi eventi. La Chiesa cattolica rompe il monolito dell’”uomo solo al comando”, pure infallibile; il buddhismo tibetano apre alle donne, che il fondatore non riteneva meritevoli degli stessi diritti degli uomini. La religione si rinnova, e fa proprie istanze che l’incredulità ha fatto proprie da sempre. Ammettiamolo: sono notizie che ci spiazzano un po’. Perché il fatto che quelle istanze sono sempre state fatte proprie da atei e agnostici non fa notizia. Non possiamo proprio inventarsi qualcosa di altrettanto eclatante: non partiamo da così indietro. Accontentiamoci pertanto di aver ricevuto conferma, una volta di più, che siamo noi quelli che han dato loro il buon esempio. Continuiamo a darlo, e il mondo sarà ancora migliore.
La redazione
Non tira un’aria buona, per chi dissente esplicitamente contro lo strapotere delle religioni e per chi reclama diritti e libertà. O, molto più semplicemente, viene negato il diritto di non subire discriminazioni sulla base del confessionalismo. In Russia come in Turchia e in Tunisia.
Nella Russia di Vladimir Putin è stata approvata dalla Duma la legge che criminalizza la “propaganda” gay verso i minori: in pratica, anche la semplice manifestazione di omosessualità in pubblico e la rivendicazione di diritti può potenzialmente finire sotto la scure della legge, con la scusa che può urtare la sensibilità dei bambini, dei benpensati e dei religiosi. La Camera bassa ha approvato questa norma liberticida praticamente all’unanimità: 436 sì e un solo astenuto. Intanto in Russia l’omofobia dilaga, con una escalation di aggressioni da parte di estrema destra e integralisti ortodossi che si accaniscono anche contro le timide manifestazioni di protesta. Mentre la polizia rimane a guardare, o si accanisce contro chi protesta per i diritti gay, con manganellate e arresti, chiudendo un occhio sulle violenze degli estremisti contro i manifestanti. L’autoritarismo di Putin e la sua retorica nazionalista e antioccidentale vanno a braccetto con la rinnovata influenza della Chiesa ortodossa, non estraneo il natalismo che dipinge gli omosessuali come nemici pubblici.
Nella Turchia vittima della lenta ma inesorabile “controriforma” islamista del premier Recep Tayyip Erdogan sono esplose le proteste che hanno visto manifestare in piazza Taksim la società civile. Si è partiti dall’occupazione del parco Gezi contro l’abbattimento di centinaia di alberi — per far posto ad altre strutture, tra cui una imponente moschea — a una contestazione più generale contro l’egemonia dell’AKP che unisce varie anime dell’opposizione, anche con la rivendicazione di più diritti e laicità. La brutalità della polizia che si è accanita contro i manifestanti, con diversi morti e parecchie centinaia tra arresti e feriti, e le dichiarazioni del primo ministro non hanno fatto altro che inasprire gli animi. Nonostante lo sgombero del parco gli scontri sono proseguiti tra martedì e mercoledì. Non sono mancati arresti di dissidenti attivi sui social network e persino la salata multa ad alcune emittenti che hanno seguito in diretta la mobilitazione a Gezi Park, accusate di minare “lo sviluppo fisico, morale e mentale di bambini e giovani” dall’authority del governo. Ma la comunità internazionale manifesta perplessità per il pugno duro di Erdogan.

In Tunisia, dopo l’arresto di Amina Tyler, sono state condannate anche le tre militanti di Femen che per solidarietà avevano protestato a seno nudo davanti al palazzo di giustizia della capitale, lo scorso 29 maggio. Un processo lampo, dove le attiviste sono state tradotte con il capo velato, conclusosi con la condanna a quattro mesi per violazione della pubblica decenza. Mentre Amina rimane in prigione con le accuse di oscenità per aver postato le foto a seno nudo su internet, ma anche di “profanazione” di un luogo di culto (per aver scritto con lo spray “Femen” su un muretto antistante una moschea e vicino un cimitero a Kairouan) e addirittura di detenzione di materiale pericoloso (per lo spray antiaggressione che portava con sé proprio per difendersi dagli integralisti che l’hanno minacciata di morte).
Intanto Ghazi Béji, un blogger ateo tunisino condannato in contumacia a sette anni e mezzo di prigione per aver espresso su internet le sue idee e delle critiche alla religione, ha ottenuto l’asilo politico in Francia. Il giovane, arrestato insieme a Jabeur Mejri (attualmente in carcere con la stessa condanna), era fuggito dalla Tunisia. Dopo una serie di vicissitudini aveva raggiunto la Grecia, rischiando di morire annegato nell’attraversamento di un fiume che separa quel paese dalla Turchia, finendo poi in un campo profughi in Romania nel quale ha subito anche aggressioni da parte di integralisti islamici. Ora l’Ofpra (Office Français de Protection des Réfugiés et des Apatrides) gli accorda la tanto sospirata protezione.
