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Date: Sunday, 25 May 2008 14:06

Dopo quasi quattro anni di aggiornamenti quotidiani, Noantri si ferma. Da lunedì 26 maggio cambiate i vostri feed, i vostri link, la vostra mente, perché quella che è stata meravigliosamente casa nostra per tanto tempo chiude. Ci rivediamo dall'altra parte. Per un progetto nuovo che spero possa coinvolgere sempre più persone e convogliare ogni giorno più voci. Grazie Splinder, è stato bello, intenso e a volte maledetto. www.noantri.net

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Tag: noantri

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Date: Sunday, 25 May 2008 14:06

Dopo quasi quattro anni di aggiornamenti quotidiani, Noantri si ferma. Da lunedì 26 maggio cambiate i vostri feed, i vostri link, la vostra mente, perché quella che è stata meravigliosamente casa nostra per tanto tempo chiude. Ci rivediamo dall'altra parte. Per un progetto nuovo che spero possa coinvolgere sempre più persone e convogliare ogni giorno più voci. Grazie Splinder, è stato bello, intenso e a volte maledetto. www.noantri.net

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Author: "noantri" Tags: "noantri"
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Date: Thursday, 22 May 2008 22:01

Accomunati dalla passione per il calcio e per il Manchester United siamo andati al Druid’s Rock a vedere la finalissima di Champions League. Adulti abbastanza, noi quattro, da dover venire a patti, almeno a volte, con quello che più si attiene all’età adulta: moralità, serietà, coerenza, attaccamento alle solide basi del reale. Eppure presenti davanti al Manchester United come cerbiatti o stambecchi attirati al ruscello. Non si può non amare il Manchester United, se quel pallone che rotola sta alla tua vita come i globuli rossi al sangue. DruidNon c’è molto da fare al Druid’s Rock: non servono da mangiare, non c’è grande fantasia nel menu, anzi non esiste proprio il menu. Però ci sono le sciarpe delle squadre di calcio incollate sul soffitto di legno, ed è stupenda quell’arcata, c’è la bandiera del Galles, un sacco di locandine dei film, vecchie bottiglie di rum e whiskey e una foto di Russel Crowe al bancone, incorniciata, con sotto la scritta a penna, gigante, esitante: "Russel Crowe", a caratteri cubitali, così che ti resti impresso almeno qualcosa da raccontare agli amici, il giorno dopo, nonostante la birra, ehi quel pub, sapete, c’è stato anche Russel Crowe e non aveva una bella faccia. Il Druid's Rock è il locale degli inglesi a Roma. Accogliente e informale, a due passi dalla Stazione Termini. In pratica è come stare a casa, però con l’odore delle ascelle di Bobby Charlton al posto del Vape. Ci mettiamo lì, noi quattro, in piedi, in mezzo agli inglesi, tutti inglesi, solo inglesi: il primo derby inglese della storia in una finale di Champions. I tifosi del Chelsea presenti sono in larghissima maggioranza di colore: ragazzi neri piuttosto a modo, vestiti casual. Quelli del Manchester United sono decisamente più rustici. La partita è bellissima, Cristiano Ronaldo segna e tutti ci vengono addosso: Yyyeaaah! Il Manchester United è superiore, la gente vestita di rosso comincia ad annuire: si fa a turno per andare a prendere da bere. Qualcuno resta col naso appeso verso il monitor sopra la cassa, la mano coi cinque euro a mezz'aria, mentre l'ennesimo tiro finisce fuori di poco. Wayne RooneyCome può esserci qualcuno al mondo a cui il calcio rimbalzi addosso? Non riesco a comprendere come possa esistere una persona che davanti al Manchester United, la squadra dei ferrovieri dello Yorkshire, non si commuova, non decida di cambiare stile di vita, modi, abitudini. Il Manchester United: sono lì a tifare Manchester United e mi piace ostentarlo: sono dei vostri, odio il Chelsea del petroliere mafioso, odio il Chelsea dell’ebreo Grant, l'allenatore che non fa giocare nemmeno per un minuto il grande Sheva. Come si fa? Come si fa? E’ la domanda che gonfia le guance di tutti quando Ferguson toglie Rooney ai supplementari: not Roney! Mi aspetto di vederlo uscire dall’inquadratura, Rooney, raccogliere la felpa dalle mani del dirigente accompagnatore e comparire accanto a noi quattro, ancora sudato, puzzolente di fatica e di pioggia di Mosca, ehi guys, me l’aspetto, Wayne, l’attaccante più forte e con meno muscoli addominali che esista sulla faccia del pianeta, me l’aspetto che ci raggiunga, coi calzettoni risvoltati dentro i parastinchi e qualche parola poco gentile nei confronti del suo allenatore. Ma tutto quello che arriva è un altro giro di birre e la decisione di seguirci i rigori DENTRO, nella bolgia, nel girone infernale. Andiamo, ci sistemiamo, c’è un gigantesco maxischermo e almeno altri dieci televisori. C'è odore stantìo di whiskey, piscio e sudore ma, su tutto, c’è un odore che riconosco, un odore che ho sentito emanare dai miei amici romanisti, domenica scorsa, durante l’intervallo delle partite, in redazione, con la loro amatissima squadra prima in classifica finalmente, e l’Inter sotto: l’odore della paura. Fisica. Dici: è calcio. No, è il Manchester United. E’ la vita. E’ il pallone. Ci sono ragazzi di 18 anni che l’ultima volta ne avevano 8 e si persero quel capolavoro comminato contro il Bayern Monaco negli ultimi due minuti di partita. Ci sono uomini che la prossima saranno troppo vecchi. Non c'è futuro, dentro al Druid's Rock. Non c'è la consolazione del: "ma in vita può succedere di peggio". E' una bugia che non consola nessuno: in vita non potrà accedere mai più nulla di tanto grave come l'eventualità di perdere la Coppa adesso. C’è questo odore qui, lo sento, mentre le squadre sono a centrocampo a decidere la lista di chi andrà a battere per un Paese intero. La paura fisica. La paura di aver fatto tutto quel casino per niente, di aver ingurgitato dodici pinte di Guinness senza motivo: passano negli occhi delle persone immagini care, amici e famigliari, amori passati e speranze. Si sollevano fioretti impossibili: chi giura che lascerà il lavoro, in caso di. Per dio, è la Champions League! Il migliore dei presenti dovrà aspettare altri trent’anni, la nascita di un figlio, la prima parola di un nipote, per poter parlare di una gioia grande altrettanto. Entra un ragazzo spaesato con la maglia dell’Inter: attraversa il mare rosso e blu come Mosè. E’ la paura, la paura che prende durante il vuoto d’aria sull’aereo, la paura che non lo potrai raccontare. Sei impotente di fronte a Van der Sar che si sistema i guantoni sulla linea di porta. Non puoi fare niente per infilarglieli meglio. Gli vorresti massaggiare i quadricipiti. Non puoi. Sei impotente anche davanti a John Terry, il capitano di mille battaglie in giro per il mondo, nel fango, nella neve, sotto la pioggia, il capitano, quello lì, quello a cui ti sei aggrappato quando le cose non andavano bene, e non sto parlando del calcio, sto parlando della Vita di tutti i giorni, dammi la forza John..., il capitano, il tuo capitano, quello di cui hai la maglia, quello di cui rispetteresti la moglie, quello per il quale ti butteresti in un fosso, quello di cui hai urlato, coi polmoni di un condannato a morte, il nome da quelle gradinate maledette, domenica dopo domenica, quello che ti sogni di notte, prima di un grande match, quello che ti porti tatuato sul polpaccio destro, insieme ai Che Guevara, ai McEnroe, alle croci celtiche, sei impotente davanti a John Terry vestito di blu che scivola, cade, tira male il rigore della vita, guarda la palla sbattere sul palo, sei impotente davanti al grugnito cupo che si alza dalla gola di metà dei presenti, sei impotente, perché è stato il destino a scegliere per te, una vita fa, se farti tifoso del Manchester United o del Chelsea, è questa la tua impotenza, insieme a tutto il resto, e qualsiasi cosa, allora, al tempo, ti abbia reso rosso o blu, adesso elargisce il suo tributo, di sangue o di tossine, quel brivido ti attraversa la schiena, forse hai visto il tuo capitano fallire un rigore importantissimo, o forse hai visto iddio materializzarsi sotto forma di palo di legno, l'importante è restare concentrati su quest'impotenza, l'impotenza del carnefice e l'impotenza della vittima, sei tutto e nessuno, adesso, dirigente d’azienda e puttaniere, l'unica cosa certa è che non sei mai stato tanto simile a John Terry in vita tua, il tuo eroe, il campione che avresti sempre voluto essere, dietro le tue scrivanie oleose e i tuoi turni massacranti, bello, ricco e talentuoso, coi contratti milionari e le modelle al fianco, adesso è identico a te: a terra, disperato e chiuso in se stesso, steso sul prato con le mani in faccia, piccolissimo e insignificante, ecco che improvvisamente ti ci riconosci, improvvisamente sei tu, John Terry, hai dovuto aspettare questo per riuscirci, la tossica lotteria dei rigori; ne sappiamo tutti qualcosa, i rigori stanno agli appassionati di pallone come le cicatrici ai bambini, ma già tocca a Ryan Giggs e non c'è più tempo per pensare al resto, sei solo tu e quel gallese del cazzo, magro e ormai stempiato, sei tu, sei lui, hai i suoi stinchi, le sue ginocchia, si gratta, ti gratti anche tu, lo segui, lo anticipi, gli vorresti suggerire nell’orecchio qualche cosa, la direzione, il tuo presentimento, il sogno della settimana scorsa, oppure lo vorresti spintonare proprio al momento dell'esecuzione, dipende sempre da quel piccolo filo che da bambino t'ha fatto prendere una direzione oppure un'altra, sei Ryan Giggs o sei Peter Cech, in entrambi i casi è proprio il tuo cuore a fare questo rumore assurdo, è meglio se ti dai una calmata, amico mio, perché tanto la tua impotenza resta, e il gallese te lo dimostra, calciando il tiro di rigore più sensato, bello e pacato che ti riesca a ricordare, ah se solo sapessi battere anche tu in quella maniera; e c'è un signore con la camicia blu e gli occhiali che adesso dà le spalle al televisore e piange, piange e avrà 50 anni, piange perché è un tifoso del Manchester United e lo sa, lo sente dentro le vene secche, che potrebbe essere a un passo dalla Vittoria, perciò piange, quel signore, che a 50 anni suonati, o giù di lì, avrà conosciuto, in vita propria, ben altri motivi per piangere o gioire, eppure lo stesso piange, in silenzio, da solo, dietro gli occhiali, a Roma, e darebbe in cambio qualsiasi cosa, il conto in banca, le scarpe di pelle, il passaporto, la fedina penale; SEI quel signore, l'avresti mai detto?, sei proprio lui, lo sei stato tantissime volte in vita tua, lo sei di nuovo, ti scorre velocissimo il suo sangue negli organi e gli vorresti dire, suggerire, di ripensarci, gli vorresti prendere gli occhi e lanciarli sullo schermo, gli vorresti dire guarda!, guarda Anelka, il tuo avversario, il tuo nemico, guardalo, guardalo perché ha quella faccia lì, Anelka, quella faccia che hai imparato a riconoscere dopo migliaia di partite viste e rigori dati a favore o contro. Ha la faccia di Roberto Baggio, ha la faccia di quello che s’è sentito qualcosa, ha la faccia di uno che se li avverte tutti conficcati nel cervello i milioni di occhi che lo stanno guardando in quel momento e questa è la cosa peggiore che può capitarti, se di mestiere fai il giocatore di pallone, percepire l’enormità di quello che stai per fare, avvertire sui peli dietro la nuca tutto quel buio in cui hanno scelto di rifugiarsi quelli che come il signore del Druid’s Rock non hanno avuto il coraggio di guardare, e saranno centinaia di migliaia, perciò gli vorresti dire, a quel signore girato di spalle, che si copre gli occhi con tutti gli occhiali, di ripensarci, di guardare, perché Anelka ha la faccia giusta se sei un tifoso del Manchester United, oppure sbagliatissima, se tifi dall'altra parte, la peggiore faccia possibile, la faccia della paura, la faccia di quello che sbaglierà la mira, che fallirà il colpo, Anelka ha la faccia di quello che il rigore decisivo sa già di averlo fallito, e infatti c’è questo momento di decompressione che arriva, come quando chiudi il finestrino in autostrada a 130 all’ora e senti quel rumorino in fondo all’orecchio, ecco, senti quello stesso rumorino mentre Anelka fa esattamente quello che ti eri aspettato, che avresti voluto dire al signore con gli occhiali appannati, sbaglia il rigore, e ti dici che il calcio è una cosa che fugge via davanti ai ragionamenti del giusto e dello sbagliato, il calcio è una cosa viva che ridà la vista ai ciechi, non a caso il signore con gli occhiali ora ci vede benissimo e ha la faccia incassata dentro il collo di perfetti sconosciuti che saltano e urlano e tutti piangono perché hanno VINTO, pensi che non l’hai mai vista tanta gente piangere dentro a un pub, pensi che ci voleva il Manchester United, pensi che perfino un paralitico, davanti alla Parata Totale di van der Sar, lì dentro, al Druid’s Rock, avrebbe preso e si sarebbe alzato dalla carrozzina. Così, senza pensarci. John TerrySe ne vanno i tifosi del Chelsea. Ne hanno abbastanza di birra e destino. Quei neri, di colore, ben vestiti. Se ne vanno, sfilano tra gli avversari estasiati: li guardiamo andare via, nella notte romana, verso Rione Monti, in discesa, verso il Colosseo, nell’illusione di poter dimenticare. Non dimenticheranno. Mai più. Dimenticheranno tutto, della loro vita, faticheranno a ricordarsi, tra venti o quarant’anni, i ricordi più belli, i nomi dei parenti, le date di nascita e di morte della gente cara, ma davanti a una casacca del Manchester United non conosceranno un istante di esitazione: impallidiranno e sapranno perché. Calceranno lattine per la strada tutta la vita, da vecchi perfino, anche se doleranno le ginocchia, e ogni volta che verrà fuori una parabola perfetta, ripenseranno al loro capitano, John Terry, che un giorno di maggio litigò col suo personalissimo destino e scese al livello dei comuni mortali. Guarderanno partite per sempre, col tempo ritroveranno il coraggio di tenere gli occhi aperti durante un calcio di rigore e prima o poi avranno anche la loro vendetta. L'abbiamo avuta tutti, la nostra vendetta, nel calcio. Perché il pallone questo fa: ti stende al tappeto ma poi ti concede la seconda occasione. E' la severa moralità di questo sport: nella nostra esistenza saranno assai di più le occasioni in cui saremo come John Terry disperato per terra. Solo a pochi eletti capiterà di gioire come van der Sar. Passeremo i nostri anni più belli piegati per la sofferenza, ma ci riprenderemo. Ritroveremo la forza di tornare a centrocampo. Pescheremo dentro di noi il coraggio per battere ancora un calcio di rigore senza scivolare. Sono solo 11 metri, soltanto 90 minuti: ma, oddio, certe volte, che fatica.

