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Date: Wednesday, 17 Sep 2014 18:59

scottish-independe_2737680b1276527709“My heart votes Yes but my head votes No.”

Queste sono le parole del mio collega scozzese di oggi e credo che riassumano il mio orientamento di questi giorni. Perché se fino a qualche mese fa avrei votato (se fossi stato in Scozia) Yes all’indipendenza della Scozia oggi non ne sono più convinto. E il motivo non è che sono diventanto di botto unionista. Al contrario il motivo è più semplice e pragmatico: il referednum che si terrà domani in Scozia non è o voti per l’indipendenza o voti per lo status quo. No, il voto di domani è o voti per la nascita di un nuovo stato brutta copia del Regno Unito o su modello scandinavo oppure voti per una federazione di paesi britannici. Infatti se al referendum dovesse vincere il no il Regno devolverà quasi tutti i poteri, a parte la difesa, alla Scozia rendendo di fatto il Regno una federazione. E a mio parere il paragone con USA o Germania non calza perché sarebbe la nascita di un nuovo tipo di federazione, formato da popoli diversi con lingue diverse sotto la stessa corona. Una sorta di Impero Britannico in versione ridotta. Molti commentatori pro-No si sono perfino spinti a proporre una devoluzione a livello perfino di contee, villaggi e città, insomma una sorta di cantonizzazione britannica. Ora questa soluzione sarebbe preferibile a mio parere alla nascita di una Scozia indipendente per due motivi: il primo è che sono favorevole a federazioni, confederazioni, atomizzazioni e le prefersico rispetto alla riproposizione del solito  Stato Nazione ottocentesco. Secondo motivo è che una Scozia indipendente penderebbe pericolossamente a sinistra e pro-UE mentre un Regno senza Scozia penderebbe pericolosamente a destra e si avvicinerebbe sempre più agli USA. Ora, io non voglio che il Regno stia né troppo con l’Unione Europea né troppo con gli USA. Voglio che sia il più indipendente possibile e aperto a tutti e due i mondi ma non sottomesso ad uno solo dei due mondi.

Il voto per il No sarebbe il “best of the two worlds” e renderebbe la monarchia più forte di prima con un pound superstrong e una razionalizzazione dell’economia più liberale. Inoltre spingerebbe Galles, Nord Irlanda, Cornovaglia, e le dipendenze della Corona a cercare sempre più autonomia e indipendenza ma sempre all’interno di una cornice britannica. Esiste poi il pericolo vendetta tra ex amici: dogane, negazione di moneta comune, protezionismo, piccole vendette infantili che in genere i governi si fanno tra di loro.

C’è anche un altro fattore da considerare: la visione romantica che nel resto del mondo si ha dell’indipendentismo scozzese. La gente pensa che il caso della Scozia sia simile a quello del Kurdistan, Kosovo o più vicino a noi Catalogna, Fiandre o Veneto. In realtà non si tratta di una nazione oppressa, tutt’altro. Magari lo è stata in passato ma ora gode di privilegi enormi, primo fra tutti quello di far parte di uno dei paesi più avanzati economicamente e per le libertà civili del mondo. Lo sviluppo della Scozia è passato anche e soprattutto grazie all’Unione. In Catalogna e in Veneto invece succede il contrario: ovvero quasi tutta la ricchezza prodotta va ai governi centrali. In questo caso si parla di parassitismo del governo centrale che giustifica le spinte indipendentiste. Inoltre in Veneto e in Catalogna abbiamo bilinguismo e biculturalismo mentre in Scozia si parla inglese e la cultura locale è stata diluita nei secoli. E più semplicemente in un caso abbiamo il rispetto dovuto dal governo centrale e dalla Regina ad un popolo, mentre negli altri casi esistono solo disprezzo, arroganza, e pretesa di sottomissione da parte dei governi centrali.

Perché di una cosa sola sono sicuro: che il Regno Unito è forse stato l’unico paese della storia moderna ad aver concesso in maniera così civile e democratica ad una parte della propria popolazione di secedere. E di questo bisogna dar atto al governo britannico di Cameron e alla Regina. Altri paesi dell’Unione Europea (non nomino extraUE come Russia o Cina) come Spagna e Italia hanno sempre minacciato l’uso di carri armati contro la secessione di un pezzo di loro territorio o hanno usato e usano tuttora pratiche da terrorismo di stato per evitare referendum. Basti vedere come il Re di Spagna o il Re d’Italia, Napolitano, si comportino rispetto a Elisabetta II. Una lezione di civiltà da un paese che da secoli è alla guida del pensiero occidentale.


Author: "fabristol" Tags: "Uncategorized"
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Date: Wednesday, 03 Sep 2014 06:34

false-friendsVisto il grande successo del precedente post sui 10 errori più comuni degli italiani con l’inglese ho pensato di compilare una lista di altri 10 errori abbastanza comuni. Enjoy!

1) To miss/to lose (accezione 1): questo errore è così comune che faccio veramente fatica a capire perché non venga corretto dagli insegnanti d’inglese. Questo lo fate tutti fino a quando qualche madrelingua ve lo fa notare. Quante volte avete perso il treno, il bus o l’aereo e avete esclamato: “Oh no, I lost my train/flight/bus!”. E gli inglesi che vi guardano e vi chiedono con stupore: “You lost a… train? Was it yours? And where is it now?”. Mentre in italiano il verbo perdere ha il doppio significato di “perdere un oggetto” e “perdere un mezzo di locomozione” in inglese esistono due verbi ben distinti per indicare le due azioni. Il primo è to lose (I lost something) mentre il secondo è to miss (I missed the train). Ora questa cosa è così difficile da fare entrare in testa che perfino io che vivo qui in UK da dieci anni devo pensare qualche millisecondo prima di dire “I missed the train” (o forse è perché non perdo mai treni?). Mentre per altri errori ho inventato trucchi linguistici e associazioni di suoni che mi permettono di evitare gli errori più comuni per questo ho sempre serie difficoltà. Non sbaglio mai ma quando dico quella frase mi devo fermare per qualche millisecondo perché l’ho messa nel cassetto mentale delle frasi intraducibili con il bollino rosso. Da un po’ di tempo a questa parte cerco di pensarla così: mentre gli italiani perdono oggetti d’ogni tipo inclusi aerei e treni gli inglesi “mancano all’appuntamento con la partenza del mezzo”.

2) to miss/to lose (accezione 2): simile ma forse più insidioso l’utilizzo di to lose per indicare la perdita di una occasione. Proprio l’altro giorno leggevo una recensione su Amazon di una italiana che faceva più o meno così: “A book not to be lose”. Ora a parte che sarebbe dovuto essere “lost” ma quello che avrebbe dovuto scrivere sarebbe stato “a book not to be missed”. Il commento più sotto era “hilarious”: “How can you lose such a big book?”

3) Terrific/dramatic/tremendous: quando qualcuno vi descrive la propria vacanza come “terrific” e i paesaggi che ha visto come “dramatic” non pensate che sia state così terrificante né drammatica. Vi sta semplicemente dicendo che è stata magnifica, eccezionale e che i paesaggi erano sensazionali. “A tremendous experience” è stata un’esperienza positiva, anzi straordinaria. Devo dire che però qui è la lingua inglese che ha “messed up tremendously” con le radici romanze di queste parole.

4) foreigner/stranger: altra incredibile figuraccia del sottoscritto che per mesi nella mia prima esperienza all’estero in Svezia parlava di tutti gli immigrati come strangers quando invece erano foreigners. Devono avere pensato che fossi un po’ razzista o semplicemente pazzo. Come infatti potevo chiamare me stesso o i miei amici stranieri come “estranei”. “We strangers.”. Se solo al corso di inglese per prepararmi all’Erasmus qualcuno si fosse degnato di dirmi che io sarei stato un “foreigner in Sweden” e non un “estraneo in Svezia” forse mi sarei risparmiato un bel po’ di figuracce. Ma non avrei scritto il punto 4 e voi non l’avreste letto, quindi forse è meglio così.

5) sensitive/sensible: capisco che siate delle persone sensibili e che siate rimasti shockati nel sapere che gli inglesi parlino con i morti (sensitive). Infatti sensibile si dice sensitive. Mentre sensitivo si dice medium. Siate ragionevoli invece, usate emotional. Infatti sensible vuol dire “ragionevole”. Questa differenza mi è entrata così tanto in testa che ormai in italiano sbaglio sempre e dico “fammi un’offerta sensibile” e dico “è una persona sensitiva”.

6) factory/fabric/farm: è vero, esistono fattorie che sembrano delle fabbriche (poveri animali in batteria!) ma ciò non significa che in inglese factory abbia lo stesso significato che in italiano. Factory significa industria/fabbrica mentre fattoria è farm. Questi me li ricordo perché uno dei miei gruppi preferiti è Fear Factory (la fabbrica di paura) e Animal Farm è un libro distopico di Orwell che parla di una fattoria di animali “politicamente schierati”. Fabric d’altro canto vuol dire tessuto e questo me lo ricordo grazie a Doc di Ritorno al futuro: “the encounter could create a time paradox, the result of which could cause a chain reaction that would unravel the very fabric of the space-time continuum and destroy the entire universe!”. Ricordatevi quindi che quando andate dietro nel tempo e baciate vostra madre potreste “disfare il tessuto dello spazio tempo!”. (beside you are morally disgusting!)

7) pretendo/to pretend: come con miss/lose questo false friend è nel mio cassetto mentale con il bollino rosso e ho ancora difficoltà a trovare un’associazione mentale che mi permetta di evitarla. Ti pretendo cantava Raf negli anni 80 ma forse non intendeva dire che “faceva finta” di volere la sua amata. To pretend infatti significa “far finta di”, non pretendere. Non ho alcun problema ad usare to pretend in inglese per questo significato, il problema è quando cerco di dire “pretendere” in inglese. Per il quale si dovrebbe utilizzare “to expect” or “to demand”.

8) vacancy/estate: può capitare che qualcuno cerchi lavoro come giardiniere o custode (vacancy) per una proprietà/residenza (estate) ma è sicuramente più comune di chi invece pensa di aver prenotato una vacanza estiva in una agenzia immobiliare! Vacancy vuol dire letteralmente posto vacante e significa sia che c’è un posto di lavoro disponibile o una camera disponibile in un albergo. Estate, pronunciato “esteit” invece indica una proprietà, non l’estate!

9) fresh: “She is fresh, fresh, exciting” cantava il ritornello di una canzone anni 80 che ad un orecchio italiano fa sorridere. Una ragazza fresca? Magari si è appena buttata in piscina è la sua pelle bagnata ha una temperatura fresca? Mmm. Quando qualcosa è fresh significa il più delle volte “nuovo”. Per esempio una casa appena dipinta può essere fresh, un nuovo look di capelli può essere fresh (fresh look). Se invece volete andare a mangiare fuori al fresco, attenzione perché un inglese potrebbe capire che volete mangiare nella Cappella Sistina. Fresco significa affresco. Per l’acqua fresca o il vino fresco, non chiedete fresh water/fresh wine. Il cameriere potrebbe offendersi: è ovvio che non vi porterà acqua/vino andati a male! Utilizzate invece cool. Bonus: si dice still water non sweet water!

10) to watch/to see: tempo fa lessi un articolo molto divertente della BBC sui false friends degli immigrati (non solo italiani) a Londra. In uno dei tanti episodi una ragazza italiana era appena entrata in un negozio di abbigliamento (to browse o to have a look at) e quando la commessa le ha chiesto se avesse bisogno d’aiuto lei ha semplicemente detto “no, I’m just watching”. Al che la commessa ha chiamato la guardia di sicurezza del centro commerciale e la poveretta è stata arrestata per poche ore, giusto il tempo di spiegare l’equivoco. L’inglese distingue tra to watch che in questo caso avrebbe pouto significare “osservare”, nel senso di spiare qualcuno per controllare cosa fa, e to see o to have a look at. che significa appunto vedere, guardare. Big brother is watching you!! è la famosa frase dell’orwelliano 1984. Ecco, quando usate to watch ricordatevi di Orwell, a parte quando guardate la TV ovviamente: to watch the TV. Io distinguo tra i due semplicemente pensando ad un vedere attivo e un vedere passivo. You can see something in front of you or you can watch something in front of you. Un po’ come to listen e to hear. I can hear someone listening to the music. To hear è passivo, nel senso che si usa per sentire dei suoni senza essere molto attenti mentre “if you listen carefully” se ascolti bene… Il passaggio da to hear a to listen richiede attenzione da parte della persona.

P.S.

