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Date: Tuesday, 09 Jan 2007 09:23

(Commento inserito nel blog di Beppe Grillo)
Prima di esporsi in giudizi su quanto è successo all’ex Jugoslavia sarebbe il caso di conoscere un pochino i fatti e di smetterla con il classico buonismo e indignazionismo all’italiana, tanto papale quanto falso. La lettera della dott.ssa Kallenberg restituisce luce e dignità al singolo evento: il Battaglione Dutchbat III fu impossibilitato ad agire. Il suo comandante (suicidatosi perchè non riusciva a sopportare il peso di quanto aveva vissuto) allertò più volte i comandi di quanto stava per accadere e chiese più e più volte rinforzi. Ma Srebrenica doveva essere caso e pretesto. I comandi delle NU non diedero risposte. E il comandante, che aveva l’obbligo di non intervenire perchè il mandato internazionale glielo impediva, dovette assistere al massacro annunciato. Forse qualcuno aveva bisogno di “sputtanare” l’Onu a Srebrenica per far vedere che, poi, senza il suo intervento Sarajevo non sarebbe mai uscita dall’assedio? Resta il fatto che, poco tempo dopo, a Sarajevo i caccia statunitensi intervennero, contravvenendo al mandato internazionale, bombardando le truppe serbe. Agli europei il ruolo degli incapaci, agli statunitensi quello, solito, degli eroi.
Ricominciamo a pensare da capo le guerre jugoslave. Ma non da italiani: piuttosto da informati. E ricominciamo dal momento esatto in cui le guerre jugoslave sono iniziate: dal 4 maggio 1980 quando morì Tito. E, soprattutto, dalla primavera del 1981 quando a Midjugorie apparve la madonna. In mezzo ad un enclave croato(cattolica)-bosniaca(mussulmana). Cosa c’entra la madonna? A organizzare la protezione dei “fratini” di Midjugorie da un “possibile” assalto mussulmano furono chiamati degli ex ustascia accusati di massacri e pulizia etnica, scappati in Argentina sotto la protezione Usa alla fine del ‘45. Se rivediamo il tutto alla luce di questo forse capiremo che qualcuno non ha voluto, a costo di massacri, una transizione democratica della ex Jugoslavia che portasse in Europa il suo patrimonio di civiltà.

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Date: Monday, 20 Nov 2006 16:35

Di Bosnia in questo blog se ne è già parlato. Per questo occorre dare spazio a questa notizia apparsa su “Io Donna” di sabato scorso: «Con le cattive non ha funzionato. Per undici anni, dalla fine della guerra internetnica a oggi, le autorità della Bosnia-Erzegovina hanno intimato ai cittadini la riconsegna di bombe, mitragliatrici, pistole, fucili utilizzati per combattere i serbi. Invano: ancora oggi il 16% dei bosniaci possiede armi. Ora ci provano le Nazioni Unite: con una lotteria. Chi consegnerà un’arma parteciperà ad un’estrazione a premi. In palio frigoriferi, lavatrici, motociclette».

Per chi l’avesse dimenticato la Bosnia-Erzegovina non è Marte. E’ Europa. Quasi Unione. Comunque Europa. Bizzarramente sulla stessa pagina del settimanale del Corriere una massima di Woody Allen: «L’umanità è di fronte a un bivio. Una strada porta alla disperazione e alla profonda prostrazione. L’altra all’estinzione totale. Speriamo di fare la cosa giusta».

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Date: Monday, 06 Nov 2006 21:52

«Le teorie scientifiche consolidate prima o poi entrano in crisi perché non riescono a spiegare nuovi fenomeni senza l’assunzione di un nuovo paradigma». Con queste parole ispirate dal pensiero di Thomas Khun Angelo Vianello, presidente dell’Associazione Don Gilberto Pressacco e preside della Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Udine ha introdotto la relazione di Fritjof Capra, accolto venerdì sera da una folla di udinesi nel Salone del Parlamento del Castello di Udine.
L’intervento del fisico di origine carinziana, che ha letto la sua relazione in un quasi perfetto italiano, è stata preceduta dai saluti del sindaco Sergio Cecotti e da quelli del prorettore dell’ateneo friulano Maria Amalia Da Ronco. Una relazione che si è concentrata sulla figura di Leonardo da Vinci e in particolare sui rapporti fra scienza e arte nel grande intellettuale del Rinascimento toscano.
Prima di cedergli la parola Vianello ha tracciato brevi tratti della biografia scientifica di Capra cercando anche di tracciare l’orizzonte di quanto, in seguito, sarebbe stato trattato. Ecco perché, citando Primo Levi e parlando dell’ancora incompreso disegno universale, il presidente dell’Associazione Presacco ha ricordato che «Non è ancora nato e forse non nascerà mai il poeta-scienziato capace di estrarre armonia da questo oscuro groviglio, di renderlo compatibile, confrontabile, assimilabile alla nostra cultura tradizionale e all’esperienza dei nostri poveri cinque sensi fatti per guidarci dentro gli orizzonti terrestri». Capra, per Vianello, resta una sorta di prototipo del poeta-scienziato che ha in Leonardo il suo grande archetipo. Non a caso, prima di lasciargli la parola, il preside della Facoltà di agraria ha parafrasato una citazione capriana (“La scienza non ha bisogno della mistica e il misticismo non richiede la scienza, ma l’uomo necessita di entrambe”), mutandola per l’occasione in “La scienza non ha bisogno dell’arte e viceversa ma entrambe hanno un bisogno vitale di creatività” e concludendo «L’uomo ha l’assoluta necessità dell’una e dell’altra, perché gli schemi di base, le mappe concettuali che permettono di elaborare i canoni estetici di arte e scienza forse risiedono nelle stesse connessioni neurali presenti nella nostra mente».
Il punto di partenza della relazione di Capra è stato piuttosto disarmante: nonostante la mole degli studi sulla figura Leonardo, le indagini che analizzano a fondo i suoi scritti sulla scienza sono praticamente inesistenti. Cosa quasi scandalosa, sembra sottolineare Capra, visto che, all’origine questi scritti, raccolti in circa 13.000 pagine manoscritte (e disegnate) raccolte in vari codici, delle quali fino a noi ne sono arrivate poco più di 6.000, sono una vera e propria miniera di suggestioni non solo sulla capacità intellettuale del genio di Vinci ma anche sul suo rivoluzionario metodo di indagine scientifica. Oppure, più che scandalosa, cosa forse premeditata, insinua ancora lo studioso austriaco che vive da anni a Berkley in California, per due motivi fondamentali: perchè il metodo d’indagine di Leonardo si dimostrava già all’epoca superiore a quello galileiano che apparirà oltre cent’anni dopo (il “teorema riduzionista e determinista” come lo ha definito Vianello ) e le indagini del toscano erano in grado di mettere in seria difficoltà il credo aristotelico-tomistico sul quale si reggeva l’intero impianto teologico cristiano.
Ecco come, ha sottolineato Capra più volte, mentre le carte di Leonardo venivano occultate e disperse nelle varie biblioteche europee, la chiesa potè mantenere vivo, fino al definitivo attacco di Galileo Galilei, la sua cosmogonia e cosmogenesi. Ed ecco perché, sempre secondo Capra, dopo il crollo dell’universo aristotelico, si affermò la dominazione di una nuova “dittatura” culturale, quella del riduzionismo e del determinismo galileo-newtoniano.
Ma che cosa aveva di così dirompente l’indagine scientifica di Leonardo da mettere in allarme la Chiesa prima e una sorta di congiura di “scienziati allineati” poi? Per Capra una capacità anticipatoria di quello che sarebbe stato il concetto olistico sintetizzato in forma comprensibile solo 500 anni dopo. E, se per olismo si intende la dottrina per la quale il tutto non è la somma delle singole parti ma ognuna di queste trae nuovo e diverso significato dalla partecipazione all’insieme, allora l’innovatività della ricerca leonardiana stava nel fatto che lo scienziato nato a Vinci non scindeva dall’osservazione scientifica la ricerca estetica. Insomma l’arte serviva a Leonardo per fare ricerca scientifica e quest’ultima si completava solo nella sua migliore espressione estetica. L’esempio più calzante che Capra porta è quello di un foglio manoscritto nel quale Leonardo illustra le dinamiche dei flussi che caratterizzano una cascata d’acqua: la spiegazione letterale che lo stesso intellettuale vi appose sotto non riesce a descrivere così bene questi fenomeni quanto i suoi schizzi. E questo perché le linee tracciate da Leonardo esprimono, per Capra, vere e proprie forme viventi in grado sintetizzare meglio di qualsiasi parola la capacità del genio toscano di mettere in relazione micro e macrocosmo in un disegno complessivo capace di interpretare l’intero universo concepito come “vivente” dallo stesso scienzato. «I fili concettuali che legano la sua visione del micro e del macrocosmo – ha dichiarato Capra – erano i fili della vita, le sue strutture organiche». Per lo scienziato austriaco, Leonardo fu il primo pensatore sistemico in grado di mettere in relazione ogni fenomeno con altri fenomeni o modelli: «La sua scienza era concepita come scienza della forma – ha continuato Capra – un modello che si affermò molti secoli dopo la sua scomparsa, basti pensare all’importanza della forma nella scienza moderna o ai morfologisti e ai teorici della complessità che su questi concetti hanno fondato, in seguito, la loro ricerca». Teoria che Capra esporrà in un volume di prossima uscita in Italia, completamente dedicato a Leonardo da Vinci, nel quale si afferma che la sua scienza fu un «solido e organico corpo di conoscenze che si può comprendere solo a partire dalla sua arte». È per questo che l’occhio, principale artefice della contemplazione artistica fu, per Leonardo, strumento d’indagine fondamentale, al quale dedicò approfonditi studi che, partendo dall’osservazione della luce e della prospettiva, arrivarono all’anatomia dell’apparato visivo connesso direttamente, per lui, al luogo nel quale, al centro del cervello, risiedeva l’anima. Micro e macrocosmo esteticamente uniti nella relazione.

Author: "krapp" Tags: "Actualité, Science"
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Date: Monday, 06 Nov 2006 21:51