Pubblicato da noantri | Commenti (14) Tag: quotidianismi, scritto da stefano havana

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Date: Thursday, 22 May 2008 22:01

Accomunati dalla passione per il calcio e per il Manchester United siamo andati al Druid’s Rock a vedere la finalissima di Champions League. Adulti abbastanza, noi quattro, da dover venire a patti, almeno a volte, con quello che più si attiene all’età adulta: moralità, serietà, coerenza, attaccamento alle solide basi del reale. Eppure presenti davanti al Manchester United come cerbiatti o stambecchi attirati al ruscello. Non si può non amare il Manchester United, se quel pallone che rotola sta alla tua vita come i globuli rossi al sangue. DruidNon c’è molto da fare al Druid’s Rock: non servono da mangiare, non c’è grande fantasia nel menu, anzi non esiste proprio il menu. Però ci sono le sciarpe delle squadre di calcio incollate sul soffitto di legno, ed è stupenda quell’arcata, c’è la bandiera del Galles, un sacco di locandine dei film, vecchie bottiglie di rum e whiskey e una foto di Russel Crowe al bancone, incorniciata, con sotto la scritta a penna, gigante, esitante: "Russel Crowe", a caratteri cubitali, così che ti resti impresso almeno qualcosa da raccontare agli amici, il giorno dopo, nonostante la birra, ehi quel pub, sapete, c’è stato anche Russel Crowe e non aveva una bella faccia. Il Druid's Rock è il locale degli inglesi a Roma. Accogliente e informale, a due passi dalla Stazione Termini. In pratica è come stare a casa, però con l’odore delle ascelle di Bobby Charlton al posto del Vape. Ci mettiamo lì, noi quattro, in piedi, in mezzo agli inglesi, tutti inglesi, solo inglesi: il primo derby inglese della storia in una finale di Champions. I tifosi del Chelsea presenti sono in larghissima maggioranza di colore: ragazzi neri piuttosto a modo, vestiti casual. Quelli del Manchester United sono decisamente più rustici. La partita è bellissima, Cristiano Ronaldo segna e tutti ci vengono addosso: Yyyeaaah! Il Manchester United è superiore, la gente vestita di rosso comincia ad annuire: si fa a turno per andare a prendere da bere. Qualcuno resta col naso appeso verso il monitor sopra la cassa, la mano coi cinque euro a mezz'aria, mentre l'ennesimo tiro finisce fuori di poco. Wayne RooneyCome può esserci qualcuno al mondo a cui il calcio rimbalzi addosso? Non riesco a comprendere come possa esistere una persona che davanti al Manchester United, la squadra dei ferrovieri dello Yorkshire, non si commuova, non decida di cambiare stile di vita, modi, abitudini. Il Manchester United: sono lì a tifare Manchester United e mi piace ostentarlo: sono dei vostri, odio il Chelsea del petroliere mafioso, odio il Chelsea dell’ebreo Grant, l'allenatore che non fa giocare nemmeno per un minuto il grande Sheva. Come si fa? Come si fa? E’ la domanda che gonfia le guance di tutti quando Ferguson toglie Rooney ai supplementari: not Roney! Mi aspetto di vederlo uscire dall’inquadratura, Rooney, raccogliere la felpa dalle mani del dirigente accompagnatore e comparire accanto a noi quattro, ancora sudato, puzzolente di fatica e di pioggia di Mosca, ehi guys, me l’aspetto, Wayne, l’attaccante più forte e con meno muscoli addominali che esista sulla faccia del pianeta, me l’aspetto che ci raggiunga, coi calzettoni risvoltati dentro i parastinchi e qualche parola poco gentile nei confronti del suo allenatore. Ma tutto quello che arriva è un altro giro di birre e la decisione di seguirci i rigori DENTRO, nella bolgia, nel girone infernale. Andiamo, ci sistemiamo, c’è un gigantesco maxischermo e almeno altri dieci televisori. C'è odore stantìo di whiskey, piscio e sudore ma, su tutto, c’è un odore che riconosco, un odore che ho sentito emanare dai miei amici romanisti, domenica scorsa, durante l’intervallo delle partite, in redazione, con la loro amatissima squadra prima in classifica finalmente, e l’Inter sotto: l’odore della paura. Fisica. Dici: è calcio. No, è il Manchester United. E’ la vita. E’ il pallone. Ci sono ragazzi di 18 anni che l’ultima volta ne avevano 8 e si persero quel capolavoro comminato contro il Bayern Monaco negli ultimi due minuti di partita. Ci sono uomini che la prossima saranno troppo vecchi. Non c'è futuro, dentro al Druid's Rock. Non c'è la consolazione del: "ma in vita può succedere di peggio". E' una bugia che non consola nessuno: in vita non potrà accedere mai più nulla di tanto grave come l'eventualità di perdere la Coppa adesso. C’è questo odore qui, lo sento, mentre le squadre sono a centrocampo a decidere la lista di chi andrà a battere per un Paese intero. La paura fisica. La paura di aver fatto tutto quel casino per niente, di aver ingurgitato dodici pinte di Guinness senza motivo: passano negli occhi delle persone immagini care, amici e famigliari, amori passati e speranze. Si sollevano fioretti impossibili: chi giura che lascerà il lavoro, in caso di. Per dio, è la Champions League! Il migliore dei presenti dovrà aspettare altri trent’anni, la nascita di un figlio, la prima parola di un nipote, per poter parlare di una gioia grande altrettanto. Entra un ragazzo spaesato con la maglia dell’Inter: attraversa il mare rosso e blu come Mosè. E’ la paura, la paura che prende durante il vuoto d’aria sull’aereo, la paura che non lo potrai raccontare. Sei impotente di fronte a Van der Sar che si sistema i guantoni sulla linea di porta. Non puoi fare niente per infilarglieli meglio. Gli vorresti massaggiare i quadricipiti. Non puoi. Sei impotente anche davanti a John Terry, il capitano di mille battaglie in giro per il mondo, nel fango, nella neve, sotto la pioggia, il capitano, quello lì, quello a cui ti sei aggrappato quando le cose non andavano bene, e non sto parlando del calcio, sto parlando della Vita di tutti i giorni, dammi la forza John..., il capitano, il tuo capitano, quello di cui hai la maglia, quello di cui rispetteresti la moglie, quello per il quale ti butteresti in un fosso, quello di cui hai urlato, coi polmoni di un condannato a morte, il nome da quelle gradinate maledette, domenica dopo domenica, quello che ti sogni di notte, prima di un grande match, quello che ti porti tatuato sul polpaccio destro, insieme ai Che Guevara, ai McEnroe, alle croci celtiche, sei impotente davanti a John Terry vestito di blu che scivola, cade, tira male il rigore della vita, guarda la palla sbattere sul palo, sei impotente davanti al grugnito cupo che si alza dalla gola di metà dei presenti, sei impotente, perché è stato il destino a scegliere per te, una vita fa, se farti tifoso del Manchester United o del Chelsea, è questa la tua impotenza, insieme a tutto il resto, e qualsiasi cosa, allora, al tempo, ti abbia reso rosso o blu, adesso elargisce il suo tributo, di sangue o di tossine, quel brivido ti attraversa la schiena, forse hai visto il tuo capitano fallire un rigore importantissimo, o forse hai visto iddio materializzarsi sotto forma di palo di legno, l'importante è restare concentrati su quest'impotenza, l'impotenza del carnefice e l'impotenza della vittima, sei tutto e nessuno, adesso, dirigente d’azienda e puttaniere, l'unica cosa certa è che non sei mai stato tanto simile a John Terry in vita tua, il tuo eroe, il campione che avresti sempre voluto essere, dietro le tue scrivanie oleose e i tuoi turni massacranti, bello, ricco e talentuoso, coi contratti milionari e le modelle al fianco, adesso è identico a te: a terra, disperato e chiuso in se stesso, steso sul prato con le mani in faccia, piccolissimo e insignificante, ecco che improvvisamente ti ci riconosci, improvvisamente sei tu, John Terry, hai dovuto aspettare questo per riuscirci, la tossica lotteria dei rigori; ne sappiamo tutti qualcosa, i rigori stanno agli appassionati di pallone come le cicatrici ai bambini, ma già tocca a Ryan Giggs e non c'è più tempo per pensare al resto, sei solo tu e quel gallese del cazzo, magro e ormai stempiato, sei tu, sei lui, hai i suoi stinchi, le sue ginocchia, si gratta, ti gratti anche tu, lo segui, lo anticipi, gli vorresti suggerire nell’orecchio qualche cosa, la direzione, il tuo presentimento, il sogno della settimana scorsa, oppure lo vorresti spintonare proprio al momento dell'esecuzione, dipende sempre da quel piccolo filo che da bambino t'ha fatto prendere una direzione oppure un'altra, sei Ryan Giggs o sei Peter Cech, in entrambi i casi è proprio il tuo cuore a fare questo rumore assurdo, è meglio se ti dai una calmata, amico mio, perché tanto la tua impotenza resta, e il gallese te lo dimostra, calciando il tiro di rigore più sensato, bello e pacato che ti riesca a ricordare, ah se solo sapessi battere anche tu in quella maniera; e c'è un signore con la camicia blu e gli occhiali che adesso dà le spalle al televisore e piange, piange e avrà 50 anni, piange perché è un tifoso del Manchester United e lo sa, lo sente dentro le vene secche, che potrebbe essere a un passo dalla Vittoria, perciò piange, quel signore, che a 50 anni suonati, o giù di lì, avrà conosciuto, in vita propria, ben altri motivi per piangere o gioire, eppure lo stesso piange, in silenzio, da solo, dietro gli occhiali, a Roma, e darebbe in cambio qualsiasi cosa, il conto in banca, le scarpe di pelle, il passaporto, la fedina penale; SEI quel signore, l'avresti mai detto?, sei proprio lui, lo sei stato tantissime volte in vita tua, lo sei di nuovo, ti scorre velocissimo il suo sangue negli organi e gli vorresti dire, suggerire, di ripensarci, gli vorresti prendere gli occhi e lanciarli sullo schermo, gli vorresti dire guarda!, guarda Anelka, il tuo avversario, il tuo nemico, guardalo, guardalo perché ha quella faccia lì, Anelka, quella faccia che hai imparato a riconoscere dopo migliaia di partite viste e rigori dati a favore o contro. Ha la faccia di Roberto Baggio, ha la faccia di quello che s’è sentito qualcosa, ha la faccia di uno che se li avverte tutti conficcati nel cervello i milioni di occhi che lo stanno guardando in quel momento e questa è la cosa peggiore che può capitarti, se di mestiere fai il giocatore di pallone, percepire l’enormità di quello che stai per fare, avvertire sui peli dietro la nuca tutto quel buio in cui hanno scelto di rifugiarsi quelli che come il signore del Druid’s Rock non hanno avuto il coraggio di guardare, e saranno centinaia di migliaia, perciò gli vorresti dire, a quel signore girato di spalle, che si copre gli occhi con tutti gli occhiali, di ripensarci, di guardare, perché Anelka ha la faccia giusta se sei un tifoso del Manchester United, oppure sbagliatissima, se tifi dall'altra parte, la peggiore faccia possibile, la faccia della paura, la faccia di quello che sbaglierà la mira, che fallirà il colpo, Anelka ha la faccia di quello che il rigore decisivo sa già di averlo fallito, e infatti c’è questo momento di decompressione che arriva, come quando chiudi il finestrino in autostrada a 130 all’ora e senti quel rumorino in fondo all’orecchio, ecco, senti quello stesso rumorino mentre Anelka fa esattamente quello che ti eri aspettato, che avresti voluto dire al signore con gli occhiali appannati, sbaglia il rigore, e ti dici che il calcio è una cosa che fugge via davanti ai ragionamenti del giusto e dello sbagliato, il calcio è una cosa viva che ridà la vista ai ciechi, non a caso il signore con gli occhiali ora ci vede benissimo e ha la faccia incassata dentro il collo di perfetti sconosciuti che saltano e urlano e tutti piangono perché hanno VINTO, pensi che non l’hai mai vista tanta gente piangere dentro a un pub, pensi che ci voleva il Manchester United, pensi che perfino un paralitico, davanti alla Parata Totale di van der Sar, lì dentro, al Druid’s Rock, avrebbe preso e si sarebbe alzato dalla carrozzina. Così, senza pensarci. John TerrySe ne vanno i tifosi del Chelsea. Ne hanno abbastanza di birra e destino. Quei neri, di colore, ben vestiti. Se ne vanno, sfilano tra gli avversari estasiati: li guardiamo andare via, nella notte romana, verso Rione Monti, in discesa, verso il Colosseo, nell’illusione di poter dimenticare. Non dimenticheranno. Mai più. Dimenticheranno tutto, della loro vita, faticheranno a ricordarsi, tra venti o quarant’anni, i ricordi più belli, i nomi dei parenti, le date di nascita e di morte della gente cara, ma davanti a una casacca del Manchester United non conosceranno un istante di esitazione: impallidiranno e sapranno perché. Calceranno lattine per la strada tutta la vita, da vecchi perfino, anche se doleranno le ginocchia, e ogni volta che verrà fuori una parabola perfetta, ripenseranno al loro capitano, John Terry, che un giorno di maggio litigò col suo personalissimo destino e scese al livello dei comuni mortali. Guarderanno partite per sempre, col tempo ritroveranno il coraggio di tenere gli occhi aperti durante un calcio di rigore e prima o poi avranno anche la loro vendetta. L'abbiamo avuta tutti, la nostra vendetta, nel calcio. Perché il pallone questo fa: ti stende al tappeto ma poi ti concede la seconda occasione. E' la severa moralità di questo sport: nella nostra esistenza saranno assai di più le occasioni in cui saremo come John Terry disperato per terra. Solo a pochi eletti capiterà di gioire come van der Sar. Passeremo i nostri anni più belli piegati per la sofferenza, ma ci riprenderemo. Ritroveremo la forza di tornare a centrocampo. Pescheremo dentro di noi il coraggio per battere ancora un calcio di rigore senza scivolare. Sono solo 11 metri, soltanto 90 minuti: ma, oddio, certe volte, che fatica.