Kudos if you get the joke in the cartoon. ;)

 

 


Author: "fabristol" Tags: "affascinante guida alla lingua inglese, ..."
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Date: Thursday, 07 Aug 2014 22:20

Da giorni leggo sui giornali de “la guerra in Medio-Oriente”, de “la più grande crisi umanitaria”, degli appelli di pacifisti vari per l’una o l’altra parte, dei potenti della terra che cercano di trovare una soluzione, di migliaia di commenti pro o contro Israele o pro o contro Hamas copia-incolla delle guerre precedenti tra Israele-Palestina (sinceramente mi sentirei un po’ stupido nel 2014 a dover scrivere ancora di argomenti triti e ritriti sulla situazione israelo-palestinese. Seriously? Get over it. A cominciare dal fatto che oggi sì dovrebbe chiamare conflitto israelo/egiziano/saudita contro Hamas). L’attenzione è stata “rapita” volontariamente da media e politici e dai pappagalli che ripetono sul web tutto quello che gli danno in pasto i primi due su una guerra così sopravalutata che mi vengono i conati appena ne sento parlare.

Mentre in Palestina morivano terroristi di Hamas e civili nel numero di 1850 persone circa, nel raggio di appena 2000 chilometri venivano trucidate, impalate e decapitate decine di migliaia di persone, mezzo milione cercavano rifugio nei paesi vicini, decine di moschee e templi venivano rasi al suolo, la sharia veniva imposta su 6 milioni di abitanti e due stati venivano cancellati dalle mappe geografiche.

Quello che vi siete persi nelle puntate precedenti (perché eravate troppo intenti a dare dei puzzoni ai palestinesi o dei nazisionisti agli israeliani):

1) L’ISIS (o come ha imposto ai suoi sudditi d’ora in poi IS, pena frustate e multa) si è espanso verso il nord. Ha catturato la più grande diga del nord del paese, quella di Mosul e per la prima volta sta combattendo contro i peshmerga curdi. Peshmerga che per la prima volta hanno chiesto l’intervento dell’aviazione irakena.

2) nel frattempo l’ISIS ha già trovato il prossimo target, il Libano, dove ha conquistato una città al confine tra Libano e Siria. Simpatizzanti dell’ISIS hanno dimostrato nelle strade di Tripoli e il Libano si appresta a diventare il prossimo stato mediorientale a cadere nell’inferno della guerra civile sciiti-sunniti.

3) mentre i media di tutto il mondo si stanno scandalizzando per i cristiani a cui viene imposta la jizya, la tassa sui seguaci delle religioni del Libro, o l’esilio centinaia di migliaia di Yazidi scappavano sulle colline del Kurdistan da morte certa dopo che l’ISIS ha bombardato con colpi di mortaio il loro principale villaggio al Nord dell’Iraq. I poveri Yazidi, appena 500000, non hanno nessuno in Europa che simpatizzi per loro. La Francia si è offerta di accogliere i cristiani irakeni ma nessuno si è offerto di accogliere gli Yazidi, una religione di serie B evidentemente. La solidarietà è selettiva si sa. Questo è il 73esimo massacro della millenaria storia degli Yazidi, seguaci di una religione antichissima e vicina allo Zoroastrismo. I mujaidin dell’ISIS hanno ucciso a sangue freddo centinaia di uomini Yazidi e rapito migliaia tra donne e bambini di cui non si sa più nulla. Uccisi perché infedeli adoratori del diavolo, secondo l’Islam, non perché resistenti o armati. Neppure la scelta della jizya per loro. Tra l’altro la jizya nei califfati del passato c’è sempre stata. I califfati che i radical-chic in Europa considerano tolleranti. Parlano perfino di epoca d’oro dell’Islam. Un posto dove devi pagare una tassa perché sei un cittadino di serie B. Chissà se gli stessi radical chic si scandalizzano per l’imposizione della jizya ai cristiani irakeni oggi. Ma come 500 anni fa era tolleranza, ora invece fondamentalismo?

4) con questa nota vorrei ringraziare quel simpaticone di Sarkozy che ha ucciso Gheddafi lasciando la Libia nel caos più o meno allo stesso livello della Somalia. Mentre postavate su Facebook le immagini dei bambini palestinesi che piangono con il pupazzo in mano la Libia è scomparsa, non esiste più. Infatti l’aeroporto di Tripoli è distrutto, Bengasi è stata proclamata un califfato affiliato all’ISIS e Ansar Al Sharia, il più grande gruppo jihadista del maghreb ha giurato fedeltà a Al Baghdadi, il parlamento è scappato a Tobruk. Ah, 13000 filippini sono stati salvati da navi greche (nei giorni scorsi un filippino è stato decapitato in pubblico e una filippina stuprata da una gang di jihadisti) e decine di migliaia di stranieri stanno scappando in queste ore su navi militari britanniche, greche e maltesi per sfuggire al massacro. Algeria e Egitto stano pensando ad un attacco militare in territorio libico e decine di militari tunisini e egiziani sonos tati uccisi in scontri a fuoco al confine con la Libia. Per quanto mi riguarda la Libia non esiste più e si limita alla città stato di Tobruk. Poi fate voi eh. Fate finta che a poche miglia dalle coste siciliane ci sia ancora un paese che si chiama Libia.

5) potrei continuare a parlarvi di Boko Haram in Nigeria, di Al shabab in Somalia e Kenia, dei simpatizzanti pro-ISIS in India, Pakistan, Kashmir o degli occidentali che stanno partendo in migliaia per il fronte tra cui centinaia di britannici. Carina la storia delle gemelle britanniche che studiavano medicina a Machester che candidamente hanno detto che “Non voglio studiare per curare questi pagani. Ora farò il medico per i combattenti dell’ISIS.”

Quello che sta succedendo ha dell’incredibile: l’avanzata dell’ISIS ha la stessa importanza storica di una Rivoluzione Francese, di una guerra civile spagnola o della salita al potere de bolshevichi. La gente non si rende conto di quello che sta succedendo. La Rivoluzione jihadista non si può fermare più e arriverà a lambire l’Europa in pochi anni. tutti i rapporti di forza verranno riscritti, l’intera mappa del vecchio continente, dell’africa e dell’asia verrà riscritta. E anche se l’ISIS verrà fermato come fu fermata la Rivoluzione francese, arriverà sempre un Napoleone su cavallo che sguaina una scimitarra che cambierà il mondo o un Gengis Khan che lo raderà al suolo. E tutto questo mentre i giornali italiani danno consigli sulla prova bikini o sulle file chilometriche augostane. Buona apocalisse a tutti.

 

 


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Date: Monday, 04 Aug 2014 06:25

0081887975567Quando uno dei relatori di una recente conferenza sui giganti di Mont’e Prama a Cagliari (sui giganti ne parlerò più estensivamente nei prossimi giorni) ha raccontato di un episodio in cui un non sardo si meravigliava dell’esistenza della cultura nuragica la platea ha mugugnato in segno di indignazione. Quante volte ho visto l’indignazione sul viso del sardo che con quella smorfia bacchetta il resto del mondo per l’ignoranza sul periodo nuragico. Come può la gente non sapere dell’isola delle 7000 torri di pietra? Come può la storiografia far finta che qui in questa terra in mezzo al Mediterraneo un popolo “fiero e combattivo” viveva e costruiva una civiltà ben 700 anni prima della fondazione di Roma? Un complotto ordito dal continente, evidentemente. Forse io in quella platea sono stato l’unico a non essermi sorpreso. Al contrario tra me e me mi chiedevo come una persona che viene fuori dalla Sardegna (e non sa neppure che esista nelle cartine geografiche) possa sapere della civiltà nuragica. Come si può infatti pretendere che un “continentale” sappia cose che neppure il sardo conosce? Nessuno in quella sala (a parte l’archeologo, ma avrei i miei dubbi anche su questo) avrebbe saputo rispondere correttamente a domande basilari che riguardano il periodo storico in cui la civiltà nuragica si sviluppò, il rapporto con gli altri popoli del Meditarraneo o le divinità che veneravano (giusto per menzionare quelle più facili). In un’isola di opposti estremismi come la Sardegna l’ignoranza del proprio posto nella storia è la norma. Il sardo non sa nulla di se stesso, della sua lingua, della sua cultura. Li adotta e ne va fiero per motivi nazionalistici ma non ne capisce appieno l’importanza e il perché. Il sardo avrebbe potuto ereditare tratti somatici balcanici, parlare una lingua turkmena, adorare divinità indù ma questo non avrebbe fatto alcuna differenza. Li avrebbe adottati comunque senza capire il perché di quel mix così inusuale in mezzo al Mediterraneo. Come ci si può stupire allora dello straniero che non conosce la storia della Sardegna?

Mi dovete scusare per il lungo preambolo “antropologico”, se mi passate il termine, ma mi serviva per introdurre emotivamente (e per caricare il sottoscritto emotivamente) un tema, ahimè, serissimo: il vergognoso stato dell’archeologia isolana, dei suoi musei e delle esibizioni museali. Lo scandalo in particolare riguarda il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari. Scandaloso perché? Perché dovrebbe essere un gioiello museale da far invidia al mondo per le sue ricchezze e i suoi manufatti ma si trova in condizioni disastrate complice l’indifferenza del mondo accademico isolano e nazionale, la stampa e la politica. Non mi aspetto che un politico o un giornalista riescano a cogliere i problemi della sfera prettamente archeologica ma almeno si rendano conto delle mancanze organizzative. I problemi infatti sono due: il primo riguarda la struttura stessa e i (non) servizi erogati; il secondo le scelte espositive, le imprecisioni e l’anacronismo delle esposizioni soprattutto dopo alcune recenti scoperte. Le due problematiche non sono poi così slegate tra loro visto che sono sintomo di una generale ignoranza di chi prende le decisioni dall’alto in enti pubblici. Un’ignoranza collegata al preambolo di prima, ovvero il sardo non ha alcuna idea di cosa ha a che fare quando si trova in mano la sua storia anche sotto forma di manufatti archeologici.

montiPrama-307019261Primo, struttura e servizi: dopo anni di onorato servizio in uno dei palazzi storici più belli di Castello (ora in rovina e abbandonato) il museo archeologico fu spostato all’interno dell’ex-Regio Arsenale per costituire insieme al MAS e alla Pinacoteca [*] un polo museale unico. Una bella idea non c’è dubbio, ma progettata malissimo. Il Museo archeologico infatti è incastonato tra le mura del bastione nord e si dipana tra scale, scalette tra mille piani, sottopiani e mezzanine che rendono il percorso… impercorribile. Infatti non esiste un inizio e una fine obbligatori ma un labirinto senza senso che forza il visitatore a continui giri su stesso, retromarce e dubbi. I visitatori non sanno dove andare, si chiedono “siamo già passati qui?”, “Ah, questo non l’avevo ancora visto!”. Perfino il sottoscritto che l’ha visitato più volte ha dovuto scervellarsi per trovare le sale e i manufatti che gli interessavano.

Sfortunatamente da questo punto di vista si può fare ben poco anche se una riorganizzazione interna delle sale e degli accessi più logica potrebbe aiutare. Vediamo i (non) servizi. Arriviamo alla biglietteria e un anziano custode che parlava solo italiano ci informa che non esiste una guida (questa infatti deve essere prenotata per gruppi grandi). Questo nonostante sia stata appena allestita una delle mostre archeologiche più attese del decennio a Cagliari e di importanza internazionale: i giganti di Mont’e Prama. Al piccolo ma efficiente museo di Cabras, che ospita metà dei 38 giganti, la guida c’era e il percorso era ottimo e ben organizzato. Vabbé, farò io da guida ai miei ospiti visto che mi appassiona la storia fenicia e quella nuragica. Da qui in poi non abbiamo visto un solo addetto del museo. Nessuno, neppure i soliti guardiani annoiati che si leggono il giornale agli angoli delle sale. Chiunque avrebbe potuto rubare, pasticciare, vandalizzare i manufatti senza che alcuno se ne fosse accorto. Io di telecamere e di sistemi di sicurezza non ne ho visto (ma mi potrei sbagliare).

L’inglese, questa lingua sconosciuta, è inesistente. Non una singola targa è stata tradotta e non esistono descrizioni in lingue diversa da quella italiana. Tutta roba scritta negli anni 80 e inizio anni 90 (lo capisci dal font e dal colorito giallastro) in linguaggio supertecnico spesso incomprensibile a un non addetto ai lavori. Questo fantasma che aleggia nelle sale, l’inglese, è così evanescente che nel libro dei commenti/firme all’uscita i poveri turisti internazionali si chiedevano come fosse possibile che nel 2014 un museo di fama internazionale non avesse la traduzione in inglese. Un commento descriveva alla perfezione la situazione: “I didn’t understand a single thing.”. E lo capisci anche dallo sguardo perso nel vuoto dei visitatori stranieri che passavano da una sala all’altra senza alcun input: vasi, cocci, bronzi, statue. Che significato possono avere senza un contesto, senza una storia dietro? Queste persone dopo essere uscite dal museo non avranno capito nulla e non si porteranno nulla dietro. Chi erano i nuragici? Chi erano i fenici?ThumbServlet-797021170

Bagni? Se non avessi visto una porticina aperta fuori nel cortile (!) da cui si intravedeva un WC non avrei mai visto i bagni, e come me le centinaia di turisti che lo visitano. Pubblicazioni? Cartoline? Idee regalo? Monografie? I musei cadono a pezzi, non abbiamo soldi per i dipendenti ma a nessuno viene in mente di fare uno shop come in tutti i musei del pianeta. Chi volesse avere più informazioni riguardo ai giganti rimarrà deluso. Le cose le potrete sapere dai blog di pochi appassionati su internet senza alcun timbro di ufficialità (poi ci si lamenta degli pseudoarcheologi che tirano fuori Atlantide). Brochure? Per carità! Secondo il sovrintendente in diretta TV alla RAI ci sono stati problemi tecnici nella stampa. Eh già, il toner da cambiare è un problema così difficile da affrontare.