«Le teorie scientifiche consolidate prima o poi entrano in crisi perché non riescono a spiegare nuovi fenomeni senza l’assunzione di un nuovo paradigma». Con queste parole ispirate dal pensiero di Thomas Khun Angelo Vianello, presidente dell’Associazione Don Gilberto Pressacco e preside della Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Udine ha introdotto la relazione di Fritjof Capra, accolto venerdì sera da una folla di udinesi nel Salone del Parlamento del Castello di Udine.
L’intervento del fisico di origine carinziana, che ha letto la sua relazione in un quasi perfetto italiano, è stata preceduta dai saluti del sindaco Sergio Cecotti e da quelli del prorettore dell’ateneo friulano Maria Amalia Da Ronco. Una relazione che si è concentrata sulla figura di Leonardo da Vinci e in particolare sui rapporti fra scienza e arte nel grande intellettuale del Rinascimento toscano.
Prima di cedergli la parola Vianello ha tracciato brevi tratti della biografia scientifica di Capra cercando anche di tracciare l’orizzonte di quanto, in seguito, sarebbe stato trattato. Ecco perché, citando Primo Levi e parlando dell’ancora incompreso disegno universale, il presidente dell’Associazione Presacco ha ricordato che «Non è ancora nato e forse non nascerà mai il poeta-scienziato capace di estrarre armonia da questo oscuro groviglio, di renderlo compatibile, confrontabile, assimilabile alla nostra cultura tradizionale e all’esperienza dei nostri poveri cinque sensi fatti per guidarci dentro gli orizzonti terrestri». Capra, per Vianello, resta una sorta di prototipo del poeta-scienziato che ha in Leonardo il suo grande archetipo. Non a caso, prima di lasciargli la parola, il preside della Facoltà di agraria ha parafrasato una citazione capriana (“La scienza non ha bisogno della mistica e il misticismo non richiede la scienza, ma l’uomo necessita di entrambe”), mutandola per l’occasione in “La scienza non ha bisogno dell’arte e viceversa ma entrambe hanno un bisogno vitale di creatività” e concludendo «L’uomo ha l’assoluta necessità dell’una e dell’altra, perché gli schemi di base, le mappe concettuali che permettono di elaborare i canoni estetici di arte e scienza forse risiedono nelle stesse connessioni neurali presenti nella nostra mente».
Il punto di partenza della relazione di Capra è stato piuttosto disarmante: nonostante la mole degli studi sulla figura Leonardo, le indagini che analizzano a fondo i suoi scritti sulla scienza sono praticamente inesistenti. Cosa quasi scandalosa, sembra sottolineare Capra, visto che, all’origine questi scritti, raccolti in circa 13.000 pagine manoscritte (e disegnate) raccolte in vari codici, delle quali fino a noi ne sono arrivate poco più di 6.000, sono una vera e propria miniera di suggestioni non solo sulla capacità intellettuale del genio di Vinci ma anche sul suo rivoluzionario metodo di indagine scientifica. Oppure, più che scandalosa, cosa forse premeditata, insinua ancora lo studioso austriaco che vive da anni a Berkley in California, per due motivi fondamentali: perchè il metodo d’indagine di Leonardo si dimostrava già all’epoca superiore a quello galileiano che apparirà oltre cent’anni dopo (il “teorema riduzionista e determinista” come lo ha definito Vianello ) e le indagini del toscano erano in grado di mettere in seria difficoltà il credo aristotelico-tomistico sul quale si reggeva l’intero impianto teologico cristiano.
Ecco come, ha sottolineato Capra più volte, mentre le carte di Leonardo venivano occultate e disperse nelle varie biblioteche europee, la chiesa potè mantenere vivo, fino al definitivo attacco di Galileo Galilei, la sua cosmogonia e cosmogenesi. Ed ecco perché, sempre secondo Capra, dopo il crollo dell’universo aristotelico, si affermò la dominazione di una nuova “dittatura” culturale, quella del riduzionismo e del determinismo galileo-newtoniano.
Ma che cosa aveva di così dirompente l’indagine scientifica di Leonardo da mettere in allarme la Chiesa prima e una sorta di congiura di “scienziati allineati” poi? Per Capra una capacità anticipatoria di quello che sarebbe stato il concetto olistico sintetizzato in forma comprensibile solo 500 anni dopo. E, se per olismo si intende la dottrina per la quale il tutto non è la somma delle singole parti ma ognuna di queste trae nuovo e diverso significato dalla partecipazione all’insieme, allora l’innovatività della ricerca leonardiana stava nel fatto che lo scienziato nato a Vinci non scindeva dall’osservazione scientifica la ricerca estetica. Insomma l’arte serviva a Leonardo per fare ricerca scientifica e quest’ultima si completava solo nella sua migliore espressione estetica. L’esempio più calzante che Capra porta è quello di un foglio manoscritto nel quale Leonardo illustra le dinamiche dei flussi che caratterizzano una cascata d’acqua: la spiegazione letterale che lo stesso intellettuale vi appose sotto non riesce a descrivere così bene questi fenomeni quanto i suoi schizzi. E questo perché le linee tracciate da Leonardo esprimono, per Capra, vere e proprie forme viventi in grado sintetizzare meglio di qualsiasi parola la capacità del genio toscano di mettere in relazione micro e macrocosmo in un disegno complessivo capace di interpretare l’intero universo concepito come “vivente” dallo stesso scienzato. «I fili concettuali che legano la sua visione del micro e del macrocosmo – ha dichiarato Capra – erano i fili della vita, le sue strutture organiche». Per lo scienziato austriaco, Leonardo fu il primo pensatore sistemico in grado di mettere in relazione ogni fenomeno con altri fenomeni o modelli: «La sua scienza era concepita come scienza della forma – ha continuato Capra – un modello che si affermò molti secoli dopo la sua scomparsa, basti pensare all’importanza della forma nella scienza moderna o ai morfologisti e ai teorici della complessità che su questi concetti hanno fondato, in seguito, la loro ricerca». Teoria che Capra esporrà in un volume di prossima uscita in Italia, completamente dedicato a Leonardo da Vinci, nel quale si afferma che la sua scienza fu un «solido e organico corpo di conoscenze che si può comprendere solo a partire dalla sua arte». È per questo che l’occhio, principale artefice della contemplazione artistica fu, per Leonardo, strumento d’indagine fondamentale, al quale dedicò approfonditi studi che, partendo dall’osservazione della luce e della prospettiva, arrivarono all’anatomia dell’apparato visivo connesso direttamente, per lui, al luogo nel quale, al centro del cervello, risiedeva l’anima. Micro e macrocosmo esteticamente uniti nella relazione.

Author: "krapp" Tags: "Non classé"
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Date: Friday, 30 Jun 2006 14:33

Partirà mercoledì 28 giugno dall’Arena di Lignano Sabbiadoro il tour Coèsi se vi pare che riunirà sullo stesso palco l’eclettico Claudio Bisio, salito agli onori della cronaca per la conduzione di Zelig e per quella del concerto del Primo Maggio, e gli ancora più indomabili Elio e le Storie Tese. Una miscela che si preannucia più che esplosiva: conoscendoli, sarà un bel problema tenere a freno questi rulli compressori, chi della parola, chi delle note. Eppure la “cosa” (gli stessi non sanno ancora definire di “cosa” si tratti) già possiede le caratteristiche per simboleggiare l’inizio di un’avventura che va al di là della semplice serie di concerti estivi. Ne è convinto Claudio Bisio al quale abbiamo chiesto di spiegarci che cosa si troverà di fronte il pubblico friulano mercoledì sera all’Arena di Lignano.
«E chi lo sa? Ci stiamo lavorando: è un esperimento. Anche nel genere. Cioè: non è un musical, non è un concerto. Nemmeno un pezzo di teatro. Sono Eli e Bisio sul palco: otto in scena, in situazione tipo concerto ma non solo».
Non solo?
«Si, ci sarà anche una scenografia, molto curiosa, che nasconderà al massimo amplificatori e strumenti. Sul palco ci sarà una specie di casa, con il soggiorno, la cucina. Il bagno. Abbiamo anche le freccette appese al muro».
Il tutto per creare un ponte fra te e EELST?
«Di legami fra noi ce ne sono già, e da tempo: Rocco Tanica per anni ha accompagnato i miei spettacoli, abbiamo scritto insieme Rapput, il disco per l’estate del 1991. Avvicinarsi agli Eli non è stato così difficile».
Talmente facile che da Coèsi se vi pare uscirà un bel pastone?
«Puntiamo all’ibridazione: il canto Cara ti amo e Elio mi fa da spalla. Rapput la canta lui e io lo supporto. In Servi della gleba faccio quello che faceva Ruggeri. Contaminiamo i reciproci repertori insomma».
Il risultato sarà Trenta centrimentri di dimensione artistica formato famiglia?
«Si! Bellissimo! Quello che vogiamo è che anche il pubblico si contamini: che le famiglie con bambini siedano accanto ai fans degli Eli e tutti possano capire quello che facciamo. E, di certo, non ci censureremo».
Claudio_bisio
Certo che fra il loro e il tuo repertorio si rischia di far mattina.
«È vero. Infatti la prima serata potrebbe succedere che si arrivi alle otto ore di spettacolo. Cercheremo di trattenerci ma non sarà facile. Anche perché abbiamo dei brani nuovi, come Barzellette, sui quali io ed Elio ci sfidiamo, su di un ritornello musicale, a suon di barzellette. Inventate sul momento. Ogni volta che lo proviamo ridiamo come pazzi. E poi ho in serbo una sorpresa per Elio che non voglio svelare ma per lui saran problemi».
Grande spazio all’improvvisazione dunque?
«E come non farlo? Loro, oltre ad essere degli ottimi musicisti sono anche degli ottimi “parlatori”. Parlano tutti.
Dote che sfruttiamo nella nuova versione di Farmacista che abbiamo trasformato in un siparietto operistico: Elio farà il basso drogato, io il farmacista baritono, Rocco accompagna al clavicembalo mentre ognuno degli altri fa una parte lirica. Una cosa che ci è piaciuta molto. Nel nostro futuro vedo la lirica. Un’opera lirico-rock».
Il futuro, appunto. Tutto questo solo per un’estate?
«No, al contrario. Visto che l’anno prossimo non avrò impegni televisivi, sto pensando che questo tour potrebbe naturalmente portare ad uno spettacolo teatrale. Sarebbe la sua sede naturale. E credo che gli Eli, come stanno dimostrando, abbiano la preparazione e la forza per inventare un nuovo genere».
Un remake di Comedians?
«Potrebbe succedere come allora: tutti noi fummo lanciati da quello spettacolo. Era il 1985: Paolo Rossi, Salvatores, io, Silvio Orlando, tutti noi milanesi insomma».
La via milanese allo spettacolo, appunto: fatta di risate, ma soprattutto di impegno e coerenza, vero?.
«Si, ecco, grazie. In tanti mi criticano perché mi vedono a Zelig e poi al Primo Maggio. Chi conosce la mia storia però sa leggervi un filo rosso che l’attraversa. Dal diploma alla scuola del Piccolo Teatro al lavoro con Dario Fo, alla televisione. Far ridere, però con la coerenza dell’impegno. Senza maschera. Senza volgarità. Ma senza compromessi. Come hanno fatto tutti i “milanesi”».
Già: penso a Storti che fa il Conte Uguccione in tv e Mai morti in teatro.
«Il nostro successo, come quello degli Eli, deriva da questa capacità surrealista, quasi dadaista, marinettiana, di fare le cose. Ed è nostra, molto milanese. Ci sono Cochi e Renato all’origine. Jannacci, Gaber».
E nessun divano?
«Come concusso o concussore?».

Author: "Alessandro Montello"
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Date: Friday, 30 Jun 2006 14:33