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Tag: quotidianismi, scritto da stefano havana

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Date: Wednesday, 21 May 2008 23:28

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Pubblicato da noantri | Commenti (21) Tag: attualità, scritto da andy capp

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Tag: attualità, scritto da andy capp

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Date: Tuesday, 20 May 2008 23:00

Un bomber blu. Lo scudetto tricolore. I capelli corti. Ma non rasati, ché noi coi nazi non c'entriamo. Sotto al bomber, sotto alcuni bomber, spunta la kefiah palestinese. E' la nostra divisa. Io ho aggiunto un teschio a spilla comprato al mercatino, è il simbolo della decima mas e sotto c'è scritto oltre la morte. Sul petto la croce celtica, un simbolo che è tutto un mondo di significati. Mi viene da ridere, oggi, vent'anni dopo, a vederlo nelle curve, come un che guevara qualsiasi, un simbolo di marketing o poco più. Vent'anni prima, invece, abbiamo diciottanni. Ancora non sappiamo - non possiamo sapere - che il nostro leader, un giorno, mostrerà con orgoglio la celtica in tv, stuzzicato dalla conduttrice, e dirà che "appartiene a Paolo Di Nella e quello che lei mi sta facendo è un atto di violenza". Dignità e coerenza di un uomo. No, per ora la celtica ce la teniamo stretta sul petto, e ci basta. Simboli, dicevo. Dieci anni dopo li considereremo vuoti, superati. Sbagliati, però, mai. Adesso invece dispiegano ancora tutto il loro fascino, facendoci sentire uniti, catacombali, un po' maledetti. Sporchi e cattivi. Che volete, abbiamo diciottanni e la politica in testa. Siamo una comunità che vive ancora nelle fogne, dove i compagni ci terrebbero volentieri, a vita. La voce della Fogna è stata una nostra rivista degli anni 70, autoironica sin dal titolo. Ora c'è Morbillo, più goliardico, impreziosito da una grafica che farà storia, ma sta chiudendo, ultimi fuochi. Siamo la retroguardia di un mondo che sta per cambiare. Siamo gli uomini e le rovine, tanto per citare il libro-culto di Evola. Il nostro leader, un giorno, sarà sindaco di Roma, ma noi non lo sappiamo. E tutto sommato, ora, nemmeno lo auspichiamo. Noi siamo solo noi. E ci chiamano fascisti. E viviamo nelle fogne. Come quelle di Colle Oppio. Accanto alle cisterne millenarie della Tomba di Nerone ci stiamo noi. Una volta a settimana tutti lì, da tutta Roma, si chiama mercoledì comunitario. Sulla parete, veleggia un veliero vichingo dipinto ad arte, tre metri per quattro, sulla vela una celtica enorme. Nello zaino, quelli di noi che leggono, tengono Rivolta contro il mondo moderno di Evola, ancora lui. E poi Militia di Degrelle e tanti altri, da Spengler a Junger a Pareto a Mishima a Eliade. Leggere autori maledetti o quantomeno snobbati dall'egemonia culturale, ci fa sentire maledetti pure a noi. Esoterici. Elitari. Aristocratici. Impresentabili. Per tutti gli altri, invece, fascisti. Io frequento la sezione della Garbatella, al pomeriggio ci si sporca le mani di colla coi manifesti, poi in giro per il quartiere ad attacchinare, diciamo proprio così, attacchinare. Un occhio sempre puntato su quelli della Fgci, i giovani comunisti, che sono centinaia e stanno a un passo, e okkio pure a quelli del centro sociale lì vicino. Alla fine noi facciamo politica sul territorio, anziani, droga, politiche sociali, edilizia e abusivismo. Ci chiamano fascisti. Eppure siamo una destra antiborghese, antiatlantista, antisionista, sociale. Se siamo fascisti, allora il fascismo è di sinistra. Pensate che oggi, coi nostri bomber e gli scudetti tricolori, sfiliamo contro la guerra in Irak di George Bush. Sfiliamo compatti, saremo tremila, per via Merulana, a Roma. Tra di noi poche donne, purtroppo, perché oltre a essere tradizionalisti siamo pure un po' maschilisti. Poche donne, ma buone. Non possiamo saperlo, ma qualcuna di loro, tempo vent'anni e sarà parlamentare e ministro. Sfiliamo compatti coi nostri cori di sempre: "Americani a casa/cosacchi nella steppa/Europa nazione/nazione sarà", i saluti romani coprendosi il volto per sfuggire ai fotografi, ogni tanto ci scappa pure un comunistissimo "yankee go home". E poi i me ne frego dannunziani. E qualche "duce! duce!" che non guasta mai. Siamo una peggio gioventù confusa e goliardica, eppure vitale. Siamo l'ultima illusione di una via nazionale al socialismo, per questo paese che amiamo in modo viscerale, alla "blut und boden", direi. Siamo gli scampoli un tanto al metro di quel che non è riuscito a Rauti, e non riuscirà mai più. Ma siamo in ritardo di vent'anni sul treno della storia. Tra non molto le catacombe si apriranno grazie a (o per colpa di) un signore che si chiama Berlusconi e un altro signore che si chiama Fini. Certe volte penso a come sarebbe andata la storia del dopoguerra se non fossero esistite le disposizioni transitorie e finali della Costituzione. Se non esistesse il reato di apologia del fascismo. Se i vinti non fossero stati umiliati nel modo in cui sono stati. Cosa sarebbe stato il Msi? Chi avremmo messo fuori dall'arco costituzionale? Non può destare molta attrazione, almeno tra i giovani, ciò che non è proibito. Questo penso. Che il neofascismo e il postfascismo si sono abbeverati a questo culto del proibito, delle catacombe, del noi felici pochi. Che in definitiva, e paradossalmente, la stessa democrazia ha finito per mantenere in vita lei stessa, e alimentare, il mito del fascismo anche nelle generazioni successive al fascismo.   Questo penso. Ma oggi, mentre sfilo su via Merulana, questo non lo penso ancora. Non lo posso ancora pensare. Oggi ci chiamano ancora fascisti e stiamo sfilando su Via Merulana contro la guerra in Irak. Peraltro in aperta polemica con il Msi, partito law and order di cui dovremmo formare l'organizzazione giovanile. I poliziotti ci guardano a vista. Non riesco a capire perché ogni volta che facciamo una manifestazione - e siamo tre gatti - intervengono centinaia di poliziotti. Perché, ogni volta che scendiamo in piazza viene indetto nelle vicinanze un "corteo di vigilanza democratica". Non riesco a capirlo, ma questo ci rende ancora più sfrontati e ci da un senso di invincibilità. Mai capitato in una manifestazione violenta, comunque. Mai dato nemmeno uno schiaffo. Ed è ormai un anno che frequento il Fronte della Gioventù. Per tutti, però, noi siamo i violenti. Siamo i fascisti. Lo capisco ancora meglio quando, alle viste di Piazza San Giovanni, un vecchietto si affianca al corteo, dal marciapiede, e inizia a inveire contro di noi: "fascisti di merda, dovete morire, dovete essere tutti fucilati, io sono stato partigiano, e inizia a sputarci addosso". E' solo un vecchietto malmesso, ma ci sputa addosso, tra l'altro è bravissimo, a sputare, non so come faccia, riesce ad acchiappare me e qualcun altro, noi nemmeno ci pensiamo a reagire, figuriamoci; arriva un dirigente preoccupato che la situazione precipiti, poi un paio di poliziotti, ma la situazione non precipita. Il dirigente va a parlare col vecchietto, è un ragazzo in gamba, un giorno farà il consigliere comunale, parla col vecchietto, che nel frattempo s'è dato una calmata, e tutto finisce là. Però a me quest'episodio mi segna, inutile negarlo. Mi fa pensare a quanto siano profonde le radici dell'odio. Mi sa che per oggi metto da parte il bomber e me ne vado a casa a studiare. Ringrazio l'amico giggimassi per il post. Sono stato io a chiedergli un punto di vista su quegli anni di militanza, sul sentirsi appestati e sulle sensazioni dello sdoganamento della destra sociale di questi ultimi tempi. Tra le sue righe leggo gli ideali di un ragazzo di 20 anni, i sogni di chi vede un mondo da cambiare. Magari non nella stessa maniera che vorrei io. No, non mi sento di mettere la firma sotto quello che ha scritto giggimassi. Forse i nostri sogni sono simili, ma gli ideali troppo diversi. Tuttavia le sue parole e la storia che ha raccontato invitano alla riflessione. Proprio perché sogni e ideali hanno diviso tante generazioni, ma il mondo non è mai cambiato. [aNDy cAPp]