Il secondo problema, più grave, riguarda i curatori del museo. Il museo non è diviso in periodi storici ma in suddivisioni territoriali della Sardegna. E così ti ritrovi nella stessa vetrina manufatti prenuragici, nuragici, fenici, romani e via dicendo senza alcun nesso logico. Questa scellerata scelta organizzativa rende la mostra confusionaria e completamente inutile. Che senso ha associare una freccia prenuragica di bronzo con la dea Tanit e una moneta romana solo perché si trovavano tutti e tre nel territorio del Sarrabus? Il museo è anche, e soprattutto, un luogo di didattica e non si può prescindere da una esposizione che rispetti la logica temporale. Fai un piano con i manufatti nuragici, una con quelli fenici, una con quelli romani. La maggior parte delle persone non ha gli strumenti per capire la differenza tra le tre, soprattutto un turista che non sa nulla della storia del Mediterraneo e dell’isola. I turisti passavano davanti alle vetrine – alcune semivuote! – senza comprendere davanti a cosa stavano camminando. In aclune vetrine al posto di un manufatto facevano bella mostra fogliettini scritti a mano (vedi foto) con su scritto frasi del tipo “Da Pani Loriga sono stati prelevati per foto, 13.0.11.”. Li stanno fotografando da 3 anni. Sicuramente quello era l’unico documento “ufficiale” che attestava il prestito, semmai ritornerà al suo posto. Incredibile.IMG_20140729_171130-588866901

Per fare un elenco dei manufatti più importanti al museo relegati a vetrine di secondo piano, perfino in angoli seminascosti non basterebbero le pagine di questo post ma vi basti sapere che al Museo di Cagliari esiste la Stele di Nora, il documento scritto più antico del Mediterraneo occidentale e uno dei pochi fenici rinvenuti a ovest di Tiro. Non solo ma il più antico documento dove la parola Sardegna in fenicio SRDN, sia mai stata scritta. Ebbene questa stele si trova in un angolo tra due vetrine senza illuminazione, e con un piccolo poster che ne descrive un sunto della sua storia seminascosto dalla stele stessa. Non esiste neppure una traduzione della stele a disposizione nonostante negli ultimi 30 anni siano state avanzate più interpretazioni.

Vogliamo parlare della maschera ghignante (prima foto in alto), simbolo della Sardegna fenicia? Un pezzo, forse, di iconografia assiro-babilonese acquisita dai fenici e che alcuni studiosi pensano sia all’origine del detto “sorriso sardonico”? Questa meravigliosa maschera, uno dei simboli del museo è relegata all’interno di una vetrina semivuota e con una illuminazione penosa e con uno sfondo fatto di compensato. La grande collezione di tophet, seconda solo a quella di Sant’Antioco, sculture di Tanit, due enormi statue di Bes, la collana fenicia in vetro colorato che vedete nella foto del post, gli ori e le pietre preziose egizie di importazione sempre fenicia: tutto questo senza alcun risalto, senza una corretta esposizione (e forse neppure un allarme). Tralasciando i giganti di cui parlerò un altro giorno, ci sono reperti nuragici di una importanza eccezionale (tutti trafugati ai musei locali ma forse era meglio lasciarli ai piccoli musei dei paesi se questo è lo stato in cui devono essere esposti). I bronzetti nuragici, la più grande collezione di bronzetti al mondo, sono ammucchiati alla bell’e meglio su un paio di vetrine ma poiché sono disposti in gruppi, non in file, alcuni nascondono altri e il fatto che siano esposti a livello più basso non aiuta di certo l’osservazione dei particolari. Tra questi l’eroe dai quattro occhi e quattro braccia (qui in foto) è sicuramente il più importante ma di nuovo, invece di essere esposto da solo in primo piano è ammucchiato insieme a tutti gli altri.IMG_20140729_171529417159348

Potrei continuare all’infinito (che dire delle meravigliose statue votive in terracotta con serpente avvolto al corpo del tempio di Esculapio, o le decine di mani in terracotta votive?) ma vorrei che la gente ci andasse al museo di Cagliari per essere coscienti dello scandalo frutto di decisioni mediocri di persone mediocri (e scrivetelo sul libro dei commenti!). E visto che siete lì date uno sguardo verso l’alto tra le varie scalinate e vedrete decine di casse e sculture in pietra ammassate in un piano rialzato. Forse è uno di quei magazzini dove i giganti di Mont’e Prama sono stati buttati per 40 anni senza che nessuno sapesse di questo tesoro.

[*] A dicembre durante la Notte dei Musei entrai a vedere la Pinacoteca. Nonostante fuori ci fossero 15 gradi (l’inverno sardo è notoriamente rigido e miete vittime nelle migliaia) quando vi entrai una vampata di calore e di umidità mi investì. Quando commentai con il bigliettaio che non mi sembrava opportuno tenere temperature e umidità così elevati con tavole e trittici del ‘400 questi fece spallucce dicendo che lui aveva freddo.


Author: "fabristol" Tags: "Italia provinciale, sardità, Uncategori..."
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Date: Saturday, 19 Jul 2014 13:13

images(3)891727882Ricapitolando abbiamo:

1) un califfato sunnita jihadista tra Siria e Iraq del nord che ha mire espansionistiche in tutto il Medio Oriente.

2) un Kurdistan de facto indipendente e unico baluardo contro l’espansione di ISIS verso oriente. A breve verrà indetto un referendum sull’indipendenza. Chissà se la comunità internazionale dirà le stesse cose che ha detto per la Crimea anche questa volta.

3) un Kurdistan che grazie alla preparazione e al coraggio dei Peshmerga e all’addestramento militare americano trentennale è l’unica zona del medio oriente insieme a Israele e Giordania dove un cristiano possa rifugiarsi. E non solo: i curdi proteggono sciiti, turkmeni, zoroastriani.

4) gli USA che non muovono neanche un dito nonostante siano i diretti responsabili di quello che sta accadendo per due motivi: il primo è che andrebbero contro i piani di Arabia Saudita e Qatar e secondo perché si sono resi conto che il Jihadistan dell’ISIS va bene un po’ a tutti. Va bene ai curdi, va bene agli stati del Golfo, va bene agli iraniani che si prenderanno la, ormai, enclave sciita che un tempo si chiamava Iraq del sud e va bene agli europei perché ora i jihadisti europei hanno un posto dove andare e forse morire e non tornare mai più in Europa. Nessuno stato europeo infatti si sta preoccupando di controllare all’uscita gli jihadisti, al contrario hanno rilassato i controlli proprio per farne andare via il più possibile.

5) chi ci rimette da questa nuova situazione è la Turchia (Kurdistan indipendente rischia di creare un effetto a catena dei territori curdi in Turchia; il confine con l’ISIS è permeabile ai terroristi rischia di destabilizzare la Turchia meridionale), la Giordania (la finora isola di pace chiamata Giordania rischia di entrare nel baratro dell’ISIS: ci sono già manifestazioni di beduini di sostegno all’ISIS al confine con l’Arabia Saudita e la Giordania contiene una delle più grandi popolazioni di ceceni in esilio al mondo, ceceni che sono tra le fila dell’ISIS; tant’è che nei giorni scorsi il re di Giordania è volato in Cecenia per un accordo bilaterale per scambiarsi informazioni di intelligence) e Israele. E ora veniamo a Israele.

6) nonostante i media e i politici vi facciano credere che la guerra Israele-Hamas sia una replica di quello che abbiamo visto negli ultimi venti anni (e lì tutti i pappagalli a ripetere sempre le solite storie pro e contro Israele che sentivo già alle scuole medie bla bla bla) in realtà si tratta di qualcosa di ben più complesso. Israele ha capito benissimo più di chiunque altro cosa sta succedendo e sta facendo una difesa preventiva. La questione siriana è ad un empasse tra Russia e USA stile guerra fredda. Ovvero non si risolve. L’ISIS controlla buona parte di Iraq e Siria e ora si vuole spostare in Giordania. La Giordania è l’unico confine sicuro che Israele ha da almeno 30 anni. La guerra civile in Giordania è INEVITABILE e l’ISIS si troverebbe al confine con Israele nel giro di qualche mese o anno. Ora Israele si troverebbe in una morsa a tanaglia tra Hamas, Isis e Hezbollah che premono su tutti i fronti, compreso un Egitto continuamente in ebollizione nonostante i capi dei Fratelli Musulmani siano stati decapitati. Colpire Hamas ora è il momento perfetto perché eliminerebbe il doppio attacco a tenaglia Hamas-ISIS che arriverà per forza (almeno fin quando la situazione in Ucraina non si risolve: sembra incredibile che due guerra così lontante siano così interconnesse). Inoltre Hezbollah non è più presente al confine israelo-libanese perché sta combattendo sul fronte al fianco di Assad in Siria e Al Maliki-Iran in Iraq.

Tutte le classiche motivazioni che sentite su Israele e il suo diritto all’autodifesa, oppure sui razzi khassam palestinesi, tutte quelle noiosissime e cretine discussioni al bar e sul web sul conflitto israelo-palestinese sono solo una “guerra di distrazione di massa”. La gente non riesce a vedere la big picture, la situazione globale, quello che solo i governanti riescono a vedere. A questo aggiungetevi l’ignoranza congenita di un giornalismo da copia-incolla da terzo mondo in Italia (ancora leggo titoli che parlano di ISIS come Al Qaeda quando Al Zawahiri ha dichiarato guerra ideologica all’ISIS) e un filtro che ci permette di seguire un conflitto solo per una settimana, dopo la quale ci dimentichiamo di tutto e abbiamo bisogno di un altro conflitto che ci faccia indignare.

 

 

 

 

 


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Date: Sunday, 06 Jul 2014 09:20

Se potessi scegliere una città in Italia dove andare a vivere – dopo la natia Cagliari – sceglierei di sicuro Trieste. Ogni volta che ci vado è un tuffo al cuore. Trieste non è una città turistica e si trova fuori dai percorsi turistici internazionali e si potrebbe girare in una giornata ma… è la sua atmosfera che mi affascina. Un turista casuale e distratto non potrebbe mai capire cosa sta dietro Trieste. La sua storia è scritta sui suoi muri, nelle sue piazze, perfino sui volti delle persone. Un mosaico di storie intrecciate incredibili e che ben sfoggerebbero in un racconto di fantascienza ucronica. Come può un turista che non ha mai letto della sua storia vedere la Trieste porto d’ingresso dell’Impero Austroungarico, con il suo melting pot di austriaci, italiani, slavi, ungheresi, ebrei? Come può sentire l’irredentismo di cui fu una delle principali protagoniste, e poi la Trieste fascista testa di ponte per le truppe mussoliniane verso i balcani, l’occupazione tedesca, i carroarmati di Tito a pochi metri dalle sue mura, il Territorio Libero di Trieste, il protettorato americano e ora porta verso l’Europa unita orientale? E tutto questo i triestini è come se se lo fossero fatti passare addosso come un fiume in piena quasi in modo passivo. Invasori, eserciti, governi uno dietro l’altro. E puoi vedere tutto questo nella città, nei suoi monumenti, nelle sue strade, nelle sue chiese come strati geologici. Ma Trieste nonostante tutto quello che ha passato è sempre lì a guardare il mare, a custodire il passaggio tra tre mondi, quello italico, quello tedesco e quello slavo. Trieste la Porta. Ma una porta sempre aperta. Ogni volta che ci vado non mi sento mai uno straniero, non mi sento mai escluso come spesso mi capita in altre città italiane. Trieste ti accetta per quello che sei, ti include. Ti dice: passa pure attraverso di me, fermati e guarda il sole che tramonta sul mio mare. Non importa che sia italiano, sloveno, austriaco, croato o un sardo emigrato in Inghilterra in cerca di apolidia. Adoro le montagne a strapiombo e le sue strade ripide con il vecchio tram che fatica. Il panorama mozzafiato dall’obelisco vicino a Opicina, Venezia e la sua laguna ad Est, le banchine e le darsene sempre in movimento giù in basso, le navi colme di merci dall’Est vero porti sconosciuti e quel sole che tramonta sul mare come una palla di fuoco che mi ricorda i tramonti della mia Cagliari, l’Istria e le coste della Dalmazia scure dal tramonto così vicine geograifcamente ma così lontane storicamente, e tutto quel crogiuolo di chiese dalle varie denominazioni vicino al porto che come gli strati geologici di cui parlavo prima ci dicono così tanto delle genti che sono passate di qui. Trieste l’irredenta, Trieste la liberty, Trieste industriale, tutto si amalgama così perfettamente in una striscia di terra schiacciata tra monti e mare, tra nazioni e ideologie. Trieste la bella, una lacrima e un sorriso ogni volta che ti vedo.