Partirà mercoledì 28 giugno dall’Arena di Lignano Sabbiadoro il tour Coèsi se vi pare che riunirà sullo stesso palco l’eclettico Claudio Bisio, salito agli onori della cronaca per la conduzione di Zelig e per quella del concerto del Primo Maggio, e gli ancora più indomabili Elio e le Storie Tese. Una miscela che si preannucia più che esplosiva: conoscendoli, sarà un bel problema tenere a freno questi rulli compressori, chi della parola, chi delle note. Eppure la “cosa” (gli stessi non sanno ancora definire di “cosa” si tratti) già possiede le caratteristiche per simboleggiare l’inizio di un’avventura che va al di là della semplice serie di concerti estivi. Ne è convinto Claudio Bisio al quale abbiamo chiesto di spiegarci che cosa si troverà di fronte il pubblico friulano mercoledì sera all’Arena di Lignano.
«E chi lo sa? Ci stiamo lavorando: è un esperimento. Anche nel genere. Cioè: non è un musical, non è un concerto. Nemmeno un pezzo di teatro. Sono Eli e Bisio sul palco: otto in scena, in situazione tipo concerto ma non solo».
Non solo?
«Si, ci sarà anche una scenografia, molto curiosa, che nasconderà al massimo amplificatori e strumenti. Sul palco ci sarà una specie di casa, con il soggiorno, la cucina. Il bagno. Abbiamo anche le freccette appese al muro».
Il tutto per creare un ponte fra te e EELST?
«Di legami fra noi ce ne sono già, e da tempo: Rocco Tanica per anni ha accompagnato i miei spettacoli, abbiamo scritto insieme Rapput, il disco per l’estate del 1991. Avvicinarsi agli Eli non è stato così difficile».
Talmente facile che da Coèsi se vi pare uscirà un bel pastone?
«Puntiamo all’ibridazione: il canto Cara ti amo e Elio mi fa da spalla. Rapput la canta lui e io lo supporto. In Servi della gleba faccio quello che faceva Ruggeri. Contaminiamo i reciproci repertori insomma».
Il risultato sarà Trenta centrimentri di dimensione artistica formato famiglia?
«Si! Bellissimo! Quello che vogiamo è che anche il pubblico si contamini: che le famiglie con bambini siedano accanto ai fans degli Eli e tutti possano capire quello che facciamo. E, di certo, non ci censureremo».
Claudio_bisio
Certo che fra il loro e il tuo repertorio si rischia di far mattina.
«È vero. Infatti la prima serata potrebbe succedere che si arrivi alle otto ore di spettacolo. Cercheremo di trattenerci ma non sarà facile. Anche perché abbiamo dei brani nuovi, come Barzellette, sui quali io ed Elio ci sfidiamo, su di un ritornello musicale, a suon di barzellette. Inventate sul momento. Ogni volta che lo proviamo ridiamo come pazzi. E poi ho in serbo una sorpresa per Elio che non voglio svelare ma per lui saran problemi».
Grande spazio all’improvvisazione dunque?
«E come non farlo? Loro, oltre ad essere degli ottimi musicisti sono anche degli ottimi “parlatori”. Parlano tutti.
Dote che sfruttiamo nella nuova versione di Farmacista che abbiamo trasformato in un siparietto operistico: Elio farà il basso drogato, io il farmacista baritono, Rocco accompagna al clavicembalo mentre ognuno degli altri fa una parte lirica. Una cosa che ci è piaciuta molto. Nel nostro futuro vedo la lirica. Un’opera lirico-rock».
Il futuro, appunto. Tutto questo solo per un’estate?
«No, al contrario. Visto che l’anno prossimo non avrò impegni televisivi, sto pensando che questo tour potrebbe naturalmente portare ad uno spettacolo teatrale. Sarebbe la sua sede naturale. E credo che gli Eli, come stanno dimostrando, abbiano la preparazione e la forza per inventare un nuovo genere».
Un remake di Comedians?
«Potrebbe succedere come allora: tutti noi fummo lanciati da quello spettacolo. Era il 1985: Paolo Rossi, Salvatores, io, Silvio Orlando, tutti noi milanesi insomma».
La via milanese allo spettacolo, appunto: fatta di risate, ma soprattutto di impegno e coerenza, vero?.
«Si, ecco, grazie. In tanti mi criticano perché mi vedono a Zelig e poi al Primo Maggio. Chi conosce la mia storia però sa leggervi un filo rosso che l’attraversa. Dal diploma alla scuola del Piccolo Teatro al lavoro con Dario Fo, alla televisione. Far ridere, però con la coerenza dell’impegno. Senza maschera. Senza volgarità. Ma senza compromessi. Come hanno fatto tutti i “milanesi”».
Già: penso a Storti che fa il Conte Uguccione in tv e Mai morti in teatro.
«Il nostro successo, come quello degli Eli, deriva da questa capacità surrealista, quasi dadaista, marinettiana, di fare le cose. Ed è nostra, molto milanese. Ci sono Cochi e Renato all’origine. Jannacci, Gaber».
E nessun divano?
«Come concusso o concussore?».

Author: "krapp" Tags: "Non classé"
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Date: Saturday, 17 Jun 2006 21:39

In due distinti appuntamenti, ma legati dal filo comune del tema costituzionale, venerdì scorso Gianfranco Pasquino, già senatore per la Sinistra indipendente e docente di storia della politica dell’Università di Bologna, ha portato a Udine il suo contributo di pensiero in prossimità della prossima scadenza referendaria. Un apporto che ha chiarito alcuni aspetti della Costituzione europea (nell’incontro organizzato dall’Università di Udine) e sulla riforma della Carta costituzionale italiana voluta dalla Casa delle libertà (nell’incontro tenutosi al teatro San Giorgio organizzato dal Movimento Propositivo).
Se la Costituzione europea, per Pasquino, ha ancora dei margini di attuabilità e miglioramento che saranno determinati anche dall’evoluzione del sistema di governo dell’Unione Europea, sulla riforma costituzionale voluta dal centro destra il docente bolognese esprime un giudizio irrevocabilmente negativo. «Di fronte al pasticcio elaborato dalla Casa delle Libertà - ha dichiarato Pasquino - oggi dichiaro che la nostra Carta Fondamentale funziona benissimo». Abbiamo chiesto a Gianfranco Pasquino di chiarire le ragioni del suo no, spiegando su cosa incide la riforma voluta dal centro destra.
Professore, perché domenica e lunedì prossimi, secondo lei, occorre votare no?
«La prima ragione è di metodo: la costituzione, come vuole anche lo stesso articolo 138 della nostra Costituzione, si riforma attraverso leggi costituzionali mirate a risolvere problemi che la Carta esistente non riesce a risolvere. Al contrario, la riforma della Casa delle Libertà modifica in blocco 55 articoli costituzionali su 138, stravolgendo un impianto costituzionale che, anche se non modernissimo, ha funzionato benissimo fino ad oggi».
Con un disegno complessivo di riforma?
«Questo è il secondo dei problemi: non esiste un disegno alto di riforma. Le soluzioni proposte sono il frutto di una serie di veti incrociati fra i partiti che hanno lavorato sulla riforma. Ognuno aveva delle richieste specifiche e ha cercato di farle valere sul piatto della contrattazione: la Lega voleva la devolution ed ha avuto un rapporto pasticciato fra Stato e Regioni. Berlusconi era ossessionato da quelli che egli stesso definisce “ribaltoni” e dai poteri del Presidente della Repubblica e della Magistratura. L’Udc è riuscita a far valere le proprie rivendicazioni proporzionali, vecchio cruccio democristiano».
Qualcosa però effettivamente cambia con questa riforma?
«Se tutto va bene nel 2011, altrimenti nel 2016 avremo il 10% di parlamentari in meno. Praticamente un contentino populista agli elettori della Casa delle Libertà: riduzione alla quale non fa seguito la semplificazione dei ruoli e delle competenze delle due Camere»
Cosa significa?
«Siamo l’unica Repubblica al mondo nel quale le due Camere hanno gli stessi ruoli e le stesse funzioni. Una complicazione che va risolta al più presto. È qui che si annida il nodo della governabilità. Il Senato tedesco è costituito da 69 senatori e non ha potere di porre la fiducia: questo in un paese con ottanta milioni di abitanti».
Accanto a questo c’è anche il problema della eccessiva produzione di leggi?
«Non solo: la riforma della Casa delle Libertà complica ancora di più questo aspetto, attribuendo alle due Camere, apparentemente funzioni distinte, ma poi affidando loro anche la facoltà di legiferare sulle materie di competenza dell’altra camera. E, nell’eventualità di una impasse, c’è la possibilità di creare una terza camera che dovrebbe fare da arbitro dirimendo le questioni sulle quali le prime due non sono state capaci di mettersi d’accordo. Non mi pare una semplificazione».
La governabilità non passa di lì, a quanto sembra.
«Direi di no. Pensiamo anche all’ossessione personale del ribaltone propria di Berlusconi. Il “ribaltone” non è una cosa scandalosa ma una funzione democratica del Parlamento. Se un governo non funziona, il Parlamento ha facoltà di farlo cadere e, se c’è un’altra maggioranza e un altro leader, può creare un nuovo governo. La riforma della Cdl stabilisce procedure che dovrebbero evitare i “ribaltoni” immobilizzando invece Parlamento e Premier in una serie meccanismi di controllo letali per il funzionamento dello Stato».
E il Presidente della Repubblica?
«Questa riforma ne limita, in modo confuso, le funzioni di contrappeso politico rispetto al capo del governo».
E la tanto sbandierata devolution?
«Invece di attuare il trasferimento di poteri dallo Stato alle Regioni duplica funzioni e responsabilità: avremmo polizie regionali e statali, sanità regionali e statali, istruzione regionale e statale in netta contrapposizione fra loro. Un’opera di semplificazione dovrebbe partire, al contrario, dall’eliminazione di certi enti: le Province dovrebbero sparire (lo propose già Ugo La Malfa al tempo del decentramento), come le Regioni a statuto speciale. Questo senza intaccare le specialità linguistiche e culturali, come nel caso del Friuli, ma finalmente snellendo una complessità istituzionale dispendiosa ed eccessivamente burocratizzata».
Il centro sinistra sostiene che questa sia una riforma pericolosa, è vero?
«No, semplicemente è una riforma pasticciata messa in piedi da chi di costituzioni ne capisce poco».
Lei afferma che la nostra Costituzione è ancora valida, ma riformabile. In che cosa?
«Mi vengono in testa alcune priorità: inserire nell’articolo 21, quello che sancisce la libertà dell’informazione, delle norme che regolino l’emittenza televisiva. Anche il conflitto d’interessi dovrebbe diventare materia costituzionale e la parte dei diritti fondamentali dovrebbe essere riscritta al femminile».

Author: "krapp" Tags: "Non classé"
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Date: Saturday, 17 Jun 2006 21:39

In due distinti appuntamenti, ma legati dal filo comune del tema costituzionale, venerdì scorso Gianfranco Pasquino, già senatore per la Sinistra indipendente e docente di storia della politica dell’Università di Bologna, ha portato a Udine il suo contributo di pensiero in prossimità della prossima scadenza referendaria. Un apporto che ha chiarito alcuni aspetti della Costituzione europea (nell’incontro organizzato dall’Università di Udine) e sulla riforma della Carta costituzionale italiana voluta dalla Casa delle libertà (nell’incontro tenutosi al teatro San Giorgio organizzato dal Movimento Propositivo).
Se la Costituzione europea, per Pasquino, ha ancora dei margini di attuabilità e miglioramento che saranno determinati anche dall’evoluzione del sistema di governo dell’Unione Europea, sulla riforma costituzionale voluta dal centro destra il docente bolognese esprime un giudizio irrevocabilmente negativo. «Di fronte al pasticcio elaborato dalla Casa delle Libertà - ha dichiarato Pasquino - oggi dichiaro che la nostra Carta Fondamentale funziona benissimo». Abbiamo chiesto a Gianfranco Pasquino di chiarire le ragioni del suo no, spiegando su cosa incide la riforma voluta dal centro destra.
Professore, perché domenica e lunedì prossimi, secondo lei, occorre votare no?
«La prima ragione è di metodo: la costituzione, come vuole anche lo stesso articolo 138 della nostra Costituzione, si riforma attraverso leggi costituzionali mirate a risolvere problemi che la Carta esistente non riesce a risolvere. Al contrario, la riforma della Casa delle Libertà modifica in blocco 55 articoli costituzionali su 138, stravolgendo un impianto costituzionale che, anche se non modernissimo, ha funzionato benissimo fino ad oggi».
Con un disegno complessivo di riforma?
«Questo è il secondo dei problemi: non esiste un disegno alto di riforma. Le soluzioni proposte sono il frutto di una serie di veti incrociati fra i partiti che hanno lavorato sulla riforma. Ognuno aveva delle richieste specifiche e ha cercato di farle valere sul piatto della contrattazione: la Lega voleva la devolution ed ha avuto un rapporto pasticciato fra Stato e Regioni. Berlusconi era ossessionato da quelli che egli stesso definisce “ribaltoni” e dai poteri del Presidente della Repubblica e della Magistratura. L’Udc è riuscita a far valere le proprie rivendicazioni proporzionali, vecchio cruccio democristiano».
Qualcosa però effettivamente cambia con questa riforma?
«Se tutto va bene nel 2011, altrimenti nel 2016 avremo il 10% di parlamentari in meno. Praticamente un contentino populista agli elettori della Casa delle Libertà: riduzione alla quale non fa seguito la semplificazione dei ruoli e delle competenze delle due Camere»
Cosa significa?
«Siamo l’unica Repubblica al mondo nel quale le due Camere hanno gli stessi ruoli e le stesse funzioni. Una complicazione che va risolta al più presto. È qui che si annida il nodo della governabilità. Il Senato tedesco è costituito da 69 senatori e non ha potere di porre la fiducia: questo in un paese con ottanta milioni di abitanti».
Accanto a questo c’è anche il problema della eccessiva produzione di leggi?
«Non solo: la riforma della Casa delle Libertà complica ancora di più questo aspetto, attribuendo alle due Camere, apparentemente funzioni distinte, ma poi affidando loro anche la facoltà di legiferare sulle materie di competenza dell’altra camera. E, nell’eventualità di una impasse, c’è la possibilità di creare una terza camera che dovrebbe fare da arbitro dirimendo le questioni sulle quali le prime due non sono state capaci di mettersi d’accordo. Non mi pare una semplificazione».
La governabilità non passa di lì, a quanto sembra.
«Direi di no. Pensiamo anche all’ossessione personale del ribaltone propria di Berlusconi. Il “ribaltone” non è una cosa scandalosa ma una funzione democratica del Parlamento. Se un governo non funziona, il Parlamento ha facoltà di farlo cadere e, se c’è un’altra maggioranza e un altro leader, può creare un nuovo governo. La riforma della Cdl stabilisce procedure che dovrebbero evitare i “ribaltoni” immobilizzando invece Parlamento e Premier in una serie meccanismi di controllo letali per il funzionamento dello Stato».
E il Presidente della Repubblica?
«Questa riforma ne limita, in modo confuso, le funzioni di contrappeso politico rispetto al capo del governo».
E la tanto sbandierata devolution?
«Invece di attuare il trasferimento di poteri dallo Stato alle Regioni duplica funzioni e responsabilità: avremmo polizie regionali e statali, sanità regionali e statali, istruzione regionale e statale in netta contrapposizione fra loro. Un’opera di semplificazione dovrebbe partire, al contrario, dall’eliminazione di certi enti: le Province dovrebbero sparire (lo propose già Ugo La Malfa al tempo del decentramento), come le Regioni a statuto speciale. Questo senza intaccare le specialità linguistiche e culturali, come nel caso del Friuli, ma finalmente snellendo una complessità istituzionale dispendiosa ed eccessivamente burocratizzata».
Il centro sinistra sostiene che questa sia una riforma pericolosa, è vero?
«No, semplicemente è una riforma pasticciata messa in piedi da chi di costituzioni ne capisce poco».
Lei afferma che la nostra Costituzione è ancora valida, ma riformabile. In che cosa?
«Mi vengono in testa alcune priorità: inserire nell’articolo 21, quello che sancisce la libertà dell’informazione, delle norme che regolino l’emittenza televisiva. Anche il conflitto d’interessi dovrebbe diventare materia costituzionale e la parte dei diritti fondamentali dovrebbe essere riscritta al femminile».

Author: "Alessandro Montello"
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Date: Thursday, 25 May 2006 10:19

Perchè uno che prende tutti questi soldi divrebbe interessarsi di noi?

Trattamento economico dei Senatori
Dati aggiornati a gennaio 2006
La prima voce delle competenze spettanti al parlamentare è l’indennità, quella che nel linguaggio comune è definita “stipendio”. Seguono la diaria e i rimborsi: per le spese inerenti i supporti per lo svolgimento del mandato parlamentare, per le spese accessorie di viaggio e per i viaggi all’estero, per le spese telefoniche.

Completano la scheda le voci sull’assegno di solidarietà (di fine mandato), sulle prestazioni previdenziali e sanitarie e sui trasporti.

Indennità parlamentare

L’indennità, prevista dalla Costituzione all’art. 69, è determinata, in base alla legge n. 1261 del 31 ottobre 1965, in misura non superiore al trattamento complessivo massimo annuo lordo dei magistrati con funzioni di presidente di Sezione della Corte di Cassazione ed equiparate. Con delibera del 1993 il Consiglio di presidenza del Senato ha stabilito che tale misura fosse ridotta al 96% del predetto trattamento dei magistrati.

Per effetto delle disposizioni contenute nella legge finanziaria 2006, l’importo lordo dell’indennità ha subito inoltre una riduzione pari al 10 per cento.

L’indennità è corrisposta per 12 mensilità. L’importo mensile è pari ora a 5.419,46 euro (prima del “taglio” della finanziaria 2006 era pari a 5.941,91 euro), al netto della ritenuta fiscale (€ 3.555,63), nonché delle quote contributive per l’assegno vitalizio (€ 962,42), per l’assegno di solidarietà (€ 749,79) e per l’assistenza sanitaria (€ 503,59). Nel caso in cui il Senatore versi anche la quota aggiuntiva per la reversibilità dell’assegno vitalizio (2,15 per cento), l’importo netto dell’indennità scende a 5.178,86 euro.

Diaria

Viene riconosciuta, a titolo di rimborso delle spese di soggiorno a Roma, sulla base della stessa legge n. 1261 del 1965.

La diaria ammonta a 4.003,11 euro mensili. Tale somma viene ridotta di 258,23 euro per ogni giorno di assenza del Senatore dalle sedute dell’Assemblea in cui si svolgono votazioni qualificate e verifiche del numero legale.

È considerato presente il Senatore che partecipa almeno al 30 per cento delle votazioni effettuate nell’arco della giornata.

Rimborso per spese inerenti i supporti
per lo svolgimento del mandato parlamentare

A titolo di rimborso forfettario per le spese sostenute per retribuire i propri collaboratori e per quelle necessarie a svolgere, anche nel collegio elettorale, il mandato parlamentare, al Senatore è attribuita una somma mensile di 4.678,36 euro, in parte (35% pari a 1.637,43 euro) erogata direttamente al Senatore medesimo ed in parte (65% pari a 3.040,93 euro) erogata al Gruppo parlamentare di appartenenza. Ai Senatori non è riconosciuto alcun rimborso per le spese postali.

Spese di trasporto e spese di viaggio

I Senatori usufruiscono di tessere per la libera circolazione autostradale, ferroviaria, marittima ed aerea per i trasferimenti sul territorio nazionale.

Per i trasferimenti dal luogo di residenza a Roma, è previsto un rimborso spese annuo pari a 13.293,60 euro, per il Senatore che deve percorrere fino a 100 km per raggiungere l’aeroporto o la stazione ferroviaria più vicina al luogo di residenza, ed a 15.979,18 euro se la distanza da percorrere è superiore a 100 km. Per i Senatori residenti a Roma ed eletti in collegi del Comune di Roma, il rimborso è corrisposto nella misura di 6.646,80 euro.

Ad ogni Senatore è corrisposta, a titolo di rimborso, una somma forfettaria annua di 3.100 euro, a fronte delle spese sostenute per viaggi internazionali di aggiornamento.

Spese telefoniche

I Senatori dispongono di una somma annua di 4.150 euro per le spese telefoniche.

Assistenza sanitaria integrativa

E’ previsto il rimborso delle spese sanitarie ai Senatori (anche cessati dal mandato ovvero ai titolari di trattamento di reversibilità, nonché ai rispettivi familiari) iscritti al servizio di Assistenza Sanitaria Integrativa nei limiti dell’apposito Regolamento, approvato dal Consiglio di Presidenza. Gli iscritti versano un contributo commisurato alle competenze mensili lorde (4,5% per i Senatori in carica; 4,7% gli altri) e quote aggiuntive per i familiari.

Trattenuta per l’assegno di solidarietà (a fine mandato)

Il Senatore versa mensilmente, ad un apposito Fondo, una quota pari al 6,7 per cento della propria indennità lorda, pari ora a 749,79 euro. Al termine del mandato parlamentare, il Senatore riceve l’assegno di solidarietà (anche denominato “di fine mandato”), che è pari all’80 per cento dell’importo mensile lordo dell’indennità, per ogni anno di mandato effettivo (o frazione non inferiore ai sei mesi).

Trattenuta per l’assegno vitalizio

Anche in questo caso, il Senatore versa mensilmente una quota - l’8,6 per cento, pari ora a 962,42 euro, più il 2,15 per cento, come quota aggiuntiva per la reversibilità, pari a 240,60 euro - della propria indennità lorda, che viene accantonata per il pagamento degli assegni vitalizi, come previsto da un apposito Regolamento approvato dal Consiglio di Presidenza.

In base alle norme contenute in tale Regolamento, il Senatore riceve il vitalizio a partire dal 65° anno di età. Il limite di età è ridotto al 60° anno ove siano state svolte più legislature.

Lo stesso Regolamento prevede la sospensione del pagamento del vitalizio qualora il Senatore sia rieletto al Parlamento nazionale ovvero sia eletto al Parlamento europeo o ad un Consiglio regionale.

L’importo dell’assegno vitalizio varia da un minimo del 25 per cento ad un massimo dell’80 per cento dell’indennità parlamentare, a seconda degli anni di mandato parlamentare.

(documento ufficiale, sito: Senato della Repubblica Italiana. link: http://www.senato.it/composizione/senatori/trattamento.htm)

Author: "krapp" Tags: "Non classé"
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Date: Thursday, 25 May 2006 10:19

Perchè uno che prende tutti questi soldi divrebbe interessarsi di noi?


Trattamento economico dei Senatori
Dati aggiornati a gennaio 2006
La prima voce delle competenze spettanti al parlamentare è l'indennità, quella che nel linguaggio comune è definita "stipendio". Seguono la diaria e i rimborsi: per le spese inerenti i supporti per lo svolgimento del mandato parlamentare, per le spese accessorie di viaggio e per i viaggi all'estero, per le spese telefoniche.

Completano la scheda le voci sull'assegno di solidarietà (di fine mandato), sulle prestazioni previdenziali e sanitarie e sui trasporti.

Indennità parlamentare

L'indennità, prevista dalla Costituzione all'art. 69, è determinata, in base alla legge n. 1261 del 31 ottobre 1965, in misura non superiore al trattamento complessivo massimo annuo lordo dei magistrati con funzioni di presidente di Sezione della Corte di Cassazione ed equiparate. Con delibera del 1993 il Consiglio di presidenza del Senato ha stabilito che tale misura fosse ridotta al 96% del predetto trattamento dei magistrati.

Per effetto delle disposizioni contenute nella legge finanziaria 2006, l'importo lordo dell'indennità ha subito inoltre una riduzione pari al 10 per cento.

L'indennità è corrisposta per 12 mensilità. L'importo mensile è pari ora a 5.419,46 euro (prima del "taglio" della finanziaria 2006 era pari a 5.941,91 euro), al netto della ritenuta fiscale (€ 3.555,63), nonché delle quote contributive per l'assegno vitalizio (€ 962,42), per l'assegno di solidarietà (€ 749,79) e per l'assistenza sanitaria (€ 503,59). Nel caso in cui il Senatore versi anche la quota aggiuntiva per la reversibilità dell'assegno vitalizio (2,15 per cento), l'importo netto dell'indennità scende a 5.178,86 euro.

Diaria

Viene riconosciuta, a titolo di rimborso delle spese di soggiorno a Roma, sulla base della stessa legge n. 1261 del 1965.

La diaria ammonta a 4.003,11 euro mensili. Tale somma viene ridotta di 258,23 euro per ogni giorno di assenza del Senatore dalle sedute dell'Assemblea in cui si svolgono votazioni qualificate e verifiche del numero legale.

È considerato presente il Senatore che partecipa almeno al 30 per cento delle votazioni effettuate nell'arco della giornata.

Rimborso per spese inerenti i supporti
per lo svolgimento del mandato parlamentare

A titolo di rimborso forfettario per le spese sostenute per retribuire i propri collaboratori e per quelle necessarie a svolgere, anche nel collegio elettorale, il mandato parlamentare, al Senatore è attribuita una somma mensile di 4.678,36 euro, in parte (35% pari a 1.637,43 euro) erogata direttamente al Senatore medesimo ed in parte (65% pari a 3.040,93 euro) erogata al Gruppo parlamentare di appartenenza. Ai Senatori non è riconosciuto alcun rimborso per le spese postali.

Spese di trasporto e spese di viaggio

I Senatori usufruiscono di tessere per la libera circolazione autostradale, ferroviaria, marittima ed aerea per i trasferimenti sul territorio nazionale.

Per i trasferimenti dal luogo di residenza a Roma, è previsto un rimborso spese annuo pari a 13.293,60 euro, per il Senatore che deve percorrere fino a 100 km per raggiungere l'aeroporto o la stazione ferroviaria più vicina al luogo di residenza, ed a 15.979,18 euro se la distanza da percorrere è superiore a 100 km. Per i Senatori residenti a Roma ed eletti in collegi del Comune di Roma, il rimborso è corrisposto nella misura di 6.646,80 euro.