Pubblicato da noantri | Commenti (47) Tag: scritto da giggimassi, factory del dissenso

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Date: Tuesday, 20 May 2008 23:00

Un bomber blu. Lo scudetto tricolore. I capelli corti. Ma non rasati, ché noi coi nazi non c'entriamo. Sotto al bomber, sotto alcuni bomber, spunta la kefiah palestinese. E' la nostra divisa. Io ho aggiunto un teschio a spilla comprato al mercatino, è il simbolo della decima mas e sotto c'è scritto oltre la morte. Sul petto la croce celtica, un simbolo che è tutto un mondo di significati. Mi viene da ridere, oggi, vent'anni dopo, a vederlo nelle curve, come un che guevara qualsiasi, un simbolo di marketing o poco più. Vent'anni prima, invece, abbiamo diciottanni. Ancora non sappiamo - non possiamo sapere - che il nostro leader, un giorno, mostrerà con orgoglio la celtica in tv, stuzzicato dalla conduttrice, e dirà che "appartiene a Paolo Di Nella e quello che lei mi sta facendo è un atto di violenza". Dignità e coerenza di un uomo. No, per ora la celtica ce la teniamo stretta sul petto, e ci basta. Simboli, dicevo. Dieci anni dopo li considereremo vuoti, superati. Sbagliati, però, mai. Adesso invece dispiegano ancora tutto il loro fascino, facendoci sentire uniti, catacombali, un po' maledetti. Sporchi e cattivi. Che volete, abbiamo diciottanni e la politica in testa. Siamo una comunità che vive ancora nelle fogne, dove i compagni ci terrebbero volentieri, a vita. La voce della Fogna è stata una nostra rivista degli anni 70, autoironica sin dal titolo. Ora c'è Morbillo, più goliardico, impreziosito da una grafica che farà storia, ma sta chiudendo, ultimi fuochi. Siamo la retroguardia di un mondo che sta per cambiare. Siamo gli uomini e le rovine, tanto per citare il libro-culto di Evola. Il nostro leader, un giorno, sarà sindaco di Roma, ma noi non lo sappiamo. E tutto sommato, ora, nemmeno lo auspichiamo. Noi siamo solo noi. E ci chiamano fascisti. E viviamo nelle fogne. Come quelle di Colle Oppio. Accanto alle cisterne millenarie della Tomba di Nerone ci stiamo noi. Una volta a settimana tutti lì, da tutta Roma, si chiama mercoledì comunitario. Sulla parete, veleggia un veliero vichingo dipinto ad arte, tre metri per quattro, sulla vela una celtica enorme. Nello zaino, quelli di noi che leggono, tengono Rivolta contro il mondo moderno di Evola, ancora lui. E poi Militia di Degrelle e tanti altri, da Spengler a Junger a Pareto a Mishima a Eliade. Leggere autori maledetti o quantomeno snobbati dall'egemonia culturale, ci fa sentire maledetti pure a noi. Esoterici. Elitari. Aristocratici. Impresentabili. Per tutti gli altri, invece, fascisti. Io frequento la sezione della Garbatella, al pomeriggio ci si sporca le mani di colla coi manifesti, poi in giro per il quartiere ad attacchinare, diciamo proprio così, attacchinare. Un occhio sempre puntato su quelli della Fgci, i giovani comunisti, che sono centinaia e stanno a un passo, e okkio pure a quelli del centro sociale lì vicino. Alla fine noi facciamo politica sul territorio, anziani, droga, politiche sociali, edilizia e abusivismo. Ci chiamano fascisti. Eppure siamo una destra antiborghese, antiatlantista, antisionista, sociale. Se siamo fascisti, allora il fascismo è di sinistra. Pensate che oggi, coi nostri bomber e gli scudetti tricolori, sfiliamo contro la guerra in Irak di George Bush. Sfiliamo compatti, saremo tremila, per via Merulana, a Roma. Tra di noi poche donne, purtroppo, perché oltre a essere tradizionalisti siamo pure un po' maschilisti. Poche donne, ma buone. Non possiamo saperlo, ma qualcuna di loro, tempo vent'anni e sarà parlamentare e ministro. Sfiliamo compatti coi nostri cori di sempre: "Americani a casa/cosacchi nella steppa/Europa nazione/nazione sarà", i saluti romani coprendosi il volto per sfuggire ai fotografi, ogni tanto ci scappa pure un comunistissimo "yankee go home". E poi i me ne frego dannunziani. E qualche "duce! duce!" che non guasta mai. Siamo una peggio gioventù confusa e goliardica, eppure vitale. Siamo l'ultima illusione di una via nazionale al socialismo, per questo paese che amiamo in modo viscerale, alla "blut und boden", direi. Siamo gli scampoli un tanto al metro di quel che non è riuscito a Rauti, e non riuscirà mai più. Ma siamo in ritardo di vent'anni sul treno della storia. Tra non molto le catacombe si apriranno grazie a (o per colpa di) un signore che si chiama Berlusconi e un altro signore che si chiama Fini. Certe volte penso a come sarebbe andata la storia del dopoguerra se non fossero esistite le disposizioni transitorie e finali della Costituzione. Se non esistesse il reato di apologia del fascismo. Se i vinti non fossero stati umiliati nel modo in cui sono stati. Cosa sarebbe stato il Msi? Chi avremmo messo fuori dall'arco costituzionale? Non può destare molta attrazione, almeno tra i giovani, ciò che non è proibito. Questo penso. Che il neofascismo e il postfascismo si sono abbeverati a questo culto del proibito, delle catacombe, del noi felici pochi. Che in definitiva, e paradossalmente, la stessa democrazia ha finito per mantenere in vita lei stessa, e alimentare, il mito del fascismo anche nelle generazioni successive al fascismo.   Questo penso. Ma oggi, mentre sfilo su via Merulana, questo non lo penso ancora. Non lo posso ancora pensare. Oggi ci chiamano ancora fascisti e stiamo sfilando su Via Merulana contro la guerra in Irak. Peraltro in aperta polemica con il Msi, partito law and order di cui dovremmo formare l'organizzazione giovanile. I poliziotti ci guardano a vista. Non riesco a capire perché ogni volta che facciamo una manifestazione - e siamo tre gatti - intervengono centinaia di poliziotti. Perché, ogni volta che scendiamo in piazza viene indetto nelle vicinanze un "corteo di vigilanza democratica". Non riesco a capirlo, ma questo ci rende ancora più sfrontati e ci da un senso di invincibilità. Mai capitato in una manifestazione violenta, comunque. Mai dato nemmeno uno schiaffo. Ed è ormai un anno che frequento il Fronte della Gioventù. Per tutti, però, noi siamo i violenti. Siamo i fascisti. Lo capisco ancora meglio quando, alle viste di Piazza San Giovanni, un vecchietto si affianca al corteo, dal marciapiede, e inizia a inveire contro di noi: "fascisti di merda, dovete morire, dovete essere tutti fucilati, io sono stato partigiano, e inizia a sputarci addosso". E' solo un vecchietto malmesso, ma ci sputa addosso, tra l'altro è bravissimo, a sputare, non so come faccia, riesce ad acchiappare me e qualcun altro, noi nemmeno ci pensiamo a reagire, figuriamoci; arriva un dirigente preoccupato che la situazione precipiti, poi un paio di poliziotti, ma la situazione non precipita. Il dirigente va a parlare col vecchietto, è un ragazzo in gamba, un giorno farà il consigliere comunale, parla col vecchietto, che nel frattempo s'è dato una calmata, e tutto finisce là. Però a me quest'episodio mi segna, inutile negarlo. Mi fa pensare a quanto siano profonde le radici dell'odio. Mi sa che per oggi metto da parte il bomber e me ne vado a casa a studiare. Ringrazio l'amico giggimassi per il post. Sono stato io a chiedergli un punto di vista su quegli anni di militanza, sul sentirsi appestati e sulle sensazioni dello sdoganamento della destra sociale di questi ultimi tempi. Tra le sue righe leggo gli ideali di un ragazzo di 20 anni, i sogni di chi vede un mondo da cambiare. Magari non nella stessa maniera che vorrei io. No, non mi sento di mettere la firma sotto quello che ha scritto giggimassi. Forse i nostri sogni sono simili, ma gli ideali troppo diversi. Tuttavia le sue parole e la storia che ha raccontato invitano alla riflessione. Proprio perché sogni e ideali hanno diviso tante generazioni, ma il mondo non è mai cambiato. [aNDy cAPp]

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Date: Monday, 19 May 2008 22:01