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Date: Sunday, 15 Jun 2014 16:21

Vale oggi più di ieri quello che scrissi mesi fa sulla vendetta dei Sauditi e la presa di Falluja.

Nel contesto di cui abbiamo parlato prima, ovvero nella guerra fredda tra Iran e Arabia Saudita, una volta eliminato il terzo incomodo, gli Stati Uniti, ormai è proxy war. Come possono quattro straccioni sunniti prendere un’intera città, avere armi anticarro e antiaeree se non grazie all’aiuto di uno stato compiacente? Come non si può vedere la presa di Falluja come una vendetta dei sauditi contro gli USA dopo che Obama gli ha girato le spalle? D’altronde re Abdullah nei cabli segreti rilasciati recentemente non ha fatto altro che dire che Maliki altro non è che un agente degli iraniani di cui non fidarsi . Si tratta di una guerra tra re Abdullah e Maliki. Tutti questi giochi nello scacchiere mediorientale altro non sono che mosse di una più grande partita tra sette religiose per il controllo sociale, culturale, religioso e soprattutto economico dell’area. Ma quale Islam contro l’Occidente! Questo è quello che ci vogliono far credere i sauditi, in realtà è Islam contro Islam e ora che l’Iran non è più all’angolo e sarà libero di muoversi e ne vedremo delle belle. http://fabristol.wordpress.com/2014/01/07/la-neanche-tanto-sottile-vendetta-dei-sauditi/

Noto con estremo dispiacere che i commentatori, perfino quelli più attenti internazionali, parlano ancora di terroristi, Al Qaeda, settarismo, Al Baghdadi nuovo Bin Laden ecc. Avevo poca considerazione dell’intelligenza media di giornalisti e politici all’epoca, oggi mi pare una certezza. Il vero problema in Medio Oriente non è Al Qaeda, non è Assad, non è l’Iran, non è neppure il terrorismo islamico e in un certo senso neppure l’Islam di per sé (anche se ce la mettono tutta per farci pensare il contrario) ma una famiglia superpotente che ha in mano le redini del mondo (altro che illuminati, Bilderberg e cospirazioni varie) da più di 60 anni: la famiglia Saudi. L’ISIS, ribattezzata stupidamente la nuova Al Qaeda da giornalisti ignoranti è semplicemente guerriglia sunnita finanziata dai sauditi. Sauditi contro Iran per il predominio geopolitico, economico, culturale e religioso della regione. Sempre a guardare all’Iran come al nemico, sempre ad equiparare il suo regime al nazismo, sempre contro gli sciiti ma l’Occidente non si è mai accorto di avere una serpe di alleato sempre dietro che muove i fili del terrorismo internazionalee dal 9/11 in poi. O meglio l’Occidente fa finta di non vedere chi è il vero cattivo della situazione perché di mezzo ci sono i petrodollari sauditi. E la colpa è sempre degli USA, qualsiasi mossa facciano la fanno sempre sbagliata. Prima finanziando e proteggendo i sauditi per 60 anni in cambio di petrolio, poi appoggiando Saddam, poi creando l’Iran con il colpo di stato organizzato dela CIA, poi demonizzando l’Iran (la creatura più mostruosa nata dalla politica estera statunitense; Khomeini in una ipotetica ucronia senza USA non sarebbe mai nato), poi con le due guerre in Iraq, poi con l’imposizione di Maliki, il più corrotto e settario governatore irakeno che potessero mettere al potere. E ora se ne lavano le mani dicendo che vogliono rimanere neutrali. Dopo 70 anni di proxy war, complotti, colpi di stato, invasioni adesso fanno finta che non sia un loro problema. Bombardare l’ISIS con droni dicono, bombardassero Riad piuttosto e tutto si risolverebbe. Se devo scegliere tra i due mali, sunnismo e sciismo, preferisco di gran lunga lo sciismo. Tra Riad e Teheran io sto con Teheran.

 

 


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Date: Friday, 06 Jun 2014 07:07

20140407_090631Guardate bene questa pagina pubblicitaria trovata sul magazine che si può trovare nei voli Easyjet a Maggio. Ho preso una pagina a caso delle tante che pubblicizzano destinazioni per le vacanze. Questa pubblicizza una catena di club/ristoranti delle isole Baleari. Con tanto di foto invitanti, informazioni utili su come raggiungere il luogo e contattare per prenotazioni. Un turista inglese quando apre il magazine viene attratto dalle foto accattivanti e che invitano al relax e allo svago. Non ha bisogno di un testo che gli descriva dove è il posto e che cosa si possa fare. E’ tutto lì in quelle foto. Dopo mesi e mesi di lavoro e pioggia e grigiore ha bisogno di un posto come questo per rilassarsi. L’unico motivo per cui una pubblicità esiste è per attrarre un cliente. Questo messaggio dovrebbe essere invitante, semplice e accessibile a tutti. Ora guardate bene la pubblicità che il comune di Cagliari invece ha deciso di pagare nel magazine di Easyjet.

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Ora immaginatevi un turista inglese medio che non conosce Cagliari, men che meno la Sardegna (solo il 15-20% degli inglesi sanno che esistem a d’altronde quanti italiani sanno dov’è l’Isola di Man o le Shetland?) e si ritrova questa pagina qui. Cagliari? Cosa è? Un vino? Un gelato? Un club? Ah no dev’essere una processione religiosa di qualche paese mediorientale. Un mosaico a pois, un albero in primo piano di notte e un acquario sotto. E poi un lungo e noiosissimo testo tradotto papale papale dall’italiano all’inglese. Incomprensibile per un italiano, figuriamoci per uno straniero che non sa nulla di questo posto. Migliaia di euro di tasse comunali spese per 4 quadrati messi uno sopra l’altro. Uno spreco di spazio, di risorse per una pagina incomprensibile nel messaggio che vuole dare e nel design.

Sorvolando sulla scelta del font, l’assenza di giustificazione del testo e altre questioni estetiche, trattasi di un lavoro così provinciale che mi sorge il dubbio che al comune sia andata così: “Abbiamo bisogno di fare pubblicità per la città. Tu conosci qualcuno Ignazio?”. “Sì c’è il cugino di Chicchitta che smanetta con il computer. E’ bravissimo guarda.”

E voi dove andreste se foste un turista inglese che ha bisogno di sole e relax e non conosceste né un posto né l’altro? Al Nikki Beach o nella terra delle palme viste di notte, i mosaici a pois, gli acquari e le statue di Gesù?

Ecco perché nessuno conosce la Sardegna, ecco perché non esiste turismo, ecco perché gli amministratori locali sono così provinciali.


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Date: Friday, 23 May 2014 06:27

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E’ raro che utilizzi questa parola, fascismo, per descrivere una situazione sociale e politica ma quando lo faccio è con cognizione di causa. Non posso infatti trovare altro termine per descrivere la situazione che si è creata tra i tassisti milanesi e gli autisti che si appoggiano a Uber, l’app che sta facendo imbestialire i tassisti per l’appunto. C’è infatti tutto quello che costituisce l’essenza stessa del fascismo. Abbiamo il corporativismo, il sistema di categorie protette che stava alla base della società fascista. Il governo che dà le licenze a pochi per poterli controllare e legarli al potere politico, la negazione totale del libero mercato. Abbiamo quindi il protezionismo che priviliegia i pochi privilegiati e mette ostacoli a chi vorrebbe entrare nel mercato. Abbiamo l’utilizzo delle tariffe fissate per legge che distruggono la libera concorrenza, mutilano il progresso e alzano i prezzi a discapito di servizi e clienti. Abbiamo lo squadrismo più becero di chi si sente protetto dal governo e può insultare, minacciare e investire chi vorrebbe portare un servizio migliore e più economico ai cittadini. Abbiamo l’appoggio dei partiti di destra come Fratelli d’Italia. De Corato, vice presidente del consiglio comunale ha infatti intrapreso una battaglia contro l’ “illegalità”. Ovviamente è “legalizzato” solo chi lavora in connubio con lo stato, come durante il fascismo. O come Guido Viale della lista Tsipras – socialisti internazionali ma sempre fascisti – che parla di “privatizzazione selvaggia del servizio pubblico”. Le parole sono sempre le stesse e quando le sento so già da che parte stare: farwest, liberismo selvaggio, illegalità, sicurezza. Tutti paroloni sulla bocca del politico di turno che sottintendono sempre la solita solfa: più Stato e meno libero mercato.

Uber permette di avere un servizio più efficiente e a basso costo con il semplice click in una app del proprio smartphone. Il pagamento avviene tramite la app ed è in base ai chilometri percorsi. Un autista di Uber per dire non potrebbe mai fare il furbo come fanno i tassisti di Roma e Milano con i turisti giapponesi o orientali perché non vi è denaro contante in gioco e i prezzi sono gestiti centralmente dalla app. O trovarsi extra addebitate non concordate alla partenza. Finiti i tempi per fare i furbetti del quartierino quindi. E finita è pure la mancanza di innovazione tecnologica che nel settore è ferma a logiche di 80 anni fa. Dice bene infatti il CEO di Uber Travis Kalanick: “They don’t have to innovate because those cabs are always full. And they’re full because they’ve gotten City Council to protect them, to basically outlaw competition.”.

Purtroppo c’è poco che possiamo fare per appoggiare Uber contro la lobby dei tassisti – la loro lobby, i partiti, i media e lo stesso Stato sono contro Uber – ma sicuramente possiamo fare una cosa molto semplice che sta al cuore del libero mercato. Ovvero scegliere. Quando dovrete prendere un taxi scegliete Uber e lasciate i taxi con licenza a scioperare mentre aspettano l’intervento dello Stato per proteggerli.


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Date: Friday, 16 May 2014 06:50