Tutti gli episodi che abbiamo raccontato sono accomunati dalla nefasta commistione tra integralismo religioso e governi autoritari. Sapere se è nata prima la religione o lo Stato è come chiedersi se è nato primo l’uovo o la gallina. Quel che è certo, è che nella storia appaiano contemporaneamente e inestricabilmente legate. Sei millenni dopo si sono fatti enormi passi avanti, ma soltanto in una minoranza di realtà. L’alleanza tra trono e altare, in forma diverse, è ancora prevalente su gran parte del pianeta, e ne fanno le spese i dissidenti, quelli che pensano con la propria testa e criticano ciò che non condividono. E anche laddove la libertà di espressione è riconosciuta più facilmente, gli stati si guardano bene dal farne menzione nei rapporti internazionali. I diritti laici sono i primi a essere sacrificati, quando ci si deve mettere d’accordo.
La redazione
L’obiezione di coscienza ha raggiunto ormai livelli insostenibili e mette ormai a rischio la stessa applicazione della legge 194. Lo sosteniamo da tempo, ma ora è stato autorevolmente sostenuto anche da governo e Parlamento. È una buona notizia.
Repubblica ha recentemente messo in guardia: ormai i medici obiettori negli ospedali hanno superato l’80%. Anche la politica sta tornando ad affrontare la questione e alla Camera sono state presentate diverse mozioni per impegnare il governo ad attuare pienamente la legge. Nodo cruciale è proprio l’obiezione selvaggia, per limitare la quale Sel ha presentato una mozione con primo firmatario Gennaro Migliore. Anche gli altri partiti hanno presentato quindi differenti mozioni, non estranea la volontà dei cattolici di stemperare la portata del voto. Ma non sono mancate le divisioni: indicativo che i centristi riuniti sotto Scelta Civica abbiano presentato due testi differenti, uno della clericale Paola Binetti (Udc), l’altro di Irene Tinagli, che hanno avuto entrambe parere favorevole del governo. Un errore presentarne due secondo la frangia ex democristiana, ma nella compagine guidata da Mario Monti ci sono sensibilità differenti su questo tema. L’opposizione di Binetti sta mettendo a dura prova la tenuta di Scelta Civica, che rischia una deriva ancora più clericale.
Infine ieri sono state approvate le già citate mozioni di Sel e di Tinagli, quella di Donata Lenzi (Pd), di Marialucia Lorefice (M5S), un’altra di Renato Brunetta (Pdl), di Nello Formisano (Centro Democratico), di Pia Locatelli (Misto-Psi). Bocciate invece quella di Binetti, di Marco Rondini (Lega Nord) e di Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia). La mozione Tinagli chiedeva in particolare che l’esecutivo conduca “un’analisi conoscitiva approfondita sull’impatto dell’obiezione di coscienza sull’applicazione della legge 194″. Quella di Sel puntava originariamente a limitare al 30% gli obiettori per ospedale e a vietare l’obiezione tra i nuovi assunti (considerando che la possibilità di obiezione era pensata piuttosto come possibilità concessa a coloro che erano stati assunti prima dell’approvazione della norma). È stata approvata con il sostegno di Movimento 5 Stelle e Pdl ma con astensione del Pd, come spiega Luca Telese su Linkiesta: segno della difficoltà del Partito Democratico di affrontare compattamente in maniera laica certi temi, sebbene abbia comunque sostenuto una mozione simile a firma Lenzi.

I documenti approvati sono comunque orientati a una maggiore attenzione del governo contro il dilagare dell’obiezione di coscienza in maniera selvaggia, fenomeno che non permette in diverse strutture di applicare la legge e favorisce una recrudescenza degli aborti clandestini. Linea sostenuta dalla stessa ministra della Salute Beatrice Lorenzin (Pdl). L’esecutivo si è impegnato quindi a controllare la piena attuazione della norma non solo nel pubblico ma anche nel privato accreditato, a monitorare la situazione di concerto con gli assessori regionali per “evitare ogni forma di discriminazione fra operatori sanitari obiettori e non”.
Dal Parlamento quindi arrivano dei segnali incoraggianti, che si spera diventino atti concreti a tutela dei diritti delle donne, per tanti anni bistrattati. Premia il lavoro di sensibilizzazione e informazione fatto da tante realtà, anche dall’Uaar, ad esempio con la campagna “Il buon medico non obietta” e la mobilitazione via internet #save194. Ma non basta: l’obiezione di coscienza è un istituto obsoleto, nato per garantire diritti acquisiti, ma ormai mero espediente per far carriera specialmente nelle regioni più clericali. Nonché strumento usato per smantellare dall’interno la legge che permette alle donne di scegliere di interrompere una gravidanza, limitandone fortemente i diritti. Ma è un po’ come un islamico che vuole essere assunto in un salumificio senza aver a che fare con suini. Nonsense.
L’esito del confronto conferma come, nel nuovo Parlamento, le voci dei clericali siano effettivamente più flebili. È un’occasione per riproporre alcuni temi, quelli che abbiamo definito il “minimo sindacale laico” per un paese occidentale che voglia ritenersi civile: come unioni civili, testamento biologico e autonomia sul fine-vita, contrasto all’omofobia, superamento della legge 40 sulla fecondazione assistita, piena attuazione della 194, divorzio breve, riduzione dei costi pubblici della Chiesa. Nonostante le larghe intese, la possibilità di adottarli c’è. All’insegna di una concreta larga intesa laica che superi gli steccati clericali.
La redazione
Dal punto di vista elettorale, questa prima metà di 2013 sarà ricordata dai vescovi italiani come un’annata decisamente negativa.
Prima hanno deciso di sostenere Mario Monti e la sua lista alle legislative, con pure l’endorsement dell‘Osservatore Romano. Il risultato è stato molto inferiore alle aspettative e la fidatissima Udc, alleata dell’allora premier, si è ridotta al minimo storico: per contro, il parlamento eletto, almeno sulla carta, risulta meno clericale dei precedenti. Poi c’è stato il referendum sulla scuola di Bologna: insieme a Pd e Pdl hanno invitato ad andare a votare per il mantenimento dei fondi agli istituti privati, quasi tutti cattolici, ma nonostante la sproporzione delle forze in campo i cittadini bolognesi hanno scelto di preferire il finanziamento alla scuola di tutti, quella pubblica. Infine alle elezioni comunali di Roma hanno puntato sul nero: ma l’ex camerata Gianni Alemanno ha subito una disfatta epocale.

Sembra quasi che gli elettori comincino finalmente ad ascoltare le indicazioni elettorali di vescovi e cardinali: per fare poi esattamente il contrario. E dire che nel frattempo è stato eletto un nuovo pontefice, e il clima di papolatria nel mondo dell’informazione non accenna affatto a scemare. Tuttavia, anche questa circostanza gioca forse loro contro: piaccia o no, sia vero o no, papa Bergoglio è percepito come il fautore di una Chiesa lontana dagli interessi mondani. E gli alti papaveri della gerarchia ecclesiastiche che scendono baldanzosamente in campo possono essere visti addirittura come eretici.
Bene, molto bene. Per noi laici, rimane solo un piccolissimo problema: far capire ai politici italiani che la società guarda altrove, e che non è nel loro interesse eseguire pedissequamente ogni richiesta episcopale. Non è facile: è noto quanto siano abituati ad agire pavlovianamente e quanto poco siano capaci di ascoltare le richieste della popolazione. Conoscendoli, sarebbe forse utile mettere in giro la voce che il sostegno della Chiesa porta sfiga. Razionalmente parlando, il ricorso alla superstizione altrui dovrebbe proprio essere la strategia più efficace.
La redazione
L’appartenenza si trasmette per via materna, nell’ebraismo. E tuttavia, quando la madre non sembra molto convinta dalla prassi ebraica, si può tranquillamente affidare i figli al padre. È quanto emerge da una vicenda, dai risvolti drammatici, di cui dà notizia il quotidiano israeliano Haaretz.
Una donna cresciuta in una famiglia ultra-ortodossa, nota con il nome di Ayala, si sposa appena diciottene con un pio haredi la cui occupazione è lo studio intensivo dei testi sacri presso una yeshiva (scuola religiosa). Inizia a sfornare figli e si adatta al ruolo di segregata in casa per crescere i suoi bambini, tagliata fuori dalle vecchie amicizie e relazioni. La donna però è curiosa, vuole imparare e interrogarsi, diventa insofferente verso il marito oppressivo. La coppia si rivolge ogni tanto ai rabbini, che dicono a lei di essere rispettosa nei confronti del marito.
A un certo punto della sua vita Ayala matura dei dubbi sulla religione, fino a non sentirsi più credente. Il marito ovviamente la considera snaturata, dice che le donne non devono farsi domande di questo tipo. Ma lei trova notizie e riflessioni interessanti su internet, il suo passaggio all’incredulità è travagliato. Lo shock arriva quando il sesto figlio che partorisce, una bambina, nasce morta. Si trova imprigionata in una realtà che non le appartiene e dalla quale è difficilissimo uscire, quella degli integralisti ultraordossi. Chiede al suo rabbino di poter usare contraccettivi, ma le viene negato. Quattro mesi dopo il parto andato male rimane nuovamente incinta.
Si imbatte in un forum sul web di haredim che hanno perso la fede ma che non vogliono rompere con la tradizione per non dividere la famiglia. Quindi si iscrive a sociologia, ma la decisione è malvista dalla comunità, che si offre di pagarla affinché interrompa gli studi. La sua ‘seconda vita’ e i contatti con gli ‘eretici’ vengono scoperti dal marito, che chiede il divorzio.

Comincia l’odissea legale per Ayala. Ci si rivolge a un tribunale civile, ma il marito poi tenta di riappacificarsi con la moglie, o almeno così fa credere. Pochi giorni dopo la chiusura del procedimento civile, l’uomo si appella a un tribunale rabbinico chiedendo la custodia dei figli. In Israele infatti è ammesso, all’insegna del comunitarismo che garantisce privilegi alle comunità religiose integraliste, che le corti rabbiniche deliberino su figli e alimenti in caso di separazione. Per il legale della donna la mossa del marito è chiaramente strumentale, volta a dirottare il procedimento dalla corte laica a qualla religiosa, che favorisce l’uomo. Intanto Ayala rimane a casa con il marito, che la umilia e tenta di toglierle i figli. Poi si trasferisce altrove e viene provvisoriamente concessa la custodia congiunta. Ma il marito insiste, tanto che la donna viene accusata di assumere droghe e viene detto ai figli che fa parte di una setta e che la sua casa è maledetta.
Il caso è arrivato alla Corte d’appello, cui la donna ha fatto ricorso grazia all’aiuto economico di un’associazione. La corte dovrà decidere se rimandare gli atti a un tribunale civile: un caso che rischia di far esplodere anche in Israele la contraddizione stridente tra gli spazi concessi alla giurisprudenza comunitarista e il quadro della legge civile , che si presume laica ed egalitaria. Problema d’altronde simile a quello delle corti islamiche in Gran Bretagna, dove proprio le donne sono la parte più debole.
Alle donne israeliane è stato nel frattempo riconosciuto il diritto di poter recitare la Torah presso il Muro del Pianto a Gerusalemme, con tanto di scialle tradizionale (tallit) e stringhe di cuoio (tefillin), nonostante la contrarietà degli più ortodossi, che ha dato luogo a molte tensioni. Si tratta di un’altra questione che fa discutere: per molte donne ciò rappresenta un passo avanti ‘femminista’, ma può anche essere interpretato come un voler metabolizzare e riproporre proprio quelle logiche integraliste che tengono le donne in uno stato di minorità, piuttosto che puntare a un loro superamento.
Le confessioni religiose sono in prima fila nel combattere il riconoscimento del diritto all’adozione da parte degli omosessuali. Un bambino ha bisogno di una madre e di un padre, dicono. Salvo poi derogare spesso e volentieri da tale assunto. Il fine ultimo della fede, di ogni confessione religiosa, è del resto la propria riproduzione nel tempo. Tutto il resto — le vite di donne, uomini e bambini, i principi della religione stessa — non conta. Lo Stato esiste anche per porre un limite a certe deliranti manie di grandezza. Ayala, purtroppo per lei, si è imbattuta con uno Stato connivente. Come la stragrande maggioranza degli stati di questo pianeta.
La redazione
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, accompagnato dalla consorte Clio e da una delegazione guidata dal ministro degli Esteri, Emma Bonino, ha tributato sabato scorso l’ormai tradizionale omaggio al sommo pontefice del cattolicesimo romano Jorge Bergoglio. Le parole e i toni usati dal capo dello Stato non sono stati purtroppo diversi da quelli usati nei confronti del precedente papa.
I rapporti tra Stato italiano e Vaticano sono molto stretti dal Concordato fascista del 1929, con la tendenza del primo ad inchinarsi di fronte al secondo ostentando molto più del rispetto formale, dovuto quantomeno per esigenze diplomatiche. In questa occasione papa Francesco ha affermato che il nostro paese deve continuare a svolgere il suo “ruolo peculiare” nella comunità internazionale e ribadito la necessità di difendere la libertà religiosa, “più spesso affermata che realizzata”. E che l’Italia deve attingere “con fiducia e creatività dalla sua ricchissima tradizione cristiana e dagli esempi dei suoi santi patroni Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, come pure di numerose figure religiose e laiche, e dalla testimonianza silenziosa di tante donne e tanti uomini”. Ha ricordato inoltre il contributo “leale e creativo” dei cattolici nelle istituzioni e ricordato la necessità di una collaborazione di “credenti e non credenti” contro le ingiustizie.
Quello che ci interessa però è piuttosto il discorso di Napolitano al papa, da cui trapela per l’ennesima volta la sudditanza delle istituzioni italiane. Il presidente rende “deferente solenne omaggio dello Stato e del popolo italiano” a Bergoglio, dopo aver già presenziato lo scorso 19 marzo in piazza San Pietro alla prima celebrazione eucaristica da pontefice di Francesco. Napolitano esprime prevedibilmente vicinanza al papa “già divenuto figura familiare e cara agli italiani” e si lancia in lodi sperticate sul respiro sociale e sull’attenzione per poveri ed emarginati (a parole) di Francesco. Tutto ciò non sorprende, è in linea con il mood imperante nella politica e nei media in vena di papolatria.

Quello che appare invece fuori luogo è che un presidente laico invochi, per favorire solidarietà e giustizia, il “cambiamento” di “comportamenti diffusi, allontanatisi gravemente da valori spirituali e morali che soli possono ispirare la ricerca di soluzioni sostenibili per i nostri problemi, di prospettive più serene e sicure”. Non solo, ma fa sapere che “grandemente ci sostiene la Chiesa nello svolgimento del suo magistero educativo e del suo quotidiano esercizio pastorale: la Chiesa attraverso i suoi Vescovi, e tra essi, in primis, il Vescovo di Roma, il Santo Padre”. Ammettendo la forte influenza delle gerarchie ecclesiastiche sulla politica e le istituzioni.
Tra Italia e Vaticano, aggiunge il presidente, c’è una “limpida collaborazione per la promozione dell’uomo e per il bene del paese”. Napolitano ricorda che “il principio della libertà religiosa” è “ancor oggi in troppi luoghi negata e brutalmente calpestata”: “consideriamo nostro dovere prenderne le difese ovunque, specie là dove siano colpite la libertà e la vita dei cristiani”. Nessuno nega che vi siano in alcuni stati del mondo forti limitazioni e atti di violenza nei confronti dei cristiani, ma appare fuori luogo questa corsia preferenziale nei loro confronti così solennemente espressa dal capo dello Stato. Piuttosto, un presidente dovrebbe impegnarsi a garantire la libertà di credere e di non credere per tutti, anche in Italia, dove manca una concreta parità e dove la religione cattolica viene privilegiata.
Come accaduto platealmente il Venti Settembre 2010 durante la commemorazione ufficiale a Porta Pia, quando una delegazione Uaar tra il pubblico venne bloccata dalla Digos e schedata. Proprio in quell’occasione la piazza venne monopolizzata dal cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano, che tenne un discorso imbarazzante. L’Uaar aveva poi scritto al presidente Napolitano, per denunciare il trattamento discriminatorio subito e l’inopportuno favoritismo nei confronti della Chiesa. Senza ricevere alcun cenno di risposta.
D’altronde lo stesso Napolitano ha ricordato come “il rapporto tra Stato e Chiesa cattolica in Italia non è qualcosa di freddamente istituzionale ma qualcosa di profondamente vissuto, e cresciuto, sempre di più, parallelamente al dialogo interreligioso e al dialogo tra credenti e non credenti”. Dove sia il dialogo con i non credenti, non è dato sapere: a meno che non si voglia parlare del Cortile dei Gentili, che già si è rivelato comunque il solito strumento per tentare la conversione degli increduli e una platea dove hanno spazio più che altro oratori arrendevoli verso la Chiesa.
È preoccupante questa continua deriva clericale da parte delle massime istituzioni italiani nei confronti di un papa, che fino a prova contraria era e resta il massimo esponente di una confessione religiosa e un capo di stato estero: in entrambi i casi, una figura che non può rappresentare il popolo italiano. Eppure, chi invece rappresenta il popolo italiano gli si rivolge come un vassallo a un re, come un signorotto locale al Re Sole. Le parole di Napolitano non sembrano affatto quelle di un capo di stato laico ed evidenziano perfettamente il provincialismo della nostra classe dirigente. E questo è un problema che non si limita purtroppo alla sola laicità.
La redazione
Ha destato stupore la pubblicazione della lettera inviata da Radio Maria ai suoi ascoltatori, in cui si invitava a fare testamento in favore dell’emittente. Ma solo perché un quotidiano nazionale ha dato spazio al caso. Come riporta Repubblica, la radio cattolica ha inviato a migliaia di persone anziane una lettera con annesso questionario da compilare e rispedire, per essere contattati e assistiti nel redigere il testamento olografo o fare una donazione. Il direttore della radio, don Livio Fanzaga, nega che sia una sua iniziativa, anche se poi queste comunicazioni deve firmarle lui. Il sito ufficiale di Radio Maria riportava una pagina apposita per il sostegno tramite successioni e legati che, come riporta Il Post, venerdì è stata prontamente svuotata.
Di per sé, non c’è niente di illegittimo nello spam clericale: anche l’Uaar spiega sul sito come testare a suo favore e riceve erogazioni liberali. E non è nemmeno niente di nuovo: fin dagli inizi della sua storia la Chiesa ha prosperato blandendo ricchissimi sponsor e facendosi intestare i loro beni, ingigantendo le finalità caritatevoli e puntando piuttosto ad avere risorse per potenziare l’evangelizzazione e l’influenza sociale e politica. Esemplare è la storia, dei facoltosi coniugi Aquila e Priscilla che avrebbero fornito supporto a Paolo. Esemplare in senso inverso è quella di Anania e Saffira, raccontata negli Atti degli Apostoli: due coniugi che cadono stecchiti per non aver lasciato tutto il guadagno dalla vendita di un loro appezzamento alla cassa della comunità. Sebbene proprio i padri della Chiesa fossero molto critici nei confronti della ricchezza, condannandola talvolta come immorale rifacendosi ai principi pauperisti del cristianesimo, i loro colleghi più mondani erano molto attivi nel procacciarsi risorse, specie tra matrone e peccatori pentiti: papa Damaso fu persino soprannominato “titillatore delle signore romane”, tanto erano efficaci le sue public relation. Così, lascito dopo lascito, è diventata il maggior proprietario terriero e immobiliare d’Europa. D’altronde si sa, anche Radio Maria come la Chiesa e lo Ior non si governa solo con le Ave Maria.

Discutibili sono piuttosto i modi con cui si fa cassa: per qualcuno si tratta di circonvenzione di incapaci, visto che l’attenzione è rivolta ad anziani soli che sentono spesso l’emittente e sono convinti di contribuire a un piano divino di evangelizzazione. Le modalità somigliano a quelle aggressive dei telepredicatori evangelici Usa, che accumulano enormi ricchezze e costruiscono faraoniche chiese. E sono tutti ateofobi come Fanzaga, il quale in passato non si è lasciato sfuggire dichiarazioni ricolme di amore cristiano nei nostri confronti: come sul caso degli ateobus nel 2009, o quando augurava il cancro o l’influenza suina, oppure quando ci attribuiva il marchio della bestia.
Si parla tanto del volontariato cattolico, della forza del Verbo e del suo radicamento nella società, ma ancora una volta vien fuori che le realtà cattoliche più incisive e diffuse non fanno né gran volontariato né esprimono grandi argomentazioni, ma si affidano a tecniche selvagge di marketing mirate a colpire le fasce più deboli e indifese della società. La grande Chiesa non ne prende nettamente le distanze, anzi, blandisce queste realtà, sebbene ci siano talvolta degli attriti (come nel caso della Radio Maria polacca, dai forti accenti antisemiti). Tra gli opinionisti della nostrana Radio Maria ci sono e ci sono stati alcuni maitre a penser cattolici quali Gianfranco Ravasi e Vittorio Messori. Nel terzo millennio, il cattolicesimo che funziona è ancora quello di stampo padrepiesco che marcia a colpi di messaggi da Medjugorie (cavallo di battaglia proprio dell’emittente ultracattolica, anche se la Chiesa non si è ancora pronunciata ufficialmente pro o contro tale business). Nulla di male nemeno in questo: ma, per favore, il capo dello Stato eviti di santificare quei “valori spirituali e morali che soli possono ispirare la ricerca di soluzioni sostenibili per i nostri problemi, di prospettive più serene e sicure”, come ha fatto incontrando sabato papa Francesco in Vaticano. Serene e sicure quanto un testamento in favore di Radio Maria.
La redazione
Ogni settimana pubblichiamo una cartolina dedicata all’affermazione o all’atto più clericale della settimana compiuto da rappresentanti di istituzioni o di funzioni pubbliche. La redazione è cosciente che il compito di trovare la clericalata che merita il riconoscimento sarà una impresa ardua, visto l’alto numero di candidati, ma si impegna a fornire anche in questo caso un servizio all’altezza delle aspettative dei suoi lettori. Anzi, ringrazia in anticipo chi le segnalerà eventuali “perle”.
Il primo premio di questa settimana è assegnato al Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Non avendo approntato le relative tabelle, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha stabilito che l’Imu sugli immobili a uso parzialmente commerciale di proprietà ecclesiastica si pagherà soltanto in base a stime, mentre il conguaglio sarà rinviato al 2014
Al secondo posto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per il contenuto del messaggio che ha rivolto ieri a papa Bergoglio.
Al terzo posto un altro ministero, quello dell’istruzione, che ha elaborato un sistema di “bonus maturità” per accedere all’università che favorisce sfacciatamente le scuole private (tanto, che, in seguito alle proteste ricevute, sta pensando di modificarlo).
Numerose, anche questa settimana, le menzioni speciali. La prima va a Eugenia Roccella (Pdl) per aver chiesto una “moratoria sui temi etici”. La seconda per il sindaco di Roma, Gianni Alemanno (Pdl), che ha sottoscritto l’appello clericale “sui temi della vita, della famiglia e della libertà educativa”. La terza per un altro sindaco, Carmine Antropoli (Pdl), che ha formalmente censurato il comandante dei vigili Carlo Ventriglia, “reo” di aver disertato la processione del Corpus Domini.
La redazione
In passato gli apostati erano passati per le armi. E accade ancora oggi, in alcuni paesi islamici. Tuttavia, nemmeno nei paesi occidentali è sempre così semplice uscire da una religione, quando non c’è un’altra religione che ti aspetta. Sappiamo bene quanto sia difficile per diversi atei e agnostici, anche in Italia, vivere in maniera aperta e senza drammi la propria incredulità in contesti sociali fortemente impregnati di religiosità e dove i pregiudizi verso gli scettici sono diffusi. Può succedere in alcuni casi che ci si vergogni, ci si debba scontrare con la famiglia o che si viva da dubbiosi un certo isolamento: tutto ciò può essere molto stressante a livello emotivo e psicologico, o portare ad atteggiamenti distruttivi. D’altronde la religione funziona per molte persone perché rappresenta un fattore di partecipazione e socializzazione e permette l’accrescimento del capitale sociale, allo stesso modo degli altri gruppi umani.
Come si può uscire dall’impasse che vive una certa fetta di non credenti? Tra le soluzioni, c’è quella proposta dall’associazione laica Recovering from Religion, diffusa negli Usa e in Gran Bretagna. Sta per inaugurare una help line telefonica, si legge su un blog della CNN, per fornire supporto ai non credenti tramite uno staff di counselor 24 ore su 24. Non sono infatti rari i casi in cui questi temono di fare coming out o sono preoccupati del giudizio delle famiglie e dei loro leader religiosi, oppure cercano altre persone con idee simili con le quali entrare in contatto.
Come spiega la direttrice esecutiva di RR, Sarah Morehead, non si tratta di “convertire” all’ateismo, ma di fornire aiuto: “Molte volte hanno solo bisogno di qualcuno con cui parlare”. Lei stessa afferma di ricevere qualche chiamata al giorno e centinaia di email al mese da parte di persone che espongono i propri problemi. Da qui è nata l’idea di organizzare un servizio professionale. Anche la nostra associazione d’altronde riceve molti messaggi e telefonate di questo tipo, sebbene il nostro aiuto non sia di tipo psicologico, ma piuttosto di assistenza legale su questioni come lo sbattezzo e l’ora alternativa.
Lo schema è simile a quello del supporto LGBT o delle linee anti-suicidio: chi ne ha bisogno potrà chiamare un numero verde in maniera anonima. A rispondere un esperto, cui esporrà suoi problemi personali. Il counselor fornirà soluzioni concrete per permettere all’interessato di abbandonare la religione in maniera non traumatica e di avvicinarsi se vuole a un gruppo di non credenti o a una comunità religiosa nella sua zona. Non potevano dunque mancare le critiche da conservatori e integralisti, che parlano di piano studiato per aumentare gli atei. Ma Morehead fa notare che “la maggior parte delle persone che ci contattano si stanno già impegnando a loro modo per diventare non credenti”.
Negli Stati Uniti è ormai evidente la crescita dei nones, i non affiliati, soprattutto tra i giovani. E di come internet sia un mezzo utilissimo per permettergli di confrontarsi con altre persone e reperire informazioni utili che ne accrescano la consapevolezza. In questi anni, vista l’intensità del fenomeno, fioriscono gruppi e qualche realtà assistenziale rivolta a coloro che abbandonano una fede. Come il Clergy Project, per i sacerdoti e i religiosi che non credono più in Dio. Proprio Teresa MacBain, ex pastora passata all’ateismo e già direttrice del Project, vede positivamente la help line, afferma che l’avrebbe usata e si propone per il counseling: “è un altro modo per la gente di contattare qualcuno in maniera anonima e parlare delle lotte che stanno avendo per le loro credenze”.
La secolarizzazione sempre più diffusa sta cambiando il panorama religioso mondiale con una profondità mai osservata in precedenza. Far parte di una religione, o meglio, il solo dirne di farne parte, è tuttavia un fenomeno che è sempre stato fortemente aiutato dal meccanismo della desiderabilità sociale. È per questo che va combattuto: atei e agnostici impegnati non fanno “proselitismo” — anche perché non hanno paradisi da spacciare o dogmi salvifici — ma agiscono per creare un mondo in cui ognuno sia realmente se stesso e libero di realizzarsi, il più possibile impermeabile a ogni forma di condizionamento sociale. È per questo che l’Uaar ha per esempio promosso il diritto allo sbattezzo e ha creato la sezione Ecco gli atei e gli agnostici e il test Scopri quanto sei cattolico. Ed è per questo che ha lanciato la campagna “Bene Senza D”. Esistono, nella sola Italia, milioni di increduli velati. Finché ne rimarrà anche solo uno, anche qui ci sarà da fare.
La redazione
Le donne sono state protagoniste di prima fila della cosiddetta “primavera araba”. Sono state anche le prima a essere tradite, con il tentativo di inserire una condizione discriminatoria direttamente all’interno della Costituzione tunisina. Da allora sotto i colpi di maglio dei partiti islamisti si è assistito a un continuo regresso, e non solo in Tunisia, ma anche in Egitto e in Libia. Nel frattempo, anche la Turchia è a rischio. E le donne tornano in prima fila: non più contro le dittature, ma contro i regimi confessionali che hanno preso il potere nei loro paesi.
Vi sono diversi modi di protestare, ma accomunati però dalla rivendicazione dei diritti delle donne. Da tempo la regista tunisina Nadia El Fani, apertamente atea, sta sensibilizzando l’opinione pubblica sulla deriva islamista nel suo paese dopo la caduta di Ben Ali e sulla necessità di difendere la laicità come carattere essenziale della democrazia. Lo ha fatto e lo fa suo rischio, ricevendo minacce e subendo l’ostracismo violento dei salafiti contro la proiezione del suo film Laïcité, inch’Allah. Lungometraggio uscito anche in Francia e la cui produzione è stata sostenuta tra gli altri pure dall’Uaar.
Recentemente su Libération è stato pubblicato un appello firmato , sostenuto anche dalla regista tunisina, per chiedere il rilascio di Amina Tyler e delle tre militanti di Femen che successivamente avevano protestato davanti al Palazzo di Giustizia di Tunisi a seno nudo contro l’arresto della ragazza. Ora le donne devono affrontare un processo che si prannuncia lungo e difficile, in cui è assai alto il rischio di condanne “esemplari”: intanto, per far capire come funziona da quelle parti, sono state costrette ad apparire velate in tribunale.
Il neo-femminismo agguerrito delle Femen non piace a tutti. Qualche mese fa, sull’inserto femminile di Repubblica, D, la filosofa Michela Marzano, nel frattempo diventata parlamentare Pd, lo ha criticato perché, a suo dire, utilizza il corpo nudo per far passare un messaggio politico. “Lottare ancora oggi attraverso il corpo non è in fondo ammettere che la donna non abbia altri strumenti per farsi ascoltare?”, si domanda. Secondo lei oggi le femministe devono piuttosto “de-politicizzare il corpo e trasferire la lotta politica sul piano delle idee”, andando oltre la “postura della performance o della provocazione corporale” e puntando a “lavorare sul linguaggio” per trasformare le dinamiche sociali e culturali che giustificano la disuguaglianza e lo sfruttamento delle donne. Ma il problema casomai è che per “lavorare sul linguaggio” occorre agire anche sulle dinamiche politiche e impegnarsi attivamente, anche sporcandosi le mani, specie in contesti dove le donne subiscono l’oppressione in maniera pesante: non c’è dicotomia tra i due approcci.

Un altro stile ancora per contestare l’integralismo islamico è quello della libanese Joumana Haddad, recente autrice del libro Superman è arabo. Su Dio, il matrimonio, il machismo e altre invenzioni disastrose. In cui critica appunto la cultura islamica che mortifica le donne e in cui sbandiera senza problemi il proprio ateismo: il libro contiene addirittura una sorta di invettiva, Perché no, in cui spiega perché non credere. Un libro in cui si parla molto del piacere del sesso e del monoteismo patriarcale che lo reprime promuovendo nel contempo il machismo.
Ebbene, recentemente proprio Joumana Haddad ha sua volta sostenuto su Il Corriere della Sera che difende Amina e le Femen ma, nel contempo, critica la protesta a seno nudo. Le difende con schiettezza perché “ne abbiamo abbastanza di questo mondo di guerre interfemministe”, specie tra il “femminismo coloniale («aiutiamole»)” e il “femminismo orientalista («il burqa è un relativismo culturale da rispettare»)”. E spiega: “una cosa è avere una posizione critica nei confronti di una forma di protesta, un’altra cosa è cancellare l’importanza di una lotta particolare perché non è nostra”. Ritiene la protesta a seno nudo “controproducente” perché “utilizzare la nudità della donna [...] per protestare contro l’oppressione della donna, ci fa girare nello stesso circolo vizioso dello sguardo patriarcale, che ci detta come ottenere la sua benedetta attenzione”. Secondo Haddad questo “estremismo provocatorio delle Femen nutre la causa del mostro salafita”. E lo dice una donna che ha fondato la prima rivista dedicata al corpo (e in particolare femminile) del mondo arabo, Jasad, che ha rotto dei tabù e si è attirata le ire degli integralisti.
Il metodo Femen garantisce senza dubbio maggiore visibilità all’estero. Come Greenpeace, le azioni eclatanti, benché possano impensierire qualche benpensante, portano alla luce ovunque l’esistenza di problemi. Non è detto, però, che ciò aiuti a risolvere i problemi in loco. Ogni contesto sociale ha le sue forme di lotte proprie: nel Sessantotto la nudità di Woodstock e di Hair si poteva più facilmente recepire a livello di massa come un messaggio di liberazione sessuale. Le società a maggioranza musulmana sono però tutt’altra cosa. E, in ogni caso, chi si sente provocato dall’intromissione della donna nella cosa pubblica o religiosa si sentirà provocato sia da quella nuda che da quella con il burqa. Haddad ha probabilmente ragione a suggerire forme rivendicative più adeguate. Ma è anche vero che la rete ha permesso la diffusione, soprattutto in ambito giovanile, di atteggiamenti mentali che potrebbero essere molto più avanzati di quelli che le generazioni più anziane suppongono. E questo giocherebbe, in teoria, a favore del metodo Femen anche in ambito islamico. Ma il rischio di un boomerang è sempre dietro l’angolo.
Da laici e razionalisti, e da laiche e razionaliste, non possiamo non fare della pluralità delle opinioni un valore. Non c’è a priori un modo giusto o uno sbagliato per protestare, fino a quando non si fa male ad alcuno deve essere lecito farlo a seno nudo o a seno coperto. Senza essere in alcun modo criminalizzate.
La redazione
Sembra proprio che il disegno di legge che introduce il Due per Mille sia stato modificato. E, rispetto alla prima bozza che era stata divulgata, non contiene più la ripartizione delle scelte inespresse. Dopo aver evidentemente preso atto della diffusa impopolarità del provvedimento, il governo delle larghe intese alla Molotov-Ribbentrop ha dato il contrordine.

Così facendo, però, ha reso ancora più evidente quanto sostenevamo non più di quattro giorni fa. Il Due per Mille ha un tetto e non ripartisce le scelte inespresse. Il Cinque per Mille ha un tetto e non ripartisce le scelte inespresse. L’Otto per Mille non ha un tetto e ripartisce le scelte inespresse. Trovate la (non) piccola differenza. Senza dimenticare che, comunque, 8 > 5+2.
Se il quiz enigmistico è semplice da risolvere, è invece enigmatico capire il motivo per cui un meccanismo di questo tipo debba ancora restare in vigore: tra i partiti politici, la Chiesa rimarrà dunque quello più finanziato dai contribuenti. Ma c’è un referendum che chiede di applicare all’Otto quanto già vale per il Cinque e per il (salvo ulteriori contrordini) Due per Mille: che i soldi di chi non sceglie non vadano a chi è così bravo da scegliersi tanti politici compiacenti.
La redazione