Benedetto Sedicesimo. Questo pensavo. Ho passato due settimane di paura, di paura vera. Quella che la notte non ti fa dormire, o quantomeno non ti fa dormire bene. Ho sognato, nell'ordine, Mazzola sul "2", il tram, che da Piazza Mancini mi spiegava che "...Mmm, no, non ce la facciamo". Ho sognato che stavo in una stanza con un grosso scorpione. Uno scorpione. Ho sognato esattamente me stesso sei anni fa, in un drammatico pomeriggio di maggio. Me stesso fuori dall'Olimpico. Ho sognato di piangere disperatamente. Mi sono svegliato sudato. Ho vissuto un anno strano. Personalmente ho dovuto confrontarmi con alcuni appuntamenti importanti. Ma non c'è mai stato nulla - concorsi, un nuovo lavoro assurdo - che mi abbia mai fatto soffrire, tremare e impazzire di gioia come questa mia indecifrabile squadra. In questo clima. In questa città. Giustamente assediato, vero panda, ultimo giapponese che difende Iwo Jima. Gli ultimi giorni di passione e preghiere. Vivevo da pagano. Cercavo di interpretare i segni. Le cornacchie che sorvolavano lo Studio, insieme ai gabbiani. "Cattivo presagio", dicevo io grattandomi e toccando un pezzo di ferro; "coglione" rispondeva il mio compagno di stanza. Lui è sano. E' un professionista. Non tifa. Pregavo Dio, ma non come un cattolico prega Dio. Pregavo Dio da pagano, "affinché mi concedesse la VITTORIA". E l'ho ringraziato, Dio, domenica pomeriggio. In ginocchio, in giardino, tra condomini muti e voci lontane di bestemmie. In ginocchio a gridare a braccia alzate con tutta la voce rimasta "Grazie Dio per avermi dato la VITTORIA". Tre volte. Da pagano. IbraIbrahimovic. E' riuscito a mostrare ai miei genitori il lato oscuro di un figlio. Dopo 27 anni hanno capito cosa posso diventare sotto pressioni forti. Libri scaraventati - in modo sacrilego - lontano da una libreria. Cuscini lanciati, ovetti di cioccolata scaraventati in OGNI direzione (li avranno raccolti?). Urla inintelligibili e profonde, colpi violentissimi sui tavoli di legno. Questo al primo gol. Tiro. Gol. Reazione. Maicon se ne va. Cross. Ibra. Gol. Non capisco subito. Era troppo. Non l'ho realmente visto, quel gol. Ho solo visto me stesso da fuori, circa un minuto dopo, come se ci fosse stata una telecamera. Piangevo in ginocchio appoggiato alla madia.   E ancora non ci credevo. Il Parma può farci tre gol. Può essere. Può capitare. Non è scaramanzia, è l'Inter. CapitanoCampionedItaliaDopo qualche minuto vedo mio cognato muovere la bocca. Non sentivo bene. Prima muoveva la bocca, ma io il significato di quelle parole l'ho capito solo dopo. Mi diceva che era fatta matematicamente. Fino ad un istante prima urlavo insulti con la bava alla bocca al telecronista Caressa - romanista - il quale continuava a dire "E' fatta...". "E' fatta sto cazzo...brutto..." ecc. ecc. Mio padre mi guardava. Non parlava più. Anche C. mi guardava, da lontano. Da migliaia di chilometri. Chissà come deve apparire il suo uomo in preda ad incontenibili emozioni. Quando vede la follia del Calcio materializzarsi nei miei occhi si mette subito sulla difensiva. "Tìo... Callate". Come a dire: "Zitto... Subumano". Non potrà mai capire. E' abituata a sentire parole come "amore" solo per lei. Ma lei non è l'unica. Cioè è l'Unica, in compagnia di un altro bizzarro sentimento. Penso ancora a C., al mare, alla pioggia, a Zanetti che ho amato da quando avevo 13 anni e lui segnò un gol al Verona partendo quasi da metà campo. Lui è l'Esempio. Io sono il suo Discepolo. La mattina, quando mi viene da vomitare prima di andare a lavorare, penso a lui. L'Esempio. Sono per terra davanti alla TV. Mio padre, mia madre, mia sorella e mio cognato sono seduti dietro. C'è la TV, io per terra, loro dietro che guardano. Muti. Non ce la faccio più, sento il respiro tagliato dall'onda di emozioni. Devo uscire. In giardino, a prendere aria. A ringraziare Dio. Il Dio degli Eserciti. Signore delle Tempeste e degli Elementi. Capriccioso, volubile e crudele. Come un uomo. Come un tifoso. ...Con i colori del cielo e della notte, l'infinito amore. Eterna Squadra Mia. [Glielo dovevo, al Viceré, lo spazio per questo post. Era una vecchia promessa. Se l'è sudato, se l'è meritato. L'ho visto, recentemente, come uno si aspetterebbe di vedere una persona dopo un triste funerale. E invece era per l'Inter. Mi ha creato imbarazzo con altra gente, mi ha rovinato le serate coi suoi silenzi inconsolabili, coi suoi fantasmi. L'ho visto smagrire, deperire. E l'ho visto risorgere a nuova vita. This is football, fratello. Non c'è nessuno che lo sappia meglio di noi. - ndSte]

Pubblicato da noantri | Commenti (96) Tag: pallone, scritto dal viceré

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Date: Monday, 19 May 2008 22:01

Benedetto Sedicesimo. Questo pensavo. Ho passato due settimane di paura, di paura vera. Quella che la notte non ti fa dormire, o quantomeno non ti fa dormire bene. Ho sognato, nell'ordine, Mazzola sul "2", il tram, che da Piazza Mancini mi spiegava che "...Mmm, no, non ce la facciamo". Ho sognato che stavo in una stanza con un grosso scorpione. Uno scorpione. Ho sognato esattamente me stesso sei anni fa, in un drammatico pomeriggio di maggio. Me stesso fuori dall'Olimpico. Ho sognato di piangere disperatamente. Mi sono svegliato sudato. Ho vissuto un anno strano. Personalmente ho dovuto confrontarmi con alcuni appuntamenti importanti. Ma non c'è mai stato nulla - concorsi, un nuovo lavoro assurdo - che mi abbia mai fatto soffrire, tremare e impazzire di gioia come questa mia indecifrabile squadra. In questo clima. In questa città. Giustamente assediato, vero panda, ultimo giapponese che difende Iwo Jima. Gli ultimi giorni di passione e preghiere. Vivevo da pagano. Cercavo di interpretare i segni. Le cornacchie che sorvolavano lo Studio, insieme ai gabbiani. "Cattivo presagio", dicevo io grattandomi e toccando un pezzo di ferro; "coglione" rispondeva il mio compagno di stanza. Lui è sano. E' un professionista. Non tifa. Pregavo Dio, ma non come un cattolico prega Dio. Pregavo Dio da pagano, "affinché mi concedesse la VITTORIA". E l'ho ringraziato, Dio, domenica pomeriggio. In ginocchio, in giardino, tra condomini muti e voci lontane di bestemmie. In ginocchio a gridare a braccia alzate con tutta la voce rimasta "Grazie Dio per avermi dato la VITTORIA". Tre volte. Da pagano. IbraIbrahimovic. E' riuscito a mostrare ai miei genitori il lato oscuro di un figlio. Dopo 27 anni hanno capito cosa posso diventare sotto pressioni forti. Libri scaraventati - in modo sacrilego - lontano da una libreria. Cuscini lanciati, ovetti di cioccolata scaraventati in OGNI direzione (li avranno raccolti?). Urla inintelligibili e profonde, colpi violentissimi sui tavoli di legno. Questo al primo gol. Tiro. Gol. Reazione. Maicon se ne va. Cross. Ibra. Gol. Non capisco subito. Era troppo. Non l'ho realmente visto, quel gol. Ho solo visto me stesso da fuori, circa un minuto dopo, come se ci fosse stata una telecamera. Piangevo in ginocchio appoggiato alla madia.   E ancora non ci credevo. Il Parma può farci tre gol. Può essere. Può capitare. Non è scaramanzia, è l'Inter. CapitanoCampionedItaliaDopo qualche minuto vedo mio cognato muovere la bocca. Non sentivo bene. Prima muoveva la bocca, ma io il significato di quelle parole l'ho capito solo dopo. Mi diceva che era fatta matematicamente. Fino ad un istante prima urlavo insulti con la bava alla bocca al telecronista Caressa - romanista - il quale continuava a dire "E' fatta...". "E' fatta sto cazzo...brutto..." ecc. ecc. Mio padre mi guardava. Non parlava più. Anche C. mi guardava, da lontano. Da migliaia di chilometri. Chissà come deve apparire il suo uomo in preda ad incontenibili emozioni. Quando vede la follia del Calcio materializzarsi nei miei occhi si mette subito sulla difensiva. "Tìo... Callate". Come a dire: "Zitto... Subumano". Non potrà mai capire. E' abituata a sentire parole come "amore" solo per lei. Ma lei non è l'unica. Cioè è l'Unica, in compagnia di un altro bizzarro sentimento. Penso ancora a C., al mare, alla pioggia, a Zanetti che ho amato da quando avevo 13 anni e lui segnò un gol al Verona partendo quasi da metà campo. Lui è l'Esempio. Io sono il suo Discepolo. La mattina, quando mi viene da vomitare prima di andare a lavorare, penso a lui. L'Esempio. Sono per terra davanti alla TV. Mio padre, mia madre, mia sorella e mio cognato sono seduti dietro. C'è la TV, io per terra, loro dietro che guardano. Muti. Non ce la faccio più, sento il respiro tagliato dall'onda di emozioni. Devo uscire. In giardino, a prendere aria. A ringraziare Dio. Il Dio degli Eserciti. Signore delle Tempeste e degli Elementi. Capriccioso, volubile e crudele. Come un uomo. Come un tifoso. ...Con i colori del cielo e della notte, l'infinito amore. Eterna Squadra Mia. [Glielo dovevo, al Viceré, lo spazio per questo post. Era una vecchia promessa. Se l'è sudato, se l'è meritato. L'ho visto, recentemente, come uno si aspetterebbe di vedere una persona dopo un triste funerale. E invece era per l'Inter. Mi ha creato imbarazzo con altra gente, mi ha rovinato le serate coi suoi silenzi inconsolabili, coi suoi fantasmi. L'ho visto smagrire, deperire. E l'ho visto risorgere a nuova vita. This is football, fratello. Non c'è nessuno che lo sappia meglio di noi. - ndSte]

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Date: Sunday, 18 May 2008 22:01