Bergoglio-Ratzinger-2107929075L’opinione pubblica e il web italiani (e non) per anni sembravano in preda ad una guerra senza esclusione di colpi tra clericali e anticlericali. Ogni giorno notizie di nuovi interventi papali scatenavano le ire di laici, anticlericali e liberali. Anche tra queste pagine le critiche al clericalismo erano quasi quotidiane. Poi come d’incanto tutto è svanito. Questo post cercherà di analizzare per quanto possibile le ragioni di questo collasso nella discussione pubblica su temi che per anni furono così caldi, anzi scottanti. Perché non si parla più di ruolo della religione nella società come un tempo? Perché laicismo e anticlericalismo sono svaniti quasi nel nulla?
Una risposta semplice potrebbe essere quella dell’elezione al trono di Bergoglio e l’abdicazione di Ratzinger. Troppo semplicistica, credo. Infatti il trend verso il basso delle discussioni sulla laicità era già in discesa ben prima che Bergoglio salisse al soglio pontificio. Non nego che Bergoglio abbia contribuito a rendere il clima più sereno ma esistono a mio parere più ragioni da considerare.
Partiamo da Bergoglio e dalla straordinaria abdicazione di Ratzinger. Bergoglio, per quanto i cattolici ci vogliano far credere del contrario, non è stato eletto per voleri imperscrutabili divini ma per una semplice ragione: la chiesa cattolica apostolica romana stava attraversando divisioni interne e nel frattempo stava combattendo una guerra contro la modernità che non poteva vincere. Sappiamo tutti delle lacerazioni interne tra conservatori e progressisti, tra la curia romana piena di vizi, scandali, nepotismi e la periferia in cerca di una nuova strada spesso per niente schifata dall’incontro con protestantesimi o metodi che un tempo sarebbero stati definiti eretici. E sappiamo tutti da che parte si trovava Ratzinger. Per quanto riguarda la guerra contro il mondo sono bastati pochi anni a Ratzinger per capire che lo scontro frontale contro la modernità stava portando la Chiesa a perdere il 90% dei propri fedeli, ovvero i cosiddetti “casual christians”, cristiani per tradizione culturale, anche definiti cristiani secolari che non hanno mai letto o capito un testo cristiano, che ignorano le dottrine di base e che inorridirebbero a conoscerle e/o comprenderle. La massa su cui tanto si basa la forza del cattolicesimo è infatti una marea inorganica di individui che battezzano i propri figli per lo stesso motivo per cui si toccherebbero i coglioni al passaggio di un gatto nero, che seppelliscono i propri morti sotto una croce perché si “fa così nel mio paese” per lo stesso motivo per cui non assocerebbero una cravatta bianca con una camicia bianca.
Ecco, Ratzinger stava perdendo questo tipo di cristiani. Ed ecco il calcolo freddo e geniale: dopo il lupo eleggere una (finta) pecora, farla santa ancor prima di eleggerla, far credere che la Chiesa è cambiata. Che basta eleggere un gesuita argentino dallo sguardo docile per far credere a miliardi di persone che le centinaia di migliaia di clericali che fino al giorno prima leccavano i piedi a quello “cattivo” ora sono tutte buone come lui. Milioni di persone avrebbero intrapreso una crociata religiosa per Ratzinger e il giorno dopo quegli stessi milioni dichiaravano che Bergoglio era quello buono. La logica è dalla mia parte se quindi affermo che quelle stesse persone stavano seguendo un papa “non buono” ovvero un papa cattivo. Che considerazione dovrei avere di un gregge tanto cretino, così ovinamente criminale? Che differenza avrebbe fatto alla loro coscienza papa A, papa B e papa C? Tanto che in questi giorni 4 papi, mai stati così diversi e rappresentanti di differenti cattolicesimi vengono celebrati come se fossero intercambiabili?
Campagna mediatica intensiva fin dal primo giorno, telefonate alla gente comune, il papa dei poveri e titoli commoventi, campagne strappalacrime degne degli autori di Domenica In, tutti gli ex-comunisti un tempo mangiapreti come falene volano intorno al papa marxista. A fare lo splendido con i soldi altrui ci riescono tutti. Bergoglio fa quello che qualsiasi essere umano nelle sue condizioni – un anziano che non ha un cazzo da fare dalla mattina alla sera con in mano miliardi di euro e microfoni pronti a seguirlo dappertutto – farebbe. Ci si meraviglia della sua umanità. Piuttosto ci dovremmo meravigliare della bestialità dei suoi predecessori.
Tutto a posto quindi? Mi volete dire che gli affari della Curia romana ora non vengono fatti sotto banco, che la pedofilia nel clero non è più un problema, che la Chiesa non prende più miliardi dallo stato italiano? No, queste cose esistono ancora ma Bergoglio è il papa buono, quindi faccenda chiusa. Eppure non credo che sia solo questo che abbia creato questa caduta nei trend sulla laicità. Il mio parere è che in fin dei conti, nonostante questo revival pauperista, questa cecità massmediatica, questa ipocrisia collettiva la chiesa sia più debole che mai, oggi più di ieri quando c’era Ratzinger. Il passo indietro di Bergoglio è il sintomo di una battaglia persa contro il mondo. Di una rinuncia alla imposizione frontale della dottrina cattolica sulla società. Del convincimento che il cattolicesimo possa sopravvivere nel mondo moderno senza la forza bruta. Ratzinger lo sapeva bene che il suo gregge si sarebbe estinto a breve e il suo fu il colpo di coda di un Leviatano destinato a morte certa. Il cattolicesimo nasce e vive grazie al suo rapporto privilegiato con i potenti di stato. Il cattolicesimo è violenza per lo stesso motivo per cui qualsiasi governo è violenza contro gli individui. Imposizione dall’alto, imprinting statale, scolastico e familiare. Si è cattolici non per convincimento ma per tradizione, decisa dalla società. Senza l’imposizione il cattolicesimo diventa un protestantesimo qualunque destinato ad estinguersi come infatti sta succedendo in tutti i paesi ex-protestanti (e ora secolarizzati). Bergoglio potrà far piacere alla coscienza degli ex-comunisti che faranno pace sulla tomba con la religione della loro infanzia, ma la sua politica finta buonista non fa altro che ricordarci che il secolarismo ha vinto nel lungo termine, che la scelta di appartenenza religiosa è un valore ora radicato delle moderne culture occidentali e che senza una politica forte e dai toni violenti la chiesa cattolica romana è destinata ad estinguersi in un paio di generazioni.
In un certo senso gli anticlericali se ne sono accorti inconsciamente di tutto questo. L’anticlericalismo non tira più perché il clericalismo è moribondo, perché perfino i clericali sono stanchi di combattere contro l’omosessualità, aborto, ricerca scientifica, libertà di religione ecc. Perché ci siamo un po’ tutti stancati di parlare di tutte queste cose, di cambiamenti assodati e irreversibili nella società. L’anticlericalismo esiste solo quando c’è il clericalismo, e allora che senso ha combattere una forza che ha rinunciato alla propria rabbiosa missione contro il mondo?


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Date: Sunday, 11 May 2014 16:17

Facebook è uno strumento ormai diventato universale e massificato. Così comune e utilizzato che possiamo ora tranquillamente associarlo ad esempi storici come la radio o il telefono. Come tale ha avuto un peso enorme sulla società moderna. Il mio compito con questo post è cercare di individuare quegli aspetti negativi che FB ha introdotto sulla vita di tutti i giorni della società umana.

Forse è troppo presto per scrivere uno studio sociologico esaustivo su come Facebook abbia cambiato le nostre abitudini. Non lo so, ma sono sicuro che se Facebook dovesse un giorno scomparire gli effetti che ha prodotto sulla società umana rimarranno per molti decenni a venire.

Al netto delle cose positive che FB ha creato (poche a mio parere) sarebbe interessante elencare quelle che ha cambiato in peggio nella società umana:

1) Non avrai altro dio che me. FB è uno strumento totalizzante, nel senso che fin da subito si è imposto come una piattaforma attraverso la quale si può fare tutto su internet, dalla comunicazione alla pubblicità, dal commercio alle notizie. A tal punto che le nuove generazioni usano FB pensando che sia internet stesso. Più volte sono rimasto sconvolto dalla chiusura mentale, o meglio dire internettiana, che FB ha prodotto sulle nuove generazioni. Ci sono ragazzi che accendono PC o aprono browser su cellulare solo per controllare FB. Non esiste un mondo oltre FB. Se una notizia non passa attraverso FB non esiste.

2) Survival of the fittest. In un’inarrestabile competizione evolutiva tra tecnologie di comunicazione FB sta piano piano soppiantando quasi tutti i metodi tradizionali di comunicazione: telefono, SMS, email stanno diventando sempre più rari e/o vengono relegati a nicchie ecologiche specializzate. SMS ormai vengono utilizzati quasi esclusivamente in campo commerciale da compagnie per mandarti conferme di acquisto, codici di attivazione ecc. Chi ancora nel 2014 scrive un messaggio di amore su SMS? Le email sono ormai relegate all’ambito lavorativo e ho conosciuto persone che hanno abbandonato l’email del tutto. Tra 5 anni l”email diventerà un po’ come il fax? Di nuovo una tecnologia totalizzante che non ammette rivali.

3) Se non ti evolvi ti estingui. In questo ecosistema dove solo il più forte sopravvive gli altri provider di strumenti di comunicazione hanno dovuto evolversi e lo hanno fatto diventando simili a FB. Prendete Google per esempio. Google Plus non sarebbe mai esistito senza FB. E Youtube non sarebbe mai stato comprato da Google, né a quest’ora saremmo costretti ad iscriverci ai commenti di Youtube via Google +. Guardate i siti di notizie, diventati delle arene di post, like e commenti (con i commenti di FB embedded a fine articolo) stile FB. Come sarebbe stato internet senza FB?

4) Vivere l ‘attimo (che sfugge). E’ finita l’era di internet come un immenso database entro cui fare ricerche, ritrovare dialoghi passati, trovarne di nuovi. FB non permette la tracciabilità sui motori di ricerca di vecchi scambi di commenti, di post interessanti ecc. In pratica FB ti permette di vivere solo nell’attimo in cui la pubblicazione del materiale sulla sua piattaforma avviene o al massimo vecchia di qualche giorno. Trovare vecchi scambi “epistolari” è un’impresa. Questo si riflette sulla effemerità della comunicazione odierna. Se non si legge al momento è difficile poterla leggere più avanti.

5) La morte dei blog. Sicuramente esistono milioni di cause che hanno decretato la morte dei blog ma FB ha sicuramente contribuito alla pugnalata mortale. Molti blogger sono emigrati su FB abbandonando i propri blog per un semplice motivo: scrivere post sui blog è faticoso, complesso, prende tempo (tempo che non esiste più perché dobbiamo sorbirci le milioni di cazzate che i nostri “amici” ci propinano sui loro status. Scrivere una breve invettiva a commento di una notizia su FB è più veloce, efficace e la ricompensa è decine di volte più grande. Ci possono essere centinaia di persone che leggono il tuo blog (lurkers) e lo sai perché vedi le statistiche del tuo blog ma FB ti permette di ricompensarti immediatamente con decine di “Mi piace” e brevi commenti che non devono essere autorizzati da Kaptcha engines (un’altra delle cause della morte dei blog a mio parere; quante volte ho mandato affanculo il sistema dei commenti di un blog perché non riuscivo a leggere un kaptcha!). Il problema però è che un blogger emigrato su FB perde l’anonimato e può essere letto da parenti e amici che non necessariamente saranno felici di leggere quello che verrà scritto. Infatti uno dei vantaggi del blog è che ci si può creare un audience di lettori con gusti simili. I parenti e (molti) amici e conoscenti non si scelgono. Ecco il motivo di tante discussioni infuocate o di amicizie finite perché ci si è improvvisamente resi conto che l’amico dell’infanzia ora è un grillino o un berlusconiano o un comunista ecc. ecc.

6) Gli effetti sulla vita reale. Fino ad ora abbiamo visto gli effetti di FB all’interno dell’ecosistema internet. Ora vediamo cosa ha cambiato nella vita reale di milioni di persone. FB ha permesso di mettere in comunicazione chiunque abbiate conosciuto fin da quando siete nati. Molti potrebbero vedere questo punto come una cosa positivia ma ne siamo veramente sicuri? Il bello di cambiare posti, scuole, università, lavori e giri di amici è che tutte le persone che non avremmo mai voluto avere più affianco scompaiono nel passato. I cambiamenti che si hanno nella vita di tutti i giorni ti permettono di filtrare le conoscenze, di selezionare chi veramente vuoi che conti nella tua vita e chi no. FB invece ha costretto milioni di persone ad accettare vecchi compagni di classe che non si sopportavano, di vedere ex o amici di ex che non si vorrebbero più vedere, conoscenti che nella vita preFB sarebbero rimasti tali mache oggi si devono accettare su FB. Questo provoca frustrazione, astio, gelosie ecc.

7) Il tempo che fugge via. Gli effetti sul tempo sono incredibili: ogni giorno centinaia di milioni di persone scorrono un elenco di status personali, invettive, cazzate, catene di sant’antonio, gattini, petizioni da firmare, foto di cibo, selfie ecc. In una parola il nulla più totale per ore e ore. Questo toglie tempo e attenzione da altre attività. Su internet per esempio è possibile accedere a tutto lo scibile umano con il movimento di un mouse ma siamo troppo impegnati a guardare foto di gattini o dell’omelette che la nostra amica ha appena postato. Questo si riflette su tante cose, prima fra tutte l’attenzione che si dà alle notizie. I giornalisti devono catturare l’attenzione di una persona in poche parole, ultrasensazionalistiche, perché l’utente medio di internet ha solo pochi minuti di attenzione. Spesso solo un titolo viene letto opportunamente postato su FB. Il rumore di fondo è così forte che è veramente difficile concentrare l’attenzione su ciò che è veramente importante.

8 ) Era pre-FB e era post-blog. Quando internet era dominato dalla blogosfera solo un piccolo gruppo di persone comunicava efficacemente su internet. All’inizio un po’ tutti si erano cimentati sulla blogosfera ma alla fine dopo anni la selezione naturale aveva creato una comunità di scrittori che scriveva assiduamente e con passione di vari temi. C’era chi era specializzato in qualcosa in particolare, chi era un generalista, chi un comico, chi un critico, chi un fumettista, chi un novellista ecc. La blogosfera era un sistema emergente che permetteva solo ai più dotati, appassionati e volenterosi di esprimere un giudizio in pubblico. Grazie al feedback di contatti e commenti e link solo chi veramente sapeva scrivere o aveva idee interessanti poteva andare avanti. Non era il mondo perfetto ovviamente, tanti cazzari come è fisiologico che sia, ma come con la TV si poteva cambiare canale. Enter FB. FB invece ha dato la voce alle masse, dalla casalinga frustrata alla teenager annoiata, dall’operaio che vota Lega al professore universitario che vota Grillo. Ha dato la voce a queste masse e quello che hanno fatto è stato semplicemente traslare in una arena di discussione pubblica tutte le discussioni che venivano fatte dalla parrucchiera, al bar, allo stadio, per strada. Una discussione pubblica a cui non si può sfuggire perché è lì sulla bacheca di FB. Un tempo si poteva cambiare canale anche nella blogosfera e scegliere chi e cosa seguire. Ora tutte le frustrazioni umane, tutte le più bieche emozioni dell’uomo medio, l’astio, le gelosie per non parlare del kitsch, dell’orrido sottoforma di gusti musicali, artistici o politici si riversano quotidianamente sul vostro PC o cellulare. Che effetti può avere una tale massa di bassezze umane sulla nostra psiche, costretta senza la possibilità di filtrare a sorbirsi tutto questo? Che opinione si può avere dell’umanità dopo aver passato 10 minuti su FB?

