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Date: Monday, 08 Feb 2010 20:38

London Eye

Domattina parto di nuovo per Londra, ma starò via solo cinque giorni... Ho riguardato ora le fotografie che ho scattato l'anno scorso, durante il mio soggiorno inglese, ma che non ho mai pubblicato (per pura e semplice pigrizia): provo già una nostalgia anticipata, come se con tutto me stesso già fossi là. Stavolta porterò con me il mio netbook e, se mi verrà voglia, proverò a scrivere qualche impressione in diretta...

Author: "Stefano B" Tags: "Il corpo altrove"
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Date: Monday, 08 Feb 2010 19:18

Totoanelloalnaso Ho appena rivisto in dvd Tototruffa ’62, con Totò e Nino Taranto, un film che in televisione sarà passato un infinito numero di volte e che, intero o a spizzichi e bocconi, avrò visto un numero altrettanto infinito di volte. Da piccolo Totò mi divertiva in maniera molto ingenua, ma oggi l’ho guardato con occhio più disincantato. Certo, il film è una sciocchezza e si regge solo ed esclusivamente grazie agli sketch dei due protagonisti, cuciti insieme con il pretesto di una trama molto debole. Se ne parlo, però, è perché ci sono due momenti che mi hanno colpito da un punto di vista, per così dire, sociologico e che evidenziano un mutamento avvenuto in Italia dal 1961 a oggi.

In una scena, durante una delle tante truffe della pellicola, Totò e Nino Taranto interpretano rispettivamente l’ambasciatore di uno stato africano immaginario - il Katonga - e il suo segretario. Hanno capelli ricci, il volto annerito con lucido da scarpe e... entrambi portano, letteralmente, l’anello al naso, ma la moda del piercing non era ancora arrivata. All’inizio del film, poi, Totò si rivolge al vero ambasciatore dello stesso stato e, indicandone la faccia, gli chiede sornione: “Scusi, ma lei è stato al mare?”: più o meno la stessa battuta che avrebbe fatto, quasi cinquant’anni dopo, il presidente del consiglio italiano al momento dell’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti (e, detto per inciso, questo testimonia a quale stadio storico è rimasto il suo senso dell’umorismo).

In un’altra scena Totò e Nino Taranto vengono liberati dalla cella in cui erano stati rinchiusi dopo essere fuggiti dall’ennesima truffa sotto le mentite spoglie di un improbabile Fidel Castro e di sua moglie. Il commissario dice a un sottoposto di dare un paio di pantaloni a Nino Taranto perché altrimenti “qualcuno pensa che ha certe inclinazioni”. Nino Taranto si ribella indignato a quest’osservazione ma Totò replica, più o meno: “Ma lascia stare, se lo dice il commissario, che ha l’occhio clinico, sarà vero”.

Questi due piccoli episodi che cosa rivelano? In sostanza mostrano un’Italia in cui ancora non esisteva il “politically correct” ed era possibile farsi beffe di neri e omosessuali senza che nessuno si scandalizzasse. Qualcuno obietterà che ancora oggi questo succede, ma secondo me c’è una differenza fondamentale: chi oggi lo fa, sa che sta giocando con del materiale “sporco”, per così dire, sa cioè che sta violando una sorta di patto con la parte progressista del paese, un patto che prevede che non si deridano le minoranze. Le battute di un Christian De Sica o di un Massimo Boldi nei famigerati cinepanettoni sono tanto più grevi in quanto chiedono la complicità di uno spettatore consapevole della violazione che sta commettendo. Nel film di Totò, invece, si ha la sensazione che questo genere di umorismo fosse ambientale, cioè così diffuso da non manifestarsi come eccezione a una norma di buon comportamento o di rispetto nei confronti di determinati gruppi di persone. A questo si aggiunga il fatto che la comicità di Totò non è mai né greve né volgare né offensiva e questo serve a corroborare ulteriormente la mia ipotesi: se ci fosse stata una coscienza diffusa del tabù che imponeva di non irridere alcune persone, probabilmente Totò si sarebbe ben guardato dall’infrangerlo solo per strappare una risata in più.
Author: "Stefano B" Tags: "Appunti e riflessioni, Visti, letti, asc..."
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Date: Sunday, 07 Feb 2010 12:30

Della vicenda relativa al Cantante che ha dichiarato, in un’intevista a un mensile, di drogarsi mi ha colpito che tutte le persone coinvolte hanno reagito esattamente come ci si sarebbe aspettato che reagissero, quasi come se tutte obbedissero a un copione prestabilito. Si è trattato insomma di una grande commedia, prevedibile e per questo nient’affatto coinvolgente.

Il Cantante è ritornato sui suoi passi, ritrattando in parte quel che aveva detto al giornalista e spiegando che stava usando una specie di “presente storico”. Io l’intervista l’ho letta e posso garantire che se quello era un presente storico, allora lui è un pessimo narratore.

Il Cantante è famoso per essersi creato, negli anni, un’aura di personaggio “maledetto” e “trasgressivo”. Un’aura che è, per l’appunto, ormai solo un’arma spuntata di marketing. Ormai il maledettismo e la trasgressione sono diventati dei manierismi perfettamente assorbiti dalla società di consumo di massa e sono strumenti equivalenti a tutti gli altri per vendere un determinato prodotto. A me viene la pelle d’oca - per il raccapriccio - ogni volta che sento parlare di trasgressione. Se trasgressione dev’essere, che allora tale sia nel senso proprio del termine e comprenda quindi una punizione effettiva e non sia invece coronata dal successo di pubblico e non occupi il prime time di una rete televisiva nazionale. Quando Marianne Faithfull si faceva di ogni genere di droga non navigava nell’oro, se ne stava seduta su un muretto a Soho e, soprattutto, non conduceva programmi musicali sulla BBC. Erano altri tempi, però. Oggi la categoria degli “apocalittici e integrati” è diventata predominante. Per quanto riguarda il Cantante in questione, inoltre, ho sempre trovato lezioso e stucchevole il suo maledettismo: è il compiacimento narcisistico di un adolescente che scambia le sue elucubrazioni cervellotiche per intuizioni profonde, quando dall’esterno si capisce benissimo la loro vera natura di piccoli fuochi d’artificio per stupire i gonzi a cui basta il fumo di qualche parolone per farsi incantare. Senza contare, poi, che è umanamente improbabile essere allo stesso tempo brianzoli e trasgressivi (nel senso che intende lui).

Il Cantante avrebbe dovuto partecipare al cosiddetto “festivàl della canzone italiana”, che ormai non rappresenta più quella cosa che dichiara di rappresentare, ma è diventato da tempo un rito puramente autoreferenziale, celebrato in ossequio alla tradizione (un po’ come il Natale, il Presepe e il Crocefisso, insomma). Dopo l’intervista, però, che ha creato tanto finto scandalo, è stato estromesso e si sono scatenati gli avvoltoi. Già, perché a me tutte le voci di una serie di personaggi che altrimenti non hanno nulla di serio da dire e per cui la forma - sotto forma di “dichiarazione” - ha già da tempo preso il posto della sostanza - ovvero del pensiero - fanno proprio pensare a degli avvoltoi che si gettano sulla carogna putrefatta di un cadavere (il festivàl in questione) per ritagliarsi un ultimo residuo spazio di pubblicità. A questo punto non so più chi mi fa più pena, se il Cantante o questi ultimi soggetti, con i loro commenti in libertà e le loro proposte strampalate - tanto per citarne una: l’antidoping ai cantanti in gara.

Ma al copione si sono attenuti rigidamente anche i “professionisti dell’anti-ipocrisia”, quelli per cui il solo discutere in maniera critica del consumo di droga è indice di ipocrisia, perché comunque “è una scelta individuale” e quindi “chi siamo noi per giudicare?”, figurarsi quindi esprimere un giudizio negativo su chi la consuma abitualmente, come se il solo giudizio negativo fosse di per sé un attentato alla libertà altrui. Quelli che magari non concepiscono che essere antiproibizionisti in fatto di droga non implica necessariamente approvare il consumo della stessa o, addirittura, affermare che le droghe non fanno male e che quindi non serva disincentivarne l’uso. (Per quanto mi riguarda, io le liberalizzerei tutte, leggere e pesanti, ma questo non m’impedisce di pensare che tutte le droghe siano dannose, compreso quelle oggi già legali). Del resto, essere accusati di “moralismo” oggi è peggio che essere accusati di assassinio.

Insomma, se si fa un passo indietro e se si osserva questa vicenda dall’esterno con un minimo di distacco, si ha la netta sensazione di aver assistito a una di quelle commedie di bassa lega in cui tutto è noto sin dall’inizio, di cui si sa perfettamente come vanno a finire e che “funzionano” proprio perché ogni personaggio fa e dice esattamente quello che ci si aspetta da lui. Io sbadiglio.

Author: "Stefano B" Tags: "Irritazioni, disgusti, idiosincrasie"
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Date: Sunday, 07 Feb 2010 11:02

Mi sono appena risvegliato da due sogni che si sono succeduti senza soluzione di continuità. Il secondo mi ha accompagnato fino al risveglio definitivo e non avrei voluto abbandonarlo.

I miei sogni non hanno quasi mai un contenuto sessuale diretto e quando ce l’hanno lo sfruttano sempre per distillare angoscia. E’ accaduto stavolta anche nel primo sogno, dove curiosamente ero un iracheno prigioniero di qualche efferato carceriere che mi sottoponeva a quelle che, secondo lui, dovevano essere pesanti umiliazioni sessuali. Di costui ricordo solo che aveva un’aria tipicamente arabo-mediterranea, con un volto che sembrava tagliato con l’accetta e grossi baffoni. Tanto per sgomberare il campo da ogni equivoco: non mi piaceva e nel mio sogno non provavo nessun piacere, ma allo stesso tempo pensavo che non aveva molta fantasia nel tormentarmi e che, invece, avrebbe potuto fare molto di peggio. E questo, pur sorprendendomi, mi dava un certo sollievo.

Nel secondo sogno incontravo, forse in un locale ad hoc, un ragazzo che riconoscevo immediatamente come uno degli “archetipi” del mio desiderio sessuale e insieme cominciavamo a fare delle cose, senza scambiare una parola. A me piaceva molto e, timoroso che l’attimo fuggente fuggisse, cercavo di approfittarne il più possibile. Ho un ricordo molto vivido, per esempio, della mia testa fra le sue cosce o dei lunghi baci che ci siamo poi scambiati. Non credo di aver mai provato tanto piacere baciando, anche se questi baci li ho solo sognati. Io stavo già per staccarmi da lui, pronto al tradizionale abbandono delle avventure passeggere, quando invece è stato lui a trattenermi tra le sue braccia e a parlarmi Come nel primo sogno mi ero stupito che l’altro non mi tormentasse più di quanto avrebbe potuto fare, anche in questo caso mi stupivo che io potessi piacergli davvero, al di là del piacere effimero che poteva ricavare da me. Mi diceva, in tono scherzoso, che era “austro-ungarico” - quindi di lingua tedesca -, pur non specificando la nazionalità, al che io ribattevo che questo poteva significare qualsiasi cosa, anche che era romeno. Poi aggiungeva che era insegnante di qualcosa - non ricordo più che cosa - in una scuola non lontano da Milano, in provincia...

Ed è su questa nota che sono definitivamente riemerso a galla, dal sonno alla realtà, ma per una volta con un curioso senso di benessere, come se avessi compiuto un viaggio dall’oscurità alla luce.
Author: "Stefano B" Tags: "Due giri intorno al mio ombelico"
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Date: Thursday, 04 Feb 2010 08:56

Ute Lemper Mi ha convinto C., ieri sera, ad andare al Teatro Strehler per vedere Last Tango in Berlin, lo spettacolo di Ute Lemper, un’artista che conoscevo solo in modo superficiale. Sono felice di aver vinto le mie resistenze e di essermi lasciato convincere: sapevo che Ute Lemper è brava, ma non credevo che fosse così brava. Alla fine la performance della cantante tedesca è stata molto più soddisfacente di quanto mi aspettassi.

Filo rosso dello spettacolo è il tango, come recita il sottotitolo: dalla Berlino di Brecht ai bar di Buenos Aires. Ute Lemper domina, con la sua presenza scenica e il suo enorme carisma, il palcoscenico, di cui occupa fisicamente il centro, circondata a mezzaluna dai quattro musicisti che l’accompagnano: Vana Gierig al pianoforte, Steve Millhouse al contrabbasso, Todd Turkisher alle percussioni e Tito Castro al bandoneon. E in quel centro Lemper si scatena: ha una mimica e una fisicità straordinarie. Se volessi riprendere un antico pregiudizio sulla “freddezza” dei tedeschi, direi che, al di là dell’aspetto fisico - alta, snella ma solida, bionda e bellissima -, Ute Lemper non pare nemmeno tedesca, perché dello stereotipo teutonico del distacco non ha nulla, ma è anzi estremamente comunicativa ed emozionante.

Ute Lemper è un talento poliglotta e si destreggia senza difficoltà cantando in cinque lingue diverse, partendo dallo spagnolo delle canzoni di Astor Piazzolla e Horacio Ferrer, al francese della più tradizionale chanson française, al tedesco di Bertolt Brecht e Kurt Weill, all’inglese e, persino, all’italiano dell’omaggio a Nino Rota, di cui esegue Amarcord. E tra un brano e l’altro si rivolge direttamente al pubblico, in un miscuglio di francese e inglese, per spiegare quello che ha appena cantato o sta per cantare oppure per raccontare come è nato il “bandoneon”, lo strumento principe del tango.

Lo spettacolo comincia proprio a Buenos Aires, con l’intensa Chiquilín de Bachín di Astor Piazzolla, per trasferirsi poi in Francia con L’accordéoniste, un classico di Edith Piaf, e nella Germania tra le due guerre con Lili Marleen. In seguito Ute Lemper “si trasforma”, con la sua abilità interpretativa, nella Jenny dell’Opera da tre soldi di Brecht e Weill, sorella della Maria di Buenos Aires di Piazzolla che vi si aggancia senza soluzione di continuità. Tutta la sua bravura si dispiega in Mackie Messer, che si dilata incorporando il refrain dell’Alabama Song di Mahagonny e All that Jazz, trasportando di colpo gli spettatori dalla Londra immaginata da Brecht ai bar fumosi di una New York negli anni venti, e diventando una sorta di lungo e scatenato jazz jammin’, fino a concludersi nuovamente sulle note di Mackie Messer. Ma della grande versatilità vocale di Ute Lemper mi rendo pienamente conto quando, distesa sul pianoforte, attacca Ich bin vom Kopf bis Fuss auf Liebe eingestellt, un classico di Marlene Dietrich. Inizialmente Lemper “marleneggia” e, da perfetta diseuse, la fa come l’avrebbe fatta la Dietrich, con voce grave e alternando il canto al recitativo, ma poi, quando passa alla versione inglese (Falling in love again), la voce s’impenna come mai Marlene Dietrich avrebbe saputo fare e la canzone assume inediti accenti swinganti.

Il finale è dedicato alla canzone francese, di cui Ute Lemper esegue in modo appassionato alcune gemme, come la toccante La mémoire et la mer di Léo Ferré, Amsterdam e la strappalacrime Ne me quitte pas di Jacques Brel.

Last Tango in Berlin è al Teatro Strehler fino a domenica 7 febbraio.
Author: "Stefano B" Tags: "Germanica, Visti, letti, ascoltati"
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Date: Tuesday, 02 Feb 2010 22:35

E' famosa la poesia - vera, stavolta - di Bertolt Brecht* che, dopo le sollevazioni popolari a Berlino Est il 17 giugno del 1953, propose sarcasticamente di sciogliere il popolo e non il parlamento, che invece voleva solo il bene del popolo. A volte ho la sensazione che qualcuno, ancora oggi, coltivi la stessa concezione di democrazia, per cui la "volontà popolare" è degna di rispetto, ma solo a giorni alterni. O, per essere più esatti, solo se corrisponde esattamente a quello che le anime belle vorrebbero sentirsi dire. Altrimenti vuol dire che il popolo è bue e non ha capito un tubo: in questo caso bisogna educarlo e fargli sapere che cosa è giusto volere. Be', bisognerebbe decidersi.

Se prendiamo sul serio la democrazia, questo è un punto cieco. Fino a che punto il popolo ha diritto di determinare ciò che lo riguarda? Se è sufficiente che elegga dei rappresentanti e a loro deleghi il governo delle faccende pubbliche, l'unica cosa che gli resterebbe da fare, dopo, è controllare che tali rappresentanti facciano davvero ciò per cui sono stati eletti. E, nel caso in cui non lo facciano, li sproni a realizzare il programma. Il primo problema però è questo: in una società e in un mondo tanto complessi come quelli in cui viviamo non è poi così semplice sapere che cosa si deve esattamente fare in ogni settore. In primo luogo, chi ha le competenze tecniche per stabilirlo e, poi, per valutare se le misure prese erano davvero quelle necessarie? Il "popolo" non corre piuttosto il rischio di esprimere il proprio giudizio sull'onda di un'emozione passeggera? In secondo luogo, molte delle decisioni che davvero contano e influenzano la vita delle singole persone vengono prese da organismi che sfuggono a ogni tipo di controllo democratico, organismi non eletti, come per esempio i consigli di amministrazione delle società multinazionali, il cui operato ha influssi molto concreti sugli individui. Come se non bastasse, queste realtà superano i confini nazionali all'interno dei quali il popolo può eleggere democraticamente i propri rappresentanti: non è questo, quindi, tutto un ambito che sfugge - persino all'interno delle democrazie - al principio stesso della democrazia? Questo sottrarsi al controllo e, soprattutto, l'impossibilità di incidere su determinate decisioni non è un affronto, un insulto, alla democrazia? O, a questo punto, poiché la realtà è tanto intricata, non varrebbe la pena affidarsi direttamente a una tecnocrazia, in cui le decisioni vengono prese da esperti?

Qualcuno dirà che occore "conoscere" per "deliberare" e, quindi, anche per valutare. Lasciamo pure da parte il fatto che non si può conoscere tutto, ma se io eleggo dei rappresentanti è proprio perché voglio togliermi dai piedi l'impiccio di dovermi occupare o interessare di ogni singola cosa. Però, se anche volessi - con uno sforzo sovrumano - cercare di conoscere il più possibile di tutto ciò che riguarda le scelte che hanno effetti pubblici, non arriverei a grandi conclusioni. Innanzitutto per la complessità delle suddette scelte, ma anche perché una pletora di informazioni tenderebbe a confondere le acque, più che a chiarirle. L'information overload di cui soffrono le nostre società "avanzate" a me infonde soprattutto un senso di impotenza e di disperazione che - lo voglio sottolineare - non sono affatto di natura politica, ma esistenziale. Personalmente io avverto in modo ancor più acuto di non potere fare nulla e mi sento schiacciato perché comprendo che gran parte di ciò che mi riguarda (e mi tocca) è ben al di fuori della mia portata. Accumulandosi, poi, le informazioni si annullano a vicenda e alla fine è come se non si sapesse nulla, o quasi. Io, però, vorrei difendere anche il mio diritto all'indifferenza.

Da questo punto di vista ritengo che una "democrazia" - e lo scrivo tra virgolette, perché non sono più certo di sapere che cosa sia dal punto di vista concettuale - sia l'unica soluzione, perché non mi obbliga nemmeno a pagare un tributo formale a una qualche forma di fede, come accade nelle dittature o nelle teocrazie, e mi lascia libero di credere o non credere, e di lamentarmi finché mi pare (e se è vero che il lamento è per lo più sterilmente inutile, e quindi fine a sé stesso, è altrettanto vero che nelle autocrazie non è nemmeno consentito lamentarsi a vuoto, perché anche il lamentarsi è considerato tradimento e indice di potenziale ostilità al sistema). Questo sistema, insomma, è schifoso, ma il problema è che tutti gli altri sono persino peggio - e se devo scegliere tra il male e il peggio...

Viceversa altri difensori (a parole) del sistema democratico sono a conti fatti più elitari e sembrano spocchiosamente dubitare che il popolo sia in grado di decidere davvero su di sé. E qui ritorna utile la citazione brechtiana: se le preferenze espresse da una consistente porzione di cittadinanza non sono proprio quelle sperate, allora ci dev'essere qualcosa di sbagliato. Il "popolo" dev'essere interrogato a più riprese finché non dà la risposta giusta. Se non dà subito la risposta che le élite politico-intellettuali - massime di sinistra, una sinistra, tra l'altro, sempre più avulsa dalle sue radici popolari - si aspettano, allora queste reagiscono con somma sorpresa. Lo abbiamo visto in passato quando, in alcuni paesi europei, non sono passati i referendum sulla Costituzione Europea o, ancora più di recente, quando gli svizzeri hanno votato contro la costruzione di minareti nel loro paese, esprimendo pacificamente il comprensibilissimo desiderio di non venire ulteriormente islamizzati, e sono stati spernacchiati dalle orde dell'intellettualismo politically correct, che si non capacitavano che quel demos di cui loro si riempiono la bocca potesse volere qualcosa di diverso da quello che loro gli avevano tanto amorevolmente insegnato a volere. Ecco, io ormai ho qualche difficoltà a prendere sul serio o anche solo a trattare con chi, da un qualche pulpito (qualunque esso sia), pretende di "educare il popolo". Essere democratici comprende anche sapere incassare qualche "vaffanculo" per delle lezioni non richieste.

(* Dopo la sollevazione del 17 di giugno / il segretario dell' Unione degli Scrittori / ha distribuito pamphlet sulla Stalinallee, / dice che il popolo ha gettato via la fiducia dello Stato./ E può riaverla solo se raddoppia gli sforzi. / Non sarebbe stato più facile, in quel caso per il governo, / sciogliere il popolo ed eleggerne un altro?)

Author: "Stefano B" Tags: "Due giri intorno al mio ombelico, Irrita..."
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Date: Sunday, 31 Jan 2010 10:37

Stanislaw lem Dagli obitori della regione intorno a Londra cominciano misteriosamente a scomparire dei cadaveri, senza nessuna ragione. Delle indagini viene incaricato il giovane tenente Gregory, che non ha fatto nulla per meritarselo né dimostra particolari talenti investigativi. Questa, nel suo nocciolo, la trama di L’indagine del tenente Gregory di Stanisław Lem. Malgrado l’argomento, però, qui abbiamo a che fare con un romanzo giallo sui generis, che usa i mezzi e i procedimenti narrativi del genere, ma per approdare a qualcosa di completamente diverso.

Ciò che Lem allestisce è un romanzo in cui le idee sono più importanti dei personaggi e, persino, degli avvenimenti che lo popolano. E’ dominato da una certa tendenza all’astrazione o, per essere più precisi, alla stilizzazione, che però non lo rende né astruso né difficilmente leggibile. E questo accade già a partire dal luogo in cui è ambientato: la Londra descritta è più un archetipo londinese che non la città vera e propria. E’ la Londra che ci immagineremmo pensando a Londra. Se chiudiamo gli occhi ci appare davanti una città grigia e piovosa, per lo più immersa nell’oscurità e nella nebbia, e dovendo tradurre il romanzo di Lem in un film non potrebbe essere che un film in bianco e nero.

Ho letto in una recensione che il protagonista - il tenente Gregory del titolo italiano - è curiosamente privo di caratteristiche individuali. Di lui come persona, dei suoi gusti e delle sue abitudini l’autore non rivela nulla. Siamo lontani mille miglia dagli investigatori che tanti altri giallisti della medesima epoca - il romanzo di Lem è del 1959 - hanno rivestito di innumerevoli tic e manie per renderli più umani: per ricordarne uno tra tutti, basti citare il Maigret di Georges Simenon. Ma questo vale anche per gli altri personaggi. L’ispettore capo Sheppard, per esempio, è altrettanto misterioso.

L’unico che possiede qualche contorno individuale più marcato è Sciss, lo scienziato a cui è stato chiesto di collaborare alle indagini e i cui metodi fanno da contrappunto a quelli più tradizionali di Gregory. Sciss, infatti, applica le leggi della statistica e della matematica alla risoluzione dell’enigma, fino a giungere a una conclusione che sfocia nel sovrannaturale. Dopo aver dedotto, con una serie di calcoli minuziosi, che la scomparsa dei cadaveri avviene all’interno di una ben precisa area geografica in proporzionalità inversa rispetto alla diffusione dei casi di cancro, stabilisce che è una sorta di “virus”, una specie di “cancro al contrario”, che li rianima e li fa muovere. Una soluzione siffatta non può soddisfare il tenente Gregory, che ha bisogno invece di un colpevole reale, in carne e ossa. Come dice lui stesso al suo superiore Sheppard: “Come le ho già detto, credo possibile qualsiasi cosa mi risparmi la necessità di credere ai miracoli. [...] Mi occorre un colpevole, costi quello che costi”.

Sciss coglie perfettamente il punto quando, a questo proposito, dice in faccia a Gregory: “Ma un colpevole che non esiste, che non è mai esistito, è qualcosa di completamente diverso: è come se tutto l’archivio andasse a fuoco, come introdurre la confusione dei linguaggi all’interno dei suoi preziosi dossier... la fine del mondo! Per lei l’esistenza di un colpevole, che si riesca o meno ad arrestarlo, non è una questione di successo o di sconfitta, ma di ‘senso’ o di ‘non senso’ della sua professione. E poiché per lei quell’uomo rappresenta pace, conforto e salvezza, in un modo o nell’altro lo avrà. Troverà quel bastardo anche se non dovesse esistere!”. L’individuazione di un colpevole rappresenta molto di più della risoluzione di un caso - un caso per il quale, oltretutto, non si riesce neanche a trovare un movente -, ma serve a portare ordine nel caos del mondo affinché i singoli elementi non rimangano isolati e privi di connessione l’uno con l’altro. Questa esigenza di legami e strutture logiche, che si manifesta con chiarezza nel dialogo tra Sciss e Gregory, rivela più cose della mente umana, simboleggiata qui da Gregory, che non della realtà esterna. Gli episodi in sé, quindi, passano in second’ordine nell’economia complessiva del romanzo.

Alla soluzione “sovrannaturale” citata sopra, però, Lem aggiunge due altre soluzioni al mistero dei cadaveri scomparsi, ma lo fa in modo da lasciare al lettore un ampio margine di dubbio sulla loro plausibilità. La prima è la confessione di colpevolezza che un esasperato Sciss lancia a Gregory: del resto non l’aveva sempre sospettato? La seconda è una spiegazione fornita da Sheppard che, combinando una serie di coincidenze, riesce ad attribuire la responsabilità degli eventi a un camionista che, guidando la notte nella nebbia, è a poco a poco impazzito. A giustificare quest’ultima lettura dei fatti è semplicemente il modo in cui questi vengono combinati da chi li interpreta. La struttura non è interna ai fatti ma è il prodotto della mente di chi li osserva. Come osserva lo stesso Gregory nel lungo estratto che ho postato ieri, abbiamo a che fare solo con “frammenti casuali” che si combinano in diversi modi ed è spesso solo l’occhio dello spettatore ad aggregarli in figure più o meno riconoscibil: in questo senso lo sguardo dell'osservatore modifica la realtà.

Stanisław Lem gioca quindi un tiro mancino a chi, con L’indagine del tenente Gregory, si aspettava di avere tra le mani un “romanzo giallo”. In realtà, questo è piuttosto un “anti-giallo”, in cui le regole del genere vengono programmaticamente violate - prima tra tutte quella della ricomposizione finale del caos e del ritorno all’ordine - e la struttura è al servizio di una riflessione filosofica sul modo in cui l’uomo affronta e interpreta la realtà. Ma non per questo il romanzo risulta meno coinvolgente.
Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Friday, 29 Jan 2010 23:23
“Se il mondo non fosse un rompicapo da risolvere, ma solo un calderone in cui nuotano alla rinfusa pezzi sparsi che, di tanto in tanto e per puro caso, si aggregano in un insieme? Se tutto ciò che esiste è frammentario, incompleto e abortito, gli eventi possono anche essere la fine di qualcosa senza il suo inizio, o la sua parte centrale, o solo il suo principio, o solo la sua fine... mentre noi continuiamo a suddividerli, selezionarli e ricostruirli finché ci pare di avere messo insieme un amore completo, un tradimento completo o una sconfitta completa... mentre in realtà siamo solo frammenti casuali. Le nostre facce e i nostri destini sono un puro frutto della statistica, siamo la risultante dei moti browniani, gli uomini sono abbozzi incompiuti, progetti buttati giù e lasciati a metà. Perfezione, completezza, eccellenza non sono che rare eccezioni dovute all’inaudita, incredibile sovrabbondanza dell’esistente! L’immensità del mondo, la sua incalcolabile molteplicità regolano la banalità quotidiana colmando in apparenza brecce e lacune, mentre la mente, per sopravvivere, scopre e associa frammenti sparsi. Usiamo la religione e la filosofia come un collante con cui aggregare e tenere insieme frattaglie statistiche sparse, per conferire loro un senso unitario e farle suonare all’unisono come una campana celebrante la nostra gloria! E invece sotto a tutto questo non c’è che il famoso calderone... L’ordine matematico del mondo è la nostra preghiera alla piramide del caos. Siamo circondati da brandelli di vita privi di significato, che noi etichettiamo come ‘eccezionali’ perché non vogliamo vedere! Di vero non c’è che la statistica. L’uomo razionale è l’uomo statistico. Prendiamo un bambino: sarà bello o brutto? Gli piacerà la musica? Si ammalerà di cancro? Tutto viene deciso da un lancio di dadi. La statistica presiede al nostro concepimento, è lei a sorteggiare il coagulo dei geni da cui si svilupperà il nostro corpo, lei a estrarre a sorte la morte di cui moriremo. Ma se è la normale incidenza statistica a decidere l’incontro con la donna che amerò e la durata della mia vita, perché non potrebbe decidere anche della mia immortalità? Non può essere che, di tanto in tanto, per puro caso, a qualcuno tocchi in sorte l’immortalità, come ad altri toccano in sorte la bellezza o l’infermità? Se non esistono processi prestabiliti, se disperazione, bellezza, gioia e bruttezza sono frutti della statistica... allora anche il nostro sapere è fatto di statistica: esiste solo il gioco cieco, un’eterna combinazione di schemi fortuiti. L’infinito numero delle Cose deride la nostra passione per l’Ordine. Cercate e troverete: purché abbiate cercato con il dovuto fervore, finirete sempre col trovare: la statistica non esclude nulla, la statistica rende tutto possibile, tutt’al più si tratterà di cose più o meno probabili. La storia, invece, è il realizzarsi dei moti browniani, la danza statistica di particelle che non cessano di sognare un altro mondo terreno...”

Stanisław Lem, L’indagine del tenente Gregory, traduzione dal polacco di Vera Verdiani, pagg. 166-7
Author: "Stefano B" Tags: "Le parole degli altri"
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Date: Friday, 29 Jan 2010 18:24

Mucca Di Jonathan Safran Foer avevo letto Molto forte, incredibilmente vicino che, malgrado l’evidente abilità del suo autore, mi era parso troppo costruito e, persino, troppo lezioso per convincermi davvero: sembrava che Foer l’avesse scritto in un attacco di narcisismo, per dimostrare al mondo quanto era innamorato di sé e quanto si piaceva. Ora ho appena terminato Eating animals, il saggio che uscirà tra un mesetto anche in Italia per i tipi di Guanda. L’avevo iniziato con qualche perplessità e qualche riserva, messe da parte solo perché ero - e sono - estremamente interessato al tema trattato: il cibarsi di carne, soprattutto se proveniente da allevamenti industriali, le motivazioni etiche e politiche per scegliere di non farlo e il vegetarianesimo. Bene, conclusa la lettura di questo nuovo libro, posso dire che stavolta lo stile brillante non è più soltanto fine a sé stesso, ma aiuta a rafforzare e a sottolineare le argomentazioni dell'autore.

Foer parte dalla sua esperienza personale e dai ricordi della sua infanzia e della sua giovinezza, costellati di tentativi per lo più presto abortiti di diventare vegetariano. I numerosi aneddoti che riguardano la nonna, sfuggita dalle persecuzioni antisemite in Europa, hanno evidentemente catalizzato l'attenzione dei recensori italiani, ma il discorso complessivo di Foer trascende la scelta meramente individuale del non mangiare carne. Dopo essersi interrogato sul motivo per cui, a seconda della società in cui viviamo, ci cibiamo di certi animali e di altri no - c'è un paragrafo paradossale, ma del tutto logico, sul perché si potrebbero mangiare i cani -, si concentra in particolare sugli allevamenti intensivi e industriali. Per quale motivo, si chiede, siamo sensibili al dolore inflitto ad alcuni animali - come, per l'appunto, i nostri cani - e indifferenti a quello di altri: c'è qualcosa di "inerente" che ci consente di giusticare quest'ultimo? La risposta è, ovviamente, negativa, soprattutto dopo che abbiamo letto la descrizione di ciò che avviene negli allevamenti industriali.

Prima di esplorare l'universo del factory farming, però, Foer si è documentato a fondo usando per lo più i dati e i risultati più "conservatori", proprio per evitare che qualcuno gli rimproverasse di avere posizioni estremiste. Da questa messe di informazioni ricava un capitolo intitolato "Words/Meaning" (Parole/Significato), organizzato come una sorta di piccolo glossario, che ha anche sfumature filosofiche e politiche e si pone l'obiettivo di fissare con precisione i termini del dibattito. Che cosa è esattamente un animale? Che cosa intendiamo per crudeltà o disperazione? Quali sono le implicazioni del cibo che consumiamo? Che cos'è l'allevamento industriale?

Per quanto riguarda però gli allevamenti industriali, Foer s'imbatte subito in un problema: sono praticamente impossibili da visitare, perché innalzano intorno a sé un muro invalicabile e alle richieste inoltrate dai giornalisti - e dallo stesso Foer - rispondono negativamente o non rispondono affatto. Persino le ispezioni ordinate dagli organismi ufficiali sono quasi sempre concordate con le aziende stesse. Eppure non sono del tutto inutili, perché anche in questo modo rilevano malversazioni e crudeltà nei confronti degli animali (Bisogna quindi affidarsi alle testimonianze di chi ci lavora o partecipare a dei blitz con esponenti di associazioni animaliste come la Peta.) Le informazioni, quindi, filtrano comunque all'esterno e in base ad esse Foer è in grado di stabilire una gerarchia delle crudeltà a cui sono sottoposti gli animali d'allevamento: quelle peggiori sono riservate ai volatili, seguiti poi dai maiali e infine dai bovini.

Il punto, però, non sono soltanto le crudeltà in sé e per sé, spesso gratuite, anche se Foer constata il paradosso di una sensibilità diffusa per cui i cosmetici riportano l'indicazione di non essere stati testati sugli animali, mentre la carne che consumiamo è quasi sempre il risultato di un allevamento feroce e intensivo che trascura completamente i diritti degli animali. L'allevamento industriale, infatti, ha letteralmente modificato gli animali stessi, creando nuove specie, progettate all'unico fine di essere macellate e consumate. Specie che, a causa delle condizioni in cui vivono - si leggano le pagine in cui viene descritto il superaffollamento dei pollai industriali -, non sono più in grado di muoversi normalmente, non sanno più riprodursi naturalmente e hanno un'aspettativa di vita bassissima. Soggetti a malattie, vengono preventivamente trattati con antibiotici e medicinali - anche se la situazione è, da questo punto di vista, lievemente migliore in Europa -, le cui conseguenze si fanno sentire anche sulla salute degli esseri umani. Questo aspetto, che si somma alle conseguenze ecologiche degli allevamenti intensivi, ha un peso particolarmente importante per un neo-padre come Foer.

Questo tipo di allevamento, però, viene descritto in contrasto all'allevamento tradizionale, in cui i ritmi e le esigenze degli animali sono rispettati (anche se poi pure loro sono destinati al macello). Jonathan Safran Foer fa visita ad alcune di queste fattorie, ormai in via di scomparsa - il 99% della carne consumata dagli americani proviene dagli allevamenti industriali -, e parla con i loro gestori e proprietari, spesso animati da notevole idealismo. Va detto che Foer dà spazio a voci diverse e contrastanti, non soltanto a quelle che potrebbero puntellare la sua posizione. In via teorica, sostiene Foer, uno potrebbe anche decidere di consumare solo carni provenienti da questi allevamenti, ma ormai il termine "biologico", "naturale" o "free range" è stato svuotato di senso - per esempio: per "free range" si intende spesso la sola possibilità che gli animali accedano all'esterno grazie a un'apertura nel pollaio, anche se poi vi restano stipati e in realtà non escono mai. Scegliere una dieta vegetariana significa risolvere il problema alla radice e significa anche interrogarsi se, da un punto di vista etico, sia giusto mettere il nostro gusto e le nostre scelte alimentari al di sopra del dolore di esseri senzienti come noi.

Foer riconosce infine che la scelta del vegetarianesimo, per avere senso, dovrebbe comunque superare la dimensione individuale, anche perché l'atto di mangiare ha comunque una dimensione sociale, fatta di condivisione di esperienze, di piaceri comuni in occasione di determinate festività - come, per esempio, il giorno di Ringraziamento negli Stati Uniti, simboleggiato dal tradizionale tacchino. Mi domando se un libro come Eating animals possa convincere dei mangiatori di carne a smettere di farlo o se non sia una predica per chi è già "convertito". Ne dubito, però è possibile che serva a dare quella spinta definitiva a chi si trova in bilico, a chi ha bisogno di qualche argomento definitivo per compiere il grande passo. Allora Jonathan Safran Foer sarebbe per loro quello che per me, anni fa, è stato Ecocidio di Jeremy Rifkin.

Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Wednesday, 27 Jan 2010 23:29

Witkacyvvv33 Da un capolavoro dimenticato della letteratura europea del Novecento. Qui una vecchia, ma puntualissima, recensione di Malvino:

“Per sempre gli sarebbe rimasto impresso il cielo azzurro di quel giorno d’agosto, così terso, così gelido, così crudelmente estraneo alle sofferenze delle povere bestie.” (3)


“La letteratura sostituiva per lui, in misura ideale, la penosa molteplicità della vita; grazie ad essa sarebbe riuscito a digerire qualunque cosa senza restarne avvelenato e senza diventare un porco.” (17)

“Tengier, invece, annaspava nel desiderio come nel letame.” (34)

“Ma quella sera non si era ancora svegliato del tutto: non aveva ancora capito a fondo l’orrore definitivo dei momenti che non ritornano più.” (36)

“Sono storpio, è vero. Però continuo sempre a sognare una fine meravigliosa, in cui mi rifarò di tutto quello che ho sofferto.” (45)

“Del resto in alcuni l’autoanalisi diventa un semplice autoleccamento: l’autoleccarsi di un bel gattino.” (55)

“Conservare intatto il valore della stranezza che oggi hai avvertito per la prima volta, senza mai pensarci né esprimerla, è un compito molto difficile.” (61)

“Quel perfetto profilo di antico sovrano posava su una squallida palude di contraddizioni sottocutanee.” (78)


“La dilatazione esteriore copriva il vuoto all’interno.” (85)

“Tutte le cose che facciamo, anche noi, non sono che modi diversi per camuffare ai nostri occhi il nonsenso ultimo dell’esistenza.” (85)

“Il pensiero poteva soltanto uccidere quei mostri nebulosi, che spiavano con curiosità dal futuro il buco sanguinolento del presente, in cui il mondo mostrava il sedere all’ignoto.” (98)

“Chiunque, se riesce a vivere abbastanza a lungo [...], finisce col portare a termine il proprio destino; magari con una certa deformazione, in modo caricaturale, ma lo porta a compimento.” (107)

“ ‘Da vecchi le nostre esigenze crescono, mentre le possibilità diminuiscono’: così le aveva detto una volta suo marito, per spiegare con delicatezza all’insaziabile megera che ormai, fisicamente, ne aveva abbastanza di lei.” (112)

“Ma questo regno della libertà non esisteva. Bisognava compiere tutto qui, trascinandosi dietro l’insaziabile sacco degli organi, sempre avido di follie, l’infernale fodero di carne cruda, in cui sono incastonate rare, iridate, scintillanti pietre preziose.” (116)

“La vita aveva alitato su di lui una paura mortale: non era lui ad avere paura, ma tutto il futuro, che gli fuggiva davanti in preda al terrore.” (142)

“Oh, chi non conosce queste cose come può valutare l’orrore di vedersi sfuggire la stagione del sesso, il terrore del ‘dopo’, quando, non rimarrà più niente?” (155)

“Era come uno di quei giorni meravigliosamente belli dell’autunno inoltrato, quando sembra che il mondo agonizzi in un selvaggio trasporto autoerotico, emettendo le ultime ondate della vita che si spegne.” (173)

“Si abbandonava a pensieri disgregatori, trovando in questa autofustigazione, nel sentimento della propria nullità e impotenza, un ributtante piacere.” (181)

“Lo Stato è diventato un tumore. Ha cessato di essere al servizio della società ed ha cominciato a divorarla, con la gioia di chi si nutre di avanzi e vive con il miraggio del potere di un tempo.” (193)

“Valeva davvero la pena analizzare quel sentimento [dell’amore] su cui tante generazioni si erano rotte i denti rendendo irrimediabilmente insulsa una parte così cospicua del lessico? Esso è, diciamolo apertamente, ‘unanalysable’; pronuncia ananalajzbl.” (207)

“Intorno, la vita moriva, spenta, come una piccola lampada che non serve a nessuno; e in questo non c’era niente di grande.” (210)

“Anche nel bene gli uomini si decompongono, attivamente e passivamente, in cadaveri viventi.” (216)

“Lei è uno di quelli che, al di fuori di se stessi, non riescono mai a cogliere l’essenza profonda di un essere: in questo sta la sua fortuna e la sua infelicità. Lei toccherà la vita attraverso spessi guanti caldi: non riceverà alcuna ferita ma non potrà mai arrivare neppure alla completa felicità nei suoi sentimenti.” (265)

“Se solo uno potesse di tanto in tanto riversare tutto il proprio essere direttamente nel nulla, senza per questo smettere di esistere!” (284)

“Bella cosa l’ascesi, ma più bella ancora è una buona fornicazione.” (290)

“Una cosa era certa: né il popolo né la società lo interessavano: vale a dire non lo interessava nessun raggruppamento di esseri senzienti. Non aveva risonanze per gli stati psichici di massa.” (313)

“Si mise ad ascoltare le conversazioni attraverso le trasparenti pareti del rammarico e di una disperazione definitiva.” (346)

“Non c’è niente di più banale del pessimismo come concezione filosofica del mondo: naturalmente si tratta di vedere quale profondità metafisica possa raggiungere questo pessimismo.” (372)

“Zypcio a volte pensava al suicidio; tuttavia continuava a vivere semplicemente per curiosità del poi, per tutte le torture terrene che gli avrebbe procurato Iddio [...], per tutto ciò che avrebbe predisposto per lui.” (372)

“La generazione successiva non avrebbe più parlato come parliamo noi; avrebbe parlato, cioè, solo di cose concrete e non si sarebbe insudiciata con l’anima, resa già disgustosa da tutti i cattivi letterati.” (402)

Stanisław Ignacy Witkiewicz, Insaziabilità, traduzione di Giovanna Brogi, Pietro Marchesano, Giovanni Pampiglione, Vera Petrelli, Barbara Wojciechowska, Grandi Libri Garzanti, 1973-1978.
Author: "Stefano B" Tags: "Le parole degli altri"
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Date: Wednesday, 27 Jan 2010 10:11

Vincent river Scritto sull’onda di alcuni gravi episodi di omofobia che diversi anni fa hanno insanguinato Londra, Vincent River di Philip Ridley - in cartellone fino a ieri sera al Teatro Libero di Milano - racconta il dramma di una madre, Anita (Francesca Bianco), che ha perso in questo modo il figlio Vincent e di un ragazzo, David (Michele Maganza), a sua volta vittima - benché non altrettanto cruenta - dell’omofobia interiore.

Il dramma comincia quando la tragedia è già avvenuta e Anita ha appena traslocato in un nuovo appartamento dell’East End londinese, non essendo più in grado di sopportare gli sguardi di sufficienza e di disapprovazione di vicini e conoscenti dopo l’uccisione del figlio alla stazione abbandonata di Shoreditch, “famigerato ritrovo” di omosessuali - come hanno scritto tutti i giornali. David la segue da parecchi giorni, sembra confuso e spaesato, finché una sera lei non lo invita a casa sua e lo costringe a parlare. In una prima versione dei fatti  il ragazzo dichiara di essere colui che ha scoperto il cadavere martoriato di Vincent e di avere spinto la fidanzata Rachel a chiamare la polizia. La verità, però, è un’altra ed esploderà solo verso la fine del dramma.

Tra questi due punti si snoda il dialogo, sempre più fitto e sempre più intimo, tra i due protagonisti che a poco a poco si mettono a nudo l’uno di fronte all’altra, svelando dettagli ed episodi personali, e non di rado dolorosi, della loro vita: i maltrattamenti che David ha subìto sin da piccolo per mano di un padre violento e la lunga malattia della madre, la relazione di Anita con un uomo sposato che, dopo averla messa incinta, l’ha abbandonata al disprezzo di genitori troppo religiosi, la povertà dell’East End londinese. Ma è soprattutto grazie all’intensità e all’espressività di Francesca Bianco che le confessioni di David e Anita suscitano l’emozione e la partecipazione dello spettatore.

Poi, però, la pièce scivola nella prevedibilità. Ovviamente scopriamo che David non ha soltanto scoperto il cadavere di Vincent nei cessi della stazione di Shoreditch, ma che del ragazzo si era innamorato e che in quei bagni ci erano andati per farci sesso. Dopo l’atto sessuale David si allontana e mentre attende che Vincent lo raggiunga assiste all’aggressione: cinque ragazzi si avventano su Vincent e lo massacrano. E quello che è peggio è che David non fa nulla per aiutarlo: paralizzato e incapace persino di urlare, si limita ad aspettare che qualcuno o qualcosa intervenga dall’esterno (una metafora, questa, forse della condizione in cui versano molti gay). Tormentato dai sensi di colpa, ritorna sul luogo del delitto la sera dopo e finge l’improvviso ritrovamento.

E’ veramente difficile - immagino - per un autore dare corpo drammaturgicamente a un evento simile, soprattutto rispondendo a eventi di attualità. Il rischio di fare un’opera “a tesi” e di risultare quindi didascalico è troppo forte. E, purtroppo, Philip Ridley non riesce a sottrarsi a questo rischio. Il secondo problema è che tutta la rievocazione dell’episodio da parte di David è, allo stesso tempo, troppo lucida e troppo verbosa. In queste circostanze sono convinto che “less is more”: dire di meno, ma dirlo con maggiore intensità, sarebbe molto più efficace. Qui, invece, assistiamo a una sorta di “prolasso” verbale che allenta la tensione e che, a tratti, scade lievemente nel kitsch (o ci affonda dentro del tutto, come quando, in preda alla furia rievocativa, David abbraccia e bacia Anita, che in quel momento è diventata per lui la reincarnazione di Vincent). E’ come se un liquido amaro venisse diluito in una quantità eccessiva di acqua che gli fa perdere le proprietà che dovrebbero contraddistinguerlo. Il climax così raggiunto resta, alla fine, irrisolto.
Author: "Stefano B" Tags: "La gaia scienza, Visti, letti, ascoltati"
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Date: Monday, 25 Jan 2010 10:32

Michal witkowski La Polonia sarebbe dunque una specie di Italia meridionale con l’unica differenza che lassù fa più freddo? Questo parrebbe dalla lettura di Lubiewo, il romanzo di Michał Witkowski che, al momento della sua pubblicazione qualche anno fa, ha creato tanto scompiglio in quel paese. L’argomento? Controverso come pochi, soprattutto in un paese profondamente cattolico: l’omosessualità. Perché Lubiewo è il primo romanzo polacco in cui di omosessualità e omosessuali si parla esplicitamente, senza tanti giri di parole, senza sensi di colpa e, soprattutto, raccontando i fatti così come stanno. Non conoscendo il polacco, però, ho dovuto ricorrere a una traduzione e quindi il libro di Witkowski l’ho letto in tedesco (ma esiste anche una versione francese e quella inglese è in arrivo).

Lubiewo è un’operazione di conservazione della memoria di quegli omosessuali polacchi che, fino a pochi anni fa, non avevano voce e le cui vite si svolgevano nell’ombra. Nella prima parte l’autore va a fare visita a due vecchi signori che gli raccontano com’era essere omosessuali al tempo del comunismo. Diversamente da quanto ci si potrebbe aspettare, però, i loro ricordi non sono segnati dall’oppressione, ma da una profonda nostalgia. Ed è qui che s’inserisce il paragone con l’Italia meridionale di alcuni decenni fa: come da noi, anche nella Polonia comunista i gay - che ancora non erano gay - puntavano solo ed esclusivamente gli eterosessuali, i quali erano ai loro occhi i “veri maschi” e, quindi, gli unici degni oggetti del desiderio. Nel testo tedesco si parla in continuazione di “Kerl”, traduzione del polacco “luj”, termine che designa per l’appunto il macho dai lineamenti grezzi, magari con qualche dente rotto, brutale e violento, che non coltiva il benché minimo narcisismo nei confronti del proprio corpo e del proprio aspetto esterno e che usa i “froci” (quelli che in tedesco si definiscono “Tunten”) solo per soddisfare i propri bisogni sessuali più immediati. Come dice uno degli omosessuali protagonisti del libro: “Con un diploma di liceo non è già più un vero maschio”.

Nei racconti di Patrycja e Lukrecja - così chiamano sé stessi, al femminile, i due vecchi omosessuali visitati dall’autore - riemerge un mondo fatto di umiliazioni in mezzo alle quali loro hanno cercato di strappare sempre il piacere. L’ambiente in cui si muovono è quello notturno dei parchi e dei cessi pubblici di Breslavia - alla cui tassonomia e storia Witkowski dedica un capitolo -, delle caserme in cui stazionano i soldati dell’Armata Sovietica - la cui chiusura per loro rappresenta una tragedia -, persino delle carceri. Witkowski descrive con sguardo clinico, eppure pieno di simpatia, questi due primi personaggi che incontra all’inizio del suo romanzo, soffermandosi sulla povertà della loro abitazione e sulle scarse attrattive del loro aspetto (di uno di loro dice che è rotondetto, spelacchiato ma con la forfora e con le unghie nere per la micosi) e della loro storia (uno è un insegnante di tedesco caduto in disgrazia, l’altro si limitava a fare il custode in una “casa della cultura” dove aveva il compito di distribuire... palline da ping-pong agli avventori). Eppure hanno tutti in comune il bisogno di crearsi un mondo fantastico in cui proiettarsi, immaginando di essere creature speciali, come “Jessica”, l’infermiere che si specchia nei vetri sporchi dell’ospedale e, negli anni ottanta, s’immagina di essere Alexis di Dynasty: “Oppure vivevano semplicemente, per abitudine, nel loro mondo immaginario e della realtà non gli importava niente di niente. Non posso fargliene una colpa”.

Nella seconda parte del romanzo, la narrazione esplode in innumerevoli episodi, spesso costruiti intorno a singoli aneddoti, molto spesso di grande comicità anche quando rivelano fallimenti e umiliazioni comunque vissuti con quel senso dell'ironia indispensabile a sopravvivere, e a singoli personaggi, che formano una variopinta galleria, a partire già dai nomi che si attribuiscono: la "Flora del ristorante", la "Urinella della stazione", la "checca igienista"... A coagulare intorno a sé questa molteplicità e questa polifonia è un luogo, la Lubiewo del titolo, per l’appunto, cioè una spiaggia sul Mar Baltico da sempre frequentata dagli omosessuali e che ora diventa il simbolo di un modo “antico” di vivere l’omosessualità o, per riprendere il titolo di un capitolo del libro, il “grande atlante delle checche polacche”. A questi “vecchi froci” si contrappongono i “nuovi gay”, quelli che parlano di uguali diritti e invocano rapporti paritari di coppia, senza subordinazione ai “veri maschi etero”, oppure quelli che curano il loro corpo nei minimi dettagli, dalla depilazione ai piercing. Sulla spiaggia in questione i gay moderni sono soprattutto tedeschi: uno dei personaggi di Lubiewo arriva a dichiarare stizzito che, oramai, in Germania non esistono più “Kerle”, ovvero veri uomini. A questo scontro ideologico e generazionale Witkowski dedica pagine spassose e feroci, per niente politically correct - forse ne tradurrò una, e che san Gerolamo, protettore dei traduttori, abbia pietà di me, poiché tradurre da una traduzione è una cosa che proprio non si dovrebbe fare. A un certo punto una delle “vecchie checche” di Lubiewo sbotta: “E soprattutto non voglio amicizia e intimità. Perché mi ricordano la mamma. Voglio uno che non conosco, che mi tromba come una cagna, mi disprezza, passa come un tornado e mi lascia in uno stato tale che non riesco più nemmeno ad alzarmi per chiudere la porta dietro di lui, una macchia bagnata sul letto devastato...”.

Il romanzo sui generis di Witkowski non ha soltanto un valore documentaristico, ma - almeno a giudicare dalla traduzione tedesca - ha anche la capacità di resuscitare uomini che erano stati prima inghiottiti dalla storia recente e poi spinti ai margini dalla contemporaneità. E lo fa con notevole verve linguistica e con una grande attenzione alle idiosincrasie    e alle voci individuali. La stessa frammentarietà della struttura narrativa, che ha più il carattere di una rapsodia che non di un vero e proprio romanzo con una trama, è perfettamente adeguato a rappresentare le esistenze dei personaggi che affollano Lubiewo sottolineandone la precarietà e l’assenza di quel disegno complessivo che contraddistinguerebbe le vite delle “persone normali”. A queste vite esplose in mille schegge Michał Witkwoski erige, con il suo Lubiewo, un monumento pieno di affetto e partecipazione umana.
Author: "Stefano B" Tags: "La gaia scienza, Visti, letti, ascoltati"
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Date: Sunday, 24 Jan 2010 10:05

Da quanto mi raccontano amici e conoscenti che coltivano l'astinenza sessuale, che sia volontaria o frutto delle circostanze, l'abitudine a non fare sesso finisce, a poco a poco, per smorzare il desiderio residuo. Insomma, meno lo si fa, meno lo si farebbe e più passa la voglia. Per raggiungere una sorta di atarassia sessuale bisognerebbe dunque compiere uno sforzo iniziale, ma poi il resto viene da sé. (Qualcuno potrebbe obiettare: ma perché un simile stato dovrebbe poi essere auspicabile? Risposta ovvia e pedestre: perché se non si ha una relazione stabile è faticoso cercare, di volta in volta, qualcuno con cui fare sesso. Anzi, c'è un dispendio di energie maggiore nella ricerca che non nell'espletamento dell'atto vero e proprio). Comunque mi sono accorto che questo discorso funziona anche per il vegetarianesimo. Man mano che ci si abitua a non cibarsi più di carne scompare anche il desiderio di mangiarne, come se nemmeno si possedessero più i ricettori per gustare quel genere di sapore. Infatti a me ora pare persino strano che qualcuno non trovi nulla di insolito (o di sconveniente) nell'ingurgitare cadaveri di animali morti.

Dopo queste premesse mi chiedo però se ci sia del merito in tutto ciò. Probabilmente non ce n'è nel mio essere vegetariano, malgrado questa sia una delle cose di cui sono più orgoglioso - se ha un senso usare un aggettivo tanto roboante al riguardo - in una vita della quale sono ben poco fiero. Non ce n'è perché il mio vegetarianesimo corrisponde, tutto sommato, a un'indole pre-esistente. Anche quando mangiavo carne, anni e anni fa, ne mangiavo poca e la sceglievo il più trasfigurata possibile: non doveva né ricordarmi l'animale da cui proveniva, perché avvertivo che c'era qualcosa di sconcio nel masticare esseri che io confusamente sentivo simili a me, né doveva provenire da animali strani (e strano, ai miei occhi, era anche un coniglio). Ecco, allo stesso modo mi domando se per certi amici e conoscenti l'astinenza sessuale non sia il risultato di un'inclinazione naturale che non richiede particolari sforzi, se non quello di assecondare del tutto ciò che già c'è dentro di loro. Probabilmente a loro costerebbe una grande fatica abbandonare la sarcofagia, la stessa grande fatica che a me costerebbe abbandonare del tutto il sesso.

(Chiudo con un'osservazione accessoria, ma che serve a riannodare i due argomenti: non è vero - almeno non per me - che il vegetarianesimo renda più tranquilli e posati e non è nemmeno vero che spenga gli ardori sessuali.)

Author: "Stefano B" Tags: "Due giri intorno al mio ombelico"
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Date: Saturday, 23 Jan 2010 15:09

MALATTIA Ambientato in un paesino di una provincia sperduta e non meglio identificata, La malattia della famiglia M di Fausto Paravidino racconta le vicende di una famiglia italiana composta da un padre malato (Nicola Pannelli) - di una malattia imprecisata - accudito da una figlia, Marta (Iris Fusetti), troppo premurosa per non far nascere il sospetto che voglia soprattutto lenire i suoi sensi di colpa, e circondato da due altri figli - Gianni (Fausto Paravidino) e Maria (Emanuela Galliussi) - che, in un modo o nell’altro, sembrano non prendere la vita troppo sul serio: il primo è un eterno fanciullo per cui tutto è un gioco, la seconda coltiva amori multipli ma tutti con lo stesso distacco. La madre è morta, ma la sua assenza grava su di loro ancor più che se fosse presente. La malattia, però, non è solo quella del padre, ma è anche, metaforicamente, il disagio che in diverse forme colpisce tutti i personaggi, chiusi nella loro incapacità di comunicare tra di loro se non attraverso formule stereotipate - come per esempio il ricorrente dichiarare l’un l’altro di “volersi bene”, che in certi momenti dà origine a scambi di battute quasi ioneschiani - e di chiarire ai loro stessi occhi la situazione in cui si trovano. Accanto alla famiglia M si muovono altri personaggi: Fulvio (Pio Stellaccio), il fidanzato ufficiale di Maria, e Fabrizio (Jacopo-Maria Bicocchi), l’amico di Fulvio che però vuole soffiargli la fidanzata.

La narrazione viene messa in moto dal racconto di un ulteriore personaggio, che funge da osservatore esterno. E’ il “medico condotto” del paese, il dottor Cristoffolini (Paolo Pierobon), che appare per primo in scena e lancia la storia, a ritroso, come se fosse una palla destinata poi a rotolare da sé. Questo sguardo esterno non serve solo da cornice per contenere la materia narrativa ma rivela in un certo senso la fiducia del medico nella funzione terapeutica della parola. Lui stesso non ha certezze sulla cura delle varie “malattie”, reali o immaginarie, dei suoi pazienti, ma sa che lasciandoli parlare ha già somministrato una forma di cura.

La malattia della famiglia M ha molti pregi. Innanzitutto la trama: la storia c’è ed è ben tessuta. Verso la fine temevo che l’autore non riuscisse a riannodare i fili e che la materia narrativa si disperdesse un po’ e invece non è stato così. Poi c’è un perfetto equilibrio tra l’elemento drammatico e quello comico. Quest’ultimo è introdotto soprattutto dai due “fidanzati” di Maria, Fulvio e Fabrizio, che traghettano nella pièce degli elementi farseschi, da commedia degli equivoci alla Feydeau. Ma, del resto, non era già Shakespeare che inseriva episodi grotteschi anche nelle sue tragedie? Paravidino, quindi, non fa che obbedire a una antica tradizione drammaturgica. A loro volta, però, questi elementi non pregiudicano la sostanziale serietà e drammaticità della linea narrativa: qualcuno potrebbe pensare che una pièce sul disagio e sull’incomunicabilità in famiglia - e in provincia, per di più - sia un’insostenibile palla al piede. Non è così, perché Paravidino possiede un invidiabile senso dei tempi narrativi e delle battute, che scoccano sempre rapide come frecce e sembrano fluire con la naturalezza del parlato quotidiano. La stessa costruzione della pièce, oltre che la complessità da romanzo in cui s’incastonano diversi episodi, riprende anche certe tecniche tipiche del cinema. Non soltanto il flashback incorniciato nella rievocazione del medico, ma anche, per esempio, la rappresentazione al rallentatore della scazzottata tra i due rivali in amore, Fulvio e Fabrizio.

L’elemento tragico, invece, è sottolineato sia dall’ambientazione invernale, quasi cechoviana, in cui predominano il buio, la pioggia e la neve, che da certe premonizioni disseminate all’interno della pièce. Penso soprattutto a quando Gianni chiede a Marta di raccontargli di nuovo quella “storia” in tedesco, che si conclude con “In seinen Armen das Kind war tot” (“Tra le sue braccia il bambino era morto”) e che altri non è che “Der Erlkoenig” di Goethe, in cui il fanciullo, sentendosi braccato e minacciato da un misterioso “re degli elfi”, chiede al padre di cavalcare più veloce per portarlo a casa, sano e salvo. Questa sorta di minaccia oscura, che annuncia la morte e alla fine ha la meglio del protagonista, non adombra forse anche la “malattia” di cui soffre tutta la famiglia M?

Ottimi, infine, tutti gli attori, nessuno escluso. Per chi fosse interessato, La malattia della famiglia M è in cartellone al Teatro Litta di Milano fino al 31 gennaio.
Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Friday, 22 Jan 2010 10:11

A volte mi domando se parliamo la stessa lingua. Il punto di partenza di Why terrorism works di Alan Dershowitz è che ci sono degli atti terroristici - e questo mi pare non si possa negare. Come facciamo a contrastare e combattere il terrorismo? Come facciamo a difenderci (a meno che qualcuno tra voi sia persuaso che in quanto occidentali dobbiamo accettare il ruolo di "colpevoli per definizione": ormai comincio a sospettarlo)? Di questo si occupa il saggio di Dershowitz, che - studiando le risposte del passato - ha notato che spesso il terrorismo è stato "incentivato" invece che disincentivato (e punito). Un modo per disincentivarlo è, semplicemente, di non dare priorità alle cause che i terroristi dicono di difendere (giuste o non giuste che siano). Incidentalmente, qui il paragone con la situazione post-terremoto di Haiti è completamente fuori luogo: casomai potrei controbattere che questa è appunto la dimostrazione che il terrorismo ha dato i suoi frutti a chi l'ha praticato, visto che chi invece, soffrendo per situazioni anche più gravi, non ha avuto nessun miglioramento o nessuna "pubblicità".

In che modo ha pagato? Non di certo perché "si è ceduto a ricatti contingenti" - come dice Vito. Io ho tradotto parte delle pagine dalla 24 alla 29 del libro di Dershowitz: su un libro di oltre 200 pagine dovrebbe venire il sospetto che si tratta solo di un'introduzione e che poi l'argomento viene più ampiamente sviluppato. Per esempio, in uno dei capitoli successivi Dershowitz fa l'elenco, impressionante, degli atti terroristici compiuti già negli anni settanta e ottanta dai palestinesi, sempre contro civili inermi (non soltanto cittadini israeliani ma anche cittadini ebrei di tutto il mondo, solo per il fatto di essere ebrei) e sempre in paesi all'interno dei quali sapevano di rischiare poco o addirittura di guadagnare in termini di popolarità. Ebbene: i paesi in cui tali atti sono stati compiuti non hanno mai incarcerato a lungo i responsabili, ma hanno costantemente ceduto alle loro richieste, offrendo loro anche l'occasione di una grande cassa di risonanza mediatica mondiale. Altro che ricatti contingenti: si è trattato di una strategia pianificata e studiata e messa in atto con grande consapevolezza, per stessa ammissione dei responsabili. (Interessante, per esempio, tra quellil citati da Dershowitz la rievocazione del caso dell'Achille Lauro e dell'uccisione, da parte di terroristi palestinesi, di un americano ebreo in carrozzella: quando l'Italia avrebbe potuto aiutare gli Usa a estradare i responsabili, ha scelto invece di lasciarli andare. Questo è, per inciso, un altro dei "meriti" da ascrivere al gigante politico a cui in questi giorni vorrebbero dedicare una strada a Milano). Per di più hanno ottenuto un seggio da osservatore permanente all'Onu, al loro "capo" è addirittura stato assegnato il premio Nobel per... la pace! Senza contare che sono gli unici ad avere un'agenzia ad hoc per i loro "profughi" che movimenta una quantità ingente di denaro (dove poi realmente finisca questo denaro è tutta un'altra faccenda). Se si continua a "premiare" il terrorismo in questo modo, perché i terroristi non dovrebbero alzare la posta delle loro richieste e, soprattutto, perché questo non potrebbe essere l'incentivo perché anche altri vi facciano ricorso - altri che finora non l'hanno fatto? In questo senso serve un'inversione di rotta, da un punto di vista delle politiche mondiali: far salire in cima le legittime richieste di chi non fa ricorso al terrorismo e ignorare quelle di chi invece vi fa ricorso.

Vi fa paura il termine "militare"? Ma se leggeste tutto il saggio capireste che, è vero, Dershowitz non esclude il ricorso alla forza militare, ma non dice nemmeno che debba essere l'unico mezzo, né il mezzo prevalente, per combattere il terrorismo. Diversi sono i tipi di terrorismo e diversi sono i modi per disincentivarlo (per esempio: il terrorismo "apocalittico", quello di Al-Qaeda tanto per intenderci, di matrice religiosa islamica, è difficile da disincentivare con la minaccia della morte, visto che per loro il martirio è motivo di onore). C'è un capitolo dedicato ai mezzi che uno stato autocratico potrebbe usare per reprimere il terrorismo e quelli che invece può (e deve) usare uno stato democratico perché non si perda - come scrive Dershowitz, che è e resta comunque un liberal, ma non ottuso - "the feel of freedom" e vengano mantenuti e rispettati i princìpi dello stato di diritto, anche se questo significa combattere il terrorismo "con una mano legata dietro alla schiena".

Sostenere infine che Dershowitz voglia solo "autopromuoversi" non vuol dire nulla. Dove starebbe lo scandalo? Se qualcuno scrive cose vere e fornisce argomentazioni convincenti e motivate, a me pare assolutamente irrilevante se ne trae vantaggio anche come professionista - anche se in questo caso specifico dubito che qualcuno corra a farsi difendere da Dershowitz. Da parte mia mi limito a consigliarvi di leggere meno Chomsky e più Dershowitz.

Author: "Stefano B" Tags: "Incursioni nella polis, Visti, letti, as..."
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Date: Thursday, 21 Jan 2010 10:32

Country teacher Petr (Pavel Liska), un giovane professore di scienze timido e impacciato, arriva in un paesino di campagna. Ha lasciato il liceo di Praga, dove insegna anche la madre, per motivi che non vuole rivelare. Nella sua nuova scuola riesce subito a stabilire un buon rapporto con gli allievi. Malgrado il suo modo di fare schivo e silenzioso stringe anche amicizia con la vedova Marie (Zuzana Bydzovska), che ha una fattoria e un figlio diciassettenne (Ladislav Sedivy). Quest'ultimo è innamorato di una ragazza di città che passa i fine settimana dalla nonna: lei è studiosa e sofisticata, mentre lui va male a scuola e si sente inadeguato e incapace. Marie chiede a Petr di aiutarlo a studiare per superare gli esami. A poco a poco Petr s'innamora del ragazzo, finché una notte, dopo che entrambi hanno alzato il gomito, lo ospita in casa sua e, non resistendo alla tentazione, infila una mano sotto le coperte e comincia ad accarezzarlo. Il ragazzo si sveglia di soprassalto e la sua reazione è prevedibile. Da quel momento le cose precipitano, ma l'epilogo è felice.

Questa - per sommissimi capi - è la trama di Venkovsky Ucitel (The Country Teacher), del ceco Bohdan Slama, presentato l'anno scorso al Festival del cinema gaylesbico di Milano, ma che io, fino a qualche giorno fa, non avevo ancora visto. A me pare un film riuscito, i cui personaggi sono dipinti a tutto tondo, con notevole realismo psicologico. Il dramma del protagonista si dispiega progressivamente, con lentezza, e solo dopo un accumularsi di eventi e di dettagli, cosicché quando avviene l'infelice episodio notturno, non risulta estraneo alla psicologia del personaggio. Il rapporto tormentato che ha con la sua omosessualità e che lo ha spinto ad abbandonare la grande città, piena di tentazioni, e l'ex-fidanzato (Marek Daniel) molto più estroverso, nella speranza di lasciarsi alle spalle una parte irrisolta di sé, è una faccenda molto più individuale che sociale. Come tutti gli introversi, Petr proietta all'esterno le sue paure e le sue ansie. C'è per esempio la scena sobriamente divertente in cui Petr dichiara alla madre di essere omosessuale - e lo fa senza usare tante perifrasi: "Sono omosessuale", dice. La madre si preoccupa di quello che dirà il marito, ma Petr le spiega che il padre già lo sa e non ha fatto storie. Allora, senza fare tanti drammi, la madre gli chiede se ha un fidanzato, "perché è brutto stare da soli". Evidentemente la società ha già accettato quello che, invece, continua ad angosciare il protagonista.

Come sempre, dopo aver guardato un film, vado a consultare The Internet Movie Database. Non lo faccio prima per non farmi influenzare, ma quando ormai mi sono formato un'opinione m'incuriosisce soprattutto leggere quello che ne scrivono altri spettatori, spesso con gusti e conoscenze ben più raffinati dei miei. Questa volta, tra i vari commenti, ne ho trovato uno che mi serve da spunto per una considerazione più generale che esula un po' dal film in questione. Secondo uno spettatore londinese, questo film sarebbe imperdonabile perché riporta l'orologio agli anni cinquanta-sessanta quando al cinema tutti i gay erano tormentati e l'unico ruolo possibile era quello delle vittime. Per questo motivo, Venkovsky Ucitel sarebbe viziato da un'intrinseca omofobia - anzi, lo spettatore accusa il regista esplicitamente di essere "omofobo". A me pare invece che un'opera d'arte dovrebbe esprimere la realtà o il percorso di un soggetto (o di un gruppo di soggetti) e farlo nella maniera il più possibile autentica, ma sempre dal punto di vista del soggetto. Questa autenticità poi, nei casi migliori, trova risonanza nei fruitori dell'opera stessa. Quello che non deve fare è applicare meccanicamente un' "agenda politica", qualunque essa sia. In questo caso specifico, Petr è tormentato, perché questa è la sua parabola individuale e il regista, giustamente, la racconta con grande sensibilità. Pretendere che la rappresentazione dei gay sia solo "positiva" - come se non esistessero le eccezioni -, oltretutto accusando di omofobia ogni deviazione da questo precetto estetico, significa in pratica voler fare del "realismo frocialista": descrivere la realtà non per quello che è, ma per quello che vorremo che fosse.

Author: "Stefano B" Tags: "La gaia scienza, Visti, letti, ascoltati"
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Date: Tuesday, 19 Jan 2010 20:11
Il mantra attuale di coloro che si oppongono a una risposta militare al terrorismo è la supplica a comprendere ed eliminare le cause alla radice del terrorismo. Sono parecchie le ragioni per cui questo è esattamente il metodo sbagliato.

La ragione per cui il terrorismo funziona - e continuerà a farlo a meno che non vi siano cambiamenti significativi nel modo di reagire - è precisamente perché gli esecutori credono che ammazzando dei civili innocenti riusciranno ad attirare l’attenzione del mondo  su quelle che ritengono le loro rivendicazioni, pretendendo che il mondo li “comprenda” ed “elimini le cause alla radice”. Sottomettersi a questa pretesa equivale a inviare il seguente messaggio controproducente a chi avanza tali rivendicazioni: se ricorrete al terrorismo, ci sforzeremo di comprendere le vostre rivendicazioni e risponderemo più di quanto avremmo fatto se aveste impiegato metodi meno violenti.

[...]

Con il terrorismo dobbiamo usare proprio il metodo opposto. Dobbiamo impegnarci a non cercare mai di comprendere o eliminare le cause dichiarate alla radice, ma respingerlo invece al di là dei limiti del dialogo e dei negoziati. Il nostro messaggio deve essere questo: anche se avete delle rimostranze legittime, se ricorrete al terrorismo come mezzo per eliminarle noi ci limiteremo a non ascoltarvi, non cercheremo di comprendervi e sicuramente non cambieremo nessuna delle nostre politiche nei vostri confronti. Invece vi daremo la caccia e distruggeremo la vostra capacità di usare il terrore. Qualsiasi altro metodo incoraggerà l’uso del terrorismo come mezzo per raggiungere degli scopi - siano questi scopi legittimi, illegittimi o una via di mezzo tra i due.

Non c’è nemmeno un’unica radice sostanziale di tutto il terrorismo - o anche solo della maggior parte di esso. Se ci fosse - se, per esempio, la povertà fosse la causa alla radice di tutto il terrorismo -, allora aggiustando questo problema potremmo affrontare la causa alla radice di gruppi terroristici specifici senza incoraggiarne altri. Ma la realtà è che le “cause alla radice” del terrorismo sono varie quanto la natura umana. Ogni singola “causa alla radice” legata al terrorismo esiste da secoli e la grande maggioranza dei gruppi con cause equivalenti o più urgenti - e con una povertà maggiore e condizioni ancor più sfavorevoli - non ha mai fatto ricorso al terrorismo. Non c’è mai stata una correlazione diretta, per non parlare di causa, tra i gradi di ingiustizia patiti da un certo gruppo e la volontà di quel gruppo nel ricorrere al terrorismo. La ricerca di “cause alla radice” sa più di giustificazione politica posteriore ai fatti che non di indagine scientifica induttiva. 

[...]

Può essere anche vero che la disperazione renda più disponibili alcuni individui a diventare attentatori suicidi, ma è il successo di questa tattica che incentiva coloro che reclutano e mandano gli attentatori suicidi nelle loro missioni letali. E’ essenziale distinguere tra le motivazioni degli attentatori e quelle dei leader che decidono di impiegare la tecnica del terrorismo per raggiungere obiettivi politici e diplomatici. Da questa realtà consegue che un atto di terrorismo non deve mai diventare l’occasione per affrontare la causa sostanziale alla radice del terrorismo. Il messaggio inequivocabile ai terroristi dev’essere che l’unica risposta agli atti di terrorismo sarà di accertarsi che non abbiano mai successo, di infliggere punizioni severe ai terroristi e impedirne atti terroristici futuri rendendoli incapaci di farlo e intraprendendo efficaci misure preventive e proattive. [...] Questo è l’unico modo per mandare il messaggio che nessuna causa e nessun obiettivo giustificano il ricorso ai mezzi inaccettabili del terrorismo. Se ci allontaniamo da questo principio diventiamo complici nell’incoraggiare ulteriormente il terrorismo.

Questo metodo duro nei confronti del terrorismo non significa che le cause alla radice non debbano mai essere affrontate. Se la causa è giusta, deve essere presa in considerazione - nel suo ordine di giustizia in rapporto ad altre cause, tolta la pena che dev’esservi imposta per aver fatto ricorso al terrorismo. [...] Ci sono molte cause giuste nel mondo. Quelle che invocano il terrorismo o vi fanno ricorso devono essere messe in fondo, e non in cima, alla lista delle cause giuste che meritano la considerazione della comunità internazionale. Questo è particolarmente vero se i terroristi rappresentano la causa, più che restarne ai margini.

[...]

Sembrerebbe un principio ovvio e semplice quando si affronta il terrorismo (e quando si affrontano altri crimini). Invece [...] la comunità internazionale ha risposto esattamente nel modo opposto. Generalmente il terrorismo ha fatto avanzare - e non retrocedere - la propria causa. E continua a essere così, persino dopo l’11 settembre. Quanto più orribile è la natura del terrorismo, tanto maggiore è stato l’avanzamento. I terroristi - e specialmente i loro leader - sono stati più onorati che puniti. Anzi, almeno tre leader hanno vinto il premio Nobel per la Pace. Qualcuno ha ricevuto lauree ad honorem dalle università. Molti sono diventati capi di stato. Qualcuno è stato accolto dai leader religiosi. Il messaggio è stato chiaro: se ritenete che la vostra causa sia sufficientemente giusta da ricorrere al terrorismo, allora dovete avere ragione. La stessa decisione di ricorrere al terrorismo è vista come una conferma della giustezza della causa. Quanto più orribile la natura del vostro terrorismo, tanto più giusta dev’essere la vostra causa. Il terrorismo consente alla propria causa di scavalcarne altre altrettanto giuste, se non di più, i cui difensori non hanno fatto ricorso al terrorismo. Non c’è da stupirsi, quindi, che alcuni gruppi con delle rivendicazioni lo usino come prima risorsa, e non come ultima.

Alan Dershowitz, Why Terrorism Works. Understanding the Threat, Responding to the Challenge (Perché il terrorismo funziona. Comprendere la minaccia, reagire alla sfida), pagg. 24-29. Da leggere magari tenendo presente questa notizia.
Author: "Stefano B" Tags: "Incursioni nella polis, Le parole degli ..."
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Date: Monday, 18 Jan 2010 12:51

Mi auguro che non sia vero quello che la saggezza popolare dice a proposito dei sogni, cioè che nella realtà si avvera l'esatto contrario di ciò che si è sognato. Così se sogniamo che muore qualcuno, in realtà gli allungheremmo la vita. Stanotte, infatti, ho sognato distintamente che prendevo un aereo di Alitalia per andare da qualche parte (forse a Berlino, ma non ne sono certo) e che il mio volo arrivava puntualissimo a destinazione. Il punto è che tra qualche settimana prenderò davvero un volo Alitalia: Dopo tante esitazioni - e dopo un "embargo" durato sei anni - mi ha convinto la tariffa più conveniente... Speriamo che la saggezza popolare sbagli e che il mio sia un banale caso di sogno premonitore.

Author: "Stefano B" Tags: "Due giri intorno al mio ombelico"
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Date: Monday, 18 Jan 2010 11:05

A_Single_Man Sabato sera io e lui siamo andati a vedere A single man, l'opera prima da regista di Tom Ford. A quanto pare, tutti i froci di Milano hanno fatto la stessa cosa. Il film io lo aspettavo perché tanti anni fa - sedici o diciassette, per la precisione - avevo letto il romanzo di Christopher Isherwood, un autore che all'epoca bazzicavo e amavo molto. E' passato talmente tanto tempo che di quel libro ricordo solo la trama per sommi capi, mentre ne ho dimenticato i dettagli, e oggi non saprei dire quanto il film di Ford sia fedele al suo spirito e quanto invece lo abbia tradito. Leggere nei titoli di coda il nome di Don Bachardy - il vedovo di Isherwood -, che ha fornito la sua consulenza, mi ha fatto pensare però che si trattasse anche di una sorta di "imprimatur" ufficiale.

Adesso scriverò quella che per molti spettatori risulterà una bestemmia, dopo le drastiche stroncature scritte da alcuni miei contatti su Facebook: tutto sommato ho apprezzato A single man, scontando alcuni difetti piuttosto evidenti ma che alla fine potrebbero anche essere funzionali alla vicenda narrata. E' indubbiamente un film molto curato e, forse, troppo "leccato", un film che patisce un'eleganza tanto ricercata da sfociare in un estetismo apparentemente fine a sé stesso. La bellezza delle immagini si traduce in una certa algidità che però esprime bene la situazione psicologica in cui si trova George Falconer (Colin Firth), il protagonista, dopo la morte del compagno Jim (Matthew Goode). Sedici anni di relazione e di convivenza - oltretutto nel 1962, un'epoca in cui anche negli Stati Uniti essere gay significava essere "invisibili", come viene sottolineato a più riprese nel film - non trascorrono senza lasciare traccia, soprattutto se il rapporto è ancora vivo e forte, come è il caso di George e Jim. Quando muore Jim, George resta intrappolato in un dolore che lo isola dal resto del mondo. E' una sofferenza quasi solipsistica, che lo anestetizza verso ciò che lo circonda: a questo punto la freddezza delle immagini diventa quasi il correlato oggettivo del suo stato interiore. Anche le riprese al rallentatore o lo zoom su dettagli avulsi dalla totalità - le labbra della segretaria che gli parla all'università, i muscoli dei tennisti - servono a evidenziare il suo scollamento dalla realtà.

Quello che invece non funziona - o funziona poco - è il cast, con l'eccezione di Colin Firth. Si ha infatti la netta sensazione che gli attori siano stati pescati dalla passerella di una sfilata di moda: sono tutti troppo belli e troppo perfetti, o comunque corrispondono tutti a un'estetica da servizio di moda - addirittura il ruolo di Carlos, lo spagnolo che George incontra fuori da un negozio, è davvero interpretato da un modello di Tom Ford, tale Jon Kortajarena. Questa scelta intacca un po' la credibilità dell'intreccio. Penso in particolare a quando Kenny (Nicholas Hoult), uno studente di George, cerca di "sedurre" il professore: troppa grazia, verrebbe da dire, perché Kenny non è soltanto un all-American boy biondo e carino, ma è pure molto sensibile, attento e si sente tanto, ma tanto, solo. Perché non scegliere invece un attore mediamente carino ma sensibile, qualcuno di più probabile nel ruolo del ragazzo gay che avverte su di sé la pressione alla conformità e il senso di isolamento (e di invisibilità) che ne consegue?

Una nota, infine, sulla mia ingenuità. Quando eravamo al cinema - il Colosseo, per l'ultimo spettacolo di sabato sera -, in una sala stracolma, mi sono accorto che gran parte degli spettatori erano gay. Mi è sembrata una cosa ovvia, perché non soltanto il film è a tematica gay, ma il tema è serio e importante: un uomo che si vede negare il lutto perché la sua relazione è considerata un succedaneo dell' "amore vero" (cioè eterosessuale), la solitudine di chi si ritrova a invecchiare dopo la fine di un legame durato sedici anni e via discorrendo. Solo la mattina dopo, svegliandomi, ho avuto una folgorazione. Probabilmente - poiché siamo a Milano - gran parte del pubblico era lì solo perché il film è di Tom Ford e non so quanti sapevano che è tratto da un romanzo di Christopher Isherwood e, soprattutto, se sapevano chi è Isherwood o, magari, avevano letto qualcosa di suo. Qualcuno mi ha fatto notare che quello che per me è semplicemente uno stilista - un nome come un altro, uno dei tanti - che ha fatto un film, per i gay fashionisti di Milano è una vera e propria icona, se non un dio. Se il regista fosse stato un altro, forse la sala sarebbe rimasta mezza vuota.

Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Saturday, 16 Jan 2010 19:21

Sous-le-sable Il bello di Sous le sable (Sotto la sabbia), film di François Ozon arrivato sugli schermi nel 2000, è di andare ostentatamente contro la corrente di molte idées reçues. Sull'amore e sulla follia, innanzitutto. Non intendo scendere nei dettagli del film, ma mi limito a un paio di osservazioni.

Per quanto riguarda l'amore, siamo abituati a vedere al cinema storie di tradimenti, infedeltà e amori matrimoniali andati male, rapporti che s'irrancidiscono con il passare del tempo, dando origine a una serie di astiosità e ripicche che ci vengono poi ammannite in pastoni autorefenziali e ombelicali. La coppia di Sous le sable è diversa: dopo venticinque anni di matrimonio, tra Marie (Charlotte Rampling) e Jean (Bruno Cremer) i rapporti sono ancora affettuosi, improntati a una tenerezza e a un'attenzione che fanno pensare che le cose non necessariamente finiscono sempre male.

La follia, invece, è quella in cui lentamente scivola la protagonista, dopo la scomparsa del marito, annegato - forse suicidatosi - in mare durante le ultime vacanze della coppia. Marie non accetta la tragedia e continua a comportarsi come se Jean fosse ancora vivo: lo vede accanto a sé, parla di lui al presente e, anche all'ultimo momento, quando sta per prendere coscienza della realtà dei fatti e deve riconoscere il cadavere del marito, preferisce negare tutto, a sé stessa per prima. Charlotte Rampling è particolarmente abile nell'interpretare questa donna sconvolta: il suo turbamento psichico è rappresentato in maniera molto sobria e misurata. E, soprattutto, vengono evitati tutti i cliché del genere. Non ho specifiche conoscenze di psichiatria, ma ho la sensazione che certi disturbi psichici si manifestino proprio così. E' come se Marie fosse sdoppiata e in lei convivessero, nello stesso tempo, due anime: una che si è adattata alla realtà e che "sa" della morte del marito, un'altra che invece continua a rifiutarla e a rifugiarsi in una fantasia sostitutiva. E queste due metà scisse si muovono in parallelo, senza dialogare né integrarsi. Ed è, soprattutto, una follia che le permette di continuare a "funzionare" nella società e a svolgere il suo ruolo di docente d'inglese all'università.

Malgrado l'argomento certamente non allegro, Sous le sable è un film più malinconico che triste. Non deprime lo spettatore, ma lo immerge, sin dall'inizio, in un'atmosfera di inquieto stupore, catturandone l'attenzione senza ricorrere a colpi di scena o a effetti speciali. Nel suo svolgimento piano, tutto è affidato all'intensa semplicità della storia e alla bravura degli attori, Charlotte Rampling su tutti. Di tutti i film di François Ozon che ho visto finora è, a mio giudizio, uno di quelli più riusciti.

Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Saturday, 16 Jan 2010 14:00

Sgalambro Quando, oltre vent'anni fa, Manlio Sgalambro pubblicò il suo primo saggio per Adelphi, La morte del sole - un testo arduo ma in cui, paradossalmente, rilucevano qui e là schegge davvero folgoranti -, di lui non si sapeva quasi nulla. Il mistero l'ha sempre circondato un po'. Io seppi della sua esistenza leggendo una recensione di Anatol, sull'Espresso, quando uscì in libreria. A poco a poco presi in prestito i suoi libri - tre o quattro, ai tempi - dalla biblioteca di Varese. La collaborazione con Franco Battiato era ancora di là da venire, così come la celebrità che gli avrebbe fruttato. Il mistero, però, è sempre rimasto, soprattutto riguardo al suo passato e alla sua formazione: mi sono sempre chiesto chi fosse questo personaggio, sbucato dal nulla. Su Tuttolibri uscito con La Stampa di oggi c'è una lunga intervista con Manlio Sgalambro, parte dell'appuntamento settimanale intitolato "Diario di lettura", e finalmente parte della mia curiosità viene soddisfatta. Formazione, letture, aneddoti, curiosità. Per esempio: "Facevo tesi per gli studenti di filosofia e non solo. Mi informavo prima degli orientamenti del prof che aveva commissionato il lavoro, se era cattolico, marxista ecc. E scrivevo seguendo il fil rouge del gradimento politico-culturale" - praticamente come "la bruttina stagionata" di Carmen Covito, in versione maschile e siciliana! E poi altri dettagli insospettabili e sorprendenti, come i suoi cinque figli, quando per un pessimista totale sarebbe più ovvio non "fare crescere niente su questa terra", l'insegnamento nelle scuole private - senza aver mai conseguito una laurea - e, infine, l'incontro con Battiato, l'uomo "che permetterà a Sgalambro di coltivare passioni, amori, odi, solitudini". Un'intervista da leggere.

Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Friday, 15 Jan 2010 17:55

Soul_kitchen_in cucina Ambientata ad Amburgo, Soul Kitchen è la prima commedia cinematografica del regista tedesco di origine turca Fatih Akin, ma non è niente di nuovo. Assolve piuttosto bene il suo compito, ma uscendo dal cinema ieri sera ho avuto la sensazione che non ci sia altro da dire al riguardo e che tra qualche giorno l'avrò già dimenticata. Forse è sbagliato pretendere molto di più da una commedia, ma certo è che spesso ho avuto la sensazione del già visto e del già sentito.

La storia ruota tutta attorno al giovane greco Zinos Kazantsakis (Adam Bousdoukos) e al suo ristorante, in un capannone industriale dismesso, che a poco a poco si trasforma da bettola di second'ordine in locale alla moda grazie a un nuovo chef, attirando su di sé le attenzioni di Thomas Neumann (Wotan Wilke Moehring), un ex compagno di scuola di Zinos che fa di tutto - nel lecito e nell'illecito - per appropriarsene. Su questa linea narrativa centrale si inseriscono le vicende degli altri personaggi: il fratello di Zinos, Ilias (Moritz Bleibtreu), ladruncolo con il vizio del gioco che entra ed esce di galera; la fidanzata tedesca di Zinos Nadine (Pheline Roggan), bionda, pallida ed esile, che si trasferisce a Shanghai per lavorare e lo accusa di non essere abbastanza innamorato di lei da seguirla.

Da questa combinazione nascono una serie di scenette e trovate che alcune volte funzionano, ma altre volte sono piuttosto scontate. Tanto per fare due esempi di queste ultime, penso alla scena del funerale della nonna di Nadine, con l'irruzione inattesa di Zinos che, nel parapiglia generale, fa cadere nella fossa la bara, scoperchiandola. Oppure a quella della festa al ristorante di Zinos in cui, grazie a una grattugiata troppo abbondante di corteccia afrodisiaca, tutti cominciano a copulare selvaggiamente, compresa l'altrimenti rigida agente dell'ufficio imposte, signora Schuster. Più spiritoso mi è parso invece lo sketch della visita di uno Zinos sempre più sofferente di mal di schiena al praticone turco che gli consiglia la sua fisioterapista e che ha l'evocativo nome di "Kemal lo spaccaossa".

Non sono solo le situazioni a essere spesso un po' ovvie e "facili", ma anche gran parte dei personaggi soffrono a volte di eccessiva stereotipizzazione. Sembrano tagliati un po' con l'accetta e si comportano come è prevedibile che facciano i modelli a cui sono ispirati. Allora Thomas è il cattivone senza scrupoli e senza pietà; Ilias è il ladro che, in fondo in fondo, è di buon cuore; Nadine è la ragazza smorfiosa e viziata che rimprovera il fidanzato ma che poi, alla prima occasione, lo tradisce e lo abbandona; Shayn è il cuoco tutto genio e sregolatezza. Bello è il cameo di Udo Kier: non occorre che faccia o dica nulla di particolare per rendere odioso il suo personaggio, un imprenditore che dovrà sviluppare l'area dove si trova il ristorante dopo che è stata "rilevata" da Thomas. Basta guardarlo in volto e si avverte già un'immediata antipatia nei suoi confronti.

Se gli ingredienti sono abbastanza scontati, il regista riesce però a combinarli in modo da creare un prodotto finale che, pur non schiudendo nuovi orizzonti, risulta gradevole al palato. E, se non altro, un pregio Soul Kitchen ce l'ha: non è l'ennesimo film che coglie spunti di comicità dal solito scontro tra civiltà - al pari di certi film britannici come, per esempio, East is East o Bend it like Beckham -, in cui i conflitti si compongono e il "cattivo" non è mai così cattivo come sembrava. Qui la mescolanza - e l'integrazione, nei pregi e nei difetti dei vari personaggi - è già data per scontata e la storia può procedere oltre.

Author: "Stefano B" Tags: "Germanica, Visti, letti, ascoltati"
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Date: Friday, 15 Jan 2010 12:49

L'altroieri, per errore, il Corriere della Sera ha pubblicato a pagina trentatré, in un servizio su Pitti Uomo da Firenze, una vecchia fotografia di Steve McQueen con il cazzo in mano. Un membro, va detto, di dimensioni modeste e di cui io nemmeno mi sarei accorto se qualcun altro non me lo avesse fatto notare - ma forse noi gay siamo un po' blasé al riguardo. A me è venuta in mente la vecchia barzelletta della signora che chiama i carabinieri per protestare perché sul balcone davanti a casa sua c'è un uomo nudo e, quando il carabiniere non lo vede, lo rimbecca: "Ma con il binocolo sì!". In ogni caso pare si sia scatenato un putiferio, fuori e dentro il quotidiano di via Solferino. Ieri sono uscite le scuse, in cui si parlava di fotografia "inaccettabilmente volgare". Che esagerazione! Mi pare, con rispetto parlando, che la si faccia più grossa di quel che è. Ogni giorno escono oscenità sui giornali e nessuno protesta. Il Corriere, in ogni caso, è recidivo. Oggi, per esempio, a pagina dieci c'è una schifezza inaudita: la faccia di Joseph Ratzinger. No, no, meglio la verga - seppur piccola e non in assetto da combattimento - di Steve McQueen.

Author: "Stefano B" Tags: "Irritazioni, disgusti, idiosincrasie"
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Date: Wednesday, 13 Jan 2010 10:14

Iris_robinson_10857c     Kirk_mccambley

And here's to you, Mrs. Robinson,
Jesus loves you more than you will know (Wo wo wo).
God bless you, please, Mrs. Robinson,

Heaven holds a place for those who pray (Hey hey hey, hey hey hey)

(Mrs Robinson, Simon and Garfunkel)


Di primo acchito ero già lì lì per dire che Iris Robinson, la moglie del primo ministro dell’Ulster, è proprio una buongustaia: alla veneranda età di quasi sessant’anni è riuscita a portarsi a letto tale Kirk McCambley, di quarant’anni più giovane di lei. Tanto di cappello, pensavo, senza capire dove fosse lo scandalo, visto che uomini ben più maturi di lei si danno da fare con ragazze altrettanto giovani - e non voglio minimamente alludere alle vicende recenti del presidente del consiglio di un altro paese, altrettanto sposato ai tempi dello scoppio del bubbone - mietendo approvazione e consensi perché, in ogni caso, un vecchio babbione che se la fa con le ragazzine è considerato ordinaria amministrazione. Stavo per l’appunto per complimentarmi con Mrs Robinson quando qui e là ho letto qualcosa di più sulla vicenda e sul profilo della signora, come per esempio questo articolo sul Times di ieri, da cui si evince che in passato la buona Iris ebbe a dichiarare che “l’omosessualità è un abominio”, paragonandola con somma originalità, in quanto a schifezza, all’abuso di minori e sostenendo che gli omosessuali, in quanto tali, avrebbero bisogno di cure psichiatriche. “Difendo la parola di Dio” disse in quell’occasione. Insomma, siamo ai livelli di una Binetti qualsiasi. Iris Robinson, infatti, è un’appassionata lettrice della Bibbia, di cui sceglie i passi a lei più favorevoli - con espressione deliziosa gli inglesi direbbero: “cherry picking” -, trascurando quelli che invece la condannerebbero in quanto adultera. Così può tranquillamente dichiararsi certa del fatto che Dio l’ha perdonata per la sua storia con Kirk, mentre non perdonerebbe quei froci abominevoli. Allora Mrs Robinson mi è risultata un po’ meno simpatica. (L’edizione cartacea del Times pubblica, accanto all’articolo linkato, anche una breve colonna di una psicologa “esperta in relazioni” - immagino non di natura commerciale - che cerca di spiegarsi perché certe donne fanno quello che ha fatto la signora Robinson. Di tutti gli argomenti, pensosi come si addice a uno psicologo, ne trascura però uno, il più banale e forse più veritiero: un diciannovenne ha un’erezione più potente di un uomo di sessant’anni, non ci sono cazzi che tengano... in senso non unicamente metaforico. Perché non ribadire l’ovvio, di tanto in tanto?)
Author: "Stefano B" Tags: "Irritazioni, disgusti, idiosincrasie"
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Date: Tuesday, 12 Jan 2010 12:22

Girola L'inutile guida, di Rita Girola, comincia dall’epilogo, quando i giochi sono quasi fatti e quando Steven Williams, il protagonista del romanzo, si ritrova fra le mani la lunga lettera-diario che gli ha scritto Lynn prima di tentare il suicidio nel carcere di Dublino in cui Steven presta la sua attività di volontario. Ora che Lynn è in sospeso tra la vita e la morte e gli ha lasciato una sorta di testamento, Steven è in un certo senso costretto a ripercorrere la sua esistenza. Con questo effetto a sorpresa nelle prime pagine l’autrice trascina subito il lettore nelle spire del suo racconto. Chi è Lynn? Chi è Steven? Qual è la sua storia, qual è il loro legame? Da questi interrogativi parte, a ritroso, la narrazione.

Steven è un musicista tormentato che in passato, oltre alle droghe e all’alcool che l’hanno portato prima al tracollo e poi alla disintossicazione - con il relativo desiderio di iniziare una nuova vita, più stabile e tranquilla -, ha avuto anche una relazione, importante ma non facile, con Alex, suo collaboratore nel gruppo musicale in cui militavano negli anni ottanta.  Il romanzo di Rita Girola, infatti, si svolge su due diversi piani temporali: il presente - in cui Steven ha appena subìto lo shock dell’inatteso tentativo di suicidio di Lynn - e il passato. Nelle pagine del romanzo vengono sapientemente alternati: gli anni avanzano, dalla metà degli Ottanta, fino a raggiungere i giorni nostri. Alla vita movimentata di allora, contrassegnata tra l’altro da una geografia sempre mutevole (Londra, Parigi, Ferrara), si oppone la vita sedentaria di oggi, a Dublino - una specie di “isola” fuori dall’universo frenetico del passato -, in cui la storia con Alex sembrerebbe ormai conclusa, tanto che Steven si è persino sposato con Deirdre e ha avuto due figlie, Julia e Chloe, di cui è innamoratissimo.

Anche da un punto di vista formale, la frattura tra i due periodi è evidente. Nel presente la narrazione si svolge alla seconda persona, mentre nel passato è in prima persona. Come se, dopo gli anni turbolenti della giovinezza e della “sregolatezza di tutti i sensi” (per aggiungere una citazione rimbaudiana al già denso tessuto di citazioni letterarie di L’inutile guida), caratterizzati da una completa fusione dell’io e del super-io del protagonista, la maturità gli avesse portato in dono la capacità di staccarsi dall’immediatezza dell’esperienza e di valutarla con maggior equilibrio e serenità.

L’episodio di Lynn costituisce un punto di svolta o, meglio, è l’interruttore che rimette in moto l’introspezione di Steven. Lynn funge un po’ da specchio in cui Steven vede riflessi sé stesso e il suo modo di amare. Lynn, infatti, è una sua ammiratrice che lo ha seguito sin dagli esordi della carriera, innamorandosi di lui come spesso accade ai fan dei gruppi musicali. E’ un amore “astratto”, in un certo senso, il cui oggetto non è tanto la persona concreta - con tutte le sue qualità e i suoi difetti -, nella sua realtà, bensì l’immagine fantasmatica su cui lei proietta la sua esigenza d’amore. Leggendo le pagine del diario di Lynn e ritrovando quest’ombra di sé, Steven è naturalmente portato a interrogarsi sulla natura del suo rapporto con Alex e su che cosa sia veramente stato, con tutti gli entusiasmi, ma anche tutte le difficoltà - talvolta martorianti - che l’hanno contrassegnato. E dal riflettere su questa relazione basta poco perché Steven passi all’analisi del suo anomalo matrimonio con Deirdre, in equilibrio precario tra intimità e fuga, come se la prima rappresentasse sempre un pericolo per chi vi si abbandona.

I nodi da districare sono tanti e non sempre il linguaggio è in grado di fare piena luce sui sentimenti umani: anche in questo caso si ha la sensazione di assistere a una lotta in cui le armi sono le parole, circostanziate ma insufficienti, usate da Steven per penetrare in un nucleo di verità, tanto più elusivo quanto più dettagliata è l’introspezione. E’ come se l’obiettivo fosse lì, a portata di mano, ma ogni volta che la mano si tende per afferrarlo, questo mutasse forma o si allontanasse ancora di più.

Steven - e l’autrice con lui - cerca di indagare le ragioni di un’ossessione amorosa, di una storia che, dopo essere fallita, sembra rinascere in forma diversa grazie al “catalizzatore” dell’epistola in forma di diario scritta da Lynn. Un ruolo centrale - benché sfuggente - è quello dell’impronta lasciata dai genitori sui figli: questo aspetto accomuna infatti sia Alex, figlio illegittimo di un padre ricco che l’ha abbandonato da piccolo al suo destino, che lo stesso Steven. “Come sei stato amato, così amerai” e per cambiare questa “condanna” il protagonista deve compiere un percorso esistenziale lungo e faticoso, per cui non esiste una ricetta sicura - e l’autrice lo dichiara citando, in esergo, i due versi di Dylan Thomas che danno il titolo al romanzo: “Mi fu detto: ragiona con il cuore; / Ma il cuore, come la testa, è un’inutile guida”.

Tra i meriti di questo romanzo di Rita Girola vorrei sottolinearne uno che - al di là dello stile e della materia narrativa - ha ricordato Marguerite Yourcenar. Come la grande scrittrice francese, anche l’autrice di L’inutile guida riesce a immedesimarsi nella psiche di un uomo che ama un altro uomo, raccontando una storia d’amore omosessuale (quella tra Steven e Alex) senza però mai “problematizzare” l’omosessualità. Mi spiego: la relazione tra i due uomini è descritta come potrebbe esserlo in un mondo in cui la distinzione di valore tra l’amore omosessuale ed eterosessuale ha perso completamente significato, un mondo cioè in cui l’amore è amore e ha dignità di per sé, indipendentemente dal genere di chi lo vive. E’ come se Girola avesse deciso di escludere (di proposito, forse) tutte le elucubrazioni accessorie che spesso finiscono per intralciare l’amore stesso. La relazione tra Steven e Alex è tormentata perché tormentati sono i loro caratteri e non perché loro sono due maschi: la bellezza (e, non di rado, la bruttezza) e le difficoltà del loro rapporto sono quelle di molti altri rapporti amorosi. Persino i termini “gay” o “omosessuale” mancano quasi del tutto dal romanzo: l’unica a tirare in ballo la questione è la sorella di Steven e, quando lo fa, è più per evidenziare la propria frustrazione esistenziale.

Infine c’è da complimentarsi per l’abilità con cui Rita Girola ha attinto a quella che è, con tutta evidenza, la sua passione per il mondo anglosassone e per la sua cultura - letteraria, poetica e musicale - per creare l’ambiente in cui far muovere i suoi personaggi. Per chi, come me, ama Londra e le cose inglesi, questo rappresenta un motivo in più per leggere questo romanzo.

Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Sunday, 10 Jan 2010 19:15

Omega-man Occhi bianchi sul pianeta terra (The Omega Man), per la regia di Boris Sagal, è il terzo film che vedo tratto (o,  per meglio dire, ispirato) dal romanzo di Richard Matheson I Am Legend (Io sono leggenda): non so se ve ne siano altri. Certamente l’idea dell’ultimo sopravvissuto sulla terra che si trova a combattere eroicamente contro dei nemici che vogliono distruggerlo è potente e feconda e si può declinare in vari modi.

Questo di Boris Sagal è, fra i tre, quello che più si allontana dal romanzo di Matheson prendendosi tante di quelle libertà da ridurlo a mero pretesto, un canovaccio su cui imbastire un racconto completamente nuovo. In questo caso la trama risente dello spirito dei tempi - il film è del 1971 - e immagina che il mondo sia conflagrato dopo una immane guerra mondiale. I sopravvissuti a un virus letale hanno subìto una mutazione che li costringe a vivere al buio e a portare occhiali neri per proteggere i loro occhi bianchi dalla luce troppo intensa. Il protagonista - lo scienziato Neville - è uno dei pochi che non soltanto si è salvato, ma è rimasto sano grazie a un vaccino sperimentale che si è iniettato al momento opportuno, ed è ben deciso a sterminare questa nuova razza di uomini che, a sua volta, gli dà la caccia. Se dunque il romanzo di Matheson contaminava la fantascienza con l’horror, il film di Sagal privilegia il primo tra i due aspetti, accentuandone il carattere socio-politico.

Su questa trama s’innesta infatti una riflessione sulla scienza e suoi suoi limiti, sull’arroganza degli uomini del passato - cioè di prima della guerra definitiva - che credevano di poter risolvere tutto con le macchine: i post-uomini mutanti sono dei luddisti che riconoscono solo il potere purificatore del fuoco e che, per questo, vogliono eliminare Neville, il quale si ostina invece a vivere nella sua mansarda e a usare l’elettricità prodotta da un gruppo generatori installati in garage. Nella parte di Neville c’è Charlton Heston, che si cuce addosso un ruolo da uomo d’azione, più che di pensiero e di ricerca. Per questo motivo, soprattutto all’inizio, lo vediamo scorrazzare per le strade deserte di New York armato di mitragliatore, pronto a freddare i sinistri mutanti.

L’assunto centrale del romanzo di Matheson, esposto in maniera sorprendente solo nelle ultime pagine quando viene ribaltata la prospettiva della narrazione, è che il “buono” - cioè l’unico umano sopravvissuto - è in realtà il “cattivo”, dal punto di vista della nuova umanità (nel caso di Matheson, si tratta di vampiri). Nel film di Sagal questo assunto è rispettato solo in misura limitata: solo quando i mutanti catturano Neville per la prima volta si ha il sentore che la battaglia dello scienziato potrebbe anche non essere giusta, ma i dubbi vengono fugati quando Neville viene salvato da uno sparuto gruppetto di individui ancora sani.

Non racconterò il finale del film, per non rovinarlo a chi volesse vederlo: in ogni caso è meno consolatorio di quanto ci si aspetterebbe. Dei tre film ispirati a Io sono leggenda, questo è per me l’anello intermedio. Quello che ho preferito è anche quello più vecchio - e forse più ingenuo: L’ultimo uomo della terra, una coproduzione italo-americana del 1964, con la regia di Sidney Salkow e Vincent Price nella parte del protagonista (che qui ha il nome di Robert Morgan). Il film è in bianco e nero, ma rispetta con una certa fedeltà lo spirito del romanzo di Matheson. E’ anche divertente da vedere perché è stato girato a Roma, all’Eur, in cui bisogna immaginare una città americana deserta: a un certo punto si vedono, per le strade, delle cinquecento abbandonate. Dell’ultimo, con Will Smith, ho già scritto quando è uscito nei cinema un paio di anni fa: è il più deludente, pieno di effetti speciali, tecnicamente perfetto, ma senz’anima.
Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Sunday, 10 Jan 2010 10:52
Sono come un pc, che ha “by default” preinstallati certi programmi. Se non li vuoi usare, devi disinstallarli. Quando si tratta di “relazioni amorose”, il mio software comprende, automaticamente la funzione “disilluditi”. Devo toglierla manualmente ogni volta - ed è una fatica. Per lo più me ne dimentico.
Author: "Stefano B" Tags: "Due giri intorno al mio ombelico"
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Date: Saturday, 09 Jan 2010 21:33

Due episodi, avvenuti a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, ai due capi opposti del mondo illuminano in maniera impressionante che cosa sia l’ecumenismo nella sua accezione islamica. Con buona pace di chi pensa che basti essere aperti all’altro per ottenere, in cambio, lo stesso trattamento. In realtà per l’islam le altre religioni monoteistiche sono accettabili solo in uno stato di totale subordinazione.

Che cosa è accaduto, dunque? In Egitto sette cristiani copti sono stati massacrati e altri nove feriti da tre musulmani che gli hanno sparato da una macchina mentre uscivano dalla messa di Natale. Il ministero dell’interno dichiara che si sarebbe trattato di una vendetta per un presunto stupro. E’ normale che per farsi giustizia da sé si ammazzi della gente all’uscita di un luogo di culto? I copti “lamentano di subire discriminazioni sia da parte dei musulmani estremisti che nella vita civile: le tensioni sono particolarmente forti proprio nell'Egitto del sud”.

In Malaysia, invece, dove i musulmani sono maggioranza assoluta, ma gli appartenenti alle altre religioni sono una nutrita minoranza - il quaranta per cento - quattro chiese di diverse confessioni sono state date alle fiamme. Il motivo di tutto ciò? Una sentenza di un tribunale che consente a tutti di usare la parola “Allah”, mentre gli islamisti la rivendicano solo per sé: gli infedeli dovrebbero usarne un’altra, “Tuhan” (ovvero: Signore). Non so che cosa sia più ridicolo (e tragico allo stesso tempo): un tribunale che si pronuncia su quale nome si debba usare per indicare dio e su chi lo possa pronunciare oppure quei musulmani che - letteralmente, stavolta, e fuor di metafora - fanno fuoco e fiamme per tappare la bocca ai dhimmi del loro paese.

Queste due notizie recenti mi hanno fatto tornare in mente quella della crocifissione dei sette cristiani in Sudan - a cui avevo già accennato in passato - da parte dei soliti noti.

Che cos’hanno in comune questi due episodi - tre se contiamo anche quello sudanese? Non di certo l’ “origine etnica”, nel caso in cui qualcuno volesse tacciarmi di pregiudizio razziale. Quello che hanno in comune è che sono accaduti in paesi che, in diversa misura, hanno abbracciato l’islam. L’islam è “buono” e “tollerante” solo in quei paesi in cui, per ora, è assolutamente minoritario: non appena acquista una maggioranza, seppur risicata (come è il caso della Malaysia), manifesta subito - in maniera più o meno violenta - il suo modo tipico di affrontare la diversità religiosa. Quella diversità religiosa che per noi è un diritto - è il caso di dirlo - sacrosanto, anche se riteniamo che i contenuti delle singole religiosi siano tutte fole. Chi invoca l’accoglienza indiscriminata dei “fratelli musulmani” gioca col fuoco e, purtroppo, non scotta solo sé stesso.
Author: "Stefano B" Tags: "Incursioni nella polis"
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Date: Saturday, 09 Jan 2010 20:48
Tutte le scorie di un certo peso si depositano sul fondale limaccioso. Posso immergermi con la testa sott’acqua e vederle: so che ci sono, ma sono distanti. Questa distanza mi permettere di tirare  il respiro ed è forse il modo migliore per affrontare la vita, poiché non possiedo il talento, che tanti hanno, di non abbassare mai lo sguardo nelle profondità di questo mare in cui tutti siamo stati scagliati. Se invece, in preda all’ansia di capire o all’incapacità di rassegnarmi a quel che vedo, mi tuffo più a fondo e con le mani comincio a mulinare in quella melma, in cerca di qualche scoria ormai sepolta, ecco che l’acqua si intorbida. Il fastidio che provo è maggiore del piacere della scoperta, posto che io scopra qualcosa. Molto spesso non ritrovo nulla di utile e, per di più, sono costretto a sopportare l’acqua lurida e a nuotarci in mezzo (perché devo pur continuare a nuotare). Meglio allora lasciare che i detriti si posino sul fondo e, non curandomene, mi accontenti dell’acqua limpida in superficie: sembra poco, ma è già tanto. Inevitabile che ce ne siano e che se ne accumulino sempre di più, da qualche parte: è preferibile che se ne stiano laggiù piuttosto che dispersi ovunque o inutilizzabili. Bisogna pur vivere.
Author: "Stefano B" Tags: "Due giri intorno al mio ombelico"
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Date: Friday, 08 Jan 2010 09:30

Forse l'amore dovrebbe essere un diesel. Lento ad accendersi, ma resistente quando comincia a carburare. Invece, vittime dell'esaltazione della febbre, cerchiamo più spesso qualcosa che c'infiammi: è così difficile avere pazienza nelle cose del cuore. Ma ciò che infiamma più spesso brucia e lascia subito un mucchietto di cenere, come carta divorata dal fuoco. Passati gli anni furenti della prima giovinezza preferirei ora un amore a lenta carburazione, che mi scaldi e non m'incendi.

Author: "Stefano B" Tags: "Due giri intorno al mio ombelico"
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Date: Wednesday, 06 Jan 2010 15:57

Non ho mai cercato, né consapevolmente né inconsapevolmente, una replica della figura paterna nelle mie relazioni amorose. Non è un fenomeno tanto raro: ricordo per esempio un amico mio coetaneo cui non interessavano gli uomini se non avevano almeno vent’anni più di lui. Scherzando gli dicevo che a un certo punto, quando avesse anche lui raggiunto una certa età, non avrebbe avuto più “materia prima” a disposizione. Al contrario, io trovo fastidiosa ogni traccia di paternalismo nei miei confronti e allontano da me - dal mio nucleo interiore che crea intorno a sé una sorta di cordone sanitario - chiunque si azzardi a far pesare su di me la sua esperienza e la sua maturità. Inevitabilmente tendo ad associare a qualsiasi uomo più maturo di me un paternalismo congenito. In ognuno di loro rivedo l’ombra del padre, indipendentemente dal fatto che ne abbia lo spirito o no. E’ come se volessi cancellare persino la possibilità psicologica di ritrovare, nell’altro, una qualche forma di paternità verso di me. Perciò - che l’altro lo voglia o no - un uomo più maturo è per me, ipso facto, un padre, e quindi indesiderabile. Un padre che sovrappongo al mio vero padre che non ho simbolicamente ucciso (per una serie di motivi che non sto qui a elencare e che, ovviamente, dipendono anche dalla figura materna).

Questo non significa però automaticamente che voglia assumere io questo ruolo nei riguardi altrui. E’ vero che trovo molto attraenti i ragazzi anche molto più giovani di me - e talvolta sono persino stato ricambiato: a me, all’età di vent’anni, avrebbe fatto letteralmente orrore finire a letto con uno di quarant’anni, cioè, ai miei occhi di allora, un vecchio, poiché fissavo il limite ai ventinove, come se al di là di quella soglia campeggiasse la scritta “hic sunt leones”. Se dunque li trovo attraenti per lo stesso motivo per cui li trovava attraenti un Witold Gombrowicz - cioè perché incarnano l’incanto dell’imperfezione e dell’immaturità, “come se qualcuno avesse afferrato l’Anima per i capelli e l’avesse immersa nella leggerezza e nell’inferiorità”  -, è però altrettanto vero che questa attrazione non è sufficiente perché dia origine a una relazione non puramente sessuale. Per stabilire relazioni amorose di questo tipo bisogna avere la capacità di svolgere questo ruolo e di rappresentare, agli occhi del più giovane, quella figura di “uomo maturo” che io sono ben lontano dal rappresentare ai miei occhi per primo.

Qual è dunque l’ideale, per me? Sono giunto alla conclusione che, per continuare a usare una similitudine parentale, io voglia essere in fondo il “fratello maggiore”, di poco più vecchio dell’altro, in grado di porsi a un livello di parità, senza schiacciarlo ma senza esserne nemmeno schiacciato, in una situazione in cui l’esperienza e il grado di sviluppo psicologico dell’altro sia affine al mio. (Per amor del vero devo aggiungere che probabilmente questa similitudine è inficiata dal mio essere figlio unico e da una certa idealizzazione della figura dei fratelli, come mi ha fatto notare qualcuno che un fratello maggiore l’ha avuto davvero e che ne è stato tormentato.)
Author: "Stefano B" Tags: "Due giri intorno al mio ombelico"
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Date: Wednesday, 06 Jan 2010 09:59

Con l'anno nuovo vorrei ricevere in dono un atteggiamento più rilassato nei confronti del tempo. Temo però che avverrà l'esatto contrario: più il tempo passa, più ho la sensazione di perderlo. Mi sembra che scorra più veloce di una volta, mi sembra di non riuscire a trattenerlo, così cerco di riempirlo di cose da fare. Forse è il normale frutto dell'età che avanza. Ricordo che da piccolo un paio d'anni sembravano un oceano sconfinato da navigare con la memoria, tanto che ancora oggi mi pare che tra il 1977, il 1978 e il 1979 - tanto per fare un esempio scegliendo qualche anno a caso - si aprisse un varco di secoli e non i banali tre anni che in realtà sono. Ora, invece, alla conclusione del primo decennio del terzo millennio fatico a distinguere un anno dall'altro: tutti si confondono in un unico magma indistinto, un anno vale l'altro e ho l'impressione che tutti mi siano scivolati tra le mani senza che riuscissi a conservarne nulla, senza che riuscissi a combinare nulla. Da qui la mia ansia e la mia inquietudine perenni, il desiderio di fare qualcosa e, simultaneamente, la paralisi dettata dalla paura che, qualunque cosa faccia, sarà sempre travolta da questo tempo che sommerge tutto nella sua corsa a precipizio. Dall'attesa e dalla speranza sono già passato al countdown, alla progressiva cancellazione di occasioni e opportunità? Per consolarmi ripenso a un famoso pensiero di Pascal: "Tutta l'infelicità degli uomini deriva da una cosa sola: dal non sapersene stare tranquilli in una stanza". Ma non per questo sono più tranquillo o mi agito di meno.

Author: "Stefano B" Tags: "Due giri intorno al mio ombelico"
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Date: Monday, 04 Jan 2010 13:05

Le ultime volte che sono andato al cinema mi sono dovuto sorbire, come sempre, la pubblicità che precede la proiezione vera e propria del film. Uno ci fa l'abitudine e non ci bada più di tanto. Io, che a casa non guardo mai la televisione e mi sono perso le ultime tendenze in fatto di pubblicità, l'abitudine non me la sono ancora fatta. Di recente ne ho vista una che mi ha lasciato allibito: si tratta di una nota marca di acqua minerale. Una voce suadente comincia a declamare: "Siete anche voi tra quelli che vedono il bicchiere mezzo vuoto?" (o qualcosa del genere) e finisce per blaterare di realizzazione personale e di sogni mentre sullo sfondo scorrono immagini di volti ispirati, con lo sguardo rivolto verso un altrove che si rivela poi essere una bottiglia di acqua frizzante. Tutta questa prosopopea - un insulto all'intelligenza già provata degli spettatori - per vendere un bicchiere d'acqua. In quel momento ho pensato, irritato, che i pubblicitari che concepiscono cose del genere meriterebbero il plotone di esecuzione.

Ora non voglio impegolarmi in una discussione sull'annosa questione se la pubblicità possa essere "arte" o no. Secondo me non lo è e non può esserlo:  tutt'al più può essere di buona fattura, tecnicamente ben riuscita, ottimo artigianato, presentare idee o trovate insolite, ma alla fine ha l'obiettivo di vendere un prodotto e, soprattutto, di suscitare negli spettatori un desiderio che prima non sapevano nemmeno di avere (e avevano perfettamente ragione a non averlo). Non voglio nemmeno fare il vetero-anticonsumista - lungi da me questa tentazione: ognuno è libero di rovinarsi l'esistenza come meglio crede - e sono ben consapevole che è proprio nell'invenzione di una pletora di bisogni superflui che risiede la sopravvivenza della nostra economia, con la relativa creazione di nuovi posti di lavoro. Non voglio nemmeno lagnarmi ingenuamente del fatto che la pubblicità non descriva oggettivamente i prodotti che vuol vendere. Non lo fa più da un'eternità: la pubblicità sta alla realtà degli oggetti più o meno come la pornografia sta al sesso, con la differenza che, rispetto alla pubblicità, la pornografia è quasi una forma di verismo.

Il mio cruccio è puramente individuale, anzi personalissimo. Quello che non sopporto, oltre alla patente idiozia di molta pubblicità, è la sua invasività. Sembra infatti che non vi sia luogo dove un individuo inerme non sia sottoposto al continuo assedio della pubblicità, vociante e petulante. E' una vera e propria violenza che dovrebbe essere riconosciuta come tale. Non capisco quindi come una persona sana di mente possa tollerare un assalto simile anche a casa propria accendendo la televisione. Ancora ancora la pubblicità sui giornali: la parola scritta ha, tra i tanti suoi pregi, anche quello di non fare rumore. Ricordo un'angosciante attesa alla Stazione Centrale di Milano, davanti ai binari, dove sugli schermi veniva trasmesso, a ripetizione, uno spot pubblicitario del Lotto, accompagnato da una musichetta molesta, con l'unico effetto (su di me, almeno) di rendermi isterico, farmi tirare giù tutti i santi del paradiso e augurare una morte istantanea a chi l'aveva pensato, realizzato e deciso di mandarlo in loop in quel modo.

Se l'intento della pubblicità è di rendere seducenti delle merci e i valori immateriali e simbolici che incarnano, a forza di assorbirne il linguaggio e la forma mentis, si finisce per applicarli come degli slogan anche a sé stessi, riducendosi a merci da piazzare sul mercato delle interazioni umane. Ecco, il pericolo forse è proprio questo: l'estetica pubblicitaria si estende come un blob e, man mano che inghiotte la nostra vita, fonda anche una "nuova etica". No, grazie. Nei limiti del possibile cerco di sottrarmici - anche se gli spazi in cui respirare liberamente sono sempre più ristretti.

Author: "Stefano B" Tags: "Irritazioni, disgusti, idiosincrasie"
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Date: Saturday, 02 Jan 2010 17:05

Fang1 E' il 1919 e in Curlandia, una regione dell'attuale Lettonia, infuria la guerra civile antibolscevica. Nel castello di Kratovicé arrivano i soldati tedeschi a dare man forte ai pochi che ancora vi resistono. Tra di essi c'è Eric von Lhomond con l'amico Conrad de Reval, fratello della contessa Sophie. Questo lo sfondo su cui si svolgono le vicende narrate in Il colpo di grazia, il romanzo di Marguerite Yourcenar pubblicato nel 1939 alla vigilia di un'altra guerra mondiale.

In questo ambiente compatto e claustrofobico Sophie - unica donna del castello, se non si conta la vecchia zia Prascovia - s'innamora di Eric che invece ignora tutte le sue profferte e la tratta anzi con alterigia e disprezzo, godendo quasi del suo ascendente su di lei, come se provasse un vero piacere nel negarsi. Lungi dal far desistere Sophie dai suoi tentativi di seduzione, la freddezza di Eric la intestardisce ancora di più. Con l'intento di ingelosirlo - e forse per anestetizzare il proprio desiderio - Sophie civetta con gli altri soldati, si ubriaca, va a letto con il giovane Volkmar. Per di più, Sophie nutre simpatie filobolsceviche e al villaggio frequenta l'ex libraio Grigori Loew, ebreo e comunista, e verso la fine del romanzo si unisce con il suo gruppo di rivoluzionari, fuggendo dal castello dopo un'ultima accesa discussione con Eric.

E' lo stesso Eric che, dopo essere stato ferito in guerra una ventina d'anni dopo, racconta la vicenda nel corso di una nottata mentre attende alla stazione di Pisa di essere ricondotto in Germania. Questa prospettiva serve un duplice scopo. In primo luogo pone una distanza tra il protagonista e gli eventi, dando a questi ultimi una maggiore compattezza. Come sottolinea Marguerite Yourcenar nella prefazione al romanzo, scritta all'inizio degli anni sessanta, ciò crea una sorta di unità di spazio e di tempo che è tipica delle tragedie "classiche". E infatti, leggendo la prima parte del romanzo, si ha davvero l'impressione di essere immersi in un luogo chiuso, isolato dal mondo, con una sensazione di claustrofobia che sfocia quasi nella claustrofilia.

In secondo luogo la narrazione in prima persona consente di presentare il "lato interiore" delle vicende e l'impronta che esse hanno lasciato sulla coscienza del narratore. Quello che conta, in Il colpo di grazia, è soprattutto l'elemento soggettivo. E per Eric di quei giorni è fondamentale il ricordo del suo incontro/scontro con Sophie, il quale addirittura sovrasta le vicende politiche dell'epoca. Dal punto di vista dell' "intenzione narrativa" è del tutto irrilevante chiedersi a chi vadano le simpatie dell'autrice: il racconto non è né filocomunista né anticomunista, ma quel che conta è solo il valore dell'esperienza umana individuale. Inoltre la misura classica del narrare di Marguerite Yourcenar rende giustizia all'inevitabile ambiguità del racconto di Eric. E' come se, a distanza di tempo, cercasse di spiegare a sé stesso che cosa è realmente accaduto e perché, senza che però le sue parole riescano a svelare definitivamente i moti più sottili dell'animo dei protagonisti. Quando parla di sé è inevitabile che il suo ritratto sia viziato da una certa indulgenza e da un certo intento giustificatorio, mentre i veri motivi delle azioni di Sophie - non da ultimo le sue simpatie rivoluzionarie - restano nell'ombra, sostanzialmente indecifrabili anche nelle illazioni di Eric.

A distanza di vent'anni Eric non riesce a dimenticare quei mesi trascorsi a Kratovicé, soprattutto per via di come si è conclusa la faccenda (ed è il "colpo di grazia" a cui allude il titolo del romanzo). Quando la guerra antibolscevica volge al peggio ed è chiaro che la partita è ormai perduta, i soldati tedeschi abbandonano il castello per tornare in Germania. Durante il rientro, però, s'imbattono in un gruppo di rivoluzionari nascosti in un granaio: tra di loro c'è anche Sophie. Vengono tutti giustiziati: solo Sophie chiede espressamente che sia Eric a darle "il colpo di grazia". Il romanzo si chiude proprio su una constatazione di Eric: se in un primo momento ha pensato che, con questa richiesta, lei volesse dargli un'ultima prova d'amore, "ho compreso poi che aveva voluto solo vendicarsi e darmi in eredità dei rimorsi. Aveva fatto bene i suoi conti: ne ho ancora. Si finisce sempre in trappola, con le donne".

Dal romanzo di Marguerite Yourcenar Volker Schloendorff ha tratto, nel 1976, un film dallo stesso titolo, con Margarethe von Trotta (Sophie) e Matthias Habich (Eric), che ho rivisto proprio ieri per poterlo confrontare immediatamente con il racconto yourcenariano. So infatti che Yourcenar non aveva amato molto questa versione cinematografica (lo ammette lei stessa, se non erro, in quella lunga e bella intervista con Mathieu Galey apparsa negli anni ottanta con il titolo Les yeux ouverts).

Il film, invece, è abbastanza fedele al testo - ed è sicuramente migliore della riduzione cinematografica de L'opera al nero -, ma paga lo scotto del diverso linguaggio impiegato. Per forza di cose, infatti, le immagini sono costrette a una maggiore evidenza e si concentrano più sugli eventi esterni che non sull'impronta che lasciano sui singoli individui. Nel caso specifico è lo sguardo interiore di Eric von Lhomond a smarrirsi: anche se in sovrapposizione c'è, di tanto in tanto, la sua voce che rievoca alcune vicende, il suo punto di vista non è preponderante. Poiché è difficile mostrare il gioco di forze tra lui e Sophie, il regista sottolinea di più, rispetto al romanzo, le vicende esterne e manifesta forse una maggiore simpatia nei confronti dei comunisti. Lo scarto temporale passa invece in secondo piano: anche se l'occasionale voce narrante in sottofondo fa supporre che gli eventi sono lontani nel tempo non c'è la cornice narrativa della rievocazione notturna alla stazione di Pisa, che avrebbe ulteriormente questo distacco.

D'altro canto Schloendorff prende di peso dal romanzo alcuni momenti salienti - alcuni "snodi" - della narrazione: lo schiaffo di Eric a Sophie quando lei, ubriaca, bacia in maniera indecente un soldato, oppure il loro incontro sulle scale, prima che lei se ne vada dal castello, quando alle parole di lui ("Le ragazze di marciapiede non si devono occupare di polizia dei costumi, cara amica") lei reagisce sputandogli in faccia. La scelta del bianco e nero, poi, conferisce una grazia desolata all'azione e all'ambientazione, accentuandone la freddezza e quel senso di intima claustrofobia che lo pervade.

Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Friday, 01 Jan 2010 18:58
L'altro giorno è svolazzata una busta nella mia casella postale, proveniente - cito - dall' "Agenzia delle Entrate, Ufficio di Torino 1", che mi chiede di versare l'obolo annuale di "abbonamento" alla televisione. A me in realtà verrebbe voglia di dare fuoco al bollettino e al televisore stesso.

Un paio di sere fa ho visto, proprio in televisione, lo spot pubblicitario che invita a rinnovare l'abbonamento e che consiste in questo: Pippo Baudo suona a casa di una famiglia "scelta a caso" abbonata alla tivù - trattasi ovviamente di famiglia regolare: padre, madre e figlia, perché gli scoppiati solitari non esercitano alcun richiamo per le sirene del marketing - e tutti insieme recitano una specie di scenetta sulle delizie offerte dalla Rai ai suoi "abbonati". Una cosa abbastanza stomachevole. A parte il fatto che se Pippo Baudo mi suonasse alla porta io nemmeno gli aprirei, quello che a me pare un insulto alla già scarsa intelligenza degli italiani è fare pubblicità a una tassa facendola passare per una scelta, come invece sarebbe se fosse davvero un abbonamento. Se dicessero che è una tassa e che va pagata entro la fine di gennaio e la piantassero così sarebbe meno sgradevole. Ma che si debba mettere su tutto questo teatrino. E' come se qualche copy decidesse di ribattezzare l'Irpef, che so, "abbonamento al sistema dei servizi italiano" e verso maggio venisse proiettato uno spot in cui milioni di cittadini gaudenti vanno a versare il loro obolo  allo stato mentre qualcuno, sorridente, gli facesse credere che lo stanno facendo di loro spontanea volontà in cambio di meravigliosi servizi.

Insomma, dopo aver visto quello spot pubblicitario, mi sono convinto che davvero se c'è una cosa che andrebbe totalmente privatizzata, in Italia, è proprio la televisione pubblica. Tanto, ormai, non c'è più distinzione tra l'una e l'altra: entrambe trasmettono per lo più merda ed entrambe sono invase dalla pubblicità. Allora tanto vale affidare i canali pubblici ai privati, ché almeno si risparmierebbe. Tutt'al più si potrebbe conservare un unico canale pubblico, finanziato con la fiscalità generale, in grado di fornire servizi di pubblica utilità e completamente privo di spot pubblicitari.
Author: "Stefano B" Tags: "Irritazioni, disgusti, idiosincrasie"
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Date: Friday, 01 Jan 2010 07:00
"DIALOGO DI UN VENDITORE DI ALMANACCHI E UN PASSEGGERE

Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere. Almanacchi per l'anno nuovo?
Venditore. Si signore.
Passeggere. Credete che sarà felice quest'anno nuovo?
Venditore. Oh illustrissimo si, certo.
Passeggere. Come quest'anno passato?
Venditore. Più più assai.
Passeggere. Come quello di là?
Venditore. Più più, illustrissimo.
Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb'egli che l'anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.
Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore. Saranno vent'anni, illustrissimo.
Passeggere. A quale di cotesti vent'anni vorreste che somigliasse l'anno venturo?
Venditore. Io? non saprei.
Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore. No in verità, illustrissimo.
Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore. Cotesto si sa.
Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Venditore. Cotesto non vorrei.
Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch'ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l'appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Venditore. Lo credo cotesto.
Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Venditore. Signor no davvero, non tornerei.
Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque?
Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz'altri patti.
Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell'anno nuovo?
Venditore. Appunto.
Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest'anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d'opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Venditore. Speriamo.
Passeggere. Dunque mostratemi l'almanacco più bello che avete.
Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Passeggere. Ecco trenta soldi.
Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi."

Giacomo Leopardi, da Operette Morali
Author: "Stefano B" Tags: "Le parole degli altri"
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Date: Wednesday, 30 Dec 2009 16:35

A chi pensa(va) che la minaccia del terrorismo di matrice islamica (o al-qaedista) fosse solo un'invenzione di qualche paranoico gli eventi di questi ultimi giorni dovrebbero far cambiare idea. Qualcuno potrà forse obiettare che si tratta di tentativi raffazzonati o che sono episodi minoritari. In realtà ne basta uno coronato dal successo, a fronte di tanti fallimenti, perché la minaccia sia concreta e vada affrontata seriamente, come commenta per esempio David Aaronovitch sul Times di ieri. Tanto per cominciare, chiamando le cose con il loro nome ed evitando di nobilitare i terroristi con il nome di "guerriglieri", "insorgenti", "miliziani" e via eufemistizzando.

Della tentata esplosione sull'aereo per Detroit colpisce, non nel senso di una novità ma piuttosto di una conferma, il fatto che Umar Faruk Abdulmutallab non fosse in alcun modo un poveraccio o un diseredato. Al contrario, il padre è un dirigente bancario e lui stesso studia ingegneria alla London University College. Ciò smentisce ulteriormente chi ritiene che il terrorismo islamista sia una "reazione" - una sorta di protesta o di urlo disperato - per le condizioni di miseria in cui versano molti popoli e che tale miseria sia, in sostanza, solo colpa dell'Occidente, malvagio per definizione. Da qui a dire che il terrorismo è, a conti fatti, "provocato" dall'Occidente stesso, il passo è breve. S'inizia con il comprendere, si finisce per giustificare e, magari, fiancheggiare. Abdulmutallab ha dichiarato che come lui ce ne sono tanti altri pronti a compiere lo stesso gesto ed è di questi giorni la notizia, comparsa su molti quotidiani inglesi, di cittadini britannici che se ne vanno in "campi di addestramento" nello Yemen.

Allo stesso modo la strage di Fort Hood, avvenuta negli Stati Uniti un paio di mesi, fa ha mostrato che anche un individuo all'apparenza perfettamente integrato nella società americana - come lo era Nidal Malik Hassan, perché chi più integrato di qualcuno che addirittura fa parte dell'esercito dello stato di cui è cittadino? - può soccombere alle sirene dell'integralismo religioso. In particolare di quella versione dell'integralismo religioso che si traduce in atti di terrorismo e che oggi - sorry, ma la realtà è questo - è quasi esclusivamente appannaggio dell'Islam radicale.

Forse, visto che noi "infedeli" siamo le potenziali vittime future, è giunta l'ora di prendere sul serio certi princìpi islamici, in particolare quello che divide il mondo in dar-al islam, ovvero i territori sottoposti all'imperio religioso, politico e giuridico dell'Islam, e in dar al-harb, ovvero "dimora della guerra", con cui s'identificano tutti i territori esterni all'Islam e che, in quanto tali, devono essere portati all'interno dell'Islam. A maggior ragione se si tratta di terre già conquistate (e poi perse) dall'Islam. Lo strumento per riportare questi territori sotto la giurisdizione islamica è quel famoso jihad di cui tanto si parla e che risponde, per l'appunto, a un'esigenza ideologica e religiosa e non è una "reazione" alla povertà in cui vivrebbero. In quali altri casi vediamo gente che si fa esplodere - magari infilandosi una bomba rudimentale nel culo o nelle mutande - per protestare contro lo stato di miseria in cui versa? A me pare quindi che l'Islam - anche quello moderato, se esiste - debba pronunciarsi nettamente prendendo le distanze da questi princìpi. Occorrerebbe una riforma protestante all'interno dell'Islam. Nel frattempo, però, sarebbe il caso di difendersi e non restarsene con le mani in mano o, peggio ancora, con la testa infilata nella sabbia.

Author: "Stefano B" Tags: "Incursioni nella polis"
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Date: Monday, 28 Dec 2009 17:06

Dieci-Inverni-3_mid Man mano che sullo schermo del cinema scorrevano le immagini di Dieci inverni, il film di Valerio Mieli con Isabella Ragonese e Michele Riondino, mi sono ritrovato a pensare, ancora una volta, a Denis De Rougemont, al suo L'amore e l'occidente e alla sua analisi dell'influenza, a partire dal tredicesimo secolo, del mito di Tristano e Isotta che, nella cultura e nella società occidentali, riveste un carattere fondativo della nostra concezione dell'amore e, soprattutto, di quella sua declinazione che è l'amore-passione. Dieci inverni - riflettevo - è soltanto l'ennesima versione, aggiornata e contemporanea forse, di un antico paradigma.

La passione, perché resti intensa e intatta, non deve realizzarsi: si nutre del continuo procrastinarsi del suo adempimento. E affinché non si realizzi devono esserci degli ostacoli che vi si frappongono. E quando oggettivamente mancano degli ostacoli è sufficiente inventarsene di soggettivi perché l'amore non venga "consumato", non si cali nella realtà quotidiana e non si "stabilizzi", consumando così tutta la potenzialità contenuta nella passione. De Rougemont fa notare, per esempio, che nel mito, anche quando Tristano e Isotta potrebbero davvero congiungersi perché sono soli nella foresta, è lo stesso Tristano che pone tra sé e l'amata una spada, simbolicamente ostacolo al realizzarsi del loro amore.

Riflettendo su tutto questo mi accorgo che è proprio il caso di Silvestro e Camilla - i due protagonisti del film di Mieli -, il cui "amore" copre un periodo di dieci anni, durante i quali i due né si fidanzano né "consumano" mai. E' proprio questa non-realizzazione che tiene accesa la fiaccola della passione, almeno da parte di Silvestro. Qual è l'ostacolo in questo caso? E' un ostacolo del tutto soggettivo: Camilla non vuole Silvestro, pur essendone attratta. E il suo rifiuto rinsalda ancora di più quest'ultimo nel suo desiderio: la sua persistenza deriva dal decennale rinvio della tanto agognata soddisfazione. Se invece Camilla si fosse concessa subito a lui, la prima notte, quasi certamente non ne sarebbe nata una passione tanto lunga - e non ci sarebbe stata narrazione. Per tornare ancora una volta a De Rougemont: il mito fondante di Tristano e Isotta sgocciola attraverso i secoli, si diluisce perdendo le sue connotazioni religiose e dà origine al romanzo, di cui è in qualche modo l'archetipo. E man mano che trascorre il tempo, il mito si banalizza e si volgarizza fino a diventare luogo comune da intrattenimento: Hollywood è lì a testimoniarlo. La passione ostacolata - e tale proprio perché ostacolata - diventa un frusto cliché che è difficile rianimare. A ritrovarselo nuovamente scodellato davanti, come se fosse la faccenda più importante della vita, diventa stucchevole e stanca lo spettatore.

L'ostacolo, che un tempo era quasi di natura metafisica, si è via via mondanizzato e il genere del romance - per usare il termine anglosassone che ben caratterizza il discendente profano del mito - è spesso diventato la storia di un "adulterio". L'ostacolo, infatti, si traduce (e si svilisce) né più né meno nell'impedimento rappresentato dal legittimo sposo di uno dei due amanti. Se così fosse stato anche per Dieci inverni, il film sarebbe stato ancora più insopportabile di quanto già non sia: non sarebbe stato soltanto l'ennesima esaltazione dell'amore-passione come se fosse il cardine intorno al quale ruota l'esistenza, che solo in questo modo diventa felice e sensata, bensì una delle innumerevoli storie piccolo-borghesi che infestano il cinema, soprattutto italiano.

De Rougemont evidenzia che l'amore-passione non può realizzarsi e che, in realtà, cela un desiderio di morte (ovvero il desiderio dell'annientamento delle due individualità coinvolte: la fusione non è altro che questo, diversamente dall' "amore coniugale" che è, per l'appunto, matrimonio e unione di due soggetti che mantengono ciascuno le proprie specificità). Se l'amore-passione si "realizza", allora cessa di essere tale e diventa "amore coniugale". Non a caso molte narrazioni cessano proprio sulla soglia di questo momento di passaggio - è la famosa frase che, recitando "e vissero felici e contenti", vela la vera prosecuzione del romance. Quello che accade dopo diventa "inenarrabile". La contraddizione odierna - scrive ancora De Rougemont - è di voler fondare l'amore coniugale sulla passione, fondendo così due realtà antitetiche.

Il finale ideale per una storia di passione sarebbe, dunque, un finale tragico: la morte degli eroi. Silvestro e Camilla, purtroppo, non muoiono e, dopo dieci anni, finiscono a letto insieme. Dopo che Camilla ha avuto altre relazioni (con un russo più vecchio di lei, con un amico di Silvestro da cui ha anche una figlia), ammette anche di fronte a sé stessa di desiderare Silvestro. L'ostacolo viene fatto cadere e, come da programma, la storia s'interrompe nel momento in cui il loro amore viene "consumato": oltre non è dato procedere, perché la quotidianità - se ci sarà la quotidianità di un amore realizzato - è irrappresentabile ricorrendo agli stilemi del genere prescelto.

Qualcuno potrà ritenere che la gabbia interpretativa da me usata per raccontare il film di Valerio Mieli sia eccessivamente rigida, ma a me è sembrato l'unico modo adeguato per affrontare l'irritazione sotto pelle che ho provato per tutta la durata della proiezione. Intendiamoci: il film non è orrendo - c'è di molto peggio in giro -, ma ricicla un tema (quello delineato più sopra) che già da un po' ha cominciato ad annoiarmi. Alla fine mi sono persino chiesto se la trama mi avrebbe ugualmente interessato se il protagonista maschile fosse stato qualcun altro: Michele Riondino è belloccio e attraente, ha un'aria simpatica e da solo mi è bastato a resistere per tutta la durata della storia. Certo, con un altro attore la mia attenzione non sarebbe stata altrettanto costante. Lei, invece, è intollerabile - ma mi riferisco più al personaggio che Isabella Ragonese interpreta che non all'attrice in sé -: smorfiosa, malmostosa, squilibrata, insofferente. C'è da stupirsi che Silvestro continui a scodinzolarle dietro per dieci anni come un cagnolino.

Non è malaccio l'ambientazione veneziana che, se non altro, non è del tutto scontata. In Dieci inverni ci sono squarci di una Venezia autunnale e malinconica, meno museale di quella che si offre agli occhi di uno spettatore casuale, e incredibilmente priva di quell'elemento che le è ormai consustanziale: i turisti. Quasi come se fosse una città vera. Il film è una co-produzione italo-russa e quindi non sono riuscito a sottrarmi al sospetto che le parti girate in Russia corrispondessero a un debito da saldare.

Lo consiglio? Sì e no. Sì, se non avete molto da fare e se volete vedere l'ennesimo film in cui alla fine, come motto, potrebbe campeggiare la scritta Amor vincit omnia. No, se vi irrita l'idea di vedere ancora esaltata la passione come elemento centrale e salvifico dell'esistenza umana e di assistere ai tradizionali tira-e-molla di due innamorati riottosi. O magari si finirà per commentare, come ha fatto lui: "io pensavo che si trattasse di una specie di Moccia con un titolo di studio in tasca".

Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Sunday, 27 Dec 2009 10:19
"La speranza non è un risultato della nostra esistenza, ma è la nostra stessa esistenza. Una disperazione assoluta è non soltanto incompatibile con il nostro essere in quanto tale, ma è inimmaginabile in una qualsiasi forma di vita. Persino il diavolo spera: un po' più di male, un po' più di lucidità. Poiché sperare negativamente è ancora speranza. E l'inferno, dal momento in cui vi si conserva la memoria, è sopportabile solo per il ricordo delle speranze passate che alleviano una dannazione senza via d'uscita, di modo che l'iscrizione dantesca è lungi dall'essere interamente vera.

Così la chiave del nostro destino è questa propulsione indomabile che ci spinge a credere in qualunque circostanza che sia tutto ancora possibile, malgrado gli ostacoli insuperabili e le evidenze irreparabili. Quand'anche arrivassimo a certezze senza macchia e d'un nitore freddo nella loro opposizione ai nostri desideri, il nostro cuore vi aprirebbe in mezzo una faglia attraverso cui s'insinuerebbe il dio di tutte le anime: il Possibile. E' lui che ci impedisce di vedere le cose come sono, è lui che ci rende spettatori inesatti del nostro destino e delle sorprese che noi offriamo a noi stessi. Quando tutto è perduto, lui è là per smentire l'incurabile, lui è là, nemico benevolo della nostra chiaroveggenza.

[…]

Il paradosso dell'anima malata è che non spera più in nulla, benché si abbandoni a tutte le speranze. Una vitalità incerta, erosa da dubbi e da sottili lutti teologici, la spinge a questo gioco falso che salva le apparenze e la sua… esistenza. La diminuzione della facoltà miracolosa implica una riduzione equivalente del nostro essere: si spera di meno e si è di meno. Ma noi viviamo lo stesso attraverso questo rinnovamento incessante rappresentato dall'attività di ogni speranza isolata, attraverso la fantasia del Possibile che ridà vita alle illusioni cadute. Possiamo vivere  senza la coscienza della speranza - la fierezza intellettuale ci obbliga a ciò - ma non possiamo vivere senza il suo dinamismo nascosto: possiamo essere stanchi di sperare, ma il lusso d'un rifiuto completo del possibile è costoso e mortale. Per lo stesso motivo, la maggioranza degli uomini non crede all'immortalità - la ragione ne sarebbe troppo imbarazzata - ma tuttavia ciascuno vive come se fosse immortale. Questa immortalità incosciente è della stessa natura della facoltà di sperare. L'uomo conosce l'inevitabile della morte: agisce come se non lo conoscesse; sa che è irragionevole sperare: si comporta come se il futuro gli appartenesse. Il vero miracolo dell'esistenza  non consiste affatto in qualche fenomeno insolito, ma in questo accanimento a non accettare l'impossibile, che è tuttavia normale, abituale, e in questa ostinazione ad attendere dall'istante successivo qualcosa di più di quello che l'ha preceduto: il miracolo dell'esistenza si riconduce all'idolatria del tempo i cui addestramenti non sono che versioni della facoltà di sperare".

E. M. Cioran, da Exercices négatifs

Author: "Stefano B" Tags: "Le parole degli altri"
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Date: Saturday, 26 Dec 2009 13:12

Dehnel Lala. Sotto il segno dell'acero è il classico romanzone familiare mitteleuropeo, aggiornato però ai nostri tempi. Lo ha scritto Jacek Dehnel, un autore polacco ventinovenne quando ne aveva tra i venti e i ventidue - e già questo fatto suscita la mia incondizionata ammirazione. Tuttavia non c'è nulla di "giovanilistico" in questo romanzo, che è anzi straordinariamente maturo, sia per il tema scelto e il modo in cui è organizzata la materia narrativa che per la scrittura, condotta con la mano ferma e con la bravura stilistica di uno scrittore ormai consumato.

Protagonista del romanzo di Dehnel è la Lala del titolo, che altri non è se non sua nonna. Nata nel 1919 ha attraversato tutto il secolo e ne ha viste letteralmente di tutti i colori. Del resto, nel secolo scorso, la Polonia non è stata risparmiata dalla Storia: dall'invasione dei nazisti alla "sovietizzazione" forzata dopo la guerra, non c'è evento che non abbia lasciato la sua impronta sulle vite quotidiane dei personaggi che popolano questo romanzo. Poiché Lala è un'affabulatrice naturale ed esuberante, i figli e nipoti sono sempre stati testimoni privilegiati dei suoi racconti. Ora che la nonna sta per morire e comincia a perdere la memoria tocca a Jacek Dehnel raccogliere il testimone radunando in un libro il suo patrimonio di ricordi e scrivendo la biografia che lei avrebbe voluto ma non ha potuto scrivere. Amori, guerra, pettegolezzi, manie individuali: tutto viene filtrato dai racconti di Lala e arriva fino a noi. Non sempre le vicende di una vita così lunga sono felici, ma felice - e non di rado tanto spassoso da muovere il lettore al riso - è il tocco con cui vengono rese.

Dehnel sceglie di non adottare una tradizionale struttura lineare e cronologica. E, soprattutto, non si nasconde assumendo il ruolo del narratore onnisciente, ma entra attivamente nella materia narrativa, in un primo momento come ascoltatore - quando le vicende sono quelle del passato più lontano - e in seguito come comprimario. I ricordi della nonna non sono organizzati in maniera compatta, ma sono presentati come accade di solito nella vita reale: con ripetizioni, con aneddoti che anticipano eventi sviluppati poi in modo più dettagliato, con dimenticanze e digressioni improvvise, spesso sotto forma di brevi flash che interrompono il corpo sostanzioso dei ricordi più articolati.

Inizialmente è complicato accedere a questo mondo in cui i personaggi entrano in scena senza alcun preambolo, ma poi, a poco a poco, dalla nebbia ognuno di loro acquista un suo carattere autonomo e i singoli episodi, come frammenti di un mosaico, si uniscono fino a formare un quadro più completo. Oggetto del racconto, poi, non è soltanto la vita rutilante di un personaggio originale e anticonformista come Lala, ma sono anche le conversazioni di oggi con cui Jacek Dehnel fa da "levatore" alle memorie della nonna. Il romanzo, quindi, oscilla continuamente tra il passato e il presente e l'atto stesso del narrare diventa parte della narrazione. Questo modo di procedere è annunciato dall'autore sin dalle prime pagine: "Ma il racconto si compie nel tempo, e in maniera duplice - primo, descrivendo il tempo passato, speso, trascorso, incasellato in cronologie e ordini di avvenimenti verificabili, secondo, descrivendolo a sua volta nel tempo, il tempo delle conversazioni". Di questo secondo tempo sono protagonisti gli ascoltatori dei racconti della nonna, in molti casi gli amici dello scrittore, che lui porta dalla nonna come se lei fosse un monumento vivente di Danzica.

Allo stesso tempo, però, Lala è anche un romanzo venato dalla malinconia del declino. E' sul declino di una donna un tempo vivace e colta che il romanzo si chiude e salda la fine all'inizio, in modo circolare. Lala, ormai del tutto incapace di badare a sé stessa, ha perso anche la capacità di ricordare, confonde passato e presente, inventa episodi mai accaduti. Ed è su questo sfondo che, a poco a poco, emerge sempre più il giovane Jacek che, oltre che ad accudire ai bisogni elementari della nonna, decide di scrivere quell'autobiografia che lei non ha mai avuto tempo di scrivere. Perché "il ripetere cose belle e intelligenti è bello e intelligente di per sé e va annoverato tra virtù quali sfamare gli affamati, prendersi cura degli animali, annaffiare le piante e fare l'elemosina".

Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Thursday, 24 Dec 2009 10:59

Non so più da quando, ma il Natale mi deprime. Mi soffoca: mi sembra di infilarmi in una sostanza spugnosa troppo densa e troppo calda, in qualcosa di viscoso che mi rallenta non soltanto i movimenti, ma anche la facoltà di pensare lucidamente. So che non è stato sempre così e che forse, da bambino, qualche piacere lo provavo. Dev'essere però un'epoca remotissima della mia vita, perché non ne ho memoria distinta. Che cosa sia successo poi, non so. Forse l'età della ragione, forse il fatto che, da un certo punto in avanti - posso supporre dall'adolescenza in poi -, ho avvertito in maniera ancora più acuta il senso di una separazione, qualcosa che mi isolava dal frastuono e dai festeggiamenti tutt'intorno a me. Forse era l'acuita sensibilità del frocetto in erba, chissà.

Ma non dev'essere questa tutta la spiegazione. Leggo per esempio che non sono il solo. Lui ha scritto quasi esattamente quello che provo io in questo periodo, in questi giorni. "Non è una depressione ragionata, non viene neanche da un’uggia intellettuale, è un umore grigio che arriva quasi sempre al nero". Non mi convince del tutto il tentativo di spiegazione che si dà in chiusura perché mi pare la razionalizzazione di chi non riesce a digerire un dato di fatto, ma tant'è: serve a sottolineare ancora di più il disagio. Ogni anno il fastidio si fa più bruciante, lo avverto con maggiore intensità. Forse dipende anche dal fatto che non c'è nulla come la felicità e l'allegria obbligate che mi mettono di malumore. Chi, in questo periodo dell'anno, vorrebbe vivere la sua vita come tutti gli altri giorni fregandosene di festeggiamenti, decorazioni, auguri è visto come una specie di mostro cui nulla intenerisce il cuore. Mai come a Natale mi sento un marginale, un disadattato, uno scoppiato fuori dal consesso umano.

Aggiungo che niente come questo lungo periodo di festa che va da oggi fino agli inizi di gennaio - l'Epifania non so come considerarla, perché porta con sé già gli strascichi di un certo disincanto, oltre che il sollievo per averla scampata bella ancora una volta - mi fa sentire con più forza quello che non vorrei sentire, ma di cui sono comunque già consapevole di giorno in giorno: il tempo che scorre inesorabile. Per usare un'iperbole, per me il Natale è una festa di morte.

Questa settimana ho lavorato di sera. Ieri sera, ultimo giorno in ufficio prima di riprendere il 26, mi si è depositata addosso una cupa malinconia, simile a uno strato di unto difficile da lavar via, e siccome avevo poco o niente da fare mi sono avvitato nella spirale dei miei pensieri neri. Mi sono sembrato un Ebezener Scrooge visitato dal fantasma dei Natali futuri, ma al contrario di Scrooge più che convertirmi alla bontà mi veniva voglia di tagliarmi le vene. Il contrappasso è stato sentirmi augurare buon Natale da non so più quante persone che entravano in ufficio per salutarmi. Io ho riprodotto, come da contratto, il mio sorriso meccanico - come se un elastico legato alle orecchie mi tenesse sollevati gli angoli della bocca - e ho sempre replicato con un sobrio: "Anche a te", trattenendomi dall'augurare, come fa lui, un buon NaSale. Quando ho staccato per andarmene, ho rivolto un muto ringraziamento interiore ad A.L., che è stato l'unico a non entrare per farmi gli auguri.

Ora stringo i denti, mi faccio forza e parto per la città di C. Per fortuna torno domani sera.

Author: "Stefano B" Tags: "Due giri intorno al mio ombelico"
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Date: Tuesday, 22 Dec 2009 22:20

Magari un giorno si dirà: "Ti ricordi quella volta che in piazza Duomo tirarono un kitschissimo souvenir in faccia al presidente del consiglio e gli spaccarono due denti e il naso? ... Com'è che si chiamava... Salvo... Fulvio... Ah no, Silvio... Bernasconi? Burlesconi...? Ah, ecco, Silvio Berlusconi". Ma noi quel giorno non ci saremo e forse non sopravviveremo nemmeno tanto a lungo da essere testimoni di un'Italia priva dell'individuo in questione. Incomincio a temere che la realtà sia, purtroppo, questa. L'imbecille che ha compiuto il gesto inconsulto non si è reso conto che sarebbe stato un boomerang. Qualsiasi offesa arrecata al presidente del consiglio - e a maggior ragione un'offesa corporale di questo genere - si trasforma in una crescita della sua popolarità, attestata dagli ultimi sondaggi. Chi, in possesso delle proprie facoltà mentali, poteva non immaginare il modo in cui Berlusconi avrebbe sfruttato, volgendolo a proprio vantaggio, un simile rovescio di fortuna? Solo un malato di mente, per l'appunto.

Berlusconi per primo si è mostrato sanguinante: non potendo mostrarsi sorridente come al solito, ha giocato il tutto per tutto e ha esibito il volto trasfigurato dal dolore, ben sapendo che quell'icona di sofferenza gli avrebbe mietuto ulteriori simpatie. Non credo proprio alle assurde teorie complottiste, ma non posso fare a meno di notare che, nel gioco mediatico inventato proprio da Berlusconi - che ne ha sempre dettato le regole -, lui ha saputo sfruttare al meglio una situazione negativa. Qualche giorno dopo abbiamo assistito alla sua definitiva "cristificazione". Ha parlato di un "sacrificio" che non è stato inutile se è servito a riportare l' "amore" e a sconfiggere l'odio (quell'odio che, ovviamente, solo e unicamente gli avversari nutrono per lui e che avrebbe armato la mano del pazzo). Insomma, come Gesù Cristo - e provvidenzialmente proprio poco prima di Natale - anche lui si è immolato e ha pagato per i peccati di tutti. C'è da temere che se l'avessero ammazzato sarebbe risorto dopo tre giorni - anzi, dopo due, perché lui è meglio di Cristo. La tragedia, ormai mutata in farsa, si è conclusa con il prevedibile perdono del malfattore.

Il lavoro sporco è stato lasciato ai suoi apostoli, che hanno tirato fuori il peggio di sé. In parlamento un Cicchitto qualunque, schiumante di bava, ha lanciato accuse a destra e a manca, individuando i "mandanti" dell'insano gesto nell'opposizione di certi gruppi editoriali - L'Espresso e Repubblica, ça va sans dire -, stabilendo che criticare il presidente del consiglio equivale, di fatto, a invitare gli psicolabili a fracassargli i denti. Il passo successivo qual è? L'obbligo del consenso con la maggioranza, perché altrimenti qualsiasi voce contraria sarebbe, potenzialmente, un "atto terroristico"? E poi, naturalmente, è partito l'attacco a internet e ai social network. Siccome qualcuno su Facebook ha esaltato il gesto di Tartaglia, ecco che molti si sono affrettati a dichiarare la necessità di dare un giro di vite alla rete - leggi: un po' più di censura -, dimostrando tra l'altro di non avere la più pallida idea di come funziona la rete. (Per inciso, ho sentito qualche giorno fa un'intervista a Roberto Maroni al riguardo: se quelli sono i princìpi guida allora metà degli esponenti del suo partito dovrebbero finire in galera per incitamento all'odio).

Tutto ciò, quindi, ha reso ancor più simpatico Berlusconi alla maggioranza degli italiani. Qualche giorno prima c'era stato il No-B Day. Un grande successo - poi sfruttato polemicamente dai Cicchitto d'ordinanza per "spiegare" l'aggressione a Berlusconi -, ma del tutto inutile. Su questo sono d'accordo con Berlusconi: per quanto estesa sia la partecipazione a queste manifestazioni di piazza (che ormai sembrano sempre più obbedire alla stessa estetica da marketing selvaggio imposta da vent'anni a questa parte dai mass media, toh, berlusconiani), non sarà mai tanto estesa da essere maggioranza. Certo, fa un bell'effetto, ma poi quando si va a votare, la maggior parte degli italiani vota Berlusconi. Più lui che il suo "partito". Non sono più d'accordo con Berlusconi e con i suoi soldatini quando sostengono - lui forse per convinzione, loro perché devono pararsi il sedere - che il consenso popolare giustifichi qualsiasi loro azione, mettendoli al di sopra delle leggi che valgono - o dovrebbero valere, dato che siamo pur sempre in Italia - per tutti gli altri cittadini. Insomma, in una democrazia - sputtanata e formale quanto si vuole, con una legge elettorale infame, magari - il parlamento lo scelgono i cittadini con il loro voto. E la tragedia, in Italia, è questa: nonostante tutto quello che è e che fa (o non fa) Berlusconi con il suo governo, l'apprezzamento popolare è sempre alto, tanto alto da dargli la maggioranza alle elezioni. Il mistero è questo. A me l'idea fa ribrezzo: sembra che ci sia una sorta di unione mistica tra loro e il grande capo, ma mi rendo conto che ogni pretesa di voler "educare il popolo" è destinata al fallimento. Occorre che "il popolo" subisca sulla propria pelle le ferite del malgoverno berlusconiano prima che sposti il proprio voto. A giudicare dalla situazione attuale, credo che sarà una cosa lunga.

Per quanto mi riguarda, posso consolarmi con un unico pensiero: mai, da quel fatidico 1994 in cui Berlusconi "scese in campo", ho preso in considerazione, nemmeno remotamente, l'eventualità di votarlo. Mai, nemmeno per disperazione, ho pensato che potesse rappresentare il meno peggio: figurarsi quindi se ho mai abboccato all'amo della cosiddetta "rivoluzione liberale", quando bisognava essere gonzi (o chiamarsi Pannella) per non accorgersi che aveva fondato il suo partito di plastica perché i suoi padrini protettori erano stati costretti all' "esilio" e le sue aziende rischiavano la bancarotta. Già allora lui e i ceffi che aveva candidato mi sembravano antropologicamente distanti da me e non li avrei potuti votare nemmeno in ossequio a un "patto di desistenza". Oggi posso dire che mai Berlusconi mi ha rappresentato. Purtroppo mi sono rassegnato al fatto che la maggioranza dei miei concittadini non la pensa così e finché loro non apriranno gli occhi non ci saranno sfilate o manifestazioni che tengano.

Author: "Stefano B" Tags: "Due giri intorno al mio ombelico, Incurs..."
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Date: Monday, 21 Dec 2009 18:58

In Bigger Than Life, Jeffrey Escoffier si pone un obiettivo piuttosto ambizioso - come segnala già nel sottotitolo -: tracciare una storia del "cinema porno gay" contemporaneo, dalla fine degli anni sessanta ai giorni nostri. I primi tentativi di cui parla Escoffier non sono, ai nostri occhi, propriamente pornografici. Tra gli antesignani del genere, infatti, l'autore annovera certe pellicole di Andy Warhol, in cui comunque il sesso non è mai esplicito o in cui, addirittura, non si vedono i protagonisti nudi. In Blow Job, tanto per fare un esempio, l'inquadratura è costantemente sul volto del protagonista a cui qualcuno sta praticando una fellatio (e che questo stia davvero accadendo è un motivo di fede per lo spettatore).

La pornografia gay vera e propria è invece una filiazione della fotografia "beefcake" degli anni cinquanta, quando in maniera piuttosto clandestina, per non violare le leggi, alcuni fotografi riprendevano giovani muscolosi in costumi succinti (e successivamente senza indumenti del tutto, ma con il membro ancora non eretto) e pubblicavano riviste come Beefcake, vendute a liste di sottoscrittori. Il passaggio dalla fotografia alle riprese cinematografiche, inizialmente in super 8, è breve. Inizialmente questi film sono solo destinati a un uso privato. Solo in un secondo momento, quando negli Stati Uniti le case cinematografiche sono costrette a cedere i loro cinema, alcuni di questi si "riciclano" proiettando film pornografici. Eterosessuali prima e, poi, con il progressivo rilassarsi dei costumi alla fine degli anni sessanta, anche qualcosa di omosessuale. Il centro di irradiazione di questo fenomeno è la California, Los Angeles con il Park Theatre - uno dei cinema che si riconvertono alla pornografia, incluso quella gay - e, soprattutto, San Francisco, che diventa la "capitale porno d'America".

Qualche precursore coglie la palla al balzo e produce i primi lungometraggi porno gay distribuendoli nelle sale cinematografiche dedicate al genere. Gli inizi sono incerti, ma anche molto liberi - a parte il rischio costante dell'intervento della legge, il che richiede spesso anonimato e cautela assoluti - perché non si sono ancora sviluppati stilemi e narrazioni tipiche. Non esiste per esempio l'obbligo dell'eiaculazione esplicita con cui concludere ogni scena, non c'è uno sviluppo quasi obbligato che parta dal rapporto orale, sfoci nel rapporto anale e termini con l'eiaculazione; non c'è distinzione fissa tra chi assume un ruolo attivo e chi un ruolo passivo. Spesso le scene di sesso cominciano e non "finiscono". Non di rado gli attori sono giovani di belle speranze approdati dalla provincia nelle grandi città e dediti alla prostituzione o, viceversa, vengono pescati nei primi locali gay. Dopo vari esperimenti, nel 1971, esce Boys in the Sand - il titolo è un'allusione al film Boys in the Band - con la regia di Wakefield Poole. Il film ha un successo immediato e lancia la prima star del genere: Casey Donovan. I film del decennio sono in qualche maniera anche la testimonianza dei costumi sessuali di un'epoca in cui la liberazione dei gay passava anche per un'estrema libertà sessuale: poche città offrivano tanta scelta quanto San Francisco. E nel 1972 Chuck Holmes fonda quella che diventerà una delle più famose case di produzione di porno gay: la Falcon.

Poiché però neanche la pornografia si evolve nel vuoto sociale, Escoffier tiene sempre presente quello che succede tutt'intorno. E negli anni ottanta avviene un mutamento epocale che influenza in modo particolare il modo di vivere la sessualità e di rappresentarla attraverso la pornografia. Mi riferisco ovviamente alla diffusione dell'Aids. Paradossalmente questa situazione di crisi favorisce la pornografia: terrorizzati da questa nuova malattia, di cui ancora poco si sa, molti abbandonano la facilità sessuale degli anni settanta e si rassegnano a guardare e basta. Negli stessi anni, inoltre, si diffonde un nuovo strumento tecnico - il videoregistratore - che viene incontro a questa esigenza, permettendo agli interessati di guardarsi tutti i film che vogliono nel privato di casa loro. Nei film, poi, cambia anche il modo in cui il sesso viene inscenato: a poco a poco, e non senza esitazioni, il preservativo diventa protagonista. Questo segna una peculiarità rispetto alla pornografia eterosessuale: se in quest'ultima si preferisce ricorrere ad attori sottoposti continuamente ai test, in quella gay si mette sempre più l'accento sulle pratiche sicure. Negli anni ottanta, poi, si diffonde anche un nuovo modello di attore: non più il gay liberato e versatile degli anni settanta - considerato, proprio per questo motivo, più a "rischio" per la trasmissione del nuovo virus - ma il "gay-for-pay", cioè l'uomo eterosessuale che si "concede" ai gay e si limita a scopare e a farsi succhiare senza partecipare emotivamente agli atti sessuali che impersona sullo schermo. Il più famoso di tutti, tanto da diventare quasi un'icona nota persino al di fuori del mondo della pornografia gay, è Jeff Stryker.

Con il passare degli anni anche la pornografia gay si professionalizza e si specializza sempre di più. Jeffrey Escoffier descrive con cura - e ricorrendo anche a testimonianze dirette - la parabola di numerosi attori e registi del settore. Man mano che le esigenze del mercato si fanno più raffinate, molti registi non si accontentano più di montare scene di sesso usando la trama come pretesto, ma tentano persino un approccio più autoriale, ottenendo spesso risultati di notevole pregio (è il caso, per esempio, di Chi Chi LaRue - ovvero Larry Paciotti -, uno dei più prolifici e originali nel suo genere). Nei capitoli conclusivi, infine, Escoffier rende conto dei sottogeneri sviluppatisi più di recente all'interno della pornografia gay (il "porno noir" o il "thug porn", per esempio) e ne descrive i nuovi scenari, dettati dall'avvento di internet.

Ampiamente documentato, Bigger Than Life ha una struttura ben delineata, cronologicamente ordinata, e all'interno di ogni periodo storico Escoffier enuclea gli avvenimenti centrali nella storia del porno gay, elencando tendenze, registi e attori principali. Purtroppo, però, il suo sguardo è esclusivamente "americocentrico" e ignora completamente l'evoluzione della pornografia non statunitense. In questo senso la promessa ambiziosa del sottotitolo non viene mantenuta. Sarebbe stato interessante leggere qualcosa anche dei momenti salienti della pornografia gay europea. Una storia del genere rimane monca se ignora l'apporto fondamentale dell'opera di Jean-Daniel Cadinot, per esempio, la nascita della Cazzo a Berlino, la pornografia nei paesi dell'Europa dell'Est - con Bel Ami - e, infine, nemmeno una decina d'anni fa, la nascita di una pornografia gay anche in terra britannica, con Eurocreme e i primi film di Simon Booth. Tutti questi, almeno nella loro fase iniziale, hanno creato linguaggi e volti ben riconoscibili, con caratteristiche anche molto innovative: un peccato, da parte di Escoffier, averli trascurati. Sarà per la prossima volta?

Author: "Stefano B" Tags: "La gaia scienza, Visti, letti, ascoltati"
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Date: Saturday, 19 Dec 2009 17:59

5ulf9d Come avevo accennato parlando del libro, da Ghost Story è stato tratto nel 1981 un film omonimo, che tra i protagonisti vanta la presenza di un attempato Fred Astaire. Me lo sono procurato, diciamo così, e ieri sera l'ho guardato pensando che forse sarebbe stato meglio del romanzo di Peter Straub. E' un film senza infamia e senza lode che si fa guardare ma non suscita nessun entusiasmo particolare. Non è malaccio l'atmosfera un po' cupa che ben ricrea l'ambiente della cittadina provinciale innevata e sono ben riusciti gli effetti speciali dei cadaveri in putrefazione che aggrediscono e spaventano di volta in volta i vari protagonisti, spingendone alcuni alla morte. Sul resto, però, nutro diverse perplessità.

Innanzitutto mi chiedo se, non avendo letto prima il libro, avrei capito quello che stava succedendo nel film. Mentre le immagini mi scorrevano davanti ripercorrevo dentro di me la trama del romanzo, riconoscendola, ma allo stesso tempo mi rendevo conto che sullo schermo avveniva tutto troppo in fretta perché si avvertisse davvero l'orrore degli eventi. L'aspetto più interessante è comunque osservare come un materiale narrativo così denso - e a tratti prolisso - potesse essere compresso in un film di nemmeno due ore.

Nel passaggio le trasformazioni sono state parecchie. La trama è stata sottoposta a numerosi tagli, con conseguente eliminazione di personaggi più o meno superflui. Tanto per cominciare gli amici della Chowder Society non sono più cinque ma quattro e per ridurre le distanze temporali (e quindi la necessità di ulteriori flashback) Edward non muore dopo la festa con l'attrice - che non ha proprio luogo -, ma come nel romanzo muore John, il medico, saltando giù da un ponte. Don, che nel romanzo è scrittore e nipote di Edward, è qui suo figlio e arriva subito all'inizio, non convocato da tutto il gruppo di amici, ma chiamato dal padre dopo la morte del fratello gemello David. Nel romanzo quest'ultimo muore ad Amsterdam, mentre è in viaggio con la stessa Alma Mobley che aveva avuto una storia con Don, qui invece muore a New York - anche se la modalità è la stessa: si butta dalla finestra di un albergo. Espunti sono anche una serie di personaggi secondari e, di conseguenza, anche i luoghi in cui si muovono (sto pensando, per esempio, al cinema dove tra l'altro si svolgono le battute finali del romanzo).

Vengono invece conservati due flashback che spiegano le vicende principali: quello in cui Don racconta ai vecchietti della Chowder Society la sua storia d'amore con Alma Mobley, anche se questo racconto è così stringato da non rendere adeguatamente il sinistro senso di inquietudine che invece si avverte nelle pagine del libro. Il secondo è invece quello in cui, cinquant'anni prima, gli allora giovani appartenenti alla Chowder Society conoscono Eva Galli (cioè la prima incarnazione di Alma Mobley). In questo caso, la scena della "sfrenatezza sessuale" che conduce all'omicidio involontario di Eva è molto più casta che nel libro, tanto da far sembrare eccessiva la reazione dei ragazzi.

Nella fretta, forse, di ridurre la prolissità del romanzo c'è qualcosa che non funziona: Gregory Bate e il suo fratellino, la cui presenza nel romanzo è introdotta da un racconto di Edward, che la ripesca da un episodio della sua giovinezza, senza chiarire subito se si tratti di una fantasia o di una storia vera. Qui, invece, i due appaiono all'improvviso e non si capisce affatto quale funzione abbiano. Sì, s'intuisce che sono al servizio di Alma Mobley, ma a questo punto - ridondanza per ridondanza - tanto valeva eliminare anche loro.

Un'altra differenza sostanziale riguarda la figura di Alma Mobley/Eva Galli: rispetto al romanzo, qui viene abbandonata l'idea di creare una sorta di personaggio che incarni allo stesso tempo il vampiro, lo zombie, il fantasma e il lupo mannaro. La donna è una specie di revenante, un fantasma che torna per vendicarsi dell'omicidio di cinquant'anni prima e che, soprattutto, ha sempre lo stesso aspetto esteriore. Non è più una shapeshifter, una "mutaforme". Purtroppo, però, lungi dall'essere una donna ambigua e pericolosa, dal fascino e dalla bellezza perturbanti, l'attrice scelta per interpretarla è di aspetto fin troppo convenzionale. A me questo è parso un vero e proprio errore di casting.

Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Saturday, 19 Dec 2009 10:54

Moon_movie_image_sam_rockwell [Attenzione, leggere con cautela: Contiene spoiler]

Non sono un appassionato di fantascienza, quindi non sono in grado di dire quali siano i modelli a cui si è ispirato Duncan Jones per il suo Moon, che ho visto l’altra sera al cinema. Posso però dire che cosa in particolare mi ha colpito del film e che, forse, nulla ha a che fare con la ricezione della fantascienza da parte degli appassionati. E’ per questo che dovessi inventare una definizione del genere direi che si tratta di una fantascienza “intimista”, quando non “esistenzialista”.

Da un punto di vista esteriore, il film racconta la storia di Sam (Sam Rockwell) che - apparentemente - è da tre anni solo su una stazione lunare, dove lavora per conto di una società che produce energia pulita. I tre anni stanno per scadere e presto dovrà essere sostituito. L’unico suo compagno, per così dire, è Gerty, un robot con il quale colloquia. I messaggi che si scambia con la moglie rimasta sulla Terra possono essere solo registrati perché - così gli viene detto, almeno - i trasmettitori sono guasti e non è possibile una comunicazione diretta. La realtà è invece molto più sinistra: non è vero che Sam tornerà sulla Terra. Da almeno quindici anni, ogni tre anni l’uomo viene sostituito da un suo clone. Questa volta, però, le cose vanno storte: la sostituzione avviene troppo presto e i due cloni si conoscono. Quello appena risvegliato - che dovrà trascorrere i suoi tre anni sulla navicella lunare - è più energico e deciso, l’altro si sta letteralmente disfacendo, in un processo di lenta e progressiva corrosione.

Superficialmente si può leggere in questa linea narrativa anche una critica all’assenza di scrupoli di chi, in nome del massimo rendimento economico e della maggior riduzione possibile dei costi, non si fa scrupolo di usare gli esseri umani come se fossero oggetti da consumare e poi buttare via.

Non è questo però l’aspetto più toccante del film. Non per me, almeno.  E’ l’atmosfera di oppressione, il senso di claustrofobia che lo pervade sin dall’inizio e che cresce man mano che si avverte che la situazione in cui si trova Sam pare senza via d’uscita. Moon diventa quindi la metafora di una solitudine estrema e dell’assenza di ogni contatto umano, in cui il singolo individuo può fare affidamento solo sui propri mezzi psicologici per non crollare. (Mi ricordo che parlando mi è capitato, in passato, di usare proprio l’immagine della navicella spaziale che viaggia per gli spazi siderali per esprimere un certo senso di isolamento e di distacco dagli altri).

Anche l’incontro di Sam con il proprio clone è inquietante. Non solo pare tematizzare una certa divisione all’interno dell’uomo dopo una lunga solitudine, come a indicare che, checché se ne dica, siamo animali sociali e abbiamo inscritta nel nostro codice genetico la cooperazione e la capacità di stabilire rapporti con gli altri - magari scontrandoci -, bensì inquieta anche perché riprende il vecchio topos del doppio - o del sosia, per usare proprio il titolo del romanzo dostoevskiano. E ritrovare un sé identico nell’altro genera angoscia. Ecco, per questo genere di riflessioni che ha suscitato in me direi che Moon è fantascienza “esistenzialista”.

Per realizzare tutto ciò Duncan Jones non ricorre a effetti speciali e non dispiega una gran quantità di mezzi tecnici: anche questo contribuisce alla riuscita del film e non lo allontana troppo dall’esperienza dello spettatore. I toni sono piuttosto attenuati, le scene sono minimalistiche e fredde, il paesaggio lunare attraversato dalle “trebbiatrici” è grigio e spoglio, il che rende ancor più potente il senso di desolazione generale.

Va detto che Jones non rinuncia a uno happy ending. Prima che la squadra di soccorso - o quella che viene spacciata come tale - giunga sulla luna, Sam riesce a spararsi nello spazio e a tornare sulla Terra. Vediamo solo una luce che viaggia nel cosmo e alla fine sentiamo una voce che commenta le dichiarazioni di Sam: è un portavoce della società produttrice di energia pulita che lo accusa di essere uno psicopatico. Non sapremo mai se verrà creduto o se il ciclo di clonazione e di solitudine, lassù sulla luna, continuerà in eterno.
Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Thursday, 17 Dec 2009 17:04

Schadenfreude, ovvero: gioire per le disgrazie altrui. Ma qui la gioia rasenta l'orgasmo. Leggo che Pier Gianni Prosperini, il fascista che voleva garrotare gli omosessuali (ovviamente solo per scherzo, perché lui è un buontempone) è finito al gabbio. A me non dispiacerebbe che per certi soggetti venisse poi buttata via la chiave, ma so che è sperare troppo. In ogni caso, stamane stavo pedalando per via Pirelli quando ho visto, attaccati alla recinzione di un cantiere, un paio di manifesti che declamavano: "La croce non mi dà fastidio" e rimandavano al sito del summenzionato Prosperini. Il quale, manco a dirlo, è molto cristiano e molto cattolico, come tutti i politicanti cattolicanti in Italia al giorno d'oggi (che, temo, sarebbero i primi mercanti a venire scacciati dal tempo se Cristo tornasse sulla terra). Be', ora spero che lo accontenteranno e che adorneranno i muri della sua cella con tanti bei crocifissi. Pier Gianni, la croce mica ti darà fastidio, no?

Author: "Stefano B" Tags: "Irritazioni, disgusti, idiosincrasie"
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Date: Wednesday, 16 Dec 2009 20:54

"Fino a quando la società in cui ci troviamo a vivere ci disprezza come categoria, noi siamo una categoria, che lo si voglia o meno"

Zamel, di Franco Buffoni - scrittore con il quale, ho scoperto, condivido il tristo luogo natio - è un'ibridazione di vari generi. Non propriamente romanzo, anche se c'è una traccia romanzesca che serve da pretesto alla narrazione, ma neanche del tutto saggio, anche se ha in parecchi punti l'andamento del saggio (letterario e politico). Forse ha anche qualcosa dell'autobiografia - e se pure non dovesse trattarsi di un'autobiografia individuale dell'autore è come minimo un'autobiografia generazionale e, in parte, anche "sociale" che parla di quel gruppo sociale non sempre troppo coeso che sono i gay italiani.

La storia comincia dal suo epilogo infelice. Aldo, architetto cinquantenne, ha abbandonato la professione per ritirarsi a vivere in Tunisia, dove la vita è più semplice, o almeno così pare a un gay bianco e ricco. La Tunisia è il "paradiso terrestre": sesso a volontà, senza le noiose distinzioni - come pensa Aldo - tra chi è etero e chi è omosessuale, e soprattutto senza le rivendicazioni dei "movimentisti" che gli spengono solo la libido. L'importante è non dichiarare nulla, ma accontentarsi di vivere obbedendo ai propri impulsi, riconoscendo che chi "lo mette" è comunque un vero maschio anche se, poi, va a uomini di nascosto. Fondamentale è non dare mai all'altro dell'omosessuale. Così si comporta Aldo, che pasolinianamente esalta il machismo dei tunisini, che assumono sempre più il ruolo e la funzione dei meridionali di una volta, sempre pronti a svagarsi con una "passiva" (così Aldo definisce se stesso e i suoi amici, usando sempre il femminile) senza mai mettere in dubbio la propria mascolinità. O, per riassumere, come dice Aldo all'amico: "Prenderlo in culo - che è l'unica cosa veramente essenziale - ed essere discrete, disponibili e silenziose come geishe". Un giorno, però, conosce il giovane Nabil, che sembra diverso dagli altri tunisini. Quando un giorno Nabil si mostra stranamente propenso a essere penetrato - cosa inaudita per uno di quei machi tunisini venerati dal protagonista -, Aldo lo affronta: vuole costringerlo ad ammettere di essere uno zamel, termine arabo che sta per "frocio". "Lo zamel è quello che si fa scopare, e quando uno è zamel è segnato per sempre". Questo scatena la reazione omicida di Nabil.

Nelle prime pagine si è già consumato il delitto, dunque, e la vicenda la apprendiamo dalle parole di Edo, un amico di Aldo tornato in Tunisia per assistere al processo e per mettere ordine tra le cose dell'amico. Le pagine che seguono ripercorrono l'amicizia tra i due, nata per caso il giorno in cui Edo arriva in Tunisia per una vacanza. Ed è qui che il romanzo segue un percorso originale trasformandosi in romanzo d'idee. Alla narrazione pura e semplice - che comunque anche nella prima parte è intessuta di citazioni ed è, spesso, la ricostruzione della mente di un individuo (Aldo, in questo caso) attraverso la sua biblioteca - si sostituisce ora una serie di dialoghi tra i due protagonisti, che modulano un vero e proprio dibattito tra posizioni contrapposte. A tratti questo scambio di opinioni ricorda il procedimento già tentato da Tommaso Giartosio nel suo Perché non possiamo non dirci. Qui quella a cui assistiamo è, in buona sostanza, la dialettica tra due tipi di omosessuali. Quello contemporaneo, più giovane, che afferma la propria identità in quanto gay e pretende pari diritti e che vuole vivere la propria gayezza alla luce del sole, magari stabilendo rapporti affettivi stabili con altri gay e, allo stesso tempo, rivendicando l'importanza della cultura omosessuale. E quello più maturo che, invece, porta in sé ancora traccia dell'antica omofobia interiorizzata e di vecchi schemi interpretativi superati, testimonianza di una concezione eterocentrica e patriarcale all'interno della quale si muove anche quando lo costringe a un implicito disprezzo di sé. E' vero però che da questo ruolo subordinato Aldo - e quelli della sua generazione - spremono comunque un qualche vantaggio. Di lui, dopo aver passato in rassegna la sua biblioteca che si ferma agli anni ottanta, scrive infatti Edo, in modo conciso e puntuale: "Tutta la letteratura che Aldo ebbe a disposizione negli anni della sua formazione lo indusse a credere di essere un malato. E lui, artatamente, nei decenni successivi smise di leggere saggistica e praticamente di leggere tout court, sentendosi sempre più astuto. Astuto perché, invece di farsi curare, accondiscese, coccolò la sua 'malattia': se la godette".

I dialoghi sono inframmezzati da lettere che i due uomini si scrivono e in cui commentano e approfondiscono gli argomenti toccati nei precedenti dialoghi. Oltre alla linea dialettica principale a cui accennavo sopra, si traccia in maniera sintetica la storia del movimento gay con le relative conquiste, si parla della situazione politica nell'Italia contemporanea - con il pernicioso influsso della chiesa cattolica -, si discute del concetto di "natura" e "contronatura", si indaga sui pregiudizi anti-omosessuale e sui gravi effetti prodotti dalla loro interiorizzazione: tutte cose forse già sentite e strasentite per chi ha l'abitudine a leggere testi che ne trattano, ma che qui, nell'economia dello scambio di battute, assumono un tono spesso più lieve e giocoso (malgrado la serietà del loro contenuto e la densità dei riferimenti culturali). Lungi dall'essere un difetto, trovo che sia un pregio che rende Zamel ancora più leggibile. Alcune di queste lettere, poi, sono dei veri e propri mini-saggi di letteratura: su Dante, Brunetto e Virgilio o su Walt Whitman.

In realtà ho la sensazione che Zamel potrebbe essere letto anche in maniera allegorica. E' difficile, infatti, che una persona si posizioni integralmente su uno dei due estremi rappresentati dai due protagonisti. Nella maggior parte di noi, invece, coesistono tratti dell'uno e dell'altro. E' come se dentro di noi vi fosse un magma psichico in cui è l'uno o l'altro che, a seconda delle circostanze, prende il sopravvento. Gli antichi fantasmi che ossessionano Aldo, per esempio, tornano talora a galla anche nelle coscienze più progredite: dagli strati del subconscio riemergono vecchie paure, reazioni incontrollate e un disprezzo per sé assimilato con il latte materno. Come scrive Buffoni: "L'insulto è il primo e più dirompente mezzo di conoscenza che il mondo presenta all'omosessuale. [...] Mentre impari a parlare, mentre cresci, ti entra in circolo anche la consapevolezza che esistono persone che devono essere insultate per certe loro caratteristiche fisiche, psicologiche o comportamentali. Se riconosci queste caratteristiche in te, devi negarle anche a te stesso, oppure occultarle". A questi meccanismi - purtroppo ancora molto diffusi - si può reagire in diversi modi, ma la cicatrice della ferita resta, così come talvolta resta anche una sorta di "schizofrenia", una divisione tra un Aldo e un Edo all'interno della stessa persona. Non escludo quindi che il dialogo tra questi due amici possa essere anche il dialogo tra le due parti di un medesimo individuo, tra la tentazione di accondiscendere alla propria omofobia - magari ricavandone un contentino - e quella di ribellarsi e riconquistare la propria umanità.

Author: "Stefano B" Tags: "La gaia scienza, Visti, letti, ascoltati"
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Date: Tuesday, 15 Dec 2009 18:48

Ormai Aldo Cazzullo sembra diventato l'ufficio stampa o il portavoce di don Luigi Verzé. Non pago di averlo già intervistato non molto tempo fa per il Corriere della Sera e di avere recensito (favorevolmente) un suo libro, oggi non si lascia sfuggire la ghiotta occasione di fargli qualche domanda riguardo a Silvio Berlusconi, attualmente ricoverato proprio nella sua clinica, il San Raffaele di Milano. Consiglio vivamente la lettura dell'intervista, perché alcune risposte sono davvero stupefacenti: sembra che don Verzé ritenga gli italiani - o, quantomeno, i lettori del Corriere - degli imbecilli (e, per quanto riguarda Cazzullo, ormai deve averne già conquistato il cuore). Ecco alcune perle irrinunciabili: "Io conosco bene Berlusconi. È un uomo di fi­ducia e di fede. Conosce il vero insegnamento di Ge­sù: 'Amatevi l’un l’altro co­me io ho amato voi'. Berlu­sconi ama tutti, anche i suoi nemici. È incapace di pensie­ri o parole cattivi". E ancora: "Berlusconi ama l’Italia, ed è per questo, non per i suoi interessi, che è sceso in campo, mettendo in gioco tutto se stesso, anima e corpo, anche a rischio della propria salute". Un martire, praticamente - e poco importa che da quando entrò in politica, nel '94, e le sue aziende erano sull'orlo del fallimento i suoi affari abbiano ripreso a prosperare. Corollario di tutto ciò è che, ovviamente, bisogna riscrivere la Costituzione: ha troppa ragione Berlusconi - dice don Verzé -: "La magistratura dev’essere ricondotta al suo ruolo. Che è al di sopra e al di fuori della politica". E aggiunge: "I magistrati non devono fare politica; sarebbe come se il Papa o la Chiesa pretendessero di farla". Notoriamente, infatti, né il Papa né la Chiesa fanno politica in Italia... Quando mai! Insomma, più che un'intervista, una barzelletta.

Author: "Stefano B" Tags: "Irritazioni, disgusti, idiosincrasie"
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Date: Monday, 14 Dec 2009 18:48

Ieri pomeriggio sono andato al Teatro Studio a vedere Palacio del fin di Judith Thompson per la regia di Marco Carniti: un'ora e quarantacinque minuti di vero e proprio martirio, in una sala mezzo vuota e al freddo.

Lo spettacolo era in spagnolo, ma tradotto dall'inglese - l'autrice è canadese e, a quanto pare, abbastanza nota lassù -, e consisteva di tre monologhi, in un atto unico senza soluzione di continuità, basati su un evento d'attualità: la guerra in Iraq. Nel primo monologo prende la parola Lynn England, la soldatessa americana che nel carcere di Abu Ghraib è stata fotografata mentre umiliava alcuni prigionieri iracheni. Nel secondo, a parlare è lo scienziato inglese David Kelly, morto (forse) suicida dopo aver rilasciato alcune dichiarazioni sull'inesistenza delle famigerate armi di distruzione di massa che hanno giustificato l'intervento angloamericano in Iraq. L'ultimo monologo, infine, è dello spirito di una donna irachena, torturata dal regime di Saddam perché proveniente da una famiglia di dissidenti comunisti e uccisa da una bomba americana.

Vorrei poter entrare nel merito della messa in scena e della performance degli attori - che sono stati comunque bravi e hanno svolto il loro compito con grande intensità - ignorando del tutto il testo, ma non riesco a farlo, perché è stato soprattutto questo che mi ha più irritato (e mi chiedo perché il regista abbia voluto misurarsi con un testo del genere). L'ho trovato incredibilmente prolisso e, soprattutto, scontato. Forse l'autrice ha creduto di dire qualcosa di molto originale, ma in realtà si tratta di un luogocomunismo che ormai ripetono anche i sassi e, volendo, basterebbe leggere un quarto d'ora Il Manifesto per apprendere le medesime cose.

I primi due monologhi sono riassumibili in una frase: noi (occidentali e massime americani) siamo tutti una manica di stronzi, solo "gli altri" sono buoni. E su questo stucchevole antioccidentalismo d'accatto sono costruite le macerazioni cerebrali dei due primi protagonisti - tratti, come s'è visto dalla vita reale. E questo è il secondo problema: ricorrendo a personaggi reali (e anche molto contestati per le loro azioni), l'autrice finisce per svuotarli e usarli come se fossero delle marionette a cui lei presta la sua anima e i suoi pensieri. Che sono inevitabilmente quelli di una canadese progressista, dotata di tutti i pregiudizi "positivi" (sulle altre civiltà) e "negativi" (sulla nostra). Gli autoritratti che ne escono sconfinano nel caricaturale. Gli unici personaggi che si salvano, nella narrazione dei due, sono per l'appunto "gli altri", che incarnano un po' una versione moderna del mito del buon selvaggio. Viceversa sugli autoctoni è lecito riversare ogni sarcasmo  e ogni disprezzo: penso, per esempio, a quando vengono menzionati i "due ragazzi dell'Alabama" che entrano nell'esercito e non sanno mettere due parole in fila (il che sarà anche vero, ma non vedo come invece un contadino iracheno debba essere più saggio di loro, se non per pregiudiziale partito preso).

Più complesso è il terzo monologo, che, forse in omaggio al pubblico milanese, contiene degli estratti in italiano. Lo è per forza di cose perché la protagonista è già morta ed è irachena, quindi per definizione un po' più buona di quegli altri due stronzi (la prima era stronzissima perché militare, ovviamente). In ogni caso, anche qui l'autrice riesce a salvare capra e cavoli: condanna sì Saddam Hussein - a più riprese definito "demonio" dalla narratrice, soprattutto perché ha pervertito il "vero islam" -, ma l'aggravante della condanna sembra il fatto che la sua ascesa al potere sia stata facilitata dalla Cia. Le torture subite dalla donna (e dai suoi famigliari, inclusi i due bambini piccoli, che si comportano da veri eroi) sono quindi in parte ascrivibili anche agli americani, che hanno voluto impedire l'ascesa al potere del Partito Comunista Iracheno, fatto soltanto di brave persone - così dice la donna - e completamente diverso dai partiti comunisti di Stalin, Mao o Pol Pot. Questa storia non è nuova: tutti i partiti comunisti che non hanno conquistato il potere assoluto sono stati più "buoni". Sono stati costretti a esserlo e, poiché non è dato sapere come si sarebbe comportato quello iracheno una volta al potere, lo si può innalzare a metafora della bontà schiacciata dal male. Per ribadire l'antiamericanismo programmatico della pièce, l'autrice fa morire la donna sotto i bombardamenti americani. Giusto per chi non avesse capito l'antifona, insomma...

Lo spettacolo mi è stato gentilmente offerto da M.S.: un regalo di compleanno, insomma, anche se abbiamo scelto insieme di andarci. Quando alla fine siamo usciti - dopo un lungo sbirciare l'orologio, trattenere gli sbadigli e frenare le gambe ballerine -, lui mi ha detto: "La prossima volta ti porto a vedere 'Natale a Beverly Hills'". Solitamente non andiamo molto d'accordo nei nostri giudizi sulle pièces che vediamo a teatro. Stavolta, però, non avrei saputo dargli torto.

Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Sunday, 13 Dec 2009 10:06

Cohen Wight Un paio di mesi fa è uscito un nuovo live di Leonard Cohen, ripescato dagli archivi delle sue esibizioni pubbliche: si tratta di Live at the Isle of Wight 1970. Dirò subito che questo è un album destinato solo ai coheniani più incalliti, quelli che soffrono della "sindrome della completezza" e che vogliono avere tutto ciò che viene pubblicato dal cantautore canadese. Io stesso ho esitato prima di comprarlo - ma poi, naturalmente, ho ceduto. La produzione di Cohen è stata, negli oltre quarant'anni della sua carriera, relativamente esigua: soltanto negli ultimi due anni c'è stata una ripresa della sua attività, corrispondente a una sorta di seconda giovinezza. Per questo noi fan ringraziamo la manager che gli ha rubato tutti i soldi e l'ha costretto a tornare in pista.

Questo live, dicevo, non è quindi l'introduzione migliore a Leonard Cohen per chi ancora non lo conosce - meglio, in questo caso, procurarsi una delle raccolte ufficiali -, ma per noi aficionados è una curiosità imperdibile, oltre che la testimonianza storica di un'epoca e di un'atmosfera ormai lontanissime. Innanzitutto non comprende soltanto un cd, ma anche un dvd con le riprese di Murray Lerner. Erano gli anni della contestazione e nel 1970 il festival musicale dell'Isola di Wight aveva attirato più spettatori di quanti gli organizzatori avevano previsto. Molti volevano assistere ai concerti senza pagare il biglietto - la musica doveva essere un "diritto" di tutti - e vi furono un sacco di disordini (per esempio qualcuno diede fuoco al palco su cui si esibiva Jimi Hendrix).

In quest'atmosfera surriscaldata (letteralmente), Leonard Cohen fu l'ultimo a cantare, a notte fonda (o, per la precisione, alle luci dell'alba), dopo essere stato svegliato da un sonnellino. Nel dvd vediamo un Cohen dai capelli lunghi e riccioluti, dagli occhi lucidi - forse per la stanchezza -, che con voce pacata e suadente riesce a domare la folla. Racconta di quando da piccolo lo portavano al circo e c'era sempre qualcuno che, a un certo punto, chiedeva al pubblico di accendere un fiammifero per rendersi visibile: lui fa la stessa cosa finché, timidamente, alcune luci punteggiano l'oscurità. Da quel momento il clima sembra rilassarsi e lui riesce a esibirsi, con un effetto quasi incantatorio (e per accorgersene basta osservare le inquadrature degli spettatori tra le prime file). A inframmezzare le immagini del concerto ci sono alcune brevi interviste con altri protagonisti del festival - Joan Baez e Kris Kristofferson, per esempio - che ne rievocano i momenti salienti e le tensioni.

Nel 1970 Leonard Cohen aveva pubblicato solo due album di grande successo in Inghilterra (Songs of Leonard Cohen e Songs from a Room), ma qui esegue anche qualche brano dell'album che sarebbe uscito l'anno dopo, il cupo Songs of Love and Hate, come la celeberrima Famous Blue Raincoat. Il cd comprende tutta la scaletta del concerto: canzoni e poesie. Non ci si aspettino sorprese, perché gli arrangiamenti e le esecuzioni sono piuttosto fedeli alle versioni originarie su disco. La qualità dell'audio è buona, nonostante la registrazione dal vivo sia piuttosto "antica" e gli strumenti tecnici allora non fossero quelli di oggi.

Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Thursday, 10 Dec 2009 16:57

Wiw-peter-straub1 Se, andando in cerca di romanzi horror con cui spaventarmi un po', sono capitato su Ghost story di Peter Straub è solo per merito (o per colpa) di Stephen King che nel suo Danse macabre ne fa una recensione estremamente lusinghiera, annoverandolo tra i romanzi meglio riusciti del genere. Essendomi già fidato dei suoi suggerimenti riguardo a Richard Matheson - senza essermene pentito -, ho pensato di fidarmi anche questa volta. E ho commesso un errore.

Ghost story ha l'ambizione di raccogliere in sé diversi temi del romanzo tradizionale dell'orrore. C'è, come indica il titolo stesso, la presenza dei fantasmi, ma ci sono anche altre figure tipiche del genere: il lupo mannaro e il vampiro. La caratteristica insolita del romanzo di Peter Straub è che stavolta non c'è separazione tra le varie figure. Straub crea degli esseri, che chiama shapeshifters - cioè "coloro che mutano forma" -, in grado di manifestarsi sotto diverse apparenze a seconda del bisogno del momento. Si tratta quindi sì di fantasmi, perché sono persone ormai morte da tempo, che però assumono le sembianze o di animali terrificanti o di altri esseri umani che uccidono le loro vittime dissanguandole. A questa trovata originale non corrisponde tuttavia un'esecuzione all'altezza: è qui che cominciano i problemi, infatti.

La trama soffre di un eccesso di complessità senza che però questa complessità sia funzionale alla suspense narrativa. Leggendo il romanzo si ha la sensazione che la storia sia troppo consapevolmente costruita e pianificata. Di per sé questo non sarebbe un difetto o, per meglio dire, non lo sarebbe se l'autore fosse in grado di raccontare in maniera tanto coinvolgente da non rendere visibili questi meccanismi. Invece, in questo caso, quando si legge la storia di Straub si ha sempre davanti agli occhi la geometria, molto intricata, che regge tutta la materia narrativa.

Conseguenza di ciò è la frammentazione del romanzo in vari nuclei narrativi, che alla fine si congiungono formando un quadro complessivo coerente, ma con lo svantaggio che l'interruzione, con successivo passaggio da un nucleo all'altro, non avviene in momenti in cui la tensione è alta così da spingere il lettore ad andare avanti, girando pagina su pagina, nell'attesa impaziente di quello che accadrà poi, bensì in momenti in cui la narrazione è in fase calante. Ogni volta che si ha la sensazione che potrebbe finalmente accadere qualcosa e che il racconto potrebbe entrare nel vivo si resta invece delusi. Quello che avviene è puntualmente meno di ciò che ci si attenderebbe o, se è sufficientemente portentoso, è descritto in modo eccessivamente pedestre. La narrazione - e lo spavento - non prendono mai davvero quota: a tratti sembra di vedere una gallina che cerca di spiccare il volo. Non è quindi vero, come leggo sulla quarta di copertina, che "l'orrore cresce e cresce" - parola di Stephen King -, ma è piuttosto la noia a crescere, la noia di chi è in attesa che finalmente l'orrore si manifesti e faccia venire un po' di pelle d'oca al lettore. Se dopo duecento pagine non arriva neanche un brividino, allora sorge il dubbio che qualcosa non sta funzionando a dovere.

Eppure la vicenda narrata da Straub contiene spunti sufficienti per un romanzo appassionante. In sostanza, Ghost story è ambientata in una cittadina di provincia, Milburn, e racconta di cinque vecchi amici, quasi tutti settantenni, che si riuniscono regolarmente - è la cosiddetta Chowder Society - per raccontarsi storie raccapriccianti. Nel loro passato c'è una macchia scura, che il lettore apprende solo a romanzo molto inoltrato: in gioventù hanno involontariamente ucciso una donna, tale Eva Galli. Da allora la vittima torna a ossessionarli, negli incubi e nella vita reale, assumendo diverse forme, con l'unico intento di vendicarsi e di ammazzarli tutti. Il corpo centrale della narrazione è dedicato appunto al ritorno a Milburn di Eva Galli che, nelle fattezze di Anne Mostyn, comincia a seminare morte nella cittadina. Il romanzo vero e proprio parte però dalla fine, quando uno dei sopravvissuti, è in viaggio verso il sud con una ragazzina che ha rapito e che è, capiamo con il senno di poi, l'ultima reincarnazione di Eva Galli e che dovrà essere eliminata per scongiurare un ulteriore ritorno di questi shapeshifters.

Ecco, per raccontare una storia del genere occorrerebbe un linguaggio adeguato. Quella di Peter Straub è invece una lingua troppo chiara - mi verrebbe da dire: troppo illuminista - e troppo circostanziata che non rende giustizia alle ombre di questa vicenda. La pletora di dettagli non accresce lo spavento, ma lo diluisce. Il compito di un buon romanzo dell'orrore dovrebbe essere di mostrare - o meglio, far intuire - che sotto la superficie apparentemente calma della realtà si nasconde un'altra realtà, ignota ai più, che minaccia di distruggere la prima - e con questa le vite dei protagonisti. Il racconto dovrebbe insinuare il dubbio in chi legge, costringerlo a guardarsi costantemente alle spalle per timore che qualcosa di atroce possa assalirlo. Dovrebbe quindi contenere in sé una buona dose di ambiguità. Poco importa, a questo punto, se quello che racconta non è sempre credibile o se, qualche volta, non tutti i fili della narrazione vengono intrecciati in dirittura di arrivo. Ghost story questo non lo fa. I pochi momenti in cui ciò avviene sembrano casuali. C'è, in effetti, all'interno del racconto un lungo flashback con cui uno dei protagonisti, Don, descrive la sua storia d'amore con una donna, Alma Mobley, che alla fine si rivela essere una delle incarnazioni di Eva Galli (solo che lui ancora non lo sa, perché è il nipote di uno dei vegliardi e verrà contattato in seguito, solo dopo la morte dello zio Edward). In questa manciata di pagine Straub riesce a trasmettere un certo senso d'inquietudine, originato soprattutto dal fatto che qui l'orrore s'intreccia e si confonde davvero con la quotidianità. Peccato che il resto del libro non regga lo stesso livello, malgrado le occasioni sprecate - e penso, per esempio, a quello che un altro autore avrebbe potuto cavare dalla cittadina sommersa dalla neve e dalla comunità isolata dal resto del mondo nelle ultime pagine del libro. Se le confrontiamo con una situazione analoga in The Stand di Stephen King - che risale più o meno agli stessi anni -, il risultato è impietoso.

Infine, una curiosità: dal romanzo di Peter Straub è stato tratto, nel 1981, l'omonimo film che annovera tra i suoi protagonisti anche Fred Astaire (nella parte dell'avvocato Ricky Hawthorne). Sarei curioso di vederlo: capita spesso che libri brutti siano all'origini di film riusciti, almeno nel loro genere. Se così sarà, ve lo farò sapere.

Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Wednesday, 09 Dec 2009 12:25

Se c'è una cosa che ho imparato è che non devo mai riporre speranze in chi lavora nel magico mondo della moda o della televisione. A forza di prestare la propria intelligenza - quando c'è - a cose vacue è inevitabile che si convincano che la vacuità in cui galleggiano abbia tutti i crismi della pienezza. Se uno svuota cisterne di letame, gli resta comunque, per quanto si lavi, l'odore addosso. Il suo naso magari non lo sente più, ma il mio sì.

Author: "Stefano B" Tags: "Irritazioni, disgusti, idiosincrasie"
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Date: Tuesday, 08 Dec 2009 15:22

Catalogue Per anni il loro sito ufficiale l'annunciava e ora è finalmente uscito: mi riferisco a The Catalogue dei Kraftwerk, una strenna irrinunciabile per i cultori dei "ragazzi" di Duesseldorf. Il cofanetto contiene gli otto cd rimasterizzati che comprendono la loro discografia "ufficiale". Già l'oggetto in sé è una piccola opera d'arte, bella da tenere in mano e da guardare. Il formato è quello di un lp tradizionale: dentro c'è una tasca dentro cui sono infilati otto libretti in carta patinata, illustrati in modo minimalistico, per ciascuno degli otto dischi che compongono il cofanetto. Sotto questa tasca, un "letto" di gommapiuma ospita quattro riquadri all'interno dei quali sono adagiati due cd per volta, ognuno dei quali è inserito in due custodie di cartoncino.

Se la "forma" non delude, la "sostanza" non è da meno. I suoni sono stati perfettamente digitalizzati e ora conquistano quella purezza che doveva essere nelle intenzioni originarie dei compositori ma che, a causa degli insufficienti mezzi tecnici del passato, non era possibile realizzare appieno. Questo è soprattutto vero per i dischi più antichi. E il primo cd che infilo nel lettore è proprio quello che apre questo "catalogo": Autobahn. Lo ascolto in un silenzio quasi religioso, emozionato e stupito per il nitore dei suoni, non soltanto nella lunga suite omonima che originariamente occupava la prima facciata del microsolco, ma anche negli altri brani, in cui ogni singolo suono si distingue e si staglia sullo sfondo del silenzio, che è finalmente davvero silenzio, senza fruscii. Proseguo poi con Radioactivity e, terminato l'ascolto di questo "secondo" cd, non resisto e passo a The Man Machine, che è l'album che me li fece conoscere nel 1978 quando ero appena un bambino. Non posso fare a meno di sorridere compiaciuto quando dalle casse esplodono le prime due note elettriche che aprono The Robots, finalmente ripristinate in tutto il loro fulgore digitale. Nette, precise, pulite, glaciali e ur-deutsch.

I dischi sono tutti riprodotti così come erano in origine, privi cioè di "bonus tracks", "remix", pezzi inediti o cose del genere. Anche in questo i Kraftwerk esprimono la loro mania per l'essenzialità e un gusto che rinuncia ai fronzoli e agli inutili orpelli. In tutto ciò risalta però una novità: l'album del 1986 Electric Café riprende qui il titolo del progetto originario, Techno Pop, e il brano The Telephone Call è proposto nella sua versione ridotta - o, per meglio dire, la versione lunga è spezzata in due: una versione breve più un altro pezzo intitolato House Phone, che ne ripete la linea melodica e che in passato doveva essere apparso solo sul retro di qualche vinile.

C'è poi, in questo progetto, anche un aspetto squisitamente concettuale. In realtà questo non è l'intero catalogo della produzione kraftwerkiana. Dal cofanetto sono stati esplicitamente esclusi i primi tre album (Kraftwerk 1, Kraftwerk 2, Ralf und Florian), che attualmente sono disponibili unicamente in versioni non ufficialmente approvate dagli stessi Kraftwerk. Non inserendoli in questo elegante cofanetto, i Kraftwerk hanno in un certo senso stabilito, con un puro atto di volontà, quello che è davvero la loro "opera". E' come se, per l'appunto, la volizione contasse più della realtà e delle sue imperfezioni. Se per altri artisti potrebbe equivalere a una rimozione - o, quantomeno, a un maquillage - del proprio passato, per i Kraftwerk questo si sposa benissimo con la loro estetica teutonica, di cui diventa solo un ultimo tassello.

Author: "Stefano B" Tags: "Germanica, Visti, letti, ascoltati"
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Date: Monday, 07 Dec 2009 18:51

Quando gli dico che ho smesso di cercare attivamente "l'amore" perché ho deciso che se lo cerco non lo trovo, mentre se non lo cerco non lo trovo comunque, quindi tanto vale non cercarlo, ché almeno risparmio tempo ed energie per fare altro, lui mi risponde che nemmeno lui l'ha cercato ma che, non sa perché, gli è sempre "capitato". Sarà che hai una calamita e li attiri tutti tu, ribatto io, un po' piccato. "Forse dovrei intraprendere la via della castità e dell'astinenza, e morta lì", concludo. Al che lui mi dice di smetterla di essere così negativo. Mi viene da ridere, dentro di me, ma non rido: ci sarebbe qualcosa di vagamente ironico nel suo tentativo di spronarmi a essere più ottimista - e quindi a lanciarmi di più -, quando lui è proprio uno di quelli che mi ha bastonato proprio perché mi ero lanciato con lui interpretando male i suoi segnali (anche se continuo a pensare che fosse stato lui, almeno nei primi tempi, a mantere un atteggiamento ambiguo nei miei confronti per non sbilanciarsi troppo). Ci sarebbe qualcosa di ironico - dicevo -, se soltanto fossi nelle condizioni ideali per esercitare e apprezzare questo tipo di autoironia, ma non lo sono. Be', gli dico, non sono né pessimista né negativo, mi limito a tirare le conclusioni, è pura statistica: sono tre anni che mi faccio avanti io, che chiedo io, e i risultati sono stati uguali a zero, quindi adesso mi sarei anche stufato e non mi farebbe proprio schifo se si facessero avanti gli altri. Io tiro i remi in barca, abbasso la saracinesca, chiudo i canali di comunicazione... Mi racconta del suo nuovo fidanzato, che ha tutta l'aria di essere quello giusto - e infatti nel giro di pochissimi mesi hanno bruciato tutte le tappe, presentazione ai genitori compresa -, e mentre lui parla mi sento come se mi calasse un'ascia sulla testa spaccandomela in due, tre, quattro parti. Da un lato ascolto tutto con una certa indifferenza e mi dico che pensavo sarebbe stato peggio, dall'altro provo una punta di amarezza perché non sono io nella parte di quell'altro. Allo stesso tempo, però, mi dico che non avrebbe funzionato, che a me tutta questa intimità familiare sarebbe venuta a noia subito, poi penso che comunque io non sarei mai stato la persona giusta per lui, che trasuda borghesia da tutti i pori - e lo dico non senza rimpianto per quello che io non sono - e al cui quadretto di coppietà tradizionale io non avrei saputo adeguarmi, tanto che certamente l'avrei reso infelice. Quindi mi domando che senso abbia provar tristezza per qualcosa che avrebbe inevitabilmente condotto entrambi all'infelicità? Eppure provo ugualmente tristezza. E anche una punta d'invidia, quando mi dice che l'estate scorsa il suo nuovo fidanzato, dopo nemmeno un paio di mesi che si frequentavano e si conoscevano appena, ha mandato all'aria un suo viaggio per poterlo raggiungere nella località dove lui era in vacanza. Già, penso, esattamente come quell'altro pirla che due anni e mezzo fa ha buttato nel cesso un biglietto aereo - Ryanair, per carità, quindi niente di lussuoso - e una prenotazione d'albergo in Olanda perché sperava - e sperava soltanto - che restando a Milano avrebbe potuto rivedere lui, appena conosciuto. Quel pirla ero io, naturalmente, ma a lui non l'ho mai detto. Una punta d'invidia per lui, anche, che riceveva fiori e scatole di cioccolatini in ufficio da ammiratori segreti e non, mentre io - ma neanche questo gli dico - non trovo uno che spenda dieci centesimi per mandarmi un sms.

E' bello, di tanto in tanto, crogiolarsi nel vittimismo.

Author: "Stefano B" Tags: "Due giri intorno al mio ombelico"
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Date: Monday, 07 Dec 2009 15:16

Dorian Gray e il ritratto Finalmente ieri sera ho trovato qualcuno con cui andare al cinema a guardare Dorian Gray, il film di Oliver Parker tratto dal celeberrimo romanzo di Oscar Wilde, ennesima variazione, tardo-ottocentesca, del mito faustiano: al posto della conoscenza e della possibilità di "fermare l'attimo", questa volta Dorian Gray-Faust chiede l'eterna bellezza e giovinezza (e l'impunità di compiere qualsiasi efferatezza), facendo invecchiare il suo ritratto al posto suo.

Non ci sono andato con grandi aspettative: avevo letto qua e là qualche critica piuttosto negativa. E in effetti il regista sfrutta la trama del romanzo wildiano come un canovaccio con cui intessere una sorta di film quasi dell'orrore. Anch'io, che comunque amo il genere splatter, ho trovato eccessive alcune scene, non perché ripugnanti, ma perché veramente troppo da film di genere: penso per esempio alla scena finale in cui Dorian toglie il panno dal ritratto che, nascosto in solaio, è orribilmente invecchiato al posto suo e dal quale spunta in 3D il suo volto sfigurato e divorato dai vermi . La cosa migliore di questo Dorian Gray è la fotografia, lussurreggiante e curatissima, con una ricostruzione molto vivida della Londra di quell'epoca, sordida e squallida, ma anche molto affascinante. Per quanto riguarda invece i protagonisti - a partire dallo stesso Dorian Gray -, sono rappresentati in maniera piuttosto piatta e monodimensionale dal punto di vista psicologico. La trasformazione di Dorian Gray da giovane inesperto e sensibile a mostro senza cuore, indifferente al dolore che sparge intorno a sé pur di procurarsi anche un minimo fremito di piacere, avviene praticamente senza soluzione di continuità. Lord Henry (Colin Firth), nel suo ruolo di Mefistofele tentatore, snocciola un cinismo di maniera che lo rende un po' grottesco, salvo poi ritrattare tutto e fare l'anima bella quando vent'anni dopo tra le grinfie di un Dorian Gray ormai pentito (ma ancora bello e giovane, come da patto diabolico) finisce la sua stessa figlia. Ma tutto questo è irrilevante: non si va a vedere un film così per aprirsi nuovi orizzonti interpretativi sul romanzo di Oscar Wilde.

Confesso però che l'unico motivo che mi ha convinto ad andare a vedere questo Dorian Gray è il suo protagonista: Ben Barnes. Non mi vergogno a dire che mi sono accomodato in poltrona con lo stesso spirito e la stessa predisposizione ormonale di una dodicenne brufolosa. Barnes è bello e, almeno da questo punto di vista, perfettamente adatto al ruolo del protagonista. La sua, infatti, è una bellezza vagamente androgina, una bellezza fredda - quasi cattiva - che respinge nel momento stesso in cui attrae chi lo guarda. E' una bellezza che promette piacere e sofferenza allo stesso tempo: l'ideale, insomma. E' un peccato, quindi, che non lo mostrino più spesso e più a lungo nudo, magari con dovizia di dettagli.

Infine qualcosa che non c'entra nulla con il film in sé, ma con il posto in cui sono andato: l'Uci Bicocca qui a Milano. Di per sé, già questa è stata un'esperienza antropologica interessante. Appena arrivati abbiamo dovuto girare i tre piani del parcheggio per trovare un posto libero, finché non abbiamo intercettato qualcuno che stava per andarsene. Entrati, ci siamo ritrovati in una massa umana che ha scatenato tutta la mia claustrofobia e la mia misantropia: in certe circostanze sono incapace persino di concepire qualcosa che assomiglia all' "amore per il prossimo". Al cinema vero e proprio c'erano code ovunque. Mi sembrava che avessero aperte le gabbie e che ne fosse uscito tutto il tamarrume della cintura urbana milanese. Durante la proiezione c'è stata una scena mi ha consentito di misurare il polso del pubblico di massa. Dopo una serie di scene in cui Dorian Gray ha dato libero sfogo a tutti i suoi istinti, si è fatto di varie droghe, ha partecipato a grandi orgioni, arriva il momento in cui bacia Basil, il pittore che gli ha fatto il ritratto. Lo guarda con aria lussuriosa, si apre i pantaloni davanti a lui... e il resto è lasciato all'immaginazione degli spettatori, purtroppo. In quel momento dalla sala si è levato un ooohhh di stupore e, chissà, di scandalo. Va bene tutto, insomma: droghe, orge (rigorosamente etero), ammazzamenti vari... ma trombare con un uomo: proprio una perversione inaudita!

Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Saturday, 05 Dec 2009 10:44

Ho quasi terminato di leggere L'amore e l'occidente di Denis de Rougemont, di cui scriverò più diffusamente in futuro, non appena avrò metabolizzato l'entusiasmo che questo saggio ha suscitato in me. Per il momento, però, vorrei fare una considerazione su uno dei concetti chiave del libro, quello secondo cui l'amore-passione esige l'esistenza dell'ostacolo il quale, lungi dal soffocarlo, lo alimenta e lo mantiene in vita. Elemento fondamentale, tanto che quando l'ostacolo manca l'amore-passione si affloscia e quindi bisogna trovare un nuovo ostacolo - inventarselo, magari - perché l'amore-passione si rigeneri.

Per chi vuole coltivare questo tipo di amore - che, come mostra de Rougemont, ha una lunga tradizione in Occidente - esistono diversi tipi di ostacoli, di maggiore o minore efficacia, ma c'è il rischio che, prima o poi, uno di essi venga rimosso, portando così a una vera e propria catastrofe: la possibilità di tradurre l'amore-passione in realtà, uccidendolo definitivamente. So per esempio di amori contrastati dall'ostilità dei genitori o dei parenti della coppia che, dopo aver perseverato, hanno dissolto l'avversione altrui e... si sono sfasciati. L'ostacolo migliore è la volontà contraria di una delle due parti.

Ho la sensazione, infatti, che se gli altri ostacoli possono prima o poi essere abbattuti o aggirati - per chi non cerca "la passione per la passione" -, l'unico ostacolo ineludibile, un vero e proprio macigno sul cammino dell'uomo appassionato, è la volontà dell'altra o dell'altro di non desiderare alcuna relazione con lui, se questa volontà è inamovibile. In questo caso si svilupperà una passione perfetta - a senso unico, certamente - che non rischierà mai di misurarsi (e annullarsi) con la realtà. Poco importa, ora, stabilire quale sia l'origine della volontà: so bene anch'io che spesso ciò che chiamiamo volontà è più un punto di arrivo che non un punto di partenza, il crocevia in cui s'intrecciano influenze e determinismi che poco dipendono dalla scelta autonoma dell'individuo - la volontà è già difettosa per il fatto che nessuno di noi sceglie la cosa fondamentale della propria esistenza: se nascere o no - e che è invece il risultato di compromessi o pressioni, più o meno consapevoli. Quando però ci troviamo in quel punto, lo accettiamo e lo facciamo nostro, quella diventa la volontà da cui procedono le nostre successive decisioni e da cui nascono le nostre azioni. Se la volontà di qualcuno dice no alle profferte amorose di qualcun altro, ecco, quel no è l'ostacolo ultimo, il muro che non si può scalare, la barriera di metallo che non lascia filtrare alcuna speranza. Una manna per chi ama la passione, cioè l'ostacolo, e quindi la sofferenza che ne deriva (anche se mai lo ammetterà esplicitamente).

(Qualcuno potrebbe obiettare che anche la volontà altrui si può modificare, esercitando con pazienza opera di persuasione. Se questo è in parte vero in ogni altro ambito, non lo è in quello dei sentimenti, a meno che - e questo è il dilemma - non ci si "accontenti" di ottenere dall'altro un pallido simulacro di ciò che si vorrebbe, in origine, da lui: un amore spontaneamente corrisposto. Se costringiamo l'altro ad "amarci" o a desiderarci, annulliamo la sua volontà; se rispettiamo la sua volontà di non "amarci" e non desiderarci, dobbiamo rinunciare ad avere una relazione con lui: in entrambi i casi non otteniamo quel che vorremmo. Farsi dire di no in amore: è l'ostacolo ideale per chi coltiva il mito della passione).

Author: "Stefano B" Tags: "Appunti e riflessioni"
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Date: Friday, 04 Dec 2009 13:50

Che cos'hanno in comune questi tre attentati? Mah, per ora non mi viene in mente niente: è così difficile indovinare. Ora faccio una pausa e ci penso un po' su. Magari salta fuori che è colpa degli svizzeri.

Author: "Stefano B" Tags: "Irritazioni, disgusti, idiosincrasie"
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Date: Wednesday, 02 Dec 2009 12:44

Vartan-cohen L'altra notte ho fatto un sogno strano, ma angosciante come al solito, tanto che mi sono svegliato per controllare che ore fossero: erano le tre e un quarto. Nel sogno ero nella casa di mia zia D., morta qualche anno fa. C'eravamo io e pochi altri parenti indistinti. La prima cosa curiosa è che mia zia era, allo stesso tempo, anche Leonard Cohen. Non è che durante il sogno si trasformasse, ma era sia uomo che donna, sia la zia che conoscevo e amavo che il noto cantautore e poeta canadese, senza che la faccenda mi creasse alcuna perplessità. Lì, la zia Cohen dava in escandescenze davanti a tutti, arrabbiatissimo/a contro... Sylvie Vartan, nota cantante francese di origini bulgare, perché le aveva rubato una canzone. A un certo punto si sentiva del trambusto in cortile e la zia Cohen usciva di corsa, prima che noi tutti potessimo accorgercene. Un attimo dopo risuonavano un paio di spari e noi, terrorizzati, uscivamo a nostra volta. In cortile vedevamo la Vartan distesa a terra: la zia Cohen le aveva sparato a entrambe le ginocchia, amputandole le gambe e ammazzandola. In quel momento, però - ed è questa la parte angosciante del sogno -, tutti si voltavano verso di me e mi incolpavano dell'accaduto, perché non ero stato in grado di fermarlo/a.

Ieri sera stavo raccontando questa mia ultima avventura onirica a lui, che ha tentato un'interpretazione. Be', Leonard Cohen sarebbe la parte più "intellettuale" di me e dei miei gusti musicali ("Vabbe', diciamo gusti..." ha specificato con aria scettica), mentre Sylvie Vartan incarnerebbe il mio lato più "cazzone". Dunque è come se dentro di me queste due componenti avessero ingaggiato una battaglia nella quale la parte più spensierata - per usare un termine neutro - è destinata a soccombere, uccisa da quella più seriosa (e, aggiungo io, anche più depressa, deprimente o depressogena). A pensarci bene, poi, il fatto che tutti si girassero verso di me incolpandomi di quell'uccisione significa forse che la mia colpa consiste nell'incapacità di trovare un equilibrio - e quindi stabilire una pacifica convivenza - tra queste due parti, tra Leonard Cohen e Sylvie Vartan. Ma perché poi Cohen sarebbe mia zia? Questo aspetto resta ancora da chiarire, ma forse dipende dall'influsso che lei ha avuto, quando ero adolescente, sul mio sviluppo intellettuale. Inoltre, come il canadese, anche D. era, tra le mie zie, quella più riflessiva e tendente alla depressione...

(Come spesso accade, però, anche questo sogno ha degli agganci nella realtà. Quando siamo arrivati a Oslo, siamo andati subito in centro e lì, all'inizio della via pedonale, c'era un tizio che accompagnandosi alla chitarra cantava proprio Suzanne: l'avevo interpretato come un buon auspicio. E, tra l'altro, anche Sylvie Vartan, nel suo precedente album di cover, Nouvelle vague, ha incluso una - pessima - versione di Suzanne...)

Author: "Stefano B" Tags: "Due giri intorno al mio ombelico"
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Date: Wednesday, 02 Dec 2009 10:27

Ma bando a queste ciance e veniamo a qualche aneddoto più spicciolo, meno da "guida turistica" - che poi è quello che anche a me interessa conoscere quando qualcuno mi racconta i suoi viaggi.

Il cibo: come si mangia a Oslo? O, meglio, come non si mangia? Be', io pensavo che l'Italia - insieme con la Francia - fosse uno dei paesi che maggiormente discriminano i vegetariani. A Oslo ho dovuto ricredermi. Persino nei ristoranti indiani e cinesi si fatica a trovare un piatto non a base di carne. Per non parlare poi degli altri ristoranti: avevamo preso l'abitudine di fermarci a leggere i menù (per un motivo che poi chiarirò), scoprendo che in molti esiste sì una "alternativa vegeteriana", la quale però è perlopiù descritta in questi termini: "piatto vegetariano del giorno creato appositamente dal nostro cuoco". Il che equivale a dire: quel che c'è c'è e ve lo mangiate, senza fare tante storie. Per il resto, chi va a Oslo sappia che potrebbe finire per interpretare involontariamente il ruolo principale del romanzo di Knut Hamsun, Fame. Mangiare fuori, infatti, costa uno sproposito. Ce ne siamo accorti non appena arrivati, quando M.S. ha voluto placare i morsi della fame mangiando in un Burger King: un semplice menù costa l'equivalente di dodici euro. Da quel momento è stato un crescendo, dai settanta euro in due al ristorante cino-giappo-tailandese fino agli ottanta al Café Cathedral, sotto gli archi di fronte alla cattedrale (è vero che però qui M.S. ha voluto ordinare una fetta di arrosto di renna: cari bambini in ascolto, sappiate che se quest'anno Babbo Natale non vi porta i doni è perché il mio amico gli ha mangiato il mezzo di trasporto prediletto).

L'antifona è stata chiara sin dall'inizio: Oslo è una città cara - ce ne siamo accorti anche comprando il biglietto della metropolitana: tre euro per tre fermate, un euro a fermata - e dunque dovrebbe essere anche una città ricca. La Norvegia dovrebbe essere un paese ricco: in fin dei conti hanno il petrolio del mare del Nord, no? Eppure, camminando la sera - cioè dopo le tre di pomeriggio - lungo la Karl Johans Gate, vedevamo sempre un sacco di mendicanti, che si distinguono dai nostri per il fatto che se ne restano seduti tranquilli e in silenzio, con davanti la loro ciotolina, in attesa che i passanti lascino loro un obolo. L'aspetto più impressionante è che sono disseminati in punti strategici, a distanza regolare l'uno dall'altro, come se ognuno di loro avesse la sua postazione fissa. Ho persino pensato che forse ognuno di loro è lì con una ben precisa autorizzazione del municipio, il quale gli assegna quel posto e non un altro, un po' come avviene per il busking dei musicisti di strada nella metropolitana di Londra. In ogni caso, la presenza di questa povertà - e del manipolo di varia umanità derelitta e alcolizzata di fronte alla stazione - apre scenari sulle inquietanti correnti sotterranee che agitano una società apparentemente così serena e benestante.

In un posto che non si conosce ancora è bello, poi, osservare la gente. A Oslo ho notato per esempio che la gente si mette tutta in ghingheri e si veste in maniera molto formale quando deve andare a teatro - o al ristorante del teatro dopo lo spettacolo -, come se ogni sera fosse la prima della Scala. Non ho visto nessuno in jeans che usciva da un teatro. Allo stesso tempo, però, ho constatato un grande sprezzo del pericolo (di assideramento) in molti autoctoni: nonostante le temperature non proprio miti, soprattutto la sera, tanti se ne vanno in giro vestiti leggeri. Ho visto chi aveva solo una maglietta con niente sotto e il decolleté completamente scoperto, ho visto gente senza calzini e in ciabatte, ma lo spettacolo più curioso è stato quello di un ragazzo che una sera si è tolto le scarpe davanti al parlamento e, parlando al telefono, camminava su e giù con i soli calzini ai piedi.

Segnalo infine una delusione: gli uomini. Fatte salve poche eccezioni, i norvegesi non corrispondono affatto al cliché del maschio scandinavo. Insomma, di Morten Harket o Magne Fururholmen in giro non ne ho visti molti.

Qui, il set completo delle (noiose) fotografie che ho scattato.

Author: "Stefano B" Tags: "Il corpo altrove"
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Date: Tuesday, 01 Dec 2009 18:03

Image001 "La Svizzera vota contro i minareti? La cosa mi dispiace, ma non mi stupisce. D'altronde quello elvetico è da sempre un popolo reazionario tendente a proteggere i ladri di cavalli. Per metterla giù in modo meno pesante direi che non sono propriamente un esempio di modernità". Con queste parole Gianni Vattimo commenta oggi, su La Stampa, il risultato del referendum con cui una consistente maggioranza di cittadini svizzeri si è pronunciata contro la costruzione dei minareti. Gianni Vattimo è ineffabile, per usare un eufemismo. Non entro nel merito delle polemiche relative alla vicenda - anche se condivido in toto le sue posizioni -, ma non posso fare a meno di notare l'idiozia dell'argomentazione di Vattimo. Dunque se la Svizzera è antimoderna e quindi retriva e reazionaria - quando sappiamo che è uno degli stati più laici d'Europa -, l'islam sarebbe l'avanguardia della modernità? Una religione che non è soltanto religione ma che è anche e soprattutto politica, perché non conosce separazione (né perfetta né imperfetta) tra stato e religione, è dunque più moderna di uno stato come la Svizzera? Andiamo bene, se questi sono gli argomenti degli intellettuali "laici" (e, in questo caso, pure comunisti) del nostro paese. Vattimo dimentica che lui, in Svizzera, ci vivrebbe benissimo: potrebbe anche sposarcisi. In uno qualsiasi degli stati islamici potrebbe invece solo scegliere se nascondersi, finire in carcere o farsi condannare a morte. Vattimo aggiunge che "ci dovrebbe essere la piena libertà di costruirle, le moschee" - dimenticando o fingendo di dimenticare che il referendum svizzero non ha vietato la costruzione delle moschee né imposto la chiusura di quelle già esistenti - e poco importa che magari proprio da quelle moschee poi qualche imam potrebbe tranquillamente e impunemente predicare l'impiccagione di Vattimo (e di quelli come me, sia detto per inciso). Se non si possono "offendere" i musulmani, perché ci conviene tenerceli buoni se vogliamo avere salva la pellaccia, è però invece assolutamente lecito tirare palate di merda sugli svizzeri: operazione con cui non si rischia nulla, del resto. Infatti non ho mai letto di svizzeri che per un eccesso di suscettibilità si fanno saltare per aria in mezzo a folle di civili inermi o che, davanti alle ambasciate di qualche paese estero, minacciano di sgozzare gli infedeli. Devo dire che mi affascinano sempre le capriole mentali con cui le potenziali vittime corrono in soccorso dei loro carnefici. E di questo Vattimo è un esperto e i suoi "amici" se li sceglie bene: basta che siano dittatori o antidemocratici e lui se li stringe amorevolmente al petto, se sono democratici e noiosi li schifa. Tanto basta per spingermi a esprimere tutta la mia solidarietà agli svizzeri. Io, per esempio, preferirei essere un "ricco, conservatore" e "ladro di cavalli" piuttosto che essere amico di Vattimo o Vattimo stesso.

Author: "Stefano B" Tags: "Irritazioni, disgusti, idiosincrasie"
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Date: Tuesday, 01 Dec 2009 14:57

Delle capitali scandinave Oslo è la più pallosa, forse più di Tallinn. No, scherzo: Tallinn non è la capitale di un paese scandinavo. Sta di fatto, però, che Oslo è davvero noiosetta - nonostante i tanti teatri che vanta, ma io non parlo norvegese - e un filo più provinciale delle altre, tanto da essere considerata un po' la loro la "parente povera". O, come ho scritto a qualcuno, è eccitante quanto un ospizio pieno di vecchi imbottiti di Tavor (è un'iperbole, lo dico prima che qualcuno si scateni nei commenti dandomi dell'idiota).

Il primo impatto, quando finalmente venerdì sbarchiamo in aeroporto, dopo aver cambiato aereo a Vienna e dopo aver tremato sul primo Canadair da Linate a Vienna, il primo impatto è positivo: per prendere il treno diretto in città basta strisciare la carta di credito ai tornelli, che si spalancano miracolosamente. Che efficienza, che organizzazione. Una volta scesi alla fermata del Teatro Nazionale sbuchiamo sull'arteria principale, la Karl Johans Gate, e ci colpisce quello che ormai a Milano abbiamo dimenticato: aria fresca e pulita, nessuna macchina parcheggiata in doppia fila (e, spesso, nessuna macchina parcheggiata), traffico pressoché inesistente. Le fotografie che scatto, tra sabato e domenica, nella Kristian IV's Gate, dove c'è l'albergo, e dalla Henrik Ibens Gate verso il centro, lo testimoniano: la città ha un'aria quasi spettrale. Del silenzio e della pace che ne derivano non smetterò di bearmi finché restiamo a Oslo.

Eviterò di raccontare quello che c'è da vedere a Oslo, perché per questo basta consultare una qualsiasi guida. Quella che mi ero portato dietro io - una del Touring Club dedicata alle "Capitali del Nord", ma è stata la prima e l'unica che ho trovato a così breve termine - dedica lo spazio più esiguo a Oslo. La strada principale è la Karl Johans Gate, che collega il Palazzo Reale fino alla Stazione Centrale e che nei tre giorni del nostro soggiorno percorriamo fino alla nausea. Gli unici musei che ci concediamo sono la Galleria Nazionale, piena di pittori scandinavi a me sconosciuti e di qualche grande europeo, oltre che di una sala tutta dedicata a Munch, e, per l'appunto, il museo di Edvard Munch. C'è di buono che l'ingresso a entrambi è gratuito. In quest'ultimo, situato a est, ci siamo arrivati dopo avere scarpinato dal bel parco Vigeland - con le statue dello scultore norvegese che, leggo sulla guida, rappresenterebbero le varie fasi della vita, ma che hanno un retrogusto vagamente omofilo ed erotico -, che si trova nella zona opposta della città. Abbiamo visitato la zona dei docks - l'Aker Brygge -, che negli ultimi tempi sono stati amorevolmente ristrutturati, con la relativa costruzione di originali abitazioni, centri commerciali e ristoranti, e la Akershus Festning, la fortezza. L'ultimo pomeriggio - un po' alla svelta - siamo andati a visitare la nuova Opera, a forma di nave attraccata a un porto, inaugurata l'anno scorso e, sfidando le mie tradizionali vertigini, sono anche salito sul tetto. Queste ultime visite, il cui bonus è una splendida vista dall'altro, richiedevano di essere fatte entro le tre di pomeriggio, ora dopo la quale calava inesorabile la notte sulla città. E, in effetti, questo buio persistente - scarsamente illuminato dai pubblici fanali - è uno di quegli aspetti che a me renderebbe poco appetibile la vita in una città come Oslo.

[1-segue]

Author: "Stefano B" Tags: "Il corpo altrove"
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Date: Saturday, 28 Nov 2009 14:00

Paolo-nutini2 Preceduto da un supporter di cui non ho capito il nome - ma che non era affatto male: mi dovrò documentare [2/12: si tratta di Will and The People] -, Paolo Nutini sale sul palco del Palasharp alle 21.30 di giovedì 26 novembre e attacca, molto scolasticamente, con Ten out of ten, il primo brano del suo secondo album. Non posso dire di essere un suo fan, come invece lo sono molti tra il pubblico che sanno a memoria le sue canzoni e cantano al suo posto il refrain di Last request, o che sembrano cloni spettinati come lui, ma i suoi due cd (These streets e Sunny side up) non mi sono affatto dispiaciuti per la loro freschezza. Così ho deciso di vederlo live, anche se quando ho preso i biglietti - per l'Alcatraz - non potevo prevedere che l'avrebbero spostato e che il giorno dopo (cioè ieri) mi sarei dovuto alzare alle quattro di mattina per prendere un aereo per Oslo.

La parte del leone, in questo concerto, la fanno i pezzi del nuovo album: Candy - molto apprezzata dal pubblico che affolla il Palasharp, oltre che da me -, Coming up easy, Pencil full of leads - che a me non fa impazzire, ma che scatena gli spiriti ballerini di tutti i presenti - o Worried man, che è invece una delle mie preferite, perché all'inizio ha un giro di chitarra e un piglio quasi alla Leonard Cohen.

Paolo Nutini ha talento, è bravo, ha una bella potenza vocale e un'intonazione naturale - non usa il ritorno audio nell'auricolare quando canta - e grazie a queste sue indubbie doti si è sottratto a un destino di "fish and chips" nel negozio del padre in quel di Paisley, Glasgow. Quello che invece non ha, o ha in misura piuttosto limitata, è il carisma. Nutini non è un "animale da palcoscenico": non lo sa tenere, non sa propriamente "fare spettacolo" (come lo sa fare invece, per esempio, un altro mio favorito: Rufus Wainwright). E' abbastanza statico e canta quasi ripiegato in se stesso. E' spesso chinato, tanto che mi chiedo se non gli viene mai il mal di schiena a tenere sempre quella posizione a quasi novanta gradi, si abbarbica al microfono, magari con gli occhi chiusi. In certi momenti dà quasi l'impressione di essere "bevuto", ma forse è solo la sua timidezza o una certa introversione, testimoniate per l'appunto dalla prossemica che ho descritto. E' come se non volesse o non sapesse comunicare con il pubblico, come se la musica fosse per lui una faccenda tutta interiore. E se per un attimo chi lo ascolta chiude gli occhi "vede", per così dire, un uomo molto più maturo di lui: a quella voce è difficile associare un corpo e un faccino così efebici. Allora nella sua gestualità viene fuori l'uomo più vecchio che si porta dentro.

Dal primo album esegue pochi pezzi: These streets, New shoes - a cui dà una ritmica e un impeto più sostenuti - e, soprattutto, la molto attesa Jenny don't be hasty, la canzone che l'ha lanciato e che, forse obbedendo a un desiderio di sfida, fa in maniera molto più rock e meno aggraziata rispetto all'originale su disco, affibbiandole un finale quasi "metallaro". Ed è questa dimensione rock che risulta un po' soffocata, come se in lui vi fosse quest'anima che lotta per uscire. Lo testimoniano un paio di pezzi non suoi - soprattutto uno nel bis, che non conoscevo - in cui Nutini tira fuori tutta la grinta che non mette nelle sue ballate. Non escludo che questa sia la via che potrebbe intraprendere in futuro.

Fortunatamente stavolta il pubblico - non sempre entusiasta e a tratti un po' distratto - è rimasto composto e ha evitato di assistere a tutto il concerto in piedi, come era accaduto, sempre al Palasharp, con il concerto dei Franz Ferdinand. Alle 23 è finito tutto e me ne sono tornato a casa.

[Aggiornamento, Setlist: 10/10 - Alloway grove - High hopes - Loving you - Such a night - Growing up - Candy -Chamber music - These streets - Worried man - Funky cigarettes - Coming up easy - Pencil full of lead - (Hi di hi) -Mexico - Sleepwalking - New shoes - No other way - Jenny don't be hasty
Tricks of the trade - Time to pretend - Last request]

Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Al nord!   New window
Date: Friday, 27 Nov 2009 04:23
Oslo

Tra qualche ora sarò in partenza con M.S. per questo posto qui sopra, aggiungendo così un altro tassello alla mia conoscenza delle capitali scandinave. Mi auguro di trovare freddo secco, neve e tramonti alle tre di pomeriggio. Sarò di ritorno lunedì sera. Riposato, spero.


Author: "Stefano B" Tags: "Il corpo altrove"
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Date: Wednesday, 25 Nov 2009 18:02

A., che negli ultimi tempi non vedo più molto spesso e con cui parlo ancora più di rado, mi è apparsa stanotte in sogno. Voleva convincermi a tutti i costi a sposarla. E la motivazione era, ai suoi occhi, del tutto razionale: siccome le sue coinquiline la stavano cacciando da casa, aveva bisogno di una nuova casa in cui abitare. La mia, cioè. Io le dicevo che per ospitarla non dovevo necessariamente sposarmela, ma questo non bastava a farla desistere. Nel sogno ero abbastanza riottoso, anche pensavo che un eventuale matrimonio era una cosa seria e sarebbe stato un impedimento se un giorno avessi voluto - e potuto - sposarmi con qualcuno di cui fossi stato davvero innamorato (e ovviamente pensavo a un uomo). Poi non so che cosa sia successo: è probabile che io abbia ceduto e che lei si sia trasferita da me. Tuttavia io, poi, insistevo per consumare anche il matrimonio - e qui non entro nei dettagli... del resto mi sono svegliato quasi subito.

Potrei tentare un'interpretazione: è evidente che il sogno esprime il mio desiderio di ricongiungermi con la mia parte femminile, quella parte che - a livello di simbolo depositato nell'inconscio - esprime l'aspetto dell'accudimento e dell'emotività che la parte maschile di me tende a sopprimere o, quantomeno, a silenziare. Il matrimonio, del resto, esprime proprio un'unione che non è una fusione: le due parti si completano a vicenda, senza sopraffarsi o annullarsi a vicenda. Anche la casa è un elemento ricorrente nei miei sogni e credo che solitamente rappresenti l'integrità del mio io. I miei sogni più angoscianti sono quelli in cui la mia casa viene assediata o violata, o quelli in cui il suo controllo non è più nelle mie mani o quelli in cui io non sono ancora riuscito a uscire dalla casa dei genitori - e, quindi, da tutta una costellazione psicologica contrassegnata dal loro influsso. In questo caso, invece, la parte femminile non soltanto vi si insedia dopo una mia iniziale riluttanza, ma vi si vuole insediare in pianta stabile. Il fatto che poi io voglia consumare il matrimonio è indice di un desiderio di pienezza e di completezza, in cui le due parti di me vivano in perfetta armonia.

Author: "Stefano B" Tags: "Due giri intorno al mio ombelico"
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Date: Wednesday, 25 Nov 2009 16:28

Prima linea L'altroieri pomeriggio, solo soletto, me ne sono andato a vedere La prima linea al cinema, il film di Renato De Maria che ancora prima di uscire aveva scatenato un sacco di polemiche. Polemiche futili e pretenziose, posso dire ora, con cognizione di causa. La prima linea non è in alcun modo un'apologia del terrorismo, anche se la sceneggiatura del film si basa sulle memorie dell'ultimo esponente dell'organizzazione a essere stato liberato dal carcere, Sergio Segio.

Il film non si pone l'obiettivo di raccontare l'intera vicenda di Prima Linea - diversamente, per esempio, da quanto ha fatto recentemente, in Germania, un film altrettanto controverso come La Banda Baader-Meinhof con la RAF -, ma si concentra invece su alcuni episodi e, in particolare, sulla relazione tra Sergio Segio (interpretato da un torvo Riccardo Scamarcio) e Susanna Ronconi (Giovanna Mezzogiorno). La narrazione si svolge su tre diversi piani temporali. Il primo, e più recente, è il 1989 in cui Segio rievoca, fissando l'obiettivo, le ultime vicende che l'hanno portato lì dove si trova, in carcere, e fa da cornice a tutto il film. Il secondo è il 1982, quando lui e altri terroristi organizzano l'evasione dal carcere di Rovigo di quattro detenute, tra le quali c'è anche Susanna Ronconi. Questa linea narrativa s'interseca con una serie di flashback che ripercorrono alcuni momenti salienti della storia di Prima Linea dal 1976 fino al 1983, anno in cui Segio viene arrestato a Milano. A punteggiare quest'ultima parte contribuiscono una serie di filmati dell'epoca: una scelta non certamente originale, ma che non manca mai di essere efficace.

Lungi dall'esaltare l'esperienza terroristica, il film di De Maria ne mette piuttosto in risalto la dimensione cupa e devastante, non soltanto per le vittime di Prima Linea, ma anche per i suoi protagonisti. Questi ultimi non hanno più nemmeno l'aura del ribellismo eroico e pseudoromantico dei primi tempi, ma vengono dipinti proprio nella loro fase calante, quella in cui per primi sono attanagliati e tormentati dai dubbi e dai rimorsi per quello che stanno facendo, privo non soltanto di giustificazione morale, ma anche di una qualsiasi utilità e di un qualsiasi appoggio presso coloro - i proletari e gli sfruttati - di cui pretenderebbero di essere portavoce. E' molto intensa la scena della visita notturna di Segio a Piero, un suo vecchio amico "movimentista" diventato proprietario di un bar, che dopo avere rievocato i tempi delle prime manifestazioni sessantottime e avergli spiegato che ormai gli stessi operai considerano quelli di Prima Linea dei pazzi - "Siete la Prima linea di un esercito che non c’è. Adesso tutti parlano di voi come dei matti” - cerca di convincerlo a tutti i costi ad abbandonare la lotta armata e rifarsi una vita all'estero finché è ancora in tempo, finché non ha ancora ammazzato nessuno.

Il momento dell'omicidio del giudice Emilio Alessandrini - ucciso a freddo in macchina a un semaforo dopo aver accompagnato la figlia piccola a scuola - rappresenta una sorta di punto di svolta anche nella percezione che alcuni terroristi hanno di sé. E' vero soprattutto per Segio, che dopo quest'azione pare addirittura sopraffatto dallo schifo per sé stesso. L'enfasi attribuita al rapporto amoroso tra Susanna Ronconi e Sergio Segio non è soltanto un ripiegamento sulle vicende private, ma acquista anche un significato più ampio quando viene interpretato alla luce delle vite private altrui che, con le loro azioni, hanno contribuito a distruggere: immediatamente dopo che ha freddato il giudice Alessandrini, Segio vede forse pienamente per la prima volta il padre e non soltanto il personaggio pubblico (tra l'altro già trasformato in una specie di fantoccio o di feticcio, incarnazione di un "nemico" quasi metafisico). E di riflesso ha una conferma di quello che anche lui sta diventando: un "fantasma" senza vita e senza identità, come ha già avuto modo di dire un giorno a Susanna Ronconi in uno slancio di sincerità. Questa rivelazione diventa definitiva quando, in occasione dell'evasione organizzata a Rovigo, ci va di mezzo Angelo Furlan, un innocente assoluto, un anziano pensionato che stava solo portando a spasso il cane. E stavolta non si può più fingere di avere ammazzato un "nemico" disumanizzato e non un uomo, con la sua realtà e la sua storia.

Per il resto, mi pare che La prima linea riesca a ricostruire in maniera fedele l'atmosfera di un'epoca, a coglierne lo spirito e portare sullo schermo un po' della follia che l'ha segnata - e insanguinata. Senza nessun giustificazionismo, a meno che qualcuno consideri la scelta di narrare le vicende a partire dalla prospettiva di Sergio Segio censurabile di per sé. Quello che rimane, una volta che scorrono i titoli di coda, è un groppo in gola e un senso di disagio, a testimonianza, forse, di quanti nervi scoperti tocchi ancora quell'epoca.

Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Tuesday, 24 Nov 2009 16:37

"Il giornalista è uno che, dopo, sapeva tutto prima" (Karl Kraus)

Non è stato abbastanza sottolineato, credo, l'atteggiamento di noncurante disprezzo e d'indifferenza con cui il mondo dell'informazione sta trattando la vicenda della morte di Brenda. Ancora oggi il Corriere della Sera usa continuamente il termine "trans" al maschile e, per di più, declina tutto al maschile: "il brasiliano", "uno dei migliori amici di Brenda", "lui stesso", "il collega" e così via. Ora posso anche capire uno scivolone occasionale - ma non mi dispiacerebbe pensare che gente abituata a usare la lingua (absit iniuria verbis!) dovrebbe essere in grado anche di sorvegliare e misurare le parole che mette nero su bianco -, mentre quello che non capisco è la perseveranza nell'errore. Una perseveranza che ha del comico, perché proprio un paio di giorni fa lo stesso Corriere della Sera ha pubblicato un'intervista con la sessuologa Alessandra Graziottin che, in modo assolutamente corretto, ha spiegato come stanno le cose: per le persone transessuali è meglio usare il genere "di destinazione", che loro stesse avvertono come quello che corrisponde alla loro intima natura e a cui approdano, spesso, non senza difficoltà e sofferenza. Si tratta, insomma, anche di una forma di rispetto per il loro vissuto: più che mai, in questo caso, nel "nome" c'è la "cosa" e negare il "nome" significa anche negare la "cosa". Encomiabile quindi l'intervento del Corriere, probabilmente reso edotto dalle proteste di qualche lettore. So per certo che la redazione milanese è stata informata. Oggi, due giorni dopo, è ripresa però la vecchia abitudine alla sciatteria linguistica e all'indifferenza per i destini delle persone coinvolte. Noto che tutti i giornalisti che firmano i pezzi odierni appartengono alla redazione romana: è uno dei casi in cui la mano destra non sa quello che fa la sinistra? E se domani cominciassimo a usare indifferentemente i termini "giornalaio" e "giornalista" perché, insomma, in fin dei conti tutt'e due contengono la radice "giornale", ribattendo che non occorre andare tanto per il sottile?

Author: "Stefano B" Tags: "Irritazioni, disgusti, idiosincrasie"
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Date: Tuesday, 24 Nov 2009 15:09

" (...) la brigata del lavoro socialista qui a Bubny è sempre à jour, ora tutti lavorano, sono abbronzati e il sole accresce durante il lavoro il bruno dei loro corpi greci, non sono scossi neppure un poco dal fatto che in vacanza andranno in Ellade senza sapere alcunché di Aristotele e Platone e di Goethe, braccia prolungate dell'antica Grecia, lavorano tranquillamente e continuano a strappucchiare il nucleo dei libri dalle copertine e gettano le pagine inorridite e ritte dall'orrore sul nastro trasportatore, con indifferenza e tranquillamente, senza vivere tutto quel che un libro del genere significa, qualcuno ha pur dovuto scrivere quel libro, qualcuno l'ha dovuto correggere, qualcuno l'ha dovuto illustrare, qualcuno l'ha dovuto comporre, qualcuno l'ha dovuto refusare, e qualcuno l'ha dovuto di nuovo ricomporre, e qualcuno l'ha dovuto refusare, e qualcuno l'ha dovuto definitivamente comporre, e qualcuno l'ha dovuto mettere in macchina e qualcuno ha dovuto leggerlo per l'ultima volta in strisce, e qualcuno l'ha dovuto di nuovo mettere in macchina e metterlo, striscia dopo striscia, in un'altra macchina che ha legato il libro e qualcuno ha dovuto prendere quei libri e fare di loro un pacco, e qualcuno ha dovuto scrivere il conto per il libro e per tutto il lavoro sul libro, e qualcuno ha dovuto decidere di quel libro che non è da leggersi, qualcuno ha dovuto condannare il libro e dare l'ordine che andasse al macero e qualcuno ha dovuto riporre i libri in un deposito e qualcuno ha dovuto caricare nuovamente i libri su un camion e qualcuno ha dovuto portare i pacchi fin qui, dove gli operai e le operaie in guanti rossi e azzurri e gialli e arancioni strappano le interiora dei libri e le gettano sul nastro trasportatore, il quale, sordo ma preciso, porta via con movimenti a strