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Date: Monday, 31 Jan 2011 12:27

Ciao, questo blog è "In cerca d'autore" !

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Author: "--" Tags: "comunicazione, Messaggi"
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Date: Monday, 27 Dec 2010 07:00

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E' tutta italiana la svolta nella ricerca sui risvegli dallo stato vegetativo, una condizione considerata in molti casi irreversibile. Presso l'Ospedale San Camillo di Venezia, un paziente in coma da 5 anni è stato "risvegliato" grazie alla stimolazione transcranica. E la speranza s'insinua tra i familiari delle persone in stato vegetativo.

Questa storia di ricerca e umanità mi ricorda un pò il bellissimo film "Risvegli" con l'ottimo De Niro. Con la stessa sorprendente rapidità, un uomo di 70 anni, in stato vegetativo da 5 anni, si è "svegliato", anche se per poche ore, grazie alla stimolazione transcranica, rispondendo alle stimolazioni dei medici, comprendendone i comandi e compiendo piccoli gesti volontari. Lo studio, pubblicato sulla rivista Neurorehabilitation and Neural Repair,ha visto protagonisti, oltre al San Camillo,  i dipartimenti di Neuroscienze delle università di Padova e di Verona. L'equipe, tutta italiana, ha realizzato il primo risveglio nel mondo tramite stimolazione intracranica. E scusate se è poco.

Il paziente in questione, cinque anni fa era stato colpito da un'emorragia cerebrale, con conseguente stato vegetativo. Recentemente è stato inserito nel programma sperimentale con la Stimolazione Magnetica transcranica. Il trattamento sperimentale consisteva in una sonda applicata al cuoio capelluto sulle aree frontali della corteccia cerebrale. Dopo un mese di trattamento il paziente era riuscito a recuperare un livello minimo di coscienza: apriva gli occhi spontaneamente o in risposta a stimoli tattili, poteva girare gli occhi verso un suono o seguire un oggetto in movimento. Già dopo sole due sedute il paziente sembrava molto più reattivo: riusciva a mantenere gli occhi aperti e a mettere in atto comandi dei medici, anche eseguendo gesti complessi come portare un bicchiere d'acqua alla bocca. Questi sorprendenti risultati però durano solo 6 ore dalla stimolazione e purtroppo dopo una settimana la reattività del paziente ha cominciato a diminuire.

In ogni caso questo studio ha aperto le porte a nuove sperimentazioni della Stimolazione magnetica transcranica, nel recupero e nella riabilitazione cognitiva e psicomotoria dei pazienti in stato vegetativo.

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Author: "--" Tags: "stato vegetativo, ospedale san camillo, ..."
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Date: Thursday, 23 Dec 2010 07:00

A Natale purtroppo, mentre tutto il mondo si riposa e si diverte, le malattie mentali non si fermano. Al contrario, il Natale è un motivo difficile per chi soffre di depressione, ansia, o ben più gravi forme di psicosi. La situazione si fa complicata perchè nelle feste si pensa di più, si sta di più in famiglia e ci si dispera per l'incapacità di godersi un momenti per tutti felice.

Come trascorrere serenamente le feste, anche con un disturbo mentale? Il Sadag (South African Depression and Anxiety Group) propone qualche strategia per evitare che le persone con disturbi psichici scoppino proprio in un momento dell'anno in cui tutti hanno diritto a festeggiare:

  1. Tieni presenti i tuoi limiti. I luoghi affollatti e le grandi riunioni familiari possono essere molto stresstanti e fonti di paura e panico. Molte persone con un disturbo mentale possono sopportare poco il tumulto e cominciare a sentirsi nervosi e agitati. In questo periodo dell'anno ci sentiamo in colpa nel dire di no, ma è meglio farlo piuttosto che precipitare la situazione. Ricorda che la tua salute viene prima di tutto e se sai di non poter reggere grosse folle, preferisci incontri con un numero ridotto di persone. Talvolta nelle feste, le grandi riunioni familiari sono inevitabili, ma cerca di fare i conti con il tuo stato emotivo. Concediti qualche momento da solo per fare una passeggiata, rilassarti o leggere un libro. Pensa sempre ad una strategia e a delle possibili scuse per allontanarti dalla situazione se ne hai bisogno, magari concordandolo o facendoti accompagnare da una persona di cui ti fidi. Talvolta sapere come uscire da una situazione, può ridurre il livello di preoccupazione.
  2. Non riempirti di impegni. In questi giorni ci sono molte feste, cene e occasioni di incontro e la loro incombenza eccessiva può farti sentire esausto. Scegline alcuni e lascia perdere quelli non necessari. Se sai di non essere particolarmente a tuo agio in alcune situazioni, declina educatamente l'invito. E' meglio regolarti in questo modo, piuttosto che finire per scoppiare e rovinare le feste a te stesso e a chi ti sta vicino. Datti uno o due giorni di tregua tra un incontro e l'altro. Le persone hanno bisogno di energia per affrontare gli eventi; se fai uno sforzo per affrontarne uno e sei consapevole che dovrai farlo ancora il giorno dopo, passerai il tempo a preoccuparti e ti sentirai a terra.
  3. Evita gli eccessi. Le feste di Natale sono spesso sinonimo di alcol e brindisi. Se le persone intorno a te bevono, è più facile lasciarsi andare alle esagerazioni. L'alcol può sembrare un buon modo per sollevarsi dalle preoccupazioni ma può peggiorare le cose, annebbiando il giudizio e abbattendo le inibizioni. Non solo può interferire con la tua terapia farmacologica, ma per molte persone con disagio mentale, bere può scatenare una serie di emozioni, spingendole verso stati depressivi, fasi maniacali, o istigare una rabbia incontrollabile. Poche ore di piacere non valgono una settimana di panico.
  4. Chiedi aiuto per le commissioni da svolgere. Migliaia di compratori affamati possono rendere i regali di Natale un peso insostenibile più che un piacere. Acquista on line, o recati ai negozi all'apertura per evitare le folle e soprattutto, non andarci nel weekend! Se è impossibile evitare le code, fai una lista dei regali e chiedi ad un amico di comprarli per te quando andrà a fare i suoi acquisti. Durante l'anno, quando vedi qualcosa che un parente o un amico potrebbe gradire, comprala e conservala per le feste. Avrai anche più tempo per rilassarti.
  5. Non dimenticare i farmaci. Anche per le persone più attente, le vacanze possono sconvolgere la routine e spingere a trascurare la terapia farmacologica. Dimenticare di prendere i farmaci, oltre a non assicurarti la copertuna necessaria a stare sereno, possono creare degli scompensi dovuti all'errata terapia. Se vai a cena da qualcuno, non dimenticare di portare con te i tuoi farmaci. Se sei preoccupato di non riuscirci, chiedi ad una persona cara di ricordartelo quando è il momento.
  6. Non ignorare i segnali preoccupanti. E' facile durante le feste lasciar correre le cose, ma se lo fai potresti incorrere in problemi peggiori. Se ti senti agitato e ti accorgi di non farcela da solo, contatta il tuo psichiatra o il tuo psicoterapeuta prima di arrivare al punto di rottura. Sono sicura che ti avranno lasciato un recapito a cui contattarli per le emergenze, anche se sono in vacanza.

Salute e serenità sono più importanti di qualsiasi regalo tu possa trovare sotto l'albero: non metterle a rischio.

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Author: "--" Tags: "malattia mentale, psicosi, Psicologia cl..."
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Date: Wednesday, 01 Dec 2010 20:40

Molti genitori si chiedono se sia giusto o meno utilizzare le mani per insegnare ai bambini la buona educazione. Alcuni ritengono impossibile anche solo l'idea di dare uno scappellotto al proprio bambino, altri sostengono che "quando ci vuole ci vuole".

Le domande che possiamo porci sul cosiddetto "schiaffo educativo", non riguardano solo l'opportunità o meno di questo metodo, ma anche e soprattutto lo scopo, l'età del bambino, il vissuto di chi lo da e lo riceve, la sua intensità e la sua opportunità.

 A questo riguardo può essere interessante un'analisi condotta nel 2009 1, che ha utilizzato i dati di due studi longitudinali per esplorare come i metodi educativi dei genitori si modifichino  dall'infanzia all'adolescenza e quali possano essere i fattori familiari che determinano questi cambiamenti. Dei due studi, uno coinvolgeva 500 bambini seguiti dall'età di 5 anni ai 16 e l'altro più di 250 bambini, seguiti dall'età di 5 anni ai 15. Dalla loro analisi è emerso che i genitori solitamente regolano il modo in cui disciplinano i loro figli in risposta alle capacità cognitive dei bambini, usando meno punizioni corporali (sculacciata, schiaffi, uso di oggetti contundenti) man mano che crescono. Quando i figli diventano grandi, le punizioni fisiche si rivelano meno efficaci.

La cosa più preoccupante che i ricercatori hanno rilevato è che se le punizioni fisiche  continuano fino all'adolescenza, i ragazzi saranno  più soggetti a questa età a manifestare problemi  comportamentali, rispetto ai figli di genitori che smettono presto di usare le mani sui loro bambini.

"Tenendo in considerazioni questi risultati, gli specialisti della salute mentale e tutti coloro che lavorano con le famiglie, dovrebbero dissuadere i genitori dall'usare punizioni fisiche" - sostiene Jennifer E. Lansford, Professore associato del Social Science Research Institute and Center for Child and Family Policy presso la Duke University - "specialmente le madri che sono a più alto rischio di usare una dura disciplina fisica perchè hanno bambini il cui comportamento le mette alla prova o perchè sono preda di forte stress ambientale, dovrebbero imparare ad educare i loro figli con strategie alternative. Un basso reddito, un basso livello d'istruzione, genitori single, stress familiare e il vivere in quartieri svantaggiati, crea una costellazione di rischi che incrementa le possibilità che i genitori continuino ad usare punizioni corporali sui loro ragazzi." C'è anche da considerare che quanto più un ragazzo diventa aggressivo, tanto più i genitori sono propensi ad alzare le mani. E' un circolo vizioso.

Conclusioni

Il mio parere, come sempre, è che la virtù stia nel mezzo. Uno scappellotto ad un bambino si può dare ed è utile se:

- viene dato mantenendosi sereni e non come sfogo di rabbia: se sentite che la testa vi si sta annebbiando dalla rabbia, allontanatevi. Le mani usate in quei momenti, oltre a fare molto male, non forniscono un messaggio educativo sano ad un bambino.

- non è violento: deve essere un gesto simbolico, non una tortura.

- riporta il bambino ad un senso di realtà che ha perso perchè preso da un capriccio.

Per il resto sono d'accordo con lo studio che vi ho presentato: quando si supera l'infanzia, a meno che non ci siano gravi motivi, è bene non alzare le mani sui nostri figli. Per gli adolescenti è findamentale il dialogo, il confronto e anche lo scontro, ma solo verbale, da cui il genitore deve saper uscire con dignità.

Alzare le mani su un adolescente è un pò come voler chiudere il dialogo e far valere le ragioni della propria forza. Per loro è un'umiliazione e un'ingiustizia che li farà sentire ancora più arrabbiati.


- Lansford et al. Trajectories of Physical Discipline: Early Childhood Antecedents and Developmental Outcomes. Child Development, 2009

- Society for Research in Child Development (2009, September 16). Parental Physical Discipline Through Childhood Linked To Behavior Problems In Teens. ScienceDaily. Retrieved September 16, 2009, from
  1. la ricerca è stata condotta dagli studiosi della Duke University, dell'Oklahoma State University, dell'University of Pittsburgh, dell'Auburn University, e dell'Indiana University e apparirà nel numero di Settembre/Ottobre della rivista Child Development []

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Author: "--" Tags: "Psicologia evolutiva"
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Date: Sunday, 28 Nov 2010 13:55

anziani nonno.jpg

Le tristi vicende dei tagli alle pensioni e dell'aumento dell'età pensionabile, ci pongono di fronte ad un serio elemento da considerare con attenzione: la popolazione mondiale sta invecchiando. Se oggi gli anziani sono una risorsa, specialmente per le famiglie con bambini, è anche giusto tenerne conto. Vediamo un pò come se la passano gli anziani del terzo millennio.

Il nuovo rapporto Censis sulla situazione degli anziani in Italia nell'ultimo decennio, sottolinea come gli ultrasessantenni di oggi non sono certo quelli di ieri, tanto che difficilmente definiamo una persona "anziana" se non ha superato di gran lunga i 70 anni e oltre. Oggi molti anziani vivono in compagnia del loro coniuge o da soli, non disdegnano quello che di piacevole la vita può offrire loro, come i viaggi e gli hobbies più disaparati e si mostrano interessati e capaci anche negli ambiti che sono considerati competenza esclusiva dei più giovani, come l'informatica e il web.Gli anziani di oggi sono attenti alla propria salute, si mantengono in forma con lo sport e praticano attività per stimolare la mente, coltivando interessi culturali o facendo un semplice cruciverba, vanno in vacanza e mangiano in maniera sana.

Il 45,5% degli anziani si ritiene soddisfatto delle proprie condizioni di vita, anche se questo valore è nettamente in calo rispetto allo scorso anno. Questo dato è dovuto al fatto che le migliori condizioni di salute rende le persone anziani più autosufficienti e meno costrette a dipendere da figli e parenti. Tuttavia questo miglioramento delle condizioni di vita non è percepito dagli interessati: 6 intervistati su 10 ritengono che la condizione degli anziani nell'ultimo decennio non sia cambiata e addirittura oltre il 24% sostiene che sia peggiorata. La ragione? Gli anziani si sentono soli e inutili per la società, percepiscono di essere poco amati e rispettati e di avere difficoltà nelle relazioni sociali, per non parlare del fatto che non possono permettersi quasi nulla.

L'aumento esponenziale del numero di anziani ha il vantaggio di permettere loro di esprimere la propria voce, non più come una minoranza da proteggere, ma come una porzione ampia della società, che come tale ha diritto a veder rispettate le proprie esigenze. Eppure forse la nostra società non è ancora pronta ad accogliere questo diritto: povertà e solitudine sono i mali che non permettono agli anziani di godere delle conquiste che la scienza e la maggiore attenzione alla salute hanno prodotto.




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Author: "--" Tags: "Psicologia sociale"
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Date: Wednesday, 24 Nov 2010 07:00

donne al lavoro.jpg  

Noi donne ci lamentiamo spesso del maschilismo nei luoghi di lavoro, accusando gli uomini di negarci potere e dignità. Qualcuno invece sostiene che sono le stesse donne a perpetuare gli stereotipi sessisti.

La psicologia del lavoro utilizza il termine "Ape regina" per indicare una donna in posizione di potere che si gloria dei suoi attributi mascolini e deroga i compiti di bassa lega alle sue subordinate. Il senso comune e le notizie di costume e società che spesso compaiono in tv o sui giornali, attribuiscono a questo atteggiamento la responsabilità della disuguaglianza di trattamento ricevuta dalle  donne, più che ai pregiudizi maschili. Un recente articolo di Belle Derks, Psicologa sociale e ricercatrice olandese, sfida la veridicità di questa credenza popolare, sostenendo che l'"insediamento dell'ape regina" è la conseguenza, non la causa di un luogo di lavoro impregnato di sessismo. Questi climi lavorativi, sono, secondo la studiosa, l'habitat ideale per la corsa al potere di donne dalle caratteristiche mascoline, che in realtà non amano molto le proprie colleghe.

Il gruppo della Derks ha selezionato per questo studio, 94 donne ad alti livelli di carriera in diverse aziende ed enti olandesi. Nei Paesi Bassi, nonostante il loro grado di civiltà, le donne occupano solo il 7% dei posti di potere nelle 100 più grandi compagnie e guadagnano stipendi più bassi del 6,5% rispetto agli uomini. Lo studio ha evidenziato come le donne che mostravano tutti i tratti distintivi dell' "Ape regina" riportavano di aver sofferto molto a causa del sessismo e dei pregiudizi durante la loro carriera; inoltre, tendevano ad identificarsi di meno con le altre donne.

Secondo la Derks, quando le donne entrano a far parte di un luogo di lavoro sessista, hanno due opzioni: possono incrementare il loro legame con le altre donne per fare gruppo, o possono metterle a distanza per allontanarsi dalla propria identità femminile. Le donne che per la loro struttura di personalità, hanno già in sè una scarsa identificazione col sesso femminile (non parliamo ovviamente di scelte sessuali, ma di tratti di personalità), scelgono più facilmente la seconda opzione. La cultura sessista del luogo di lavoro, dunque, costringe le donne a scegliere e crea Api regine che lottano per emergere contro le altre donne e contro la loro stessa femminilità.

Aldilà del fatto che un ambiente di lavoro sessista possa essere causa o conseguenza del maschilismo al femminile, può essere utile riflettere su questi temi per ridurre il gap che ancora esiste tra uomo e donna nei posti di lavoro. Sarebbe importante, infatti, lavorare sulla possibilità di ridurre i valori e le pratiche sessiste nelle stesse organizzazioni, che spesso predicano la parità, ma non la garantiscono sul piano sostanziale.

_________________________________

Derks B, Ellemers N, van Laar C, and de Groot K (2010). Do sexist organizational cultures create the Queen Bee? The British journal of social psychology / the British Psychological Society PMID: 20964948

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Author: "--" Tags: "Psicologia sociale"
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Date: Sunday, 21 Nov 2010 15:12

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In gergo tecnico, con la parola "co-dipendente" si definisce il  comportamento di chi è legato fortemente ad una persona chiaramente patologica, che sia il partner, un figlio, o semplicemente un amico. Può sembrare facile definire le persone che vivono questo problema come smidollate, ma vi consiglio di non saltare a conclusioni affrettate: essere co-dipendenti è fonte di grande sofferenza.

La  prima Conferenza Nazionale sulla Codipendenza si tenne negli U.S.A. nel lontano 1989 e da allora il termine "co-dipendenza" ha assunto molteplici significati. Gli addetti ai lavori di questo primo incontro di specialisti sul tema, la definirono come "un insieme di comportamenti tipici, caratteristici di partner/familiari di soggetti affetti da dipendenze, da altri disturbi psichiatrici, disturbi compulsivi o di personalità" o ancora "un modello di dolorosa dipendenza da comportamenti compulsivi e dall'approvazione altrui allo scopo di trovare sicurezza, autostima ed identità".

A chi si lega essenzialmente il co-dipendente? Le problematiche a cui questo termine viene più spesso abbinato sono innanzitutto il disturbo borderline di personalità e gli altri disturbi analoghi, la tossicodipendenza, l'alcolismo, la dipendenza da sesso o da gioco d'azzardo e in generale a tutti i disagi psicologici che spingono i familiari, il partner, un amico, un figlio, ad annullare se stessi per dedicarsi completamente all'altro. In alcuni casi, il disturbo del partner non è stato necessariamente diagnosticato e non risulta evidente a tutti, fattore che peggiora la condizione del co-dipendente, poichè vive un disagio non compreso dagli altri e talvolta nemmeno da se stessi. 

Cosa accade nella vita di un co-dipendente? La persona perde in qualche modo la propria identità e si centra completamente sull'altro, polarizzandovi i propri pensieri, le proprie risorse economiche, il proprio tempo, la propria vita sociale e investendo una quantità di energia tale da annullare qualsiasi spazio per se stessi. Ovviamente la persistenza di questo stato provoca col tempo un alternarsi di sentimenti ambivalenti verso il "carnefice" che vanno dalla rabbia per la mancata gratitudine, al senso di colpa che segue immediatamente questo rabbia, in un circolo vizioso molto difficile da estinguere. Questa condizione di schiavitù emotiva può raggiungere stati patologici, con il manifestarsi di sintomi ansiosi, depressivi, somatizzazioni, alterazioni dell'alimentazione e del sonno. Nei casi più gravi, possono verificarsi anche idee suicidarie e ideazioni paranoidi che possono spingere a gesti inconsulti.

Tutti possono diventare co-dipendenti? In linea generale potrei rispondere di sì, anche se alcune strutture di personalità sono più predisposte ad incorrere in questo tipo di simbiosi. Alcune persone sembrano avere una naturale tendenza ad impegnarsi sempre in relazioni in cui vengono prevaricate e vessate, definendosi poi sfortunate. In realtà, anche se in modo inconsapevole, queste persone possono scegliere senza rendersene conto partner problematici. Questo può accadere perchè hanno avuto modelli di relazione (vedi mamma e papà) di questo genere, o perchè possono sentirsi bene con se stessi solo annullandosi in un altro, anche per evitare di fare i conti con le proprie personali difficoltà.   

Cosa fare? Uscire da una relazione di co-dipendenza è un'impresa molto complicata. Il primo passo da fare è sicuramente quello di riconoscere la proprio condizione di schiavitù emotiva. Anche se ci fa i conti, non è sicuramente facile per un co-dipendente ipotizzare di lasciare il partner, anzi talvolta non è nemmeno auspicabile, perchè se non si affronta il problema, non si farà che ricadere in situazioni analoghe. Il suggerimento è una psicoterapia di coppia, che aiuta sè, il partner e la relazione.

 



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Author: "--" Tags: "Psicologia clinica"
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Date: Monday, 15 Nov 2010 21:02

L'imprevisto verificarsi di un ictus non genera conseguenze solo dal punto di vista motorio o linguistico, ma comporta anche un cambiamento più generale nella qualità della propria vita. Ad esserne colpite sono anche e soprattutto i legami significativi della vita del paziente.

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Uno studio irlandese, pubblicato sulla rivista Journal of Clinical Nursing, mostra quanto una coppia possa risentire di cambiamento fisici, spcioloici, sociali ed emotivi, quando uno dei due partner viene colpito da un accidente cerebrale.

Lo studio si è sviluppato a partire dai racconti di 16 persone sposate sopravvissute ad un ictus, di cui 9 maschi e 7 femmine, con un'età compresa tra i 33 e i 78 anni. Gli aspetti indagati dalla ricerca riguardavano la sessualità, la confusione e il ribaltamento dei ruoli di genere e la presenza di sentimenti di rabbia e frustrazione che derivavano dalla mancanza d'indipendenza e dalla fatica di andare avanti.

"Tutti i partecipanti percepivano l'ictus come un evento che aveva cambiato loro la vita" ha affermato Hilary Thompson del Mullinure Hospital, coautrice dello studio con la Dottoressa Assumpta Ryan, della School of Nursing and Institute of Nursing Research presso l'Università di Ulster. "Essi affrontavano una battaglia quotidiana per raggiungere un qualche senso di normalità, costringendosi ad enormi sforzi fisici e mentali."

Quali i principali cambiamenti messi in evidenza dallo studio?

  • La compromissione della sessualità. Una 35enne sopravvissuta all'ictus con amarezza osservava: "Non si ha più il ruolo della moglie o del marito, ma un rapporto infermiere - paziente e questo non è molto piacevole". Il desiderio sessuale si riduce, probabilmente a causa delle terapie o della paura di avere un altro ictus. Un sessantunenne sostiene:  "La desidero vicino come amica, ma non come mia moglie".
  •   Molte donne perdono interesse nella cura del proprio aspetto fisico, indipendentemente dall'età. "Nessun interesse per i vestiti, nessun interesse per il trucco o per l'acconciatura. Spesso passano settimane in cui non mi lavo nemmeno i capelli" ha raccontato ai ricercatori una donna di 57 anni.
  • Ci si sente cambiati ed è presente maggiore irritabilità, rabbia, agitazione e intolleranza. Alcuni si sentono incapaci di controllare la propria rabbia e questo li getta in uno stato di scarsa autostima, colpa e disperazione. "Mi siedo e penso - perchè l'ho fatto?-. Ma questo non cambia niente, continuo a farlo" dice una donna di 62 anni. Molti dei partecipanti allo studio affermano che le loro sfuriate riflettono la loro frustrazione nel non sentirsi capaci di svolgere le attività quotidiane, anche solo farsi una tazza di caffè. Un uomo di 67 anni diceva che la moglie era una persona in salute e aggiungeva "perchè dovrebbe prendermi sul groppone?"
  • Gli atteggiamenti iperprotettivi dei partners sembrano incrementare i sentimenti di rabbia e frustrazione. Una donna di 78 anni spiegava che suo marito non le lasciava nemmeno il tempo di fare le cose che era ancora in grado di svolgere perchè "ha paura che io possa cadere."
  • Essere dissuasi dal fare le cose che si sapevano fare prima dell'ictus spinge i sopravvissuti a sentirsi demoralizzati e danneggia la loro fiducia, spingendoli ad essere più dipendenti. Un uomo di 72 anni diceva che lui adorava tagliare le siepi, voleva tenere in ordine il loro nido, ma quando aveva provato a fare qualsiasi cosa che fosse un pò più faticosa, sua moglie glielo aveva impedito.
  • Alcuni sopravvissuti affermano di sentirsi incapaci di continuare a svolgere il loro tradizionale ruolo maschile o femminile dopo l'ictus e questo modifica la propria percezione di sè e la propria identità. " Non sei più un marito come lo eri prima" diceva un uomo di 67 anni.
  • I sopravvissuti spesso si sentono al sicuro e comodi a casa propria, ma sono riluttanti a riprendere le attività sociali con i loro partners a causa di problemi di deglutizione, ansia e stanchezza.  Spesso i loro compagni cominciano ad uscire da soli e a frequentare le vecchie amicizie senza di loro.
  • La stanchezza è un vero problema per i sopravvissuti ed è spesso associata a una ridotta indipendenza e a senso di colpa. E' difficile per loro fare dei progetti, perchè non sanno come si sentiranno giorno per giorno. I più giovani hanno anche difficoltà a tornare a lavoro. "Non puoi più pianificare nulla." affermava un uomo di 46 anni.

Lo studio conclude con alcuni suggerimenti per i caregivers e per il personale che si occupa di questi pazienti:

  • l'assistenza e la formazione degli infermieri deve prendere in considerazione sia le conseguenze fisiche che psicosociali dell'ictus, così che la cura possa tenere presenti tutti gli aspetti e indirizzarsi sia ai pazienti che ai loro partners.
  • I professionisti della cura e i servizi devono riconoscere e essere sensibili al profondo impatto dell'ictus sulla sessualità e sulla funzione sessuale.
  • E' necessario mettere a disposizione per le persone che hanno avuto un ictus e/o per i loro partners, servizi di counselling sia per la fase acuta che per il decorso a lungo termine, per aiutarli ad affrontare le complesse problematiche sopraindicate.
  • Sarebbe necessario approfondire le conoscenze su come la cura può essere indirizzata specificamente ed efficacemente ai bisogni psicosociali di chi ha avuto un ictus.

Fonti:

- The impact of stroke consequences on spousal relationships from the perspective of the person with stroke. Thompson H S and Ryan A. Journal of Clinical Nursing. 18, 1803-1811. (June 2009).



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Author: "--" Tags: "Psicologia clinica"
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Date: Saturday, 07 Aug 2010 11:30

 

La separazione è un evento doloroso, tanto per i genitori quanto per i figli, che spesso fanno le spese dei sentimenti di rabbia e angoscia vissuti dalla mamma e dal papà. Si chiama PAS (Sindrome da Alienazione Parentale), un vero e proprio disturbo che colpisce i figli del divorzio.

Non è detto che una separazione, per quanto dolorosa, debba essere traumatica per i figli, ma è la modalità con cui i genitori rielaborano e ripropongono ai figli i significati legati alla rottura del nucleo familiare a determinare spesso problemi seri. Problemi che i bambini possono portare con sè nella loro vita emotiva, determinando poi le future relazioni che saranno in grado di costruire con i loro partner e con i figli. 

Già negli anni '80, quando il divorzio era un'istituzione giovane in Italia, Gardner parlava di  "Sindrome di Alienazione Genitoriale", un disturbo che si manifesta nei figli di separati, con un'età compresa tra i 7 e i 15 anni. Il fenomeno si verifica quando uno dei due genitori spinge, spesso subdolamente, i figli a  prendere posizione in questioni che non dovrebbero riguardarli, con l'obiettivo di allontare il bambino dall'altro genitore. Le decisioni che i bambini sono chiamati a prendere in un'età troppo precoce, sono fonte di enorme dolore perchè per mantenere il patto di lealtà con il genitore alienante, sono costretti  a ripudiare e ad escludere dalla propria vita il genitore alienato.

In che modo avviene questo processo? La modalità più frequente secondo Gardner è la  campagna di denigrazione verso l'alienato: ogni pretesto è utilizzato per mostrare ai figli la cattiveria e l'egoismo dell'altro genitore. La separazione viene presentata ai bambini come una scelta egocentrica dell'alienato e una forma di abbandono immotivato che coinvolge anche i figli. Spesso i bambini, anche se si rendono conto che le critiche sono eccessive, evitano di farlo presente, per non ferire e non contraddire il genitore che è in casa con loro, quasi temendo un abbandono anche da parte sua.  

 Lo scopo, più o meno inconsapevole del genitore alienante è quello di avere i figli tutti per sè, non solo per mantenere un senso esclusivo di affetto e di possesso, ma anche per rovinare la vita all'ex partner, oggetto della propria rabbia per il fallimento del matrimonio. Questo è anche un modo per non riconoscere le proprie responsabilità alla fine del rapporto, che si sa, non è mai determinato solo da un lato. Non è lamore per i figli a farla da padrone, ma il desiderio di vendetta e di punizione verso l'ex. Il bisogno dei figli di avere l'amore di entrambi i genitori viene completamente scotomizzato dal genitore alienante a favore del soddisfacimento delle proprie patologiche necessità.

Sembra impossibile, ma moltissime separazioni sono governate dalla legge di alienazione di un genitore da parte dell'altro e chi ne fa le spese sono quasi sempre i figli. Molti sono i sintomi che rivelano l'emotivo dei bambini che si trovano in queste situazioni. Spesso, nei momenti di maggiore acuzie delle lotte familiari in fase di separazione, i bambini possono cominciare a calare nei risultati scolastici, a manifestare aggressività o progressiva chiusura verso i coetanei, nonchè sintomi ansiosi e depressivi, fino alle idee suicidarie.

Ma i rischi maggiori arrivano da grandi. I bambini che hanno vissuto una separazione traumatica avranno difficoltà da adulti ad avere un vita sentimentale stabile, dei rapporti di amicizia duraturi e basati sulla fiducia, la capacità di trovare e mantenere una posizione lavorativa, l'attitudine ad avere e a crescere a propria volta dei figli.

Non è detto che la separazione debba essere necessariamente drammatica per un bambino, se i genitori sono consapevoli dei propri vissuti rispetto al fallimento del matrimonio e si assumono la responsabilità di prendersi cura dei figli in un momento così difficile.

 

 

 


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Author: "--" Tags: "bambini, Psicologia evolutiva, separazio..."
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Date: Thursday, 29 Jul 2010 12:05

Al giorno d'oggi rilassarsi è diventato un esercizio piuttosto complicato, finanche in un periodo dell'anno come quello Estivo che di solito permetteva una 'decompressione' più semplice. Vale la pena, dunque, di apprendere ed attuare qualche piccola tecnica che può aiutarci a sconfiggere l'ansia e lo stress: Oggi sbocconcelliamo qualche principio di Training Autogeno.

Leggi tutto: Come vincere l’ansia col Training Autogeno

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Author: "--" Tags: "training autogeno, Brevi, brevi"
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Date: Thursday, 29 Jul 2010 11:39

L'edizione aggiornata di una delle 'bibbie' della salute mentale potrebbe includere diagnosi di "disordine" anche per i capricci di un moccioso e per gli sgranocchiatori da film.

L'altro giorno c'è stata l'ultima delle numerose riunioni necessarie al 'varo' del Manuale diagnostico e statistico dei disordini mentali (il famoso DSM-V ), che pare vedrà la luce nel 2013: a quanto pare verrà reso onore al detto "nessuno è normale" :)

Tra i nuovi arrivi nel manuale ci saranno la "depressione di mezza età" , "la sindrome da rischio di psicosi" e il "disordine da sregolatezza": molte persone fino ad oggi ritenute perfettamente in salute cambieranno status.

Il DSM è pubblicato dalla America Psychiatric Association (APA) e contiene sintomi, descrizioni ed altri criteri per diagnosticare disordini mentali: è considerata la bibbia diagnostica nel campo della salute mentale.

I criteri in esso definiti sono utilizzati per fornire ai professionisti chiare indicazioni su come trattare i pazienti. Felicity Callard e Nick Craddock del dipartimento di Psicologia all'Università di Cardiff esprimono preoccupazione di una parte degli medici in ordine a queste linee guida.

"Tecnicamente, con nuove classificazioni come queste, tutti potremmo avere un disordine, " dice in un comunicato stampa. "Questo potrebbe portare alla percezione che sempre più persone abbiano bisogno di qualche farmaco per mitigare il proprio stato. Non è così, e molti farmaci hanno effetti spiacevoli e indesiderati".

L'APA non ha ancora replicato al commento.

Un esempio su tutti viene spesso citato tra le critiche al DSM-IV, l'attuale versione del manuale: quello che configura la "Sindrome da deficit di attenzione e iperattività", accusata di aver contribuito a 'bombardare' di farmaci come il Ritalin bambini che non ne avevano bisogno. Sotto accusa la Novartis e le altre case produttrici, che avrebbero beneficiato di incassi record di 5 miliardi di dollari all'anno.

I medici 'scettici' hanno pubblicato i loro dubbi sul Journal of Mental Health. Da qui al Maggio 2013, data di pubblicazione del DSM-V, saranno cose da matti :)

 

Voi cosa ne pensate?

 

 

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Date: Wednesday, 28 Jul 2010 15:31

Il cinema ha spesso rincorso la mente umana per provare a catturare le sensazioni che avvertiamo e non riusciamo ad esprimere con le parole: bene, la settima arte è riusciuta più di una volta nell'impresa!

E' per questo che anche una rassegna cinematografica basata sui films 'psicologici' può essere una buona idea.

Leggi tutto:Rassegna 'i Corti sul lettino'

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Date: Wednesday, 28 Jul 2010 06:29

La storia della psicologia è ricca di studi ed esperimenti affascinanti, che hanno contribuito a cambiare il nostro modo di pensare la mente umana ed i nostri comportamenti. In 6 puntate presenteremo una breve nota su altrettanti esperimenti che meritano di essere ricordati!

6 - La Prigione di Stanford

Nel 1971 lo psicologo Philip Zimbardo ed i suoi colleghi organizzarono un esperimento per studiare l'impatto psicologico differente tra un prigioniero e una guardia carceraria.

La domanda dei ricercatori era: "supponiamo ci siano ragazzi in salute sia mentale che fisica, e togliamo loro i diritti civili portandoli in un ambiente simile a quello di una prigione. La loro bontà e salute mentale trionferà anche in un ambiente simile?".

I partecipanti

I ricercatori allestirono una vera e propria prigione nei sotterranei della facoltà di Psicologia dell'Università di Stanford, e selezionarono 24 studenti per far loro assumere i ruoli di guardia e prigioniero. I partecipanti furono selezionati tra coloro che non avevano precedenti con la giustizia, problemi mentali nè fisici. Ai volontari fu concessa una paga giornaliera di 15$ al giorno per un periodo dai 7 ai 14 giorni.

L'Allestimento

La prigione simulata includeva tre celle di 2 metri per 3. Ciascuna cella ospitava 3 prigionieri e includeva 3 lettini. Altre stanze di fianco alle celle venivano occupate dai 'guardiani': uno spazio davvero minuscolo fu destinato ad ospitare la cella di isolamento, ed un altro piccolo serviva come 'cortile' per l'ora d'aria.

I 24 volontari furono assegnati per sorteggio ai ruoli di guardia o prigioniero: i prigionieri restavano in cella per 24 ore al giorno, i guardiani lavoravano in turni di 8 ore e a gruppi di 3. Telecamere nascoste osservarono lo svolgimento delle giornate 'tipo'.

I Risultati

Nonostante fosse stato programmato per durare 14 giorni, l'esperimento di Stanford fu fermato dopo appena 6 giorni per ciò che accadde: le guardie divennero prepotenti e i prigionieri iniziarono a mostrare segni di estremo stress.

Anche se ai due 'ruoli' fu detto che potevano interagire nei modi che volevano, la relazione tra i gruppi fu degradante ed ostile: le guardie iniziarono ad assumere comportamenti aggressivi e a commettere eccessi sui prigionieri, che d'altro canto divennero sempre più ansiosi e depressi: 5 tra questi mostrarono importanti segni di cedimento emotivo, e chiesero di interrompere l'esperimento.

Gli stessi ricercatori persero il senso della realtà: Zimbardo, che agiva come il guardiano della prigione, sottovalutò il comportamento eccessivo delle guardie sul "prigioniero" Christina Maslach.

"Solo poche persone sono in grado di resistere alle tentazioni fornite dal potere e dal dominio su altri soggetti. Io stesso scoprii di non far parte di questa ristretta schiera," dichiarò poi il ricercatore nel suo libro The Lucifer Effect.

I Risultati

Secondo Zimbardo e i suoi colleghi, l'Esperimento di Stanford dimostrò il ruolo importantissimo che una situazione può esercitare sui comportamenti: poste in posizione di potere, le guardie iniziarono a comportarsi in modo estremamente diverso rispetto a come avrebbero fatto nella vita di tutti i giorni.

Critiche all'esperimento

L'Esperimento di Stanford viene spesso citato come esempio di ricerca non etica: non può essere ripetuto dai ricercatori di oggi perchè non rispetta gli standards del codice etico.

Nonostante questa e molte altre critiche, questo episodio resta piuttosto importante nel quadro della comprensione di come una situazione può influenzare un comportamento umano: gli abusi nella prigione irachena di Abu Ghraib suggeriscono che gli esempi 'reali' di come quegli studi fossero esatti sono davanti ai nostri occhi.

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Date: Tuesday, 27 Jul 2010 07:27

La storia della psicologia è ricca di studi ed esperimenti affascinanti, che hanno contribuito a cambiare il nostro modo di pensare la mente umana ed i nostri comportamenti. In 6 puntate presenteremo una breve nota su altrettanti esperimenti che meritano di essere ricordati!

5 - Milgram e l'Obbedienza

"La psicologia sociale di questo secolo ci ha dato una grande lezione: a volte non è tanto il tipo di persona che siamo, ma la situazione in cui ci troviamo a determinare le nostre azioni" - Stanley Milgram, 1974.

Se una persona in posizione di autorità ti ordinasse di scaricare una scossa elettrica di 400-volt su un'altra persona, tu ubbidiresti? Molte persone risponderebbero senza esitare un bel "no", ma Stanley Milgram, psicologo dell'Università di Yale condusse negli anni '60 una serie di esperimenti sull'obbedienza che fornirono risultati sorprendenti.

Milgram iniziò i suoi esperimenti poco dopo l'inizio del processo al criminale di guerra Adolph Eichmann: la difesa dell'ex nazista si basava sull'assunto che stesse semplicemente eseguendo degli ordini. Milioni di ebrei uccisi: possibile che non si fosse ribellato?

L'esperimento

I partecipanti erano 40 uomini reperiti attraverso annunci pubblici sul giornale: in cambio del loro impegno, furono pagati 4.50$. Milgram sviluppò un generatore di scosse elettriche in grado di fornire uno shock che partiva dai 30volts sino ai 450. I vari gradi di intensità erano distinti da etichette come "leggero shock", "shock moderato," "pericolo:shock grave" eccetera. Gli ultimi due livelli erano semplicemente contrassegnati da tre croci: "XXX".

Ogni partecipante si calava nel ruolo di un "insegnante" che doveva fornire una scossa ad uno "studente" ogni volta che fosse stata prodotta una risposta errata. Al progredire dell'esperimento (oltre il livello di 300 volts) gli effetti prodotti sugli "studenti" scoraggiavano gli "insegnanti", che si rifiutavano di proseguire.

I ricercatori utilizzarono, per portare i partecipanti a seguitare, una serie di formule precise:

  1. "continua, per favore" 
  2. "l'esperimento richiede che tu continui"
  3. "è assolutamente essenziale che tu continui"
  4. "non hai altra scelta, devi andare avanti".

I risultati

Il livello di shock che gli "insegnanti" arrivavano a fornire fu usato come metro di valutazione dell'obbedienza: non più del 3% di un gruppo di studenti si disse disposto a fornire le scosse di massima intensità. In realtà questa circostanza si verificò nel 65% dei casi.

Dei 40 partecipanti, 26 inviarono le scosse più terribili, mentre in 14 casi i partecipanti si fermarono. Il tasso elevato di ansia e di rabbia maturato richiese un de-briefing durante il quale furono spiegati gli scopi dell'esperimento. Al termine si disse contento di aver partecipato ben l'84%.

Le critiche

Nonostante la ricerca di Milgram abbia sollevato serie questioni etiche sull'uso di soggetti umani negli esperimenti, i suoi risultati furono verificati in seguito e trovati validi.

Perchè così tanti partecipanti commisero atti così sadici in risposta a semplici istruzioni di una figura autoritaria? Secondo lo studioso i fattori dell'obbedienza sono diversi:

  • La presenza fisica di una figura autoritaria riduce le capacità critiche di un soggetto;
  • Il fatto che lo studio si svolgesse a Yale (un'istituzione accademica importante) portò molti partecipanti a credere che l'esperimento fosse comunque sicuro;

Esperimenti successivi mostrarono il valore della 'ribellione': in casi nei quali almeno un soggetto rifiutò in pubblico di eseguire gli ordini, ben 36 partecipanti su 40 si fermarono prima di sottoporre i soggetti a shock gravi.

"Persone normali, che fanno il loro lavoro e senza alcuna particolare ostilità nei confronti delle vittime, possono diventare terribili parti attive in un processo di distruzione: anche quando gli effetti si rivelano in tutta la loro gravità, poche persone hanno le risorse necessarie per resistere ad una autorità" (Milgram, 1974).

L'esperimento di Milgram è diventato un classico della Psicologia, dimostrando la pericolosità dell'obbedienza.

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Date: Monday, 26 Jul 2010 06:25

La storia della psicologia è ricca di studi ed esperimenti affascinanti, che hanno contribuito a cambiare il nostro modo di pensare la mente umana ed i nostri comportamenti. In 6 puntate presenteremo una breve nota su altrettanti esperimenti che meritano di essere ricordati!

4 - I Macachi di Harry Harlow

Durante la prima metà del 20esimo secolo molti psicologi credevano che mostrare affetto ad un neonato fosse un'abitudine gestuale che non aveva un reale scopo.
 
Il comportamentista John B.Watson ammonì a questo proposito: "ricordate, quando siete tentati di coccolare il vostro piccolo, che l'amore di mamma è uno strumento pericoloso". Secondo molti studiosi dell'epoca, l'affetto poteva solo sviluppare disagi e portare a problemi psicologici in età adulta.

Uno psicologo americano chiamato Harry Harlow, tuttavia, si interessò a questo argomento e si adoperò per dimostrare gli effetti positivi di un fattore difficile da quantificare e misurare: L'Amore.

In una serie di esperimenti controversi condotti negli anni '60, Harlow ottenne il suo obiettivo mostrando i disastrosi effetti della deprivazione affettiva sui macachi, e rivelò l'importanza dell'amore di una mamma nel sano sviluppo di un figlio.

Si trattò di esperimenti crudeli e dal dubbio valore etico, che tuttavia (non ci nascondiamo) fornirono spunti importanti.

Gli esperimenti

Molte teorie sull'amore si fondavano sull'idea che l'attaccamento della mamma al bambino nei primissimi periodi di vita fosse solo legato al bisogno di cibo e ad altri bisogni fisiologici: Harlow, tuttavia, credeva che ci fosse dell'altro.

Uno dei più famosi esperimenti consisteva nell'offrire ad un piccolo macaco la scelta tra due mamme: una fatta di tessuto morbido ma 'arida' di cibo. L'altra costituita da fili di ferro, ma in grado di erogare cibo da un biberon.

Harlow sottrasse i cuccioli alle loro madri naturali alla nascita, e li pose a contatto con queste "mamme" surrogate. L'esperimento dimostrò che le scimmie passavano molto più tempo con i fantocci di tessuto morbido che con quelli di fil di ferro: "questo dimostra che il contatto è una componente importante nello sviluppo della risposta affettiva, che non dipende unicamente dal bisogno di cibo".

Quando le 'mamme' surrogate venivano portate via dalla stanza, gli effetti erano drammatici: i piccoli macachi perdevano ogni sicurezza, diventavano tristi e iniziavano ad agitarsi, gridare e piangere.

L'impatto della ricerca di Harlow

Gli esperimenti di Harlow offrirono la prova inconfutabile che l'Amore è vitale per lo sviluppo di un piccolo: successive prove mostrarono gli effetti a lungo termine della deprivazione affettiva, che portava a stress psicologici ed emozionali, e talvolta alla morte dei soggetti.

Le scoperte dei ricercatori aiutarono lo sviluppo di approcci totalmente diversi nei servizi sociali e nelle agenzie di adozione.

Per ironia della sorte fu proprio la vita di Harlow a mostrare i guai peggiori: dopo una malattia grave di sua moglie, lo studioso divenne vittima di alcolismo e depressione. Fu descritto dai suoi colleghi come un misantropo sciovinista e crudele: triste destino per colui che ha dimostrato l'importanza dell'amore!

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Date: Sunday, 25 Jul 2010 08:18

La storia della psicologia è ricca di studi ed esperimenti affascinanti, che hanno contribuito a cambiare il nostro modo di pensare la mente umana ed i nostri comportamenti. In 6 puntate presenteremo una breve nota su altrettanti esperimenti che meritano di essere ricordati!

3 - La norma della conformità

Pensate di essere conformisti o anticonformisti? Se siete nella media, probabilmente credete di essere abbastanza anticonformisti da resistere ai condizionamenti di un gruppo quando sapete di essere nel giusto, ma abbastanza conformisti da saper stare in mezzo agli altri.

Bene. Ora immaginatevi in questa situazione: avete partecipato ad un esperimento psicologico nel quale vi hanno chiesto di completare un test. Seduti in una stanza con gli altri, vi hanno mostrato un tratto scuro, chiedendovi di confrontarne la lunghezza con quella di 3 possibili 'tratti gemelli'. Qual è quello della stessa lunghezza?

La domanda viene ripetuta a tutti gli astanti: in certe occasioni il gruppo sceglie la la linea gemella 'giusta', in altre invece sembra unanime nel dichiarare che un'altra linea è quella buona.

Cosa farete voi quando il ricercatore vi porrà la domanda? Resterete con le vostre convinzioni, o vi uniformerete al resto del gruppo?

In termini psicologici, il conformismo è la tendenza individuale a seguire regole o comportamenti del gruppo a cui si ritiene di appartenere. Negli anni '50 lo psicologo Solomon Asch ha condotto una serie di esperimenti per dimostrare il potere del conformismo nei gruppi.

I risultati

Il 75% dei partecipanti ha seguito il resto del gruppo almeno una volta: nel totale, i partecipanti hanno seguito le scelte sbagliate del gruppo almeno un terzo delle volte. Quando non rapportati ad un gruppo, i partecipanti hanno risposto correttamente nel 98% dei casi.

Gli esperimenti hanno puntato anche a scoprire l'effetto del conformismo in relazione alla dimensione di un gruppo. Maggiore la dimensione, tanto più grande e significativo l'atteggiamento di uniformarsi.

Cosa indicano questi risultati?

Al termine degli esperimenti, ai partecipanti fu chiesto perchè avessero deciso come il resto del gruppo: in molti casi, gli studenti dissero di non voler cadere nel ridicolo scegliendo altre soluzioni, anche se sapevano intimamente di uniformarsi a quella sbagliata. Pochi furono gli ostinati, quelli che dissero di essere convinti che la risposta del gruppo fosse giusta.

I risultati hanno dunque suggerito che il conformismo può essere influenzato sia dal bisogno di appartenenza che dalla convinzione che gli altri siano più intelligenti di noi, o meglio informati. E nella realtà di tutti i giorni questo atteggiamento è molto più forte, dato che gli stimoli sono molto più ambigui e difficili da valutare rispetto alla lunghezza di una linea.

Il contributo alla Psicologia

Gli esperimenti di Asch sul conformismo sono tra i più famosi nella storia della psicologia, ed hanno ispirato tutta una serie di ricerche ulteriori sul conformismo ed il comportamento dei gruppi sociali.

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Date: Saturday, 24 Jul 2010 08:14

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2 - Il piccolo Albert

Quello del "Piccolo Albert" è stato un famoso esperimento condotto dal comportamentista John B.Watson e dalla studentessa Rosalie Raynor, e prese spunto dalle ricerche di Ivan Pavlov sui processi di condizionamento nei cani (ne abbiamo parlato ieri).

Watson prese spunto dai risultati di Pavlov per mostrare come le reazioni emotive possano essere condizionate nelle persone.

Il protagonista (non credo volontario) fu un bambino di 9 mesi, ribattezzato da Watson e Rayner "Albert B.", e noto oggi come il "Piccolo Albert".I due ricercatori esposero il bimbo ad una serie di stimoli inclusi un topo bianco, una scimmia, maschere di varie foggie e giornali in fiamme (?!) osservando le sue reazioni.

Inizialmente il piccolo non mostrò segni di spavento.

In una seconda fase, quando il bimbo fu avvicinato al topolino, Watson produsse un rumore forte con un martello su un tubo di metallo: il bimbo saltò dallo spavento e iniziò a piangere. Ripetendo l'associazione di topo-rumore, Albert iniziò a piangere alla semplice vista del roditore.

Watson e Rayner scrivevano: "nell'istante in cui è stato mostrato il topo, il bimbo ha iniziato a piangere e a gattonare così velocemente nella direzione opposta che siamo riusciti non senza difficoltà ad afferrarlo prima che cadesse dal tavolo".

Risparmierò ogni commento etico :)

Nell'esperimento fu valutato anche un piccolo corollario, quello della "generalizzazione dello stimolo": dopo il condizionamento, il Piccolo Albert non aveva solo paura dei topolini bianchi, ma anche di un'ampia varietà di oggetti bianchi dalla forma in qualche modo simile (inclusi una pelliccetta della signorina Raynor e la barba di un costume di Babbo Natale).

Che ne è stato del Piccolo Albert?

Ecco uno dei piccoli misteri della Psicologia. Watson e Raynor non furono in grado di eliminare la paura nel bimbo, che si dice abbia sviluppato da grande una strana fobia degli oggetti bianchi e pelosi.

Di recente, tuttavia, la vera identità del bimbo è stata svelata dopo una ricerca durata ben 7 anni: il piccolo si chiamava Douglas Merritte.

Lieto fine, magari? Macchè: Douglas morì all'età di 6 anni, nel 1925. La ricerca era durata un anno più della sfortunata vita del ragazzino.

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Date: Friday, 23 Jul 2010 08:01

La storia della psicologia è ricca di studi ed esperimenti affascinanti, che hanno contribuito a cambiare il nostro modo di pensare la mente umana ed i nostri comportamenti. In 6 puntate presenteremo una breve nota su altrettanti esperimenti che meritano di essere ricordati!

1 - Il cane di Pavlov

Il riflesso condizionato è uno dei fenomeni maggiormente studiati da tutti gli aspiranti psicologi fin dalle prime lezioni: sareste sorpresi di sapere che è un fisiologo l'autore di questa importante scoperta psicologica.

Ivan Pavlov era un brillante professionista Russo che arrivò nel corso della carriera a vincere il Premio Nobel nel 1904 per le sue scoperte sui processi digestivi. Giunge alla scoperta studiando la digestione sui cani, notando una interessante corrispondenza: gli animali iniziavano a salivare quando un assistente entrava nella stanza.

Nelle sue ricerche, Pavlov e il suo gruppo misurarono la produzione di saliva dei cani in relazione a diversi tipi di oggetti e cibi, giungendo alla conclusione che la salivazione è un processo che scatta in risposta di uno specifico stimolo, e non è sotto il controllo della coscienza.

La teoria del riflesso condizionato

Basandosi su queste osservazioni, Pavlov intuì che la salivazione fosse condizionata: i cani che rispondevano alla vista degli assistenti associavano questa alla somministrazione del cibo. Un conto è, infatti, la salivazione alla vista di un cibo, e un altro conto è la salivazione nell'aspettativa di un cibo.

A questo punto, lo scienziato cercò di comprendere come questa risposta potesse essere 'indotta': in una serie di esperimenti utilizzò uno stimolo 'neutrale' (il suono di un metronomo) al quale faceva seguito la somministrazione di cibo.

Dopo un pò, Pavlov notò che i cani iniziavano a salivare subito dopo l'ascolto del metronomo, associandolo al cibo anche senza la vista di quest'ultimo.

L'impatto della ricerca di Pavlov

La scoperta del riflesso condizionato resta una delle più importanti nella storia della psicologia: lo è per numerosi motivi, non ultimi i cambiamenti comportamentali e i trattamenti di salute mentale. Il condizionamento 'classico' è impiegato per trattare fobie, ansia e disturbi da panico.

Negli scorsi anni più di 300 articoli scientifici hanno citato il 'maestro', mostrando quanto gli sviluppi delle sue ricerche siano attuali e funzionali al perfezionamento della psicologia.

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Date: Thursday, 22 Jul 2010 11:03

Il mercato della pornografia è sotto i nostri occhi quotidianamente, e non di rado capita (specie sul web) di essere bombardati da immagini e video porno: sembra proprio che il sesso 'tiri' e venda come non mai: splendide donne e uomini tonici occhieggiano ovunque e attirano le persone a spendere, spendere, spendere.

Tra sesso e vendite non vale però il principio che "più ce n'è, meglio è". Un accenno di pornografia può compiacere, un bombardamento può distruggere. Non molto tempo fa, un gruppo di ricerca della Iowa State University ha scoperto che gli spettatori di scene di sesso o di violenza esplicita ricordavano male gli spot pubblicitari fino alle 24 ore successive.

Allora, il sesso 'vende' davvero? Non necessariamente. Non è così ovvio come si può supporre. Vanno riviste alcune nostre convinzioni sull'argomento.

Lo studio ha coinvolto diverse migliaia di soggetti tra i 18 e i 54 anni in un campione rappresentativo della audience media americana. I soggetti sottoposti alla visione di spot pubblicitari durante una normale programmazione tv (senza scene di sesso o violenza) ricordavano le pubblicità meglio di quanto facessero i soggetti sottoposti a scene più crude e pruriginose.

Certo, può darsi che sesso e violenza catturino così tanto l'attenzione da tagliare fuori altri elementi. O può darsi (come accade nelle esperienze traumatiche nella vita di tutti i giorni) che forti emozioni danneggino direttamente la nostra memoria.

Quale che sia il meccanismo, il risultato pratico di sesso e violenza in TV è che gli spettatori sono meno propensi all'acquisto dei prodotti: se non lo ricordi, non puoi comprarlo.

La falsa convinzione che sesso e violenza 'facciano vendere di più' viene dal fatto che la loro intensità cattura l'attenzione. Certo, ma gli inserzionisti pubblicitari dovrebbero fare i conti con il fatto che l'attenzione non viene poi distribuita ai loro prodotti :)

Quando la TV e gli altri media vengono criticati per la povertà delle loro produzioni, tendono a difendersi scaricando le responsabilità sul mercato: "abbiamo sesso e violenza nei nostri palinsesti perchè vendono, e l'industria ci costringe a vendere". E' assolutamente falso. Chi vuole vendere un prodotto deve raggiungere degli spettatori in grado di ricordare ciò che dovrà acquistare, e non servirà a nulla raggiungere uno strato più vasto di persone che però non ricorderanno nulla.

Messaggi di sesso o violenza esplicita sono nient'altro che messaggi degradanti, di ostilità e misoginia: non possono funzionare. E infatti non funzionano.


 

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Author: "--" Tags: "sesso, violenza, SperimentalMente"
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Date: Wednesday, 21 Jul 2010 12:53

La frase "i soldi non fanno la felicità" resta un mistero: sembra terribilmente azzeccata, ma non ci spieghiamo perchè. Dopotutto con il denaro possiamo comprare tutto ciò che vogliamo, andare dove ci pare, a volte anche diventare ciò che ci pare. Eppure.

Uno studio recente mostra come nelle società più sviluppate economicamente il danaro porti maggior soddisfazione, ma non maggiore felicità.

Significa forse che i beni materiali non rendono felici?

Difficoltà ad assaporare

C'è qualcosa di vero nel dire che, quando si vive in una casa lussuosa, si visitano i migliori ristoranti e si ricevono i regali più costosi, diventa più difficile assaporare le cose semplici della vita.

Seguendo questo assunto, un nuovo studio pubblicato su  Psychological Science ha rivelato che i partecipanti erano meno abili a sperimentare sensazioni positive sia che fossero ricchi di per sè, sia che fossero portati a immaginare di essere ricchi.

Anche il gusto va in crisi - In un secondo studio, i partecipanti venivano portati ad assaggiare una barretta di cioccolato: quando venivano messi di fronte ad una fotografia che ritrae il denaro, il tempo medio speso a mangiare la barretta scendeva da 45 a 32 secondi. Il livello di soddisfazione nel cioccolato (espresso con voti da 1 a 7) scendeva da 5 a 3.6.

Ed è solo l'effetto del guardare per pochi secondi una FOTO del denaro!  Pensate a ciò che succede alla nostra società, costantemente immersa nell'opulenza di certe immagini e nella finta abbondanza della nostra economia. E' un miracolo riuscire a godersi qualcosa.

Psicologia Relativistica

Questo effetto è solo uno dei tanti che provengono dall'abitudine che la nostra mente ha assunto di operare paragoni su tutto. E' un pò come quando si aprono gli occhi alla luce del mattino, o si alza il volume del nostro lettore mp3: per un momento i sensi sono sopraffatti, poi passa un pò e la mente si adatta.

E così, non invidiamo troppo i super ricchi:non riescono ad apprezzare una scatoletta di tonno, un portafoglio semivuoto e una fila alla posta quanto possiamo farlo noi :)

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