9) sappiamo tutto di te. Spesso si dice che questa è l’era in cui la privacy non ha più alcun significato. E’ vero certo, ma solo per chi usa social network come FB appunto. Chi non è su FB, come il sottoscritto, ha maggiori possibilità di mantenere la propria privacy protetta. Protetta da chiunque, primo fra tutti il governo che utilizza i social network per immagazzinare più informazioni possibili su di noi. Arriverà un giorno in cui saremo costretti dai governi ad iscriverci ad un social network per fare la domanda di un passaporto o per prenotare dal medico. E con la compiacenza di FB e similia i governi avranno accesso a tutte le informazioni di tutti.

In conclusione, penso che se FB fosse rimasto uno strumento come tanti e non avesse preteso la totale attenzione dei propri fruitori come attivamente fa non sarei stato qui a parlarne come se fosse il demonio. Ed è anche un modo per dire a chi mi legge (ormai pochi) che si può vivere una vita normale senza FB. Io la vivo tutti i giorni senza problemi. Ho molto più tempo da dedicare alle mie passioni (tra le quali scrivere su questo e altri blog) e posso scegliere il “canale” da guardare. Certo a volte è problematico vivere in un mondo social quando non si ha FB, specialmente quando la gente ti chiede l’amicizia su FB o perché non vuole mandarti una email, ma sono ancora qui vivo e vegeto. E la cosa più ironica è che forse sarà tramite FB che leggerete questo post. Su cui non potrò leggere commenti (positivi o negativi che siano) o vedere i Mi piace. In pratica la morte della comunicazione tra il creatore di contenuti e i suoi lettori. Un altro motivo in più per non amarlo.

 

 


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Date: Monday, 28 Apr 2014 20:19

papi-beatles-1412828315Ci sarebbe da piangere e invece qui si ride della graziosa messinscena a cui abbiamo assistito a San Pietro. Perché in fondo l’incoronazione di due papi morti da parte di due papi vivi è uno spettacolo irripetibile che poteva essere partorito solo da una mente comica geniale. Neppure i Monty Python avrebbero potuto mettere in piedi una combinazione di siparietti e personaggi comici così perfetta. Ci mancavano solo The Spanish Inquisition insieme a Nude nuns with big guns ed eravamo al completo.

16jpdictator1-articleInline-1298386202Ridiamo certo ma come dicevo ci sarebbe da piangere per la mediocrità tragicomica a cui può arrivare la mente umana. Se vi è sfuggita l’ipocrisia o se non siete appassionati di commedie assurde vi chiedo di immaginare questo: pensate ad un atleta che si inventa uno sport, ne crea le regole per poter vincere lui e sempre solo lui, gareggia da solo e poi si premia da solo. Ecco questo è quello che abbiamo assistito nel giorno dei 4 papi (ci mancava solo papi Silvio e papi chulo ed eravamo a 6). Il livello di assurdità comica è tale che non ho potuto fare a meno di pensare alla scenetta di Sasha Baron Cohen in The Dictator dove il dittatore nordafricano spara a tutti gli altri concorrenti per poter vincere a man bassa (https://www.youtube.com/watch?v=hnie2iY3dOU).

Ogni persona adulta dovrebbe sapere che c’è qualcosa di profondamente sbagliato e ridicolo nell’autocelebrazione e nell’autoreferenzialità. Se un bambino continua a pensare di essere al centro del mondo, che l’universo giri intorno alla propria persona anche in età adulta può diventare un disturbo della personalità o più comunemente si chiama maleducazione. Ma lasciamo perdere queste analisi psicologiche e ridiamo di questa giornata, anche leggendo Spinoza http://www.spinoza.it/2014/04/27/beati-generation/#more-5589


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Date: Thursday, 03 Apr 2014 19:13

logo3_1Scozia, Catalogna, Fiandre, Veneto, Sardegna, Crimea. Li unisce una volontà comune al cambiamento, all’autodeterminazione. Ognuna di queste regioni quest’anno ha avuto o avrà la possibilità di diventare indipendente dal paese che in passato l’ha invasa. Non è così spesso che assistiamo a così tanti eventi di importanza planetaria. Scozia e Catalogna si apprestano al referendum per l’indipendenza quest’anno, in Veneto abbiamo avuto un referendum online, che seppure non ufficiale sta creando grossa paura alle istituzioni italiane – vedi l’arresto farsa ad orologeria di quattro gatti indipendentisti, in Crimea c’è stato un referendum per chiedere l’annessione alla Federazione Russa (e a breve capiterà alla Transnistria). E in Sardegna? Nonostante alle elezioni regionali appena concluse i partiti indipendentisti pur divisi in mille sigle abbiano raggiunto per la prima volta dopo anni numeri a due cifre, un indipendentismo moderno fatica veramente a decollare. Legati spesso a logiche ottocentesche di appartenenza etnico-linguistica ormai obsolete la maggior parte dei partiti si è chiusa a riccio senza proporre nulla di veramente rivoluzionario. Ed è proprio per questo motivo che l’idea di annettere la Sardegna come il 27esimo cantone della Confederazione Svizzera portata avanti da Andrea Caruso arriva la momento giusto come una ventata diriflessioni_0 aria fresca. Per chi come me non crede che la mentalita’ sarda sia in grado di affrontare la modernità, diversità e velocità del mondo moderno sapere che la Sardegna possa essere integrata in uno dei sistemi confederati di maggior successo dell’età moderna mi fa sperare per il meglio. Più volte ho parlato di cantonizzazione della Sardegna (un sistema che sarebbe perfetto per la natura frammentata dell’isola) ma non avevo mai pensato alla Sardegna come un cantone facente parte di una realtà piu’ ampia. E’ come quando qualcuno riesce a farti vedere un aspetto da un altro punto di vista a cui non avevi mai pensato prima. Sembra uno scherzo e la gente si mette a ridere quando se ne parla ma l’annessione alla Svizzera sarebbe la salvezza per l’isola. D’altronde quella dell’annessione alla Svizzera è sempre stato sogno anche di altre realtà indipendentiste come in Lombardia.

Quali ragioni possono addurre i contrari alla proposta? Distanza geografica? Pochi sanno che la Sardegna è più vicina all’Africa che all’Italia e la Svizzera sarebbe più vicina di Trieste per dire. Lingua? Intendete l’italiano che è stato imposto negli ultimi 150 anni? Nessun problema, l’italiano è una delle lingue ufficiali della Confederazione Elvetica. Storia comune? A parte per gli ultimi 150 anni la Sardegna ha avuto più storia in comune con la Spagna. Insomma stupidaggini senza senso. I vantaggi per la Sardegna sarebbero enormi, molti più di quelli dell’indipendenza totale: basso carico fiscale, libertà di decisione su tantissimi punti nodali del cantone, investimenti di ricche multinazionali svizzere, adozione del franco svizzero, integrazione all’interno di una confederazione di altri popoli con differenti culture e lingue. Allo stesso tempo per la Svizzera si tratterebbe di avere una gallina dalle uova d’oro: accesso al mare, aumentare il proprio territorio di quasi il doppio, la popolazione crescerebbe di 1.6 milioni di abitanti, ricchezze naturalistiche e minerarie, vacanze a basso costo ecc. La minoranza italiana diventerebbe meglio rappresentata anche se il sardo potrebbe essere inserito come lingua ufficiale insieme alle altre 4 lingue ufficiali (francese, italiano, tedesco e romancio) e, perché no, pure il catalano di Alghero. Le possibilità per la Svizzera e la Sardegna sono infinite e sono lì, pronte per essere prese a braccia aperte. Questa non è quindi una goliardata ma una seria proposta dai contenuti molto ragionati e di buon senso. Vi invito quindi a firmare la petizione online del sito Cantonmarittimo.com, seguire l’iniziativa su Facebook e su Twitter.


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Date: Sunday, 23 Mar 2014 18:19

Niente. Assolutamente niente.

Se si ha la possibilità di scrivere la storia ovviamente. Eccoci qua: un’altra cosa per cui sono contro corrente (ma non perché sia bastian contrario, intendiamoci): la crisi di Crimea. Come ho scritto da altre parti è da un po’ di tempo che a Obama gli pizzica il culo perché non sa dove mandare le prossime truppe nel mondo e mettere le prossime sanzioni. Dopo la batosta sulla Siria e la retromarcia con l’Iran se la prende con la Russia. Organizza un colpo di stato a Kiev e mette all’angolo Putin. Putin si trova spaesato, pensava che la campagna mediatica sui gay alle Olimpiadi fosse solo una trovata degli americani per farsi belli e puri – loro che trattano bene i gay ma torturano migliaia di persone a Guantanamo e bombardano funerali e matrimoni coi droni- e invece dietro c’era l’invasione dell’Est Europa. Non ho simpatia per Putin di certo, e in passato si è macchiato di crimini orribili ma affianco ad Obama Putin sembra davvero un angioletto. Non andrò nei dettagli sulle mie convinzioni libertarie e su come per me un referendum democratico valga meno di zero sul piano etico ma…. se dobbiamo giocare nel mondo del Risiko reale degli Stati (non di certo il mio paradiso anarchico) allora vi spiego perché Putin questa volta nonostante i suoi modi rozzi abbia ragione e Obama e Occidente abbiano torto marcio.
Forse la cosa più disgustosa è stata la presa di posizione dei giornali di regime occidentali. Non mi sorprendono i media russi partigiani ma quelli europei che in fatto di pluralità valgono come quelli russi per l’appunto. Dopo un bombardamento mediatico durato un mese che ci dipingeva i poveri ragazzi ucraini pieni di ideali e di voglia di democrazia senza farci vedere però i soldi sporchi che venivano dalle diplomazie europee e americane coinvolgendo i partiti neonazi come Svoboda, viene data in pasto ai fotografi la “reggia del tiranno”. Ebbene si: Yanukovich spendeva i soldi pubblici per i suoi porci comodi. Una cosa che gli altri premier occidentali non fanno, tutti castigati e francescani. Il problema con Yanukovich era il suo amore per il kitsch, non ci sono dubbi, ma da qui a dipingerlo come un satrapo intento a fondere oro per costruirsi la yakuzi mentre il popolo crepa di fame ce ne vuole. La reggia del tiranno e tutti suoi strumenti del piacere che vengono fotografati e ridicolizzati dal popolo: è questo che gli occidentali vogliono per giustificare un’azione di guerra. Quindi da una parte abbiamo una vasca da bagno d’oro (magari comprata legittimamente da Yanukovich, chissà) e dall’altra un colpo di stato finanziato da CIA e controspionaggio tedesco con cecchini che sparano ai poliziotti ucraini. Cosa ci fanno vedere i giornali? Solo la prima ovviamente.
Poi cosa fanno: ci fanno vedere i carri armati russi che entrano in Crimea ma si dimenticano di dirci che di truppe russe in Crimea ce n’erano già legalmente 15000 e Putin è stato molto attento a non eccedere oltre le 25000 come era sempre stato d’accordo con l’ Ucraina. Di nuovo vi fanno vedere l’avanzata dei carri propagandata come invasione quando fa parte dell’accordo bilaterale. Vi dicono che va contro le leggi internazionali quando invece è proprio un accordo bilaterale a consentirlo e non vi fanno vedere come il golpe orchestrato dagli USA in Ucraina fosse illegale. Come pure il bombardamento della Serbia (mai consentito dall’ONU) e il referendum per l’indipendenza del Kosovo. Oops! O come il bombardamento della Libia. Oops. Altra guerra illegale ma se la storia la scrivono i vincitori beh tutto a posto. Ciliegina sulla torta il referndum per la secessione che per gli europei è illegale. Chissà se quelli scozzese e catalano e veneto saranno illegali? Comunque gli europei sono dei sadomasochisti da record da primati: usati per i porci comodi di Obama ora pagheranno le conseguenze di questa nuova guerra fredda con le vendette sul gas di Putin e dovranno ripagare il debito ucraino. L’Ucraina un paese allo sfascio che l’UE dovrà ricostruire da zero. Auguri, idioti.