Mi rizzo a sedere sul letto. Saranno le tre di qualche notte fa. "Current tv - dice la sovrimpressione di Sky - il primo canale di informazione in Italia in cui sei TU a fare la notizia". Leggo e rileggo il terrificante distico: la saliva non scende e non sale, le narici si serrano come prima di uno starnuto. "Sei TU a fare la notizia! TU! TU! TU!". Apro e chiudo gli occhi ma quel TU rimane, scintillante e pauroso come un dente di squalo: io?, mi domando da solo, come sarebbe a dire IO? Ma guarda un po' che razza di pigroni senza ritegno che sono diventati questi guru dei nuovi media: loro ci mettono il capitale iniziale, tre assegni firmati, e poi pretendono di far fare a NOI il grosso del lavoro. Si trincerano dietro questi grandi nomi, Al Gore, Aaaaaal Gooooooreeeeeee, e lanciano esche spaventose in nome della libertà assoluta. Io la odio la libertà assoluta. Mi fa una paura questa libertà assoluta che mi viene da scansarmi come quando d'estate entra una vespa dalla finestra aperta. algorenoantri Current Tv, la televisione che fai tu; You Tube, la televisione che fai tu; i blog, l'informazione che fai tu. Facciamo tutto NOI, ormai. Il che andrebbe benissimo, se non fosse che la maggior parte di questo "noi" è costituita da altisonanti rincoglioniti a piede libero. Io, ogni volta che sento parlare di Libertà Totale, avverto come un cappio intorno al collo che si serra a poco a poco: mi metto lì a immaginare orde di neo giornalisti d'assalto che tra un lucchetto di ponte milvio e una rissa per futili motivi decide anche di fornire notizie per il telegiornale. Di fare "opinione". E' proprio necessaria una piattaforma in cui il primo arrivato può dire il cazzo che gli pare? E' libertà questa? Sono ormai cinque giorni che guardo Current Tv e posso fatalmente dire che, FINORA, trattasi di cagata pazzesca. Il contenuto più nuovo gira sui canali satellitari e sulla rete da almeno 12/18 mesi e il resto è fuffa autoreferenziale, inseguimenti di macchine della polizia e gare di skateboard di diciassettenni coi jeans scesi dietro al sedere. Però va di moda. Non a caso la conferenza stampa di presentazione è stata tenuta nel teatro più gggiovane di Roma - l'Ambra Jovinelli, quello della Dandini e di Ascanio Celestini - al cospetto dei blogger più fighissimi della Rete i quali, nel più roseo dei casi, hanno pubblicato sui loro siti le foto degli stivali texani di Al Gore. E meno male che l'informazione la facciamo NOI. Voi fareste guidare l'aeroplano su cui state viaggiando a un postino? Semmai estratto a sorte tra i passeggeri? Io manco per niente: piuttosto mi lancerei giù senza paracadute. Lo capisco che un aereo del genere sarebbe il massimo per i viaggiatori dai 18 ai 30 anni, o in gita scolastica, ma non sarebbe il massimo per me. Sembrerebbe democratico, invece è pericoloso. Siamo d'accordo: i biglietti per una cosa del genere andrebbero a ruba - poter pilotare un aereo! WOW! - ma quello che vi chiedo è: secondo voi un pilota vero, il migliore dei piloti di linea, accetterebbe mai, alla lunga, di lavorare per una Compagnia del genere? Una Compagnia che, spesso e volentieri, fa pilotare chiunque! Io dico di no: dico che un pilota vero, preferirebbe perfino l'Alitalia a un puttanaio del genere. Perciò quando Al Gore afferma che Current Tv sarà l'oasi dei giornalisti censurati, qualcuno in sala, invece che preoccuparsi dei suoi stivali di pitone, dovrebbe domandargli, ad Al Gore, quale giornalista serio al mondo, secondo lui, sceglierà mai di pubblicare la propria inchiesta "scomoda" sull'ennesima tv satellitare di Murdoch che alterna inseguimenti di macchine a interviste a puttane fatte da blogger: un'inchiesta scomoda pubblicata in un contenitore del genere non farebbe altro che legittimare la scelta perpetrata dai censori. algorestivalinoantri La maggior parte di noi non può - non può - pilotare un aereo e non può - non può - fare televisione, informazione, editoria. Però la possibilità ci stuzzica, pagheremmo oro per mettere le mani su quella cloche e su tutti quei bottoni illuminati. Ci viene duro nelle mutande solo a pensarci e questo è sufficiente. Accorriamo in massa, perché davanti all'ipotesi di filmare l'ennesimo pretestuoso episodio di bullismo e mandarlo in onda su Current Tv, semmai vedendoci riconosciuta una piccola percentuale di guadagno, ecco, davanti a tale goduria, saremmo disposti a vendere nostra madre, oppure, più verosimilmente, a produrre una falsa notizia. A quelli di Current Tv frega poco: loro su quel milione di notizie inutili che NOI produciamo ci incollano sopra banner e spot pubblicitari e per ogni 100 euro che ci elargiscono come "grazie e arrivederci" loro ne intascano 15 volte tanto. Se la notizia è falsa, mal costruita, di parte, copiata, se l'aereo viene guidato male, se precipita, se serve EstaThè scaduti, a loro, ai "capi con gli stivali", non importa. Dicono che controlleranno ma, come sempre, non lo faranno: e infatti, ad oggi, Current Tv fa schifo. Un contenitore di spazzatura assolutamente non differenziata. Quello che vorrei io è un'informazione seria, arricchita da firme coi controcoglioni. Vorrei un giornalismo d'inchiesta, che si sporchi le mani e si impolveri, per dirla come Flannery O' Connor, che si consumi gli avambracci a forza di tenerli appoggiati sulle scrivanie davanti alle tastiere. Vorrei servizi puntuali, punti di vista nuovi, interessanti, che riescano ad anticipare il pubblico e non si limitino soltanto a seguirlo. Non è vero che tutti NOI abbiamo qualcosa di interessante da dire: la maggior parte di NOI ha un bel niente da dire, però è sempre di più invitato a dirlo lo stesso. Dire qualsiasi cosa sta cominciando a convenire molto più del silenzio e in tale scenario, è inutile illuderci, quei pochi che davvero hanno già, o avranno, la competenza per illuminarci, non si prenderanno mai la briga di farlo. Pilotare un aereo è molto difficile: servono anni di preparazione e decenni di pratica. Io voglio i PILOTI dietro la cloche, i PILOTI con le decorazioni sulle spalline. Bisogna proiettarsi a qualcosa di meglio. Per informare non serve Current Tv. Per scrivere non serve il self-pubblishing. (Il motto di www.ilmiolibro.it, nuova deriva del self-pubblishing del Gruppo Editoriale l'Espresso, è il seguente: "Se l'hai scritto, va stampato", al che a me viene da grattarmi i coglioni. Non credete anche voi che prima di vederlo stampato, un libro, dovrebbe intercorrere una serie di passaggi un po' più completi e complicati del suadente "un click e via!"? Non vi sembra che siamo sempre lì? Allo stesso punto del discorso? A bordo di un aereo pilotato da un postino?) Per scrivere, diceva Bukowski, servono due cose: il talento e il talento. L'obiettivo di un'informazione vera dovrebbe essere quello di non sentire mai più il bisogno di una televisione o di un'editoria dove il bello è rappresentato unicamente dall'illusione che possiamo essere NOI i protagonisti "al solo costo di" oppure "in pochissimi click". La libertà assoluta non deve essere un ostacolo alla verità.

Pubblicato da noantri | Commenti (32) Tag: attualità, scritto da stefano havana

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Date: Sunday, 18 May 2008 22:01

Mi rizzo a sedere sul letto. Saranno le tre di qualche notte fa. "Current tv - dice la sovrimpressione di Sky - il primo canale di informazione in Italia in cui sei TU a fare la notizia". Leggo e rileggo il terrificante distico: la saliva non scende e non sale, le narici si serrano come prima di uno starnuto. "Sei TU a fare la notizia! TU! TU! TU!". Apro e chiudo gli occhi ma quel TU rimane, scintillante e pauroso come un dente di squalo: io?, mi domando da solo, come sarebbe a dire IO? Ma guarda un po' che razza di pigroni senza ritegno che sono diventati questi guru dei nuovi media: loro ci mettono il capitale iniziale, tre assegni firmati, e poi pretendono di far fare a NOI il grosso del lavoro. Si trincerano dietro questi grandi nomi, Al Gore, Aaaaaal Gooooooreeeeeee, e lanciano esche spaventose in nome della libertà assoluta. Io la odio la libertà assoluta. Mi fa una paura questa libertà assoluta che mi viene da scansarmi come quando d'estate entra una vespa dalla finestra aperta. algorenoantri Current Tv, la televisione che fai tu; You Tube, la televisione che fai tu; i blog, l'informazione che fai tu. Facciamo tutto NOI, ormai. Il che andrebbe benissimo, se non fosse che la maggior parte di questo "noi" è costituita da altisonanti rincoglioniti a piede libero. Io, ogni volta che sento parlare di Libertà Totale, avverto come un cappio intorno al collo che si serra a poco a poco: mi metto lì a immaginare orde di neo giornalisti d'assalto che tra un lucchetto di ponte milvio e una rissa per futili motivi decide anche di fornire notizie per il telegiornale. Di fare "opinione". E' proprio necessaria una piattaforma in cui il primo arrivato può dire il cazzo che gli pare? E' libertà questa? Sono ormai cinque giorni che guardo Current Tv e posso fatalmente dire che, FINORA, trattasi di cagata pazzesca. Il contenuto più nuovo gira sui canali satellitari e sulla rete da almeno 12/18 mesi e il resto è fuffa autoreferenziale, inseguimenti di macchine della polizia e gare di skateboard di diciassettenni coi jeans scesi dietro al sedere. Però va di moda. Non a caso la conferenza stampa di presentazione è stata tenuta nel teatro più gggiovane di Roma - l'Ambra Jovinelli, quello della Dandini e di Ascanio Celestini - al cospetto dei blogger più fighissimi della Rete i quali, nel più roseo dei casi, hanno pubblicato sui loro siti le foto degli stivali texani di Al Gore. E meno male che l'informazione la facciamo NOI. Voi fareste guidare l'aeroplano su cui state viaggiando a un postino? Semmai estratto a sorte tra i passeggeri? Io manco per niente: piuttosto mi lancerei giù senza paracadute. Lo capisco che un aereo del genere sarebbe il massimo per i viaggiatori dai 18 ai 30 anni, o in gita scolastica, ma non sarebbe il massimo per me. Sembrerebbe democratico, invece è pericoloso. Siamo d'accordo: i biglietti per una cosa del genere andrebbero a ruba - poter pilotare un aereo! WOW! - ma quello che vi chiedo è: secondo voi un pilota vero, il migliore dei piloti di linea, accetterebbe mai, alla lunga, di lavorare per una Compagnia del genere? Una Compagnia che, spesso e volentieri, fa pilotare chiunque! Io dico di no: dico che un pilota vero, preferirebbe perfino l'Alitalia a un puttanaio del genere. Perciò quando Al Gore afferma che Current Tv sarà l'oasi dei giornalisti censurati, qualcuno in sala, invece che preoccuparsi dei suoi stivali di pitone, dovrebbe domandargli, ad Al Gore, quale giornalista serio al mondo, secondo lui, sceglierà mai di pubblicare la propria inchiesta "scomoda" sull'ennesima tv satellitare di Murdoch che alterna inseguimenti di macchine a interviste a puttane fatte da blogger: un'inchiesta scomoda pubblicata in un contenitore del genere non farebbe altro che legittimare la scelta perpetrata dai censori. algorestivalinoantri La maggior parte di noi non può - non può - pilotare un aereo e non può - non può - fare televisione, informazione, editoria. Però la possibilità ci stuzzica, pagheremmo oro per mettere le mani su quella cloche e su tutti quei bottoni illuminati. Ci viene duro nelle mutande solo a pensarci e questo è sufficiente. Accorriamo in massa, perché davanti all'ipotesi di filmare l'ennesimo pretestuoso episodio di bullismo e mandarlo in onda su Current Tv, semmai vedendoci riconosciuta una piccola percentuale di guadagno, ecco, davanti a tale goduria, saremmo disposti a vendere nostra madre, oppure, più verosimilmente, a produrre una falsa notizia. A quelli di Current Tv frega poco: loro su quel milione di notizie inutili che NOI produciamo ci incollano sopra banner e spot pubblicitari e per ogni 100 euro che ci elargiscono come "grazie e arrivederci" loro ne intascano 15 volte tanto. Se la notizia è falsa, mal costruita, di parte, copiata, se l'aereo viene guidato male, se precipita, se serve EstaThè scaduti, a loro, ai "capi con gli stivali", non importa. Dicono che controlleranno ma, come sempre, non lo faranno: e infatti, ad oggi, Current Tv fa schifo. Un contenitore di spazzatura assolutamente non differenziata. Quello che vorrei io è un'informazione seria, arricchita da firme coi controcoglioni. Vorrei un giornalismo d'inchiesta, che si sporchi le mani e si impolveri, per dirla come Flannery O' Connor, che si consumi gli avambracci a forza di tenerli appoggiati sulle scrivanie davanti alle tastiere. Vorrei servizi puntuali, punti di vista nuovi, interessanti, che riescano ad anticipare il pubblico e non si limitino soltanto a seguirlo. Non è vero che tutti NOI abbiamo qualcosa di interessante da dire: la maggior parte di NOI ha un bel niente da dire, però è sempre di più invitato a dirlo lo stesso. Dire qualsiasi cosa sta cominciando a convenire molto più del silenzio e in tale scenario, è inutile illuderci, quei pochi che davvero hanno già, o avranno, la competenza per illuminarci, non si prenderanno mai la briga di farlo. Pilotare un aereo è molto difficile: servono anni di preparazione e decenni di pratica. Io voglio i PILOTI dietro la cloche, i PILOTI con le decorazioni sulle spalline. Bisogna proiettarsi a qualcosa di meglio. Per informare non serve Current Tv. Per scrivere non serve il self-pubblishing. (Il motto di www.ilmiolibro.it, nuova deriva del self-pubblishing del Gruppo Editoriale l'Espresso, è il seguente: "Se l'hai scritto, va stampato", al che a me viene da grattarmi i coglioni. Non credete anche voi che prima di vederlo stampato, un libro, dovrebbe intercorrere una serie di passaggi un po' più completi e complicati del suadente "un click e via!"? Non vi sembra che siamo sempre lì? Allo stesso punto del discorso? A bordo di un aereo pilotato da un postino?) Per scrivere, diceva Bukowski, servono due cose: il talento e il talento. L'obiettivo di un'informazione vera dovrebbe essere quello di non sentire mai più il bisogno di una televisione o di un'editoria dove il bello è rappresentato unicamente dall'illusione che possiamo essere NOI i protagonisti "al solo costo di" oppure "in pochissimi click". La libertà assoluta non deve essere un ostacolo alla verità.

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Tag: attualità, scritto da stefano havana

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Tag: pallone, scritto da andy capp

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Pubblicato da noantri | Commenti (30) Tag: pallone, scritto da andy capp

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Date: Thursday, 15 May 2008 22:01

Penso alla forza delle parole e all'ottusità di chi non vuole ascoltare.  Penso alla rabbia urlata per le strade e al roteare dei manganelli. Penso alla paura di chi fugge e alla luce di un lampeggiante. Penso al batticuore di chi si nasconde e agli insulti di chi osserva. Penso alla precarietà della vita, dei sentimenti, del lavoro e dell'amore. Penso a quella dei confini. Penso a chi ci ha messo una vita a capire quello che voleva. Penso a chi ancora non ha capito cosa vuole fare. Penso a chi oggi non ha voce e a quelli che vorrebbero parlare per loro. Penso alle promesse di chi ti vuole bene e a quelle di chi non sa nemmeno chi sei. Penso a quanto sarebbe semplice la vita se non ci fossero loro. Penso a chi la vita l'ha dedicata a qualcosa e c'è riuscito. Penso a quelli che non ce l'hanno fatta. Penso a quei ragazzi di 17 anni che non sanno nemmeno chi fossero i Clash. Penso anche a tutti quei vecchi che non lo sanno. Penso a quelli che ti segnano quando li incontri e lo fanno con parole convincenti più di qualsiasi pugno.   Penso che la gente dovrebbe sapere che noi dei Clash siamo anti-fascisti, contro la violenza, siamo anti-razzisti e per la creatività. Noi siamo contro l'ignoranza. Joe Strummer - Dicembre 1976

Pubblicato da noantri | Commenti (17) Tag: quotidianismi, scritto da andy capp

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Date: Thursday, 15 May 2008 22:01

Penso alla forza delle parole e all'ottusità di chi non vuole ascoltare.  Penso alla rabbia urlata per le strade e al roteare dei manganelli. Penso alla paura di chi fugge e alla luce di un lampeggiante. Penso al batticuore di chi si nasconde e agli insulti di chi osserva. Penso alla precarietà della vita, dei sentimenti, del lavoro e dell'amore. Penso a quella dei confini. Penso a chi ci ha messo una vita a capire quello che voleva. Penso a chi ancora non ha capito cosa vuole fare. Penso a chi oggi non ha voce e a quelli che vorrebbero parlare per loro. Penso alle promesse di chi ti vuole bene e a quelle di chi non sa nemmeno chi sei. Penso a quanto sarebbe semplice la vita se non ci fossero loro. Penso a chi la vita l'ha dedicata a qualcosa e c'è riuscito. Penso a quelli che non ce l'hanno fatta. Penso a quei ragazzi di 17 anni che non sanno nemmeno chi fossero i Clash. Penso anche a tutti quei vecchi che non lo sanno. Penso a quelli che ti segnano quando li incontri e lo fanno con parole convincenti più di qualsiasi pugno.   Penso che la gente dovrebbe sapere che noi dei Clash siamo anti-fascisti, contro la violenza, siamo anti-razzisti e per la creatività. Noi siamo contro l'ignoranza. Joe Strummer - Dicembre 1976

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Tag: quotidianismi, scritto da andy capp

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Date: Wednesday, 14 May 2008 22:01

Silvio sì che ci sa fare con le donne. Davvero. Adesso voi penserete: ecco il solito contributo ironico su Silvio. Direte: eccola qua, la sinistra. Sconfitta, cancellata, annientata da se stessa, che ancora attacca Silvio. Ma io non voglio attaccare Silvio, mi credete? Io stimo da matti Silvio: me lo porterei con me tutte le sere che esco, lo infilerei in macchina e gli farei scegliere la musica, gli chiederei consigli sui vestiti, sul portamento, sui migliori ristoranti. Silvio ed io, insieme, sai che coppia? Porca miseria, Silvio, ma non potevamo conoscerci al Liceo? Non potevamo essere coetanei? Silvio, non potevamo essere amici, tu ed io? Silvio ci sa fare con le donne, ci sa fare con le telecamera, ci sa fare con tutto. Silvio sa sempre dire la cosa giusta al momento giusto e riesce a trasformare un autogol terrificante in arma a doppio taglio: Silvio in doppiopetto, Silvio con le scarpette rialzate, Silvio di qua, Silvio di là. Tutti a criticare Silvio, ma Silvio è inattaccabile. Lo so, guardate, lo sento, lo avverto nell'aria, mi vibrano i capelli, lo capisco che voialtri, adesso, vi aspettate da un momento all'altro la battuta folgorante, l'anticlimax, la botta a Silvio, ma, vi giuro, no, non ne ho intenzione alcuna, sono soltanto un 28enne ammirato da come Silvio ci sappia fare con le donne. Quella roba lì, che ha combinato in Parlamento con la Nunzia De Girolamo, i bigliettini, gli ammiccamenti, durante una delle giornate campali per antonomasia per la costituzione di un nuovo governo, diobuono, m'è sembrata cosa da Re della Patonza. Silvio E' il Re della Patonza: vorrei esserlo io il Re della Patonza. Ha scritto il bigliettino, gliel'ha fatto recapitare e Nunzia gli ha risposto pure: mica una risposta qualunque, no, la risposta che tutti i marpioni di questo mondo sognano di ricevere. "Presidente, gli inviti galanti li accetto solo da lei...", un invito a nozze, una di quelle risposte che a noi, da giovani, ammesso che le ricevevamo mai, ci facevano girare nel letto con le lenzuola arrotolate nei pugni. Silvio è un maestro, io gli vorrei chiedere come fa, come ci riesce: tutto quel fuoco sacro, tutta quella passione per la Patonza, irresistibile richiamo anche alla sua età, come ci riuscirà mai? Silvio, si vede, si percepisce, Silvio la sua prima passione ce l'ha proprio per la Patonza, non la politica, non il Milan. La Patonza. Tra l'altro lo vogliamo dire o non lo vogliamo dire che la signorina De Girolamo non è affatto brutta? Silvio non le sceglie a caso, Silvio ha un gusto indiscutibile in fatto di Patonza, io lo stimo e lo rispetto tantissimo per questo. Scrivere bigliettini di quel genere, davanti a tutti, alla presenza di telecamere e fotografi, cos'è se non la punta dell'iceberg del genio? Anni fa, mettevo ancora un sacco di gelatina nei capelli, stavo al mio pub preferito - forse l'ho già raccontata questa storia, comunque ora calza a pennello - e davanti al mio tavolo c'era questa ragazza, mora, bellissima. Mi ricordo il profilo come se fosse tracciato nella sabbia: stava bevendo un Angelo Azzurro, un cocktail tutto azzurro con tre basi alcoliche composto da gin, triple sec e blu curacao, e parlava con un'amica, parlava, parlava, erano soltanto loro due al tavolo sedute e io anche parlavo e parlavo e parlavo coi miei amici, solo che mentre io parlavo coi miei amici e lei parlava con la sua amica, ci guardavamo a vicenda come se volessimo rubarci gli occhi. Ricordo perfettamente che tornai tutte le sere al mio pub preferito, per circa una settimana, sperando di rivederla, ma non la rividi mai e questa cosa, il fatto che ci tornai per circa una settimana tutte le sere, al pub preferito, vi deve far capire che quella sera, pazzeschi sguardi a parte, come mio solito, non conclusi nulla di nulla. Con un aggravante. Che ora rivelo e così torniamo a Silvio. Impazzito da quel gioco di sguardi e complicità, da quel piccolo meccanismo per il quale entrambi non riuscivamo a concentrarci più sui nostri rispettivi amici ma solo sui nostri occhi e sul nostro reciproco piacerci, decisi di fare qualcosa di concreto. Come Silvio. Mi alzai, andai alla cassa e mi feci dare carta e penna. Il cassiere mi consegnò un foglietto strappato a quadretti, preso dal blocco delle ordinazioni: stesi il foglietto sul bancone, tutto defilato, e riflettendo sul da farsi, nel frattempo, feci caso che sulla superficie del foglietto c'erano le sottili tracce di un'ordinazione precedente. Dopo poco scrissi: "Angelo azzurro, sei bella che uno ti guarda e smette di respirare", seguito da nome e numero di telefono. Impiegai talmente tanto tempo a decidermi che l'effetto del cocktail che avevo bevuto si consumò: quando avanzai verso il cameriere, mio messo viaggiatore, mi accorsi che il tavolo dell'Angelo Azzurro era desolato. Ah, fossi stato Silvio allora! Capite? Silvio non si sarebbe perso mai in elucubrazioni e tentennamenti. Silvio avrebbe agito, avrebbe fatto. E l'Angelo Azzurro gli avrebbe risposto: "Presidente qui l'unico Angelo è lei...". Silvio avrebbe vinto. Perciò stimo Silvio. Con Silvio ci andrei a bere qualcosa insieme tutte le sere e giammai torneremmo a casa a mani vuote. Con Silvio tutto è più facile, quando Silvio c'è la vita può sorridere anche se fuori piove e tutto va a scatafascio. Silvio, gli domanderei, oggi porto a cena quella, che mi consigli di fare? Come pensi che dovrei agire? Dove mi suggerisci di portarla? La cravatta? I consigli di Silvio io li prenderei come oro colato, appunterei e sottolineerei i passaggi decisivi e quelli veramente imprescindibili li vergherei di nascosto nel palmo della mia mano come durante le interrogazioni di autori greci. Silvio avrebbe sempre il cellulare acceso per me: io potrei chiamarlo a qualunque ora del giorno e della notte per raccontargli successi e fallimenti. Silvio mi porterebbe con sé, nella sua auto blu, insieme sfrecceremmo nella corsia d'emergenza della tangenziale est verso San Lorenzo e non staremmo lì ad alambiccarci il cervello riguardo parcheggi e zone a traffico limitato. Perché Silvio può. Passeremmo ovunque a sirene spiegate e le donne di tutta la città si volterebbero attratte da tanto potere. I paparazzi ci immortalerebbero in scatti venduti a colpi di milioni di euro: Silvio e Ste con due misteriose rosse, Silvio e Ste rientrano in auto e non sono soli, Silvio e Ste a Corso Francia consumano un panino con la salsiccia: la loro serata si preannuncia molto faticosa. Silvio e Ste: io imparerei per lui i meccanismi della politica e saprei cosa dire e come dirlo in pubblico, mi farei svelare i retroscena del calcio mercato e gli chiederei carnet di biglietti omaggio per le partite di calcio più importanti. Io vorrei avere Silvio come amico: sono sicuro che potrei dargli molto, con me tornerebbe a sentirsi giovane e virtuoso come quando montava le antenne in cima ai palazzi o corteggiava le ricche signore a bordo delle crociere con Galliani. Andremmo a fare shopping a Parco Leonardo e tutti resterebbero estasiati nel vederlo mangiare una fetta di pizza da Spizzico come un comune mortale. Io a Silvio lo inviterei a casa, lo introdurrei ai miei genitori come una nuova fidanzata e sono sicuro che lui farebbe il galante con mia madre e l'amicone con mio padre. Con Silvio mi sentirei al sicuro. Lui mi proteggerebbe dagli extracomunitari e dai tentativi di borseggio. Sarebbe anche un fantastico commercialista e io potrei delegare tutto a lui. Perché con Silvio, conti. E io voglio contare. Grande Silvio, re della Patonza. Uno di noi. Con Silvio si può fare.

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Silvio sì che ci sa fare con le donne. Davvero. Adesso voi penserete: ecco il solito contributo ironico su Silvio. Direte: eccola qua, la sinistra. Sconfitta, cancellata, annientata da se stessa, che ancora attacca Silvio. Ma io non voglio attaccare Silvio, mi credete? Io stimo da matti Silvio: me lo porterei con me tutte le sere che esco, lo infilerei in macchina e gli farei scegliere la musica, gli chiederei consigli sui vestiti, sul portamento, sui migliori ristoranti. Silvio ed io, insieme, sai che coppia? Porca miseria, Silvio, ma non potevamo conoscerci al Liceo? Non potevamo essere coetanei? Silvio, non potevamo essere amici, tu ed io? Silvio ci sa fare con le donne, ci sa fare con le telecamera, ci sa fare con tutto. Silvio sa sempre dire la cosa giusta al momento giusto e riesce a trasformare un autogol terrificante in arma a doppio taglio: Silvio in doppiopetto, Silvio con le scarpette rialzate, Silvio di qua, Silvio di là. Tutti a criticare Silvio, ma Silvio è inattaccabile. Lo so, guardate, lo sento, lo avverto nell'aria, mi vibrano i capelli, lo capisco che voialtri, adesso, vi aspettate da un momento all'altro la battuta folgorante, l'anticlimax, la botta a Silvio, ma, vi giuro, no, non ne ho intenzione alcuna, sono soltanto un 28enne ammirato da come Silvio ci sappia fare con le donne. Quella roba lì, che ha combinato in Parlamento con la Nunzia De Girolamo, i bigliettini, gli ammiccamenti, durante una delle giornate campali per antonomasia per la costituzione di un nuovo governo, diobuono, m'è sembrata cosa da Re della Patonza. Silvio E' il Re della Patonza: vorrei esserlo io il Re della Patonza. Ha scritto il bigliettino, gliel'ha fatto recapitare e Nunzia gli ha risposto pure: mica una risposta qualunque, no, la risposta che tutti i marpioni di questo mondo sognano di ricevere. "Presidente, gli inviti galanti li accetto solo da lei...", un invito a nozze, una di quelle risposte che a noi, da giovani, ammesso che le ricevevamo mai, ci facevano girare nel letto con le lenzuola arrotolate nei pugni. Silvio è un maestro, io gli vorrei chiedere come fa, come ci riesce: tutto quel fuoco sacro, tutta quella passione per la Patonza, irresistibile richiamo anche alla sua età, come ci riuscirà mai? Silvio, si vede, si percepisce, Silvio la sua prima passione ce l'ha proprio per la Patonza, non la politica, non il Milan. La Patonza. Tra l'altro lo vogliamo dire o non lo vogliamo dire che la signorina De Girolamo non è affatto brutta? Silvio non le sceglie a caso, Silvio ha un gusto indiscutibile in fatto di Patonza, io lo stimo e lo rispetto tantissimo per questo. Scrivere bigliettini di quel genere, davanti a tutti, alla presenza di telecamere e fotografi, cos'è se non la punta dell'iceberg del genio? Anni fa, mettevo ancora un sacco di gelatina nei capelli, stavo al mio pub preferito - forse l'ho già raccontata questa storia, comunque ora calza a pennello - e davanti al mio tavolo c'era questa ragazza, mora, bellissima. Mi ricordo il profilo come se fosse tracciato nella sabbia: stava bevendo un Angelo Azzurro, un cocktail tutto azzurro con tre basi alcoliche composto da gin, triple sec e blu curacao, e parlava con un'amica, parlava, parlava, erano soltanto loro due al tavolo sedute e io anche parlavo e parlavo e parlavo coi miei amici, solo che mentre io parlavo coi miei amici e lei parlava con la sua amica, ci guardavamo a vicenda come se volessimo rubarci gli occhi. Ricordo perfettamente che tornai tutte le sere al mio pub preferito, per circa una settimana, sperando di rivederla, ma non la rividi mai e questa cosa, il fatto che ci tornai per circa una settimana tutte le sere, al pub preferito, vi deve far capire che quella sera, pazzeschi sguardi a parte, come mio solito, non conclusi nulla di nulla. Con un aggravante. Che ora rivelo e così torniamo a Silvio. Impazzito da quel gioco di sguardi e complicità, da quel piccolo meccanismo per il quale entrambi non riuscivamo a concentrarci più sui nostri rispettivi amici ma solo sui nostri occhi e sul nostro reciproco piacerci, decisi di fare qualcosa di concreto. Come Silvio. Mi alzai, andai alla cassa e mi feci dare carta e penna. Il cassiere mi consegnò un foglietto strappato a quadretti, preso dal blocco delle ordinazioni: stesi il foglietto sul bancone, tutto defilato, e riflettendo sul da farsi, nel frattempo, feci caso che sulla superficie del foglietto c'erano le sottili tracce di un'ordinazione precedente. Dopo poco scrissi: "Angelo azzurro, sei bella che uno ti guarda e smette di respirare", seguito da nome e numero di telefono. Impiegai talmente tanto tempo a decidermi che l'effetto del cocktail che avevo bevuto si consumò: quando avanzai verso il cameriere, mio messo viaggiatore, mi accorsi che il tavolo dell'Angelo Azzurro era desolato. Ah, fossi stato Silvio allora! Capite? Silvio non si sarebbe perso mai in elucubrazioni e tentennamenti. Silvio avrebbe agito, avrebbe fatto. E l'Angelo Azzurro gli avrebbe risposto: "Presidente qui l'unico Angelo è lei...". Silvio avrebbe vinto. Perciò stimo Silvio. Con Silvio ci andrei a bere qualcosa insieme tutte le sere e giammai torneremmo a casa a mani vuote. Con Silvio tutto è più facile, quando Silvio c'è la vita può sorridere anche se fuori piove e tutto va a scatafascio. Silvio, gli domanderei, oggi porto a cena quella, che mi consigli di fare? Come pensi che dovrei agire? Dove mi suggerisci di portarla? La cravatta? I consigli di Silvio io li prenderei come oro colato, appunterei e sottolineerei i passaggi decisivi e quelli veramente imprescindibili li vergherei di nascosto nel palmo della mia mano come durante le interrogazioni di autori greci. Silvio avrebbe sempre il cellulare acceso per me: io potrei chiamarlo a qualunque ora del giorno e della notte per raccontargli successi e fallimenti. Silvio mi porterebbe con sé, nella sua auto blu, insieme sfrecceremmo nella corsia d'emergenza della tangenziale est verso San Lorenzo e non staremmo lì ad alambiccarci il cervello riguardo parcheggi e zone a traffico limitato. Perché Silvio può. Passeremmo ovunque a sirene spiegate e le donne di tutta la città si volterebbero attratte da tanto potere. I paparazzi ci immortalerebbero in scatti venduti a colpi di milioni di euro: Silvio e Ste con due misteriose rosse, Silvio e Ste rientrano in auto e non sono soli, Silvio e Ste a Corso Francia consumano un panino con la salsiccia: la loro serata si preannuncia molto faticosa. Silvio e Ste: io imparerei per lui i meccanismi della politica e saprei cosa dire e come dirlo in pubblico, mi farei svelare i retroscena del calcio mercato e gli chiederei carnet di biglietti omaggio per le partite di calcio più importanti. Io vorrei avere Silvio come amico: sono sicuro che potrei dargli molto, con me tornerebbe a sentirsi giovane e virtuoso come quando montava le antenne in cima ai palazzi o corteggiava le ricche signore a bordo delle crociere con Galliani. Andremmo a fare shopping a Parco Leonardo e tutti resterebbero estasiati nel vederlo mangiare una fetta di pizza da Spizzico come un comune mortale. Io a Silvio lo inviterei a casa, lo introdurrei ai miei genitori come una nuova fidanzata e sono sicuro che lui farebbe il galante con mia madre e l'amicone con mio padre. Con Silvio mi sentirei al sicuro. Lui mi proteggerebbe dagli extracomunitari e dai tentativi di borseggio. Sarebbe anche un fantastico commercialista e io potrei delegare tutto a lui. Perché con Silvio, conti. E io voglio contare. Grande Silvio, re della Patonza. Uno di noi. Con Silvio si può fare.

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Tag: quotidianismi, scritto da stefano havana

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Date: Tuesday, 13 May 2008 22:01

salottoAdiacenze San Pietro, bilocale di nuova costruzione. Entrata indipendente, salotto con angolo cottura, camera, servizi, possibilità posto auto. Libero da ieri pomeriggio. Non è uno dei tanti annunci truffa - truffa se si pensa al fatto che una casa del genere oggi a Roma non si trova a meno di 350 mila euro - che ogni giorno vengono pubblicati negli annunci delle agenzie immobiliari, ma il rifugio di emergenza di un gruppo consistente di cittadini polacchi, che per vivere aveva scelto il sottopasso di via Gregorio VII, sì il sottopassaggetto del Rutelli/Guzzanti dell'Ottavo nano. E' solo un'altra delle tante storie di emarginazione a cui ormai abbiamo fatto talmente l'abitudine che il pensiero delle forze dell'ordine che hanno sgomberato la zona (dove da anni c'era questo insediamento) è andato al pericolo (!?) che avrebbero corso gli automobilisti in caso di incendio sotto al tunnel, dal momento che le uscite di sicurezza erano tutte bloccate. Ora, non vorrei discutere del fatto che in quel sottopassaggio non si è mai formato del traffico scorrevole (nel senso che non ci sono mai macchine, quindi si tratta di una struttura inutile), ma della normalità con cui si accetta che delle persone vivano in quel degrado. Stanza da lettoOggi non ci scandalizziamo più di niente, siamo sostanzialmente assuefatti alla realtà distorta della nuova toponomastica sociale cittadina e ognuno occupa il posto che gli compete. Così i polacchi vivono sotto i ponti, sono ubriachi dalla mattina alla sera e al massimo puliscono qualche faro ai semafori di piazza dei Cinquecento. No, i polacchi di una volta, quelli con due lauree che ti lavavano il vetro non ce li mandano proprio più. I rumeni sono cattivi però sono dei grandi lavoratori, sanno fare tutto. E vivono lungo gli argini del fiume, così non li vediamo. Le rumene però non sanno stirare, meglio se fanno le puttane. I bangladesi rompono il cazzo ai self service e vendono le rose a Trastevere, però di giorno non si incontrano mai, così come i filippini, che sono bravi proprio a fare le faccende domestiche nelle belle e grandi case della Camilluccia. I cinesi non si sopportano, abitano in centro, sono pieni di soldi, fanno lavorare solo altri cinesi e non parlano la lingua, mentre le ucraine sono proprio le migliori. Si alzano prestissimo perché Guidonia è un po' lontana dalla città, però sono sempre puntuali. Camminano piano piano tenendo i vecchi sotto braccio, veramente ammirevoli. Gli zingari? Quelli hanno rotto il cazzo, vogliono solo rubare e puzzano. E' vero. L'Italia offre troppe opportunità a tutti. Meglio stringere un po' i distributori del benessere sociale. Così tutti saremo più sicuri.

Pubblicato da noantri | Commenti (21)

Tag: società, scritto da andy capp

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Date: Tuesday, 13 May 2008 22:01

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