Ad ogni Senatore è corrisposta, a titolo di rimborso, una somma forfettaria annua di 3.100 euro, a fronte delle spese sostenute per viaggi internazionali di aggiornamento.

Spese telefoniche

I Senatori dispongono di una somma annua di 4.150 euro per le spese telefoniche.

Assistenza sanitaria integrativa

E' previsto il rimborso delle spese sanitarie ai Senatori (anche cessati dal mandato ovvero ai titolari di trattamento di reversibilità, nonché ai rispettivi familiari) iscritti al servizio di Assistenza Sanitaria Integrativa nei limiti dell'apposito Regolamento, approvato dal Consiglio di Presidenza. Gli iscritti versano un contributo commisurato alle competenze mensili lorde (4,5% per i Senatori in carica; 4,7% gli altri) e quote aggiuntive per i familiari.

Trattenuta per l'assegno di solidarietà (a fine mandato)

Il Senatore versa mensilmente, ad un apposito Fondo, una quota pari al 6,7 per cento della propria indennità lorda, pari ora a 749,79 euro. Al termine del mandato parlamentare, il Senatore riceve l'assegno di solidarietà (anche denominato "di fine mandato"), che è pari all'80 per cento dell'importo mensile lordo dell'indennità, per ogni anno di mandato effettivo (o frazione non inferiore ai sei mesi).

Trattenuta per l'assegno vitalizio

Anche in questo caso, il Senatore versa mensilmente una quota - l'8,6 per cento, pari ora a 962,42 euro, più il 2,15 per cento, come quota aggiuntiva per la reversibilità, pari a 240,60 euro - della propria indennità lorda, che viene accantonata per il pagamento degli assegni vitalizi, come previsto da un apposito Regolamento approvato dal Consiglio di Presidenza.

In base alle norme contenute in tale Regolamento, il Senatore riceve il vitalizio a partire dal 65° anno di età. Il limite di età è ridotto al 60° anno ove siano state svolte più legislature.

Lo stesso Regolamento prevede la sospensione del pagamento del vitalizio qualora il Senatore sia rieletto al Parlamento nazionale ovvero sia eletto al Parlamento europeo o ad un Consiglio regionale.

L'importo dell'assegno vitalizio varia da un minimo del 25 per cento ad un massimo dell'80 per cento dell'indennità parlamentare, a seconda degli anni di mandato parlamentare.


(documento ufficiale, sito: Senato della Repubblica Italiana. link: http://www.senato.it/composizione/senatori/trattamento.htm)

Author: "Alessandro Montello"
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Date: Friday, 19 May 2006 15:17

La nuova era che si è aperta con l’11 settembre 2001 ha dato avvio ad una guerra globale, guerreggiata con pallottole, fucilate e accoltellamenti come la più truce tradizione umana esige ma, soprattutto, dispiegata nel campo dell’informazione.
Siamo in guerra e questo è pacifico. Contro il terrorismo, la corruzione, il “diverso”, le nuove potenze. Tutti contro tutti. Il boccino però, è in mano a chi riesce a produrre e sedimentare maggiore informazione e riesce a trasformare la sua virulenza in una malattia cronica che perturba definitivamente la mente di miliardi di persone.
Detto questo viene da pensare, alla luce di quanto reso noto nei giorni scorsi dal governo statunitense che l’11 settembre 2001 non sia successo nulla che non fosse stato preordinato, precostruito e progettato dalle stesse forze che hanno poi gridato all’attacco, giustificando in questo modo, la loro reazione nei confronti di un nemico per necessità invisibile e imprendibile.
Alcuni giorni fa il Pentagono ha mostrato, a distanza di quasi cinque anni dall’evento, il filmato che doveva finalmente tacitare i sospetti di una montatura relativa all’aereo caduto sul massimo centro di potere militare al mondo. Un filmato che da internet era scaricabile già tre anni fa.
La registrazione comunque si riferiva alla telecamera a circuito chiuso di uno degli accessi del Pentagono che ha filmato l’attimo in cui l’aereo, un Boeing 757-200 dell’American Airlines con sessantaquattro passeggeri a bordo si schiantava contro una delle cinque pareti dell’edificio.
Un aereo che, per l’esattezza, è lungo 47,32 metri, ha un’apertura alare di 38 metri, un’altezza di 13 metri e il peso di circa 115 tonnellate. E una velocità di atterraggio che non scende sotto i 400 chilometri orari finchè non tocca terra. Insomma una vera e propria bomba capace di spazzare qualsiasi cosa davanti a se, nel momento in cui si dovesse decidere di farlo schiantare contro un edificio. Prova ne siano i filmati che documentano lo schianto del secondo aereo sulle due torri: la potenza dell’esplosione seguita all’urto è evidenziata dalle immagini che tutti conosciamo.
Nel primo frame del filmato reso pubblico dal governo statunitense (il frame è una foto: facendo scorrere una serie di immagini fisse si rende il movimento, l’hanno inventato i Lumière nell’Ottocento) si vede la lunga parete del Pentagono: 280 metri di lunghezza per 24 di altezza. Alla destra dell’immagine un’indistinta ombra bianca, sottile, alta da terra 3, forse 4 metri. Da come è posizionata la telecamera del posto di blocco è probabile che il muso del Boeing non fosse visibile, quindi “l’ombra” bianca che si vede dovrebbe essere il carrello. Elemento che negli aerei civili scende automaticamente sotto una certa quota. Con il problema che i carrelli hanno delle ruote, solitamente nere, e poi una struttura verticale, che li completa.
Il secondo frame del filmato mostra un’esplosione sulla facciata del Pentagono. Un filmato di quel genere scorre alla velocità di 25 frame al secondo: troppo lento per far scomparire 47 metri d’aereo che si schianta contro una parete.
Ponendo il caso che l’aereo si sia effettivamente disintegrato nell’urto (anche se il filmato mostra un’esplosione di gran lunga più modesta rispetto a quella delle torri, ma potremmo ammettere che la differenza dei materiali con i quali gli edifici erano costruiti può avere influito su questo fattore) le cose bizarre non finiscono qui. Abbiamo detto che sotto una certa quota il carrello esce automaticamente: sul prato davanti al pentagono non ci sono segni di abrasione e neppure di incendio. Eppure l’aereo, alto tredici metri, ha colpito il pianterreno: lo dimostra il fatto che le prime foto scattate dopo l’evento mostrano i piani superiori e il tetto ancora intatti.
Ma la cosa ancora più bizzarra da registrare è che il Boeing si sia schiantato sul Pentagono con una forza d’urto tale che neppure una foglia dagli alberi che ne abbelliscono il giardino sia caduta. E che sia sia schiantato sull’unica zona in ristrutturazione di un edificio di 117.000 metri quadrati di superficie, uccidendo centoventicinque persone ceh vi stavano lavorando: operai, elettricisti, tecnici, imbianchini. Nemmeno un militare. Davvero quel video dissolve dei dubbi?

Author: "Alessandro Montello"
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Date: Friday, 19 May 2006 15:17

La nuova era che si è aperta con l’11 settembre 2001 ha dato avvio ad una guerra globale, guerreggiata con pallottole, fucilate e accoltellamenti come la più truce tradizione umana esige ma, soprattutto, dispiegata nel campo dell’informazione.
Siamo in guerra e questo è pacifico. Contro il terrorismo, la corruzione, il “diverso”, le nuove potenze. Tutti contro tutti. Il boccino però, è in mano a chi riesce a produrre e sedimentare maggiore informazione e riesce a trasformare la sua virulenza in una malattia cronica che perturba definitivamente la mente di miliardi di persone.
Detto questo viene da pensare, alla luce di quanto reso noto nei giorni scorsi dal governo statunitense che l’11 settembre 2001 non sia successo nulla che non fosse stato preordinato, precostruito e progettato dalle stesse forze che hanno poi gridato all’attacco, giustificando in questo modo, la loro reazione nei confronti di un nemico per necessità invisibile e imprendibile.
Alcuni giorni fa il Pentagono ha mostrato, a distanza di quasi cinque anni dall’evento, il filmato che doveva finalmente tacitare i sospetti di una montatura relativa all’aereo caduto sul massimo centro di potere militare al mondo. Un filmato che da internet era scaricabile già tre anni fa.
La registrazione comunque si riferiva alla telecamera a circuito chiuso di uno degli accessi del Pentagono che ha filmato l’attimo in cui l’aereo, un Boeing 757-200 dell’American Airlines con sessantaquattro passeggeri a bordo si schiantava contro una delle cinque pareti dell’edificio.
Un aereo che, per l’esattezza, è lungo 47,32 metri, ha un’apertura alare di 38 metri, un’altezza di 13 metri e il peso di circa 115 tonnellate. E una velocità di atterraggio che non scende sotto i 400 chilometri orari finchè non tocca terra. Insomma una vera e propria bomba capace di spazzare qualsiasi cosa davanti a se, nel momento in cui si dovesse decidere di farlo schiantare contro un edificio. Prova ne siano i filmati che documentano lo schianto del secondo aereo sulle due torri: la potenza dell’esplosione seguita all’urto è evidenziata dalle immagini che tutti conosciamo.
Nel primo frame del filmato reso pubblico dal governo statunitense (il frame è una foto: facendo scorrere una serie di immagini fisse si rende il movimento, l’hanno inventato i Lumière nell’Ottocento) si vede la lunga parete del Pentagono: 280 metri di lunghezza per 24 di altezza. Alla destra dell’immagine un’indistinta ombra bianca, sottile, alta da terra 3, forse 4 metri. Da come è posizionata la telecamera del posto di blocco è probabile che il muso del Boeing non fosse visibile, quindi “l’ombra” bianca che si vede dovrebbe essere il carrello. Elemento che negli aerei civili scende automaticamente sotto una certa quota. Con il problema che i carrelli hanno delle ruote, solitamente nere, e poi una struttura verticale, che li completa.
Il secondo frame del filmato mostra un’esplosione sulla facciata del Pentagono. Un filmato di quel genere scorre alla velocità di 25 frame al secondo: troppo lento per far scomparire 47 metri d’aereo che si schianta contro una parete.
Ponendo il caso che l’aereo si sia effettivamente disintegrato nell’urto (anche se il filmato mostra un’esplosione di gran lunga più modesta rispetto a quella delle torri, ma potremmo ammettere che la differenza dei materiali con i quali gli edifici erano costruiti può avere influito su questo fattore) le cose bizarre non finiscono qui. Abbiamo detto che sotto una certa quota il carrello esce automaticamente: sul prato davanti al pentagono non ci sono segni di abrasione e neppure di incendio. Eppure l’aereo, alto tredici metri, ha colpito il pianterreno: lo dimostra il fatto che le prime foto scattate dopo l’evento mostrano i piani superiori e il tetto ancora intatti.
Ma la cosa ancora più bizzarra da registrare è che il Boeing si sia schiantato sul Pentagono con una forza d’urto tale che neppure una foglia dagli alberi che ne abbelliscono il giardino sia caduta. E che sia sia schiantato sull’unica zona in ristrutturazione di un edificio di 117.000 metri quadrati di superficie, uccidendo centoventicinque persone ceh vi stavano lavorando: operai, elettricisti, tecnici, imbianchini. Nemmeno un militare. Davvero quel video dissolve dei dubbi?

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Date: Saturday, 06 May 2006 23:33

Presenterà in anteprima i contenuti del suo prossimo libro Giulietto Chiesa, l’europarlamentare e giornalista, già inviato all’estero di importanti testate nazionali che domani, con inizio alle 17.00, terrà una conferenza organizzata dal CISM, dal titolo “Informazione e disinformazione nella comunicazione mediatica” nell’Aula Magna di Palazzo del Torso, in piazza Garibaldi a Udine. Il nuovo lavoro di Chiesa, che uscirà in tutte le librerie sabato 6 maggio, s’intitola Prima della tempesta, ed è edito dalla Nottettempo, la nuova e coraggiosa casa editrice di Ginevra Bompiani e Giulia Einaudi. Abbiamo chiesto a Giulietto Chiesa di anticipare qualche percorso di questo suo nuovo libro.
Da giornalista lei ha sempre avuto un posto d’osservazione privilegiato sul futuro a breve termine del mondo. Che cosa ci aspetta nel prossimo futuro?
«Una cosa molto “semplice”, sotto gli occhi di tutti: una guerra verso la quale ci stiamo avviando velocemente. Una guerra di cui si conoscono già le parti in causa: l’occidente e la Cina e l’India come avversari.
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Siamo dunque in fase prebellica?
«I segnali che possiamo leggere sono chiari: ci stiamo preparando ad una guerra mondiale contro la Cina. Il riarmo nucleare di cui si parla in questi tempi non serve a combattere il terrorismo: sono i prodromi di quello che avverrà da qui a breve. E non parlo di cent’anni: sarà coinvolta la nostra generazione, parlo di domani».
Cosa le fa supporre che la sua ipotesi sia realistica?
«Le guerre si preparano attraverso l’utilizzo dei media. E quello che i media stanno dicendo, non io ma le televisioni, i giornali, è questo: la guerra si avvicina velocemente».
È per questo che, con la sua associazione Megachip, lei lavora sull’alfabetizzazione all’informazione?
«Occorre insegnare a quanta più gente possibile che i media vanno letti oltre le righe. Che la manipolazione dell’informazione crea i presupposti per i conflitti».
E questo per dire cosa alla gente?
«Per dire loro che siamo arrivati al capolinea: le risorse si stanno esaurendo per l’uso inconsulto della natura che fino ad oggi l’uomo ha perpertrato. La vera grande guerra si può dire che sia quella dell’uomo contro la natura. Ma è una guerra che ci vede perdenti dal principio perché è un conflitto dell’uomo contro se stesso. Il neoliberismo ha prodotto un’idea ascientifica dello sviluppo indefinito: una cosa naturalmente impossibile».
Come siamo arrivati fin qui?
«Attraverso la logica del superclan: questi gruppi di forza, che sono le nazioni occidentali e in particolare i loro governanti, hanno ottenuto le loro ricchezze con la guerra e solo con la guerra le possono mantenere. Nessuno dei governanti del mondo sembra rendersi conto, o sembra non possedere, un pensiero alternativo, perché alla base del loro pensiero c’è una società di diseguali».
E tutti i grandi incontri internazionali?
«Credo che mettendo insieme tutti i cervelli di chi si incontra a Davos non basterebbe per creare un unico cervello umano funzionanante. Facciamo un esempio fin troppo facile: Thomas Freedman da tempo dice agli statunitensi di consumare meno benzina di quella che consumano, perché le riserve si stanno esaurendo. Lo stesso diceva Galbraith. Bush li ha ascoltati? No. Non è capace di dire alla sua nazione: signori non sono più in grado di offrirvi il tenore di vita che avete sostenuto fin’ora. Stigliz ha dichiarato sul New York Times che “abbiamo superato il 2005 per miracolo, il 2006 sarà impossibile perché non è sostenibile ciò che non si può sostenere”».
Ma non è un po’ apocalittica la sua visione?
«Io mi limito a riportare quello che dicono i media. Sintetizzo quelle poche notizie valide in mezzo al letame che l’informazione riversa quotidianamente sulla gente. Sempre il New York Times ha appena pubblicato la notizia che gli Usa hanno portato il loro debito a novemila miliardi di dollari. Sa cosa significa? Che sono alla bancarotta. Che non hanno più risorse. E qual è il modo per sopravvivere in questi casi? Andare a prendere le risorse dove ci sono, anche se questo significa milioni di morti».
Di nuovo la Cina?
«E l’India: come si fa a tenere a freno due miliardi e mezzo di persone che bevono e consumano l’acqua e il petrolio che serve agli Stati Uniti per mantenere il loro tenore di vita? La risposta viene da sé».
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Author: "Alessandro Montello"
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Date: Saturday, 06 May 2006 23:33

Presenterà in anteprima i contenuti del suo prossimo libro Giulietto Chiesa, l’europarlamentare e giornalista, già inviato all’estero di importanti testate nazionali che domani, con inizio alle 17.00, terrà una conferenza organizzata dal CISM, dal titolo “Informazione e disinformazione nella comunicazione mediatica” nell’Aula Magna di Palazzo del Torso, in piazza Garibaldi a Udine. Il nuovo lavoro di Chiesa, che uscirà in tutte le librerie sabato 6 maggio, s’intitola Prima della tempesta, ed è edito dalla Nottettempo, la nuova e coraggiosa casa editrice di Ginevra Bompiani e Giulia Einaudi. Abbiamo chiesto a Giulietto Chiesa di anticipare qualche percorso di questo suo nuovo libro.
Da giornalista lei ha sempre avuto un posto d’osservazione privilegiato sul futuro a breve termine del mondo. Che cosa ci aspetta nel prossimo futuro?
«Una cosa molto “semplice”, sotto gli occhi di tutti: una guerra verso la quale ci stiamo avviando velocemente. Una guerra di cui si conoscono già le parti in causa: l’occidente e la Cina e l’India come avversari.
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Siamo dunque in fase prebellica?
«I segnali che possiamo leggere sono chiari: ci stiamo preparando ad una guerra mondiale contro la Cina. Il riarmo nucleare di cui si parla in questi tempi non serve a combattere il terrorismo: sono i prodromi di quello che avverrà da qui a breve. E non parlo di cent’anni: sarà coinvolta la nostra generazione, parlo di domani».
Cosa le fa supporre che la sua ipotesi sia realistica?
«Le guerre si preparano attraverso l’utilizzo dei media. E quello che i media stanno dicendo, non io ma le televisioni, i giornali, è questo: la guerra si avvicina velocemente».
È per questo che, con la sua associazione Megachip, lei lavora sull’alfabetizzazione all’informazione?
«Occorre insegnare a quanta più gente possibile che i media vanno letti oltre le righe. Che la manipolazione dell’informazione crea i presupposti per i conflitti».
E questo per dire cosa alla gente?
«Per dire loro che siamo arrivati al capolinea: le risorse si stanno esaurendo per l’uso inconsulto della natura che fino ad oggi l’uomo ha perpertrato. La vera grande guerra si può dire che sia quella dell’uomo contro la natura. Ma è una guerra che ci vede perdenti dal principio perché è un conflitto dell’uomo contro se stesso. Il neoliberismo ha prodotto un’idea ascientifica dello sviluppo indefinito: una cosa naturalmente impossibile».
Come siamo arrivati fin qui?
«Attraverso la logica del superclan: questi gruppi di forza, che sono le nazioni occidentali e in particolare i loro governanti, hanno ottenuto le loro ricchezze con la guerra e solo con la guerra le possono mantenere. Nessuno dei governanti del mondo sembra rendersi conto, o sembra non possedere, un pensiero alternativo, perché alla base del loro pensiero c’è una società di diseguali».
E tutti i grandi incontri internazionali?
«Credo che mettendo insieme tutti i cervelli di chi si incontra a Davos non basterebbe per creare un unico cervello umano funzionanante. Facciamo un esempio fin troppo facile: Thomas Freedman da tempo dice agli statunitensi di consumare meno benzina di quella che consumano, perché le riserve si stanno esaurendo. Lo stesso diceva Galbraith. Bush li ha ascoltati? No. Non è capace di dire alla sua nazione: signori non sono più in grado di offrirvi il tenore di vita che avete sostenuto fin’ora. Stigliz ha dichiarato sul New York Times che “abbiamo superato il 2005 per miracolo, il 2006 sarà impossibile perché non è sostenibile ciò che non si può sostenere”».
Ma non è un po’ apocalittica la sua visione?
«Io mi limito a riportare quello che dicono i media. Sintetizzo quelle poche notizie valide in mezzo al letame che l’informazione riversa quotidianamente sulla gente. Sempre il New York Times ha appena pubblicato la notizia che gli Usa hanno portato il loro debito a novemila miliardi di dollari. Sa cosa significa? Che sono alla bancarotta. Che non hanno più risorse. E qual è il modo per sopravvivere in questi casi? Andare a prendere le risorse dove ci sono, anche se questo significa milioni di morti».
Di nuovo la Cina?
«E l’India: come si fa a tenere a freno due miliardi e mezzo di persone che bevono e consumano l’acqua e il petrolio che serve agli Stati Uniti per mantenere il loro tenore di vita? La risposta viene da sé».
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Author: "krapp" Tags: "Non classé"
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Date: Saturday, 06 May 2006 23:30

«Non esiste più il quarto potere – ha dichiarato aprendo la sua conferenza Giulietto Chiesa, giornalista e europarlamentare che il Cism ha invitato nell’aula magna di Palazzo del Torso per parlare, venerdì pomeriggio, di Informazione e disinformazione nella comunicazione mediatica – e, non esistendo più il quarto potere il rischio per la democrazia è oltremodo accentuato».
Il percorso scelto da Chiesa per argomentare le sue preoccupazioni sul presente e le sue proposte sul futuro alle tante persone che si sono date appuntamento per ascoltarne la parola, a volte profetica è stato lineare e efficace. È partito dalla degenerazione della libertà di espressione, portata a termine anche attraverso la precarizzazione delle voci giornalistiche, fino alla creazione di modi virtuali che servono a modificare le credenze, e gli atteggiamenti dell’intera popolazione mondiale. O, almeno, di quella che conta, di quella che elegge e sostiene al governo quello che Chiesa, in un suo libro ha definito il “super clan”.
«In democrazia ci sono tre poteri fondamentali – ha ricordato Chiesa -: quello legislativo, quello escutivo e quello giudiziario. Questi poteri sono tenuti sotto controllo dal quarto potere, quello dell’informazione. Se a questo mettiamo il bavaglio ecco che uno degli altri tre trova spazi per prendere il sopravvento». E gli esempi portati dallo storico inviato a Mosca dell’Unità non sono mancati: dalla “verità ricostruita” dell’undici settembre, alla “mancata informazione” sullo stato dell’economia mondiale.
«Mi è capitato pochi giorni fa di trovare, quasi per caso – ha raccontato Giulietto Chiesa – una breve di dieci righe sull’Herald Tribune dove si sosteneva che gli Stati Uniti hanno portato a novemila miliardi di dollari il loro debito. Che se sommato al debito delle famiglie e delle imprese statunitensi fa circa trentamila miliardi di debiti. Tutti ripagati rastrellando investimenti sui mercati esteri». Una situazione non allarmante ma catastrofica, ha ricordato Chiesa riportando la definizione da una citazione del premio nobel per l’economia Galbrait. E la catastrofe non è molto lontana dal rendersi presente: «Joseph Stiglitz – ha aggiunto Chiesa - ha dichiarato in questi giorni che superare il 2005 è stato un miracolo, il 2006 sarà praticamente impossibile superarlo». Le contraddizioni dell’economia mondiale sono diventate anormalità insostenibili. L’esempio più sconcertante è quello della globalizzazione: «I risultati della globalizzazione non hanno riguardato l’annullamento delle distanze o l’allargamento della coscienza planetaria – ha dichiarato Chiesa – piuttosto è stata la più grande operazione di rapina mai stata portata a termine. Con la globalizzazione le grandi multinazionali si sono delocalizzate annullando il loro radicamento nazionale. Questo significa che questi colossi, oggi, non pagano più le tasse a nessuno stato: così gli stati nazionali si impoveriscono non avendo più grandi produttori di reddito a cui far pagare le tasse edevono rivolgersi ai ceti medi, oppure eliminare sempre più servizi, facendo pagare ogni prestazione sanitaria, sociale e assistenziale. Ecco perché siamo tutti più poveri mentre, alcuni, sono straordinariamente ricchi».
Un fenomeno, questo della globalizzazione, che porta con sé anche altre contraddizioni, ancora più clamorose e pericolose: «La Cina oggi ha in mano l’8% del debito statunitense. E continua a comprare miniere, giacimenti e risorse in tutto il mondo. Perché ha tassi di crescita elevatissimi e una liquidità impressionante. È per questo che gli Stati Uniti stanno preparando una guerra contro la Cina».
Nel 2017, secondo i calcoli di alcune realtà governative statunitensi la Cina avrà dei livelli di crescita e di ricchezza che metteranno a rischio la stessa sopravvivenza degli Usa: «È per questo che gli statunitensi si stanno preparando ad una guerra nucleare contro la Cina. Non certo per combattere una minaccia terroristica che, anzi, sono stati loro stessi a creare come specchio per le allodole che serviva a coprire i veri obiettivi».
A questo punto Chiesa ha dichiarato che con l’aiuto di altri giornalisti sta preparando un film e un libro sulla menzogna dell’11 settembre: «Un evento preparato ad arte per una messa in scena alla quale miliardi di persone stanno ancora credendo. E questo perché il loro unico mezzo di informazione è la televisione». Ecco perché l’impegno maggiore dell’europarlamentare, e della sua associazione Megachip, è proprio quello di lavorare per cambiare la televisione e quindi la diffusione dell’informazione: «Stiamo raccogliendo le firme per una proposta di legge nella quale si mantenga la proprietà pubblica della Rai rafforzando la sua qualità. È l’unico modo che abbiamo per avvicinare la coscienza di milioni di persone, prima che sia troppo tardi».

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Date: Saturday, 06 May 2006 23:30

«Non esiste più il quarto potere – ha dichiarato aprendo la sua conferenza Giulietto Chiesa, giornalista e europarlamentare che il Cism ha invitato nell’aula magna di Palazzo del Torso per parlare, venerdì pomeriggio, di Informazione e disinformazione nella comunicazione mediatica – e, non esistendo più il quarto potere il rischio per la democrazia è oltremodo accentuato».
Il percorso scelto da Chiesa per argomentare le sue preoccupazioni sul presente e le sue proposte sul futuro alle tante persone che si sono date appuntamento per ascoltarne la parola, a volte profetica è stato lineare e efficace. È partito dalla degenerazione della libertà di espressione, portata a termine anche attraverso la precarizzazione delle voci giornalistiche, fino alla creazione di modi virtuali che servono a modificare le credenze, e gli atteggiamenti dell’intera popolazione mondiale. O, almeno, di quella che conta, di quella che elegge e sostiene al governo quello che Chiesa, in un suo libro ha definito il “super clan”.
«In democrazia ci sono tre poteri fondamentali – ha ricordato Chiesa -: quello legislativo, quello escutivo e quello giudiziario. Questi poteri sono tenuti sotto controllo dal quarto potere, quello dell’informazione. Se a questo mettiamo il bavaglio ecco che uno degli altri tre trova spazi per prendere il sopravvento». E gli esempi portati dallo storico inviato a Mosca dell’Unità non sono mancati: dalla “verità ricostruita” dell’undici settembre, alla “mancata informazione” sullo stato dell’economia mondiale.
«Mi è capitato pochi giorni fa di trovare, quasi per caso – ha raccontato Giulietto Chiesa – una breve di dieci righe sull’Herald Tribune dove si sosteneva che gli Stati Uniti hanno portato a novemila miliardi di dollari il loro debito. Che se sommato al debito delle famiglie e delle imprese statunitensi fa circa trentamila miliardi di debiti. Tutti ripagati rastrellando investimenti sui mercati esteri». Una situazione non allarmante ma catastrofica, ha ricordato Chiesa riportando la definizione da una citazione del premio nobel per l’economia Galbrait. E la catastrofe non è molto lontana dal rendersi presente: «Joseph Stiglitz – ha aggiunto Chiesa - ha dichiarato in questi giorni che superare il 2005 è stato un miracolo, il 2006 sarà praticamente impossibile superarlo». Le contraddizioni dell’economia mondiale sono diventate anormalità insostenibili. L’esempio più sconcertante è quello della globalizzazione: «I risultati della globalizzazione non hanno riguardato l’annullamento delle distanze o l’allargamento della coscienza planetaria – ha dichiarato Chiesa – piuttosto è stata la più grande operazione di rapina mai stata portata a termine. Con la globalizzazione le grandi multinazionali si sono delocalizzate annullando il loro radicamento nazionale. Questo significa che questi colossi, oggi, non pagano più le tasse a nessuno stato: così gli stati nazionali si impoveriscono non avendo più grandi produttori di reddito a cui far pagare le tasse edevono rivolgersi ai ceti medi, oppure eliminare sempre più servizi, facendo pagare ogni prestazione sanitaria, sociale e assistenziale. Ecco perché siamo tutti più poveri mentre, alcuni, sono straordinariamente ricchi».
Un fenomeno, questo della globalizzazione, che porta con sé anche altre contraddizioni, ancora più clamorose e pericolose: «La Cina oggi ha in mano l’8% del debito statunitense. E continua a comprare miniere, giacimenti e risorse in tutto il mondo. Perché ha tassi di crescita elevatissimi e una liquidità impressionante. È per questo che gli Stati Uniti stanno preparando una guerra contro la Cina».
Nel 2017, secondo i calcoli di alcune realtà governative statunitensi la Cina avrà dei livelli di crescita e di ricchezza che metteranno a rischio la stessa sopravvivenza degli Usa: «È per questo che gli statunitensi si stanno preparando ad una guerra nucleare contro la Cina. Non certo per combattere una minaccia terroristica che, anzi, sono stati loro stessi a creare come specchio per le allodole che serviva a coprire i veri obiettivi».
A questo punto Chiesa ha dichiarato che con l’aiuto di altri giornalisti sta preparando un film e un libro sulla menzogna dell’11 settembre: «Un evento preparato ad arte per una messa in scena alla quale miliardi di persone stanno ancora credendo. E questo perché il loro unico mezzo di informazione è la televisione». Ecco perché l’impegno maggiore dell’europarlamentare, e della sua associazione Megachip, è proprio quello di lavorare per cambiare la televisione e quindi la diffusione dell’informazione: «Stiamo raccogliendo le firme per una proposta di legge nella quale si mantenga la proprietà pubblica della Rai rafforzando la sua qualità. È l’unico modo che abbiamo per avvicinare la coscienza di milioni di persone, prima che sia troppo tardi».

Author: "Alessandro Montello"
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Date: Thursday, 13 Apr 2006 21:17

Images_5In tempi di immagine a tutti i costi anche Cosa Nostra ha scelto la linea del marketing duro. Ha costruito in modo esemplare l’immagine di un capo imprendibile e infallibile, un grande burattinaio che, per 43 anni, ha vissuto nell’ombra, tenendo in scacco polizia, magistratura e Stato intero. Un picciotto di quelli veri che, cresciuto imparando ad usare la pistola con la stessa perizia con cui un chirurgo utilizza il bisturi, è poi diventato il padrone indiscusso della più grande e forte organizzazione criminale conosciuta. Almeno così dicono. Sia per la grande organizzazione criminale sia per la “bravura” di Bernardo Provenzano.
Saltano agli occhi, però, alcune contraddizioni. Prima però la strategia pubblicitaria.
Di Provenzano non si sa nulla: si conosce la sua proverbiale freddezza e la sua bestialità. È capace di uccidere con crudeltà inaudita, lasciando stupefatti gli stessi picciotti che si accompagnano a lui in alcune azioni criminose. Come dice Luciano Liggio «Provenzano spara come un dio, ma ha il cervello di una gallina».
È un ottimo affiliato del braccio armato di Cosa Nostra, ma non dà segni di grande carisma, al di fuori dell’ala militare. Entra ed esce dall’ombra: la prima volta che di Bernardo Provenzano si parla in modo chiaro è il 1987: l’anno in cui viene condannato all’ergastolo. Un po’ poco per uno di cui si conosce un’unica foto scattata il 18 settembre 1959 e che di lì a poco potrebbe diventare il capo di Cosa Nostra.
Ed è l’arresto di Totò Riina a far assurgere ad un ruolo di primo piano Bernardo Provenzano: l’eliminazione dalla scena da parte del Comandante Ultimo di Riina dicono che abbia portato il corleonese, che fino allora era rimasto in seconda fila, a salire al vertice della mafia.
Provenzano continua ad essere una primula rossa: imprendibile, sconosciuto, imbattibile. Con lui, dopo la gestione militaresca di Riina, il cui luogotenente di maggiore spicco era quel Brusca molto abile nel far saltare autostrade, vie a senso unico palermitane e acidi scioglibambini, Cosa Nostra abbassa la testa. Non nel senso che la piega, ma nel senso, che come sua abitudine in determinati periodi, che s’inabissa. Scompare, diventa invisibile.
Le piccole guerre di mafia e camorra che si vedono in questi anni sono solo coreografia e screzi fra famiglie rivali di poca importanza. La vera mafia è altrove, fa altro. Entra in politica, gestisce gli appalti, infiltra i ministeri, i gangli dello stato, si sostituisce alle istituzioni, ne diventa parte. Diventa mentalità diffusa. Sparare non serve più: i grandi affari si fanno mettendo le mani sui grandi capitali, facendosi amici gli imprenditori, i grandi della finanza. Servono cervelli fini per fare questo: perché occorre presentarsi come soci affidabili, come interlocutori competenti. La borsa, la finanza internazionale, gli assetti bancari. E riprogrammando la testa della gente. Per la quale il sistema mafioso non è più immorale, ma è un modo efficiente di far funzionare le cose.
Images_4Tutto questo in mano ad un settantatreenne incontinente che nasconde mille euro in un pannolone. Un vecchio mite che comunica con il mondo solo attraverso dei foglietti di carta scritti con una macchina per scrivere elettrica. Un modello evidentemente antiquato se è stato capace di triplicare i consumi elettrici del misero casolare nel quale si nascondeva Provenzano. Un capo, anzi il capo dei capi che viveva mangiando cicoria bollita in una baracca da pastori, dove, appunto, un pastore faceva la ricotta, circondato da un frigo vuoto e da un armadio ricolmo di pannoloni per anziani incontinenti. Un anziano che nasconde 1000 euro in un pannolone, un ricercato totale il cui unico desiderio è un piatto di lasagne.
La mafia non fa nulla per nulla. Cosa Nostra è una metafora nella quale il simbolismo ha un carattere determinante e fondativo. Ogni cosa dentro la mafia è rito, simbolo, interpretazione, messaggio.
Nel Ramo d’Oro di Frazer si racconta il mito: il re ad un certo punto della sua vita veniva legato sotto un albero, ad aspettare che arrivasse il giovane re che lo affrontasse, lo sconfiggesse e ne prendesse il posto. Un sacrificio rituale. La ciclicità dell’esistenza, della vita. L’eterno ritorno. Che nella mafia, in un misto di paganesimo e cattolicesimo estremo, talmente estremo da diventare religione autonoma, prende connotati propri.
Cosa Nostra non è stata colpita in testa. Ha rinunciato ad una delle sue teste perché, probabilmente è venuta a patti con lo Stato. Ha capito in anticipo che certi interlocutori stavano per passare la mano e si è affrettata ad aprire una linea di credito (e di dialogo) con la futura classe politica. Perché fare la guerra quando la pace è sicuramente più redditizia?
Anche simbolicamente la cattura di Bernardo Provenzano assomiglia molto ad un sacrificio rituale: un capo solo, in mezzo alla campagna, nel posto più controllato in assoluto (la stessa Corleone nella quale la mafia è non di casa, ma casa), offerto alla cattura delle forze dell’ordine. Non un uomo armato a difenderlo, non una muraglia a proteggerlo, non un sistema di allarme ad allertarlo. O era poco amato come capo o, davvero, Cosa Nostra pensava di essere talmente padrona del territorio da non prevedere nemmeno un sistema di sicurezza per il suo uomo più importante. Oppure, semplicemente il suo capo non serviva più. Non a Cosa Nostra. Semplicemente serviva di più a Cosa Nostra, ma nelle mani dello Stato.

Author: "Alessandro Montello"
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Date: Thursday, 13 Apr 2006 21:17

Images_5In tempi di immagine a tutti i costi anche Cosa Nostra ha scelto la linea del marketing duro. Ha costruito in modo esemplare l’immagine di un capo imprendibile e infallibile, un grande burattinaio che, per 43 anni, ha vissuto nell’ombra, tenendo in scacco polizia, magistratura e Stato intero. Un picciotto di quelli veri che, cresciuto imparando ad usare la pistola con la stessa perizia con cui un chirurgo utilizza il bisturi, è poi diventato il padrone indiscusso della più grande e forte organizzazione criminale conosciuta. Almeno così dicono. Sia per la grande organizzazione criminale sia per la “bravura” di Bernardo Provenzano.
Saltano agli occhi, però, alcune contraddizioni. Prima però la strategia pubblicitaria.
Di Provenzano non si sa nulla: si conosce la sua proverbiale freddezza e la sua bestialità. È capace di uccidere con crudeltà inaudita, lasciando stupefatti gli stessi picciotti che si accompagnano a lui in alcune azioni criminose. Come dice Luciano Liggio «Provenzano spara come un dio, ma ha il cervello di una gallina».
È un ottimo affiliato del braccio armato di Cosa Nostra, ma non dà segni di grande carisma, al di fuori dell’ala militare. Entra ed esce dall’ombra: la prima volta che di Bernardo Provenzano si parla in modo chiaro è il 1987: l’anno in cui viene condannato all’ergastolo. Un po’ poco per uno di cui si conosce un’unica foto scattata il 18 settembre 1959 e che di lì a poco potrebbe diventare il capo di Cosa Nostra.
Ed è l’arresto di Totò Riina a far assurgere ad un ruolo di primo piano Bernardo Provenzano: l’eliminazione dalla scena da parte del Comandante Ultimo di Riina dicono che abbia portato il corleonese, che fino allora era rimasto in seconda fila, a salire al vertice della mafia.
Provenzano continua ad essere una primula rossa: imprendibile, sconosciuto, imbattibile. Con lui, dopo la gestione militaresca di Riina, il cui luogotenente di maggiore spicco era quel Brusca molto abile nel far saltare autostrade, vie a senso unico palermitane e acidi scioglibambini, Cosa Nostra abbassa la testa. Non nel senso che la piega, ma nel senso, che come sua abitudine in determinati periodi, che s’inabissa. Scompare, diventa invisibile.
Le piccole guerre di mafia e camorra che si vedono in questi anni sono solo coreografia e screzi fra famiglie rivali di poca importanza. La vera mafia è altrove, fa altro. Entra in politica, gestisce gli appalti, infiltra i ministeri, i gangli dello stato, si sostituisce alle istituzioni, ne diventa parte. Diventa mentalità diffusa. Sparare non serve più: i grandi affari si fanno mettendo le mani sui grandi capitali, facendosi amici gli imprenditori, i grandi della finanza. Servono cervelli fini per fare questo: perché occorre presentarsi come soci affidabili, come interlocutori competenti. La borsa, la finanza internazionale, gli assetti bancari. E riprogrammando la testa della gente. Per la quale il sistema mafioso non è più immorale, ma è un modo efficiente di far funzionare le cose.
Images_4Tutto questo in mano ad un settantatreenne incontinente che nasconde mille euro in un pannolone. Un vecchio mite che comunica con il mondo solo attraverso dei foglietti di carta scritti con una macchina per scrivere elettrica. Un modello evidentemente antiquato se è stato capace di triplicare i consumi elettrici del misero casolare nel quale si nascondeva Provenzano. Un capo, anzi il capo dei capi che viveva mangiando cicoria bollita in una baracca da pastori, dove, appunto, un pastore faceva la ricotta, circondato da un frigo vuoto e da un armadio ricolmo di pannoloni per anziani incontinenti. Un anziano che nasconde 1000 euro in un pannolone, un ricercato totale il cui unico desiderio è un piatto di lasagne.
La mafia non fa nulla per nulla. Cosa Nostra è una metafora nella quale il simbolismo ha un carattere determinante e fondativo. Ogni cosa dentro la mafia è rito, simbolo, interpretazione, messaggio.
Nel Ramo d’Oro di Frazer si racconta il mito: il re ad un certo punto della sua vita veniva legato sotto un albero, ad aspettare che arrivasse il giovane re che lo affrontasse, lo sconfiggesse e ne prendesse il posto. Un sacrificio rituale. La ciclicità dell’esistenza, della vita. L’eterno ritorno. Che nella mafia, in un misto di paganesimo e cattolicesimo estremo, talmente estremo da diventare religione autonoma, prende connotati propri.
Cosa Nostra non è stata colpita in testa. Ha rinunciato ad una delle sue teste perché, probabilmente è venuta a patti con lo Stato. Ha capito in anticipo che certi interlocutori stavano per passare la mano e si è affrettata ad aprire una linea di credito (e di dialogo) con la futura classe politica. Perché fare la guerra quando la pace è sicuramente più redditizia?
Anche simbolicamente la cattura di Bernardo Provenzano assomiglia molto ad un sacrificio rituale: un capo solo, in mezzo alla campagna, nel posto più controllato in assoluto (la stessa Corleone nella quale la mafia è non di casa, ma casa), offerto alla cattura delle forze dell’ordine. Non un uomo armato a difenderlo, non una muraglia a proteggerlo, non un sistema di allarme ad allertarlo. O era poco amato come capo o, davvero, Cosa Nostra pensava di essere talmente padrona del territorio da non prevedere nemmeno un sistema di sicurezza per il suo uomo più importante. Oppure, semplicemente il suo capo non serviva più. Non a Cosa Nostra. Semplicemente serviva di più a Cosa Nostra, ma nelle mani dello Stato.

Author: "krapp" Tags: "Non classé"
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Date: Tuesday, 11 Apr 2006 16:48

A livello elettorale nessuno ha vinto. E su questo nonsi discute. Non ha vinto Prodi che non ha cacciato a casa Berlusconi. Non ha vinto Berlusconi che, se ha evitato il referendum contro di lui, non è però riuscito ad avere una sua elezione per acclamazione come sperava. Si governerà, non si governerà? E’ improprio parlarne. La destra ha ragione: a parte la maggioranza quasi inesistente al senato, la coalizione di centro sinistra fa spavento nella sua multiforme composizione. Una maggioranza di centro destra sarebbe stata formata da quattro partiti. Quella di centro sinistra ne ha almeno il doppio. E la maggior parte di questi sono, inutile nasconderselo, massimalisti. Tornare a votare forse non porterebbe a nessun risultato se non quello di vedere riconfermata una situazione di stasi. Perchè l’unica verità è che l’Italia è vecchia dentro, in questo momento. Negli uomini che esprime, nelle idee che supporta, nelle variabili che propone. Tutto è vecchio: anche il tanto osannato partito non partito di Berlusconi è vecchio: nient’altro che la risultanza portata all’eccesso di un modo di fare non-politica buono per i primi anni Ottanta. Ma da allora sono passati vent’anni. Una infinità.
Non parliamo del centro sinistra il cui partito più giovane deve ancora nascere.
Allora l’unica notizia vera della giornata è una, incontrovertibile e importantissima: Bernardo Provenzano non è più la primula rossa della mafia. Questo vecchio asmatico e malato, che un tempo poteva orgogliosamente farsi chiamare “U’Tratturi” per i modi sbrigativi e definitivi che usava, da oggi non è più, se mai lo fosse da qualche anno a questa parte, il capo assoluto della mafia.
Certo un capo strano, che vive da poveraccio nascondendosi in un dammuso, un casolare, che non usa le tecnologie più innovative ma comunica con dei post-it. Un capo più simbolico che effettivo. Perchè da tempo lo sappiamo che la mafia è altro. Non è più una mano armata ma una testa pensante, un algoritmo che cambia il reale a suo piacimento, un memo in grado di ricallibrare il pensiero.
Non importa se Provenzano è solo un povero vecchio che la mafia ha fatto prendere. Perchè in questi casi, senza nulla togliere al Procuratore di Palermo, è così che succede: nel conto del dare e dell’avere la mafia si “disfa” di un capo scomodo per contrattare con lo Stato o con qualche potere forte, una controparte di altra portata.
Non è un caso se Provenzano è stato catturato oggi. O se la sua cattura la si è voluta operare o svelare oggi, alle 11.00, mentre appariva chiaro che anche al Senato l’Unione arrivava ad una qualche parvenza di maggioranza. E’ ancora da valutare se la cattura di Provenzano sia un punto a favore o a sfavore di Berlusconi che, non dimentichiamolo, in odore di mafia ci è da anni come dice la magistratura “rossa” italiana ma anche, guarda caso, anche certa stampa tutt’altro che “rossa” internazionale (Da Le Monde, al Times, al Financial Times).
CIò che conta e occorre dire è che la cattura di Provenzano è un punto a favore della Sicilia. A favore della gente. E, soprattutto, di quella parte della magistratura e delle forze dell’ordine che, al di fuori di qualsiasi ondivaga volontà della politica, opera per la tutela dei cittadini e dello Stato Italiano.

Author: "krapp" Tags: "Non classé"
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Date: Tuesday, 11 Apr 2006 16:48

A livello elettorale nessuno ha vinto. E su questo nonsi discute. Non ha vinto Prodi che non ha cacciato a casa Berlusconi. Non ha vinto Berlusconi che, se ha evitato il referendum contro di lui, non è però riuscito ad avere una sua elezione per acclamazione come sperava. Si governerà, non si governerà? E' improprio parlarne. La destra ha ragione: a parte la maggioranza quasi inesistente al senato, la coalizione di centro sinistra fa spavento nella sua multiforme composizione. Una maggioranza di centro destra sarebbe stata formata da quattro partiti. Quella di centro sinistra ne ha almeno il doppio. E la maggior parte di questi sono, inutile nasconderselo, massimalisti. Tornare a votare forse non porterebbe a nessun risultato se non quello di vedere riconfermata una situazione di stasi. Perchè l'unica verità è che l'Italia è vecchia dentro, in questo momento. Negli uomini che esprime, nelle idee che supporta, nelle variabili che propone. Tutto è vecchio: anche il tanto osannato partito non partito di Berlusconi è vecchio: nient'altro che la risultanza portata all'eccesso di un modo di fare non-politica buono per i primi anni Ottanta. Ma da allora sono passati vent'anni. Una infinità.
Non parliamo del centro sinistra il cui partito più giovane deve ancora nascere.
Allora l'unica notizia vera della giornata è una, incontrovertibile e importantissima: Bernardo Provenzano non è più la primula rossa della mafia. Questo vecchio asmatico e malato, che un tempo poteva orgogliosamente farsi chiamare "U'Tratturi" per i modi sbrigativi e definitivi che usava, da oggi non è più, se mai lo fosse da qualche anno a questa parte, il capo assoluto della mafia.
Certo un capo strano, che vive da poveraccio nascondendosi in un dammuso, un casolare, che non usa le tecnologie più innovative ma comunica con dei post-it. Un capo più simbolico che effettivo. Perchè da tempo lo sappiamo che la mafia è altro. Non è più una mano armata ma una testa pensante, un algoritmo che cambia il reale a suo piacimento, un memo in grado di ricallibrare il pensiero.
Non importa se Provenzano è solo un povero vecchio che la mafia ha fatto prendere. Perchè in questi casi, senza nulla togliere al Procuratore di Palermo, è così che succede: nel conto del dare e dell'avere la mafia si "disfa" di un capo scomodo per contrattare con lo Stato o con qualche potere forte, una controparte di altra portata.
Non è un caso se Provenzano è stato catturato oggi. O se la sua cattura la si è voluta operare o svelare oggi, alle 11.00, mentre appariva chiaro che anche al Senato l'Unione arrivava ad una qualche parvenza di maggioranza. E' ancora da valutare se la cattura di Provenzano sia un punto a favore o a sfavore di Berlusconi che, non dimentichiamolo, in odore di mafia ci è da anni come dice la magistratura "rossa" italiana ma anche, guarda caso, anche certa stampa tutt'altro che "rossa" internazionale (Da Le Monde, al Times, al Financial Times).
CIò che conta e occorre dire è che la cattura di Provenzano è un punto a favore della Sicilia. A favore della gente. E, soprattutto, di quella parte della magistratura e delle forze dell'ordine che, al di fuori di qualsiasi ondivaga volontà della politica, opera per la tutela dei cittadini e dello Stato Italiano.

Author: "Alessandro Montello"
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