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Date: Thursday, 27 Feb 2014 18:51

Come dicevo già qua a Dicembre (http://fabristol.wordpress.com/2013/12/11/the-geneva-butterfly-effect/) quella che si sta combattendo è una vera e propria Guerra Fredda 2.0 su più fronti tra USA e Russia/Cina. O meglio tra USA e resto del mondo. Nella sua continua sete di conflitto perpetuo (d’altronde la Pax americana può definirsi tale solo quando tutti i paesi del mondo accetteranno la supremazia dell’Aquila) l’America ha oltrepassato quella linea tracciata da Putin per il mutuo rispetto, la Kiev-Hormuz passando per Ossezia e Damasco. Su questa linea Putin aveva chiaramente fatto capire che si giocavano gli equilibri mondiali. Noi da questa parte, voi da quella. Ma niente gli USA con l’aiuto di un fantoccio europeo sempre più accondiscendente stanno spingendo verso Est. Pochi giornali vi stanno facendo notare i fili che legano tutti gli avvenimenti. Si parla di rivoluzione, democrazia, diritti dei gay, dittatori. Sono tutte cazzate. Queste sono le classiche strategie delle democrazie occidentali per preparare l’opinione pubblica a interventi armati. Le democrazie hanno bisogno di scuse, di ragioni nobili per poter attaccare frontalmente e i giornali di regime preparano il terreno. In questo senso Putin ha ragione a parlare di propaganda occidentale in Russia. Basta vedere il caso dei diritti gay per le olimpiadi di Sochi. La comunità LGBT usata, sfruttata senza ritegno dagli USa per i loro sporchi disegni geopolitici. A nessuno importa un cazzo dei gay russi, in molti paesi arabi alleati degli USa li impiccano per dire. Ma quelli non fanno scandalo. Fanno scandalo solo alla vigilia del colpo di stato in Ucraina così che i giornali progressisti potranno dire che “abbiamo attaccato gli interessi della Russia perché maltrattava i gay”. Nessuno vi ha detto che mentre Putin era distratto da Sochi la Merkel sborsava 600 milioni all’opposizione ucraina, quella che assaltava i palazzi del potere con l’aiuto di unità parafasciste. E che dagli USA arrivavano centinaia di milioni di dollari per lo stesso motivo. Buttare giù un presidente regolarmente eletto ma che purtroppo era filorusso. La forza della rivoluzione, i poveri giovani trucidati dal dittatore! Peccato che le rivoluzioni funzionano solo quando sono finanziate da qualcuno. Merkel e Obama hanno sulle coscienze quei morti, burattini per i loro disegni geostrategici. E così dopo più di cento anni le potenze europee tornano in Crimea per togliere dalle mani russe Sebastopoli, il più grande sbocco al Mediterraneo per la flotta russa. Una volta presa l’Ucraina rimangono solo Serbia, Montenegro, Macedonia e Moldavia. E magari ci passa pure la Transnistria. Per poi lamentarci degli immigrati dall’Est che vengono in Europa occidentale a causa dell’ampliamento dell’Unione. Ma alla Germania servono lavoratori a basso costo dall’Ucraina, quindi chi se ne frega se poi salgono al potere i partiti antieuropeisti?

A Obama non è andata giù la vittoria russa a Damasco e quindi punta alla Crimea e al Caucaso quindi. Scommetto tutto quello che volete che da ora in poi aumenteranno gli attacchi terroristici nel Caucaso, indovinate con le armi e con i finanziamenti di chi? Ma a prederci sarà anche la vecchia e stupida Europa perché una volta svegliato l’orso russo, il gas il prossimo inverno ve lo scordate. Pax Americana certo, ma a spese di tutti gli altri.


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Date: Tuesday, 25 Feb 2014 20:42

Sono in viaggio per l’Italia da qualche giorno e il nuovo governo Renzi è sulla bocca di tutti  quelli che incontro. Ma, con grande mia sorpresa, non nel modo in cui mi aspettavo. Pensavo di trovare italiani stufi del solito governo delle promesse mai mantenute, gente arrabbiata per il fatto che un governo sia stato loro imposto senza andare al voto. E invece tutti quelli con cui ho parlato parlavano di Renzi come una sorta di salvatore della patria, un uomo della provvidenza, con frasi del tipo “speriamo che questa volta vada bene” oppure “aspettiamo e vediamo come va”. Perfino da chi di sinistra non è e perfino da chi non ha votato PD a suo tempo. Alla radio ho sentito una celebrazione di Napolitano come l’unica ancora di salvezza che ancora tiene in piedi l’Italia. Ho avuto i brividi, letteralmente. Gli italiani sarebbero capaci di accettare chiunque gli fosse imposto come già accadde con Mussolini. E all’epoca ci fu sempre un re che accettò e impose un uomo salvatore della patria. Ieri come oggi il re ha un altro nome, ma sempre di monarca si tratta. E sempre di un uomo imposto dall’alto si tratta. E della passiva accettazione della popolazione si tratta di nuovo, come sempre. Il problema non è la strabiliante somiglianza tra i due eventi ma che questo possa accadere di nuovo in futuro con altri protagonisti ben più pericolosi (un Grillo per esempio). Insomma un precedente che possa essere utilizzato come escamotage dalla casta per perpetuare se stessa ad libitum. Quello di Monti fu un colpo di stato orchestrato dalle potenze europee in combutta con Napolitano, quello di Letta una emergenza dettata da questioni di equilibri di poteri interni al parlamento ma quella di Renzi non sta né in cielo né in terra per il modus operandi e per la totale sottomissione di media e cittadini. Renzi non è il problema, né la casta che cerca di sopravvivere: i problemi sono due, Napolitano che in barba ai limiti della sua carica si atteggia a vero e proprio monarca e i cittadini che accettano il tutto come se fosse la cosa più normale. E ve lo dice uno che nella democrazia non ci crede proprio per niente: tutto questo non è normale.


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Date: Wednesday, 19 Feb 2014 18:50

indexNell’ultimo periodo credo di aver cambiato molte delle mie convinzioni. Una di queste è sulla necessità dei governi di finanziare la ricerca scientifica. Ovviamente questo è un argomento che mi tocca da vicino: emigrato all’estero per fare ricerca dal lontano 2006 faccio parte di quelle migliaia di ragazzi che vengono collettivamente chiamati “cervelli in fuga”. Non mi piace cervelli in fuga e nemmeno rientro dei cervelli. Siamo quasi tutti di intelligenza media, chi più chi meno e la ricerca è solo una delle tante motivazioni per cui siamo andati all’estero. E la ricerca scientifica è un lavoro come un altro, infatti non ho mai sentito dire che gli operai che lavorano all’estero sono braccia in fuga. Siamo semplicemente lavoratori come tutti gli altri che vanno dove c’è il mercato per la nostra professione. Alla stregua di tutti gli altri lavoratori che si occupano di lavori che non hanno bisogno di essere localizzati ma anzi sono incentivati all’internazionalizzazione compresi calciatori, modelle etc. (palloni in fuga e gambe in fuga?). Ah, i nostri ragazzi sono costretti ad andare all’estero! Non sono costretti, sono loro che hanno scelto una occupazione che non ha mercato in Italia e quindi devono spostarsi dove il mercato c’è. E’ come se in Groenlandia tutti si laureassero in viticoltura e l’opinione pubblica e i governi che si lamentano che i ragazzi sono costretti ad emigrare nel Meditterraneo.

Quello che voglio dire è che la ricerca scientifica è un lavoro che non può essere creato dal nulla in mezzo al deserto e che consiste in una certa mobilità. Non ho mai sentito nessun governo proporre di incentivare la coltivazione della palma da cocco nel Trentino perché altrimenti i coltivatori devono andarsene nell’Oceano Indiano a coltivarla. Né un governo britannico spendere il 10% del suo PIL per coltivare la vite nelle Highlands scozzesi perché altrimenti i viticoltori scozzesi devono espatriare in Italia. Sembrerò un po’ cinico e questi esempi potrebbero sembrare fuori luogo ma ci sono popoli, culture e paesi che non sono fatte per certe cose: geografia, storia, cultura, religione, tradizione, infrastrutture creano differenza tra paese e paese e solo uno stupido potrebbe considerare di spendere miliardi per coltivare la vite con successo in Scozia o in Groenlandia. Così l’Italia per tradizione, storia, religione ecc. non è fatta per la scienza. Gli italiani e la scienza hanno sempre avuto un pessimo rapporto e quei pochi che hanno proseguito la ricerca accademica ad alti livelli lo hanno fatto nei paesi in cui la scienza è considerata come una parte fondamentale della cultura (dove la vite può crescere). Spendere milioni di euro per un centro di ricerca in Molise o nelle montagne del Gennargentu può inorgoglire i pastori locali ma non servirà a niente se la mentalità di quel centro è antiscienza, se il governo regionale è antiscienza, se il vescovo o gli ambientalisti/animalisti di turno sono contro quel specifico tipo di ricerca, se i ricercatori non hanno le basi di scienza. Quel centro diventa una cattedrale nel deserto, un vigneto in Scozia che non produrrà nulla.

Perché i governi devono investire in scienza? Perché devono competere tra di loro con condizioni di partenza (substrati) spesso ineguali? Non vi pare un retaggio del secolo scorso e della guerra fredda questo? La famosa autarchia per cui uno stato deve eccellere in tutto per poter sconfiggere tutti gli altri in una partita infinita di Risiko?

Se la scienza è internazionale e non conosce confini qual è il motivo per cui dobbiamo farla sotto casa nostra? I frutti della ricerca a Londra arrivano da noi comunque sotto forma di prodotti o strumenti o applicazioni.

Le ricadute commerciali direte voi. Sì ma che senso hanno le ricadute commerciali, i brevetti e tutti questi premi quando il mercato è globalizzato e internazionale tanto quanto la scienza? Che senso quando la manifattura è in Cina o India? L’industria manifatturiera o farmaceutica italiana non esiste più perché è delocalizzata in altri paesi, si fonda sull’internazionalizzazione dei propri dipendenti e strutture. Il prodotto della ricerca coreana arriva nelle nostre case con Samsung, LG e Hyundai anche senza che alcun centro di ricerca italiano abbia fatto qualche scoperta che ha portato a quel prodotto. Non siamo più nel pieno della guerra mondiale quando le potenze tenevano le loro ricerche segrete per poi utilizzarle per il dominio globale. Il contesto del 2014 è completamente diverso. Ciò non significa che l’Italia non debba investire in ricerca ma di certo non all’interno del suo territorio. Per esempio collaborando a progetti internazionali come il CERN, ESA, Horizon 2020 ecc. Che senso ha costruire un sincrotrone per paese quando ci si può mettere d’accordo e collaborare per avere un risultato più veloce e migliore? Oppure perché non specializzarsi nella ricerca in uno specifico settore invece di disseminare il continente di migliaia di laboratori tutti uguali (che studiano la stessa cosa) ma con fondi ridicoli?

E non significa neppure che l’Italia debba fare solo cibo, design e calcio (odio questi stereotipi). Esistono sicuramente milioni di altre specialità in cui l’Italia potrebbe eccellere ma non si può di certo imporlo dall’alto costruendo cattedrali nel deserto. Chi vuole fare ricerca scientifica di qualità può spostarsi dove la fanno così come chi in Scozia vuol fare il viticoltore può spostarsi più a sud, chi vuole giocare a cricket può andare in India, chi vuole fare la supermodella può andare a New York ecc.

L’Italia non è un paese per la Scienza. Ma capisco che tutto ciò che ho scritto qui sopra sia pura eresia per chi ancora considera le nazioni dei tabù intoccabili, i confini sacri e la globalizzazione una maledizione. Commenti?


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Date: Thursday, 13 Feb 2014 06:50

Dopo quasi un decennio all’estero (ebbene sì questo settembre segnerà i 9 anni della mia permanenza all’estero) posso con sicurezza elencare i dieci più comuni errori che gli italiani fanno quando tentano di parlare l’inglese. Se siete appena arrivati su questo blog e non conoscete questa rubrica qui ci sono le altre puntate: http://fabristol.wordpress.com/category/quello-che-non-vi-hanno-mai-insegnato-al-corso-dinglese/

Enjoy!

1) Excuse me/sorry: se una persona cerca di attrarre l’attenzione di un’altra dicendo “Sorry!” state tranquilli che si tratta di un italiano. Giusto l’altro giorno in aereo una ragazza cercava di chiamare l’hostess urlando sorry, sorry, sorry ma è bastato l’aiuto di un inglese con un “excuse me lady, this girl would like to talk to you.” per farla girare. L’italiana era infuriata perché pensava che l’hostess la stesse ignorando ma in realtà quello che stava urlando era “mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace” verso una persona con cui non aveva avuto alcun contatto. Infatti excuse me si usa per attirare l’attenzione e chiedere permesso mentre sorry si usa principalmente per chiedere perdono, scusa. In italiano questa differenza è irrilevante perché usiamo il verbo scusare per indicare due azioni diverse. Per evitare di fare questo errore che agli italiani viene naturale pensate in questi termini: quando siete in strada e volete superare un gruppo di persone e dovete passare in mezzo dite “excuse me”, quando invece pestate un piede a qualcuno dite “sorry”. Excuse me viene prima di un contatto, sorry dopo che il contatto è avvenuto. Se pensate in questi termini sarà più facile ricordarsi della differenza.

2) Per anni ho risposto al telefono dicendo Hello I’m Fabrizio anche con persone che sento tutti i giorni. Un giorno un mio collega mi fa: “Fabrizio ogni volta che rispondi mi dici che ti chiami Fabrizio, ma lo so benissimo!”. Da quel giorno ho capito che esiste una grande, immensa differenza tra I’m X e it’s X al telefono! In italiano siamo abituati a dire Pronto sono X quindi istintivamente in inglese ci viene da dire I’m X. Ma in inglese significa letteralmente “Pronto mi chiamo X.”. Quello che si dovrebbe dire è Hello it’s X, che letteralmente significa Pronto è X che parla. Questa la definisco una ottima figura di merda, di quelle che ti rimarranno per tutta la vita. Ricordatevi le figure di merda sono il pane quotidiano per un buon apprendimento: pane e merda, così s’impara l’inglese all’estero. Se non fate figuracce non state imparando.

3) Eventually: eventually non significa eventualmente. Mettiamocelo in testa. Eventually è un false friend e significa infine o alla fine (a volte può essere utilizzato in un contesto in cui si vorrebbe dire prima o poi). Eventualmente si dice in case o possibly. Non cadete nel tranello.

4) Before/earlier: altra figura di merda memorabile in Svezia grazie ad un amico belga (che quel giorno ho odiato ma poi ho ringraziato). In italiano per indicare un avvenimento antecedente a qualcosa utilizziamo “prima”. Ma “prima” viene anche utilizzato per indicare un avvenimento avvenuto nel passato senza specificare “prima” di qualcosa. Nelle altre lingue e specialmente in inglese queste due differenti indicazioni di tempo sono espresse da due parole differenti: quando si vuole indicare un avvenimento antecedente a qualcos’altro si usa before, mentre per qualcosa che è avvenuto indipendentemente da un altro avvenimento earlier. In genere gli italiani usano before in qualsiasi situazione. “I did it before.” “Why didn’t you come before?” ecc. Tornando al mio amico belga un giorno mi chiede: “You italians always say that you do things before, but before what?” Ecco, per evitare di sbagliare fatevi sempre questa domanda: before what?

5) after/later: stesso problema del punto 4. Si dice “I’ll do it later” non “I’ll do it after” (a meno che non si voglia sottindere qualcosa da fare dopo qualche altra cosa). Di nuovo chiedetevi sempre come il mio amico belga: before what and after what?

6) do/make mistake: anche qui il problema risiede nell’italiano che usa lo stesso verbo per indicare più cose. L’inglese differenzia tra il verbo to do, compiere un’azione, e to make, produrre, costruire, fare qualcosa. In genere gli italiani privilegiano to do perché nella maggior parte delle volte è simile al nostro fare ma nel caso di “fare un errore” (è proprio il caso di dirlo!!) non si dice “i did a mistake”. Si dice “I made a mistake”. Gli inglesi non fanno errori, li creano.

7) hair/hairs: errore comunissimo è quello di indicare i capelli come numerabili in inglese. Gli inglesi non dicono “She has beautiful hairs”, ma “she has beautiful hair.”. Nel primo caso avete appena detto che lei ha dei bellissimi peli, quelli sì numerabili (specialmente in certe donne). E’ molto difficile mettersi in testa questa differenza ma io ho trovato un modo per ricordarmelo (no, non penso alla mia testa ormai prossima alla calvizie totale): pensate alla chioma in italiano e tutto torna. “Lei ha una bellissima chioma” si può tradurre facilmente con “She has beautiful hair”.

8) to take shower/photo: Dopo 7 mesi di full immersion di inglese (i miei primi 7 mesi all’estero) ero così entrato nella mentalità inglese che a Siena chiedo ad un gruppo di turisti “Potete prendere una foto di noi?”. Traduzione letterale di “can you take a photo of us?”. Ricordatevi che gli inglesi non “fanno” le foto (to do) ma le prendono (To take). Stessa cosa vale per la doccia che si “prende” non si “fa”. Esatto pure in inglese “to do a shower” o “to do a photo” significa fottersi una doccia o una foto. E non è bello dichiarare davanti a tutti “I need to do a shower!” (Ho bisogno di fottermi una doccia!”).

9) to be hot/cold: classico errore dell’italiano alle prime armi. In UK se si dice che si “ha freddo” (to have cold) significa che si ha un raffreddore e se si “ha caldo” (to have hot) la gente vi chiederà “You got hot what?” Significa che si ha qualcosa addosso di caldo: hot pants, hot trousers ecc. Gli inglesi “sono caldi/freddi” (to be hot/cold). Per farvelo entrare in testa pensate così: sono accaldato, sono ghiacciato e sarà più semplice tradurre I’m hot, I’m cold.

10) People: people è il plurale di person e come tale deve essere seguito da are non is. Questo è molto difficile da ricordare perché gli italiani traducono people con gente, che nonostante indichi una pluralità in italiano è singolare.

Come potete vedere la maggior parte degli errori che gli italiani fanno in inglese derivano dalle stranezze della lingua italiana (per esempio l’uso della stessa parola per indicare cose o azioni diverse). Questo è importante da tenere in mente, invece di stare sempre lì a lamentarsi di quanto è difficile l’inglese. Spesso il problema è la lingua nativa non quella che si sta imparando. Questi dieci punti ci insegnano anche un’altra cosa che non mi stancherò mai di ripetere (ed è anche il motivo per cui ho iniziato questa rubrica): il metodo di insegnamento dell’inglese nelle scuole italiane è mediocre, inutile e spesso controproducente. Tutti gli italiani che ho incontrato all’estero facevano e alcuni tuttora fanno questi errori. Significa che non importa da quale regione, strato sociale, generazione questi italiani siano venuti. La scuola e gli insegnanti di inglese non si sono mai premurati di dire “Ragazzi, allora stiamo molto attenti a questi tipici errori degli italiani. Ora ve li elenco.”. No, ci si è limitati infatti a far completare quelle stupide e inutili “unit” dei libri d’inglese scritti da inglesi per i corsi internazionali dei college inglesi. Un libro d’inglese per italiani dovrebbe essere scritto da italiani perché solo un italiano può capire e prevenire i tranelli dell’apprendimento dell’inglese su cui i madrelingua italiani possono cadere.


Author: "fabristol" Tags: "affascinante guida alla lingua inglese, ..."
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Date: Tuesday, 11 Feb 2014 19:26

La parte più triste della vicenda sul referendum svizzero sulle quote all’immigrazione non è la perdita di (futuri) lavoratori per le aziende svizzere, né la perdita in termini di tasse sul lavoro, imposte locali sui servizi e quant’altro per la Svizzera. No, la cosa più triste, ma veramente triste è vedere l’indignazione di ominicchi come Maroni della Lega Nord che chiedono l’intervento del governo per proteggere “i nostri lavoratori”. I leghisti così come tutti i partiti antiimmigrazione sono contro gli immigrati solo quando si tratta degli altri. Quando invece sono quelli della propria tribù a essere discriminati si fanno i paladini del libero movimento dei lavoratori. Come possono queste persone tornare a casa e guardarsi allo specchio e non vedere delle merde travestite da uomini per me è un mistero. In Svizzera ci sono quasi mezzo milione di frontalieri, gente che si alza la mattina prestissimo per far andare avanti le aziende che fanno così ricca la Svizzera. Questo è il mantra di questi giorni dei nazionalisti nostrani. Ma la stessa cosa vale per gli immigrati che vengono in Italia o in qualsiasi altro paese del mondo. Cristo, ho pagato in UK decine di migliaia di sterline tra tasse, e imposte dirette e altrettante in indirette facendomi il culo dalla mattina alla sera mentre i miei soldi andavano a pagare decine di chav che non hanno mai lavorato in vita loro e che magari un giorno voteranno per un partito che potrebbe mandarmi via da questo paese a calci in culo. Il problema non è il razzismo, la xenofobia e quant’altro: il problema è che la gente non sa fare di conto, non ha le basi di matematica. Ogni lavoratore straniero non solo fa lavori che i locali spesso non fanno – o perché sottopagati o perché troppo specializzati – ma paga in tasse dirette e indirette una quanttà immane di denaro che manda avanti la baracca. Recentemente è stato calcolato che l’antiesodo dei rumeni degli ultimi anni varrà per le casse dello stato centinaia di milioni di euro di imposte mancate. Noi immigrati paghiamo non solo le tasse quanto e spesso più dei nativi, ma compriamo cibo, vestiti, servizi, auto e casa. Le vostre case, i vostri servizi, le vostre auto. Vi arricchiamo. E vi dirò di più non vi arricchiamo solo materialmente ma anche culturalmente perché nelle nostre interazioni quotidiane con i locali vi facciamo vedere nuovi modi di vedere il mondo, nuovi modi di affrontare una situazione e esportiamo le vostre idee, la vostra culture, la vostra lingua nelle nostre regioni di origine facendovi pubblicità e arricchendo ancora di più il vostro paese.

Se a qualcosa questo referendum svizzero servirà sarà nell’instillare qualche dubbio nelle menti dei leghisti di turno e a insegnargli che c’è sempre qualcuno più a nord di te che ti considera un immigrato indesiderato.

 


Author: "fabristol" Tags: "Uncategorized"
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Date: Wednesday, 05 Feb 2014 06:21

new002553-L2_rescaled-152536722Il più grande laboratorio del mondo, ovvero la Corea del Nord (CdN), non manca di stupirmi ogni giorno che passa. La CdN è un posto straordinario per lo studio – loro malgrado – della società umana sotto tutti i punti di vista. Per esempio non posso che rimanere affascinato dalla strada alquanto singolare che la fantascienza nordcoreana ha intrapreso dagli anni 50 fino ad adesso. L’isolamento, l’influenza dei primi autori russi, le ragioni ideologiche di stato hanno creato un genere fantascientifico unico al mondo. Purtroppo non ho accesso ai testi originali ma questo interessante articolo ne descrive le caratteristiche peculiari:

Per prima cosa la fantascienza nordcoreana è superpositivista e vede il futuro in termini di progresso tecnologico e sociale, esattamente come Asimov o i primi autori sovietici. Questo in aperto contrasto con la nostra fantascienza occidentale che negli ultimi 20 anni ha sfornato quasi esclusivamente opere postapocalittiche o con risvolti faustiani dove la tecnologia prende il sopravvento sugli uomini. Ancora più recentemente ci troviamo inondati da malvagie multinazionali che perdono il controllo di virus mortali, di organismi geneticamente modificati, di cloni, di robot ecc. L’uomo perde continuamente il controllo delle proprie creazioni e in generale si ha la sensazione che l’uomo non dovrebbe giocare con la natura. Paradossalmente proprio nel momento in cui l’uomo ha avuto finalmente per la prima volta preso il controllo della natura. In CdN invece sono rimasti agli albori della fantascienza positivista e hard Sci-Fi. In questo senso la letteratura fantascientifica nordcoreana è come una macchina del tempo che ci fa vedere un uomo che non esiste più (e ovviamente uno scrittore e un lettore che non esistono più).

Antropocentrismo. In poche parole la fantascienza nordcoreana è estremamente antropocentrica. Lo stesso Kim Jung Li afferma:

“The Juche Idea implies solving all problems by regarding man as the basic factor. In a capitalist society, everything serves money, not man; capitalists know nothing but money. But in our society man is most highly valued and everything serves man. Man is the master of everything and decides everything. Man conquers nature, and man transforms society. The Juche Idearequires that everything should be made to serve man, to serve the people.” (CW, Vol.27, p.309).

Tant’è che non c’è spazio per gli alieni – tema ubiquitario nella letteratura fantascientifica mondiale. L’uomo è solo di fronte al suo destino ma è totalmente in controllo di questo destino. Lovecraft non è mai arrivato a Pyongyang evidentemente. Motivo? Non esistono prove certe dell’esistenza di creature extraterrestri. Ma uno dei punti fondamentali della fantascienza è proprio quello di creare ipotesi sul futuro, anche quelle più improbabili. Ma allora che tipo di fantascienza ci troviamo a dover descrivere? In effetti la fantascienza nordcoreana non privilegia la scienza e il progresso come fini a se stessi ma come strumenti per descrivere valori cari alla tradizione coreana o al regime. Per esempio la ricerca scientifica è fatta da gruppi di ricerca che lavorano in gruppo e mai dal singolo scienziato-genio. Al contrario, l’individualismo così come l’ambizione personale è spesso fonte di problemi nelle trame. La cooperazione è il valore da esaltare in un contesto di tradizione didascalica tipica del confucianesimo.

Quindi la letteratura fantascientifica nordcoreana non è altro che uno strumento in mano al potere per la propaganda di regime. Sono infatti la norma gli attacchi continui ai nemici del regime come gli Stati Uniti o la Corea del Sud. Tant’è che lo stesso Kim Jong Il in un discorso del 1988 esortò i suoi sudditi a scrivere fantascienza per il regime. Questa passione di regime non deve stupire visto che esistono altri esempi di dittatori appassionati di fantascienza come Gheddafi e Saddam (che scrivevano brevi racconti di fantascienza). In un certo senso un dittatore vive in un sogno poiché proietta la sua rivoluzione verso il futuro, un futuro che egli stesso crea a suo piacimento. Son sicuro però che non abbiano mai trattato di fantascienza distopica a la 1984. Sarebbe stato infatti un altro genere, un’autobiografia.


Author: "fabristol" Tags: "Uncategorized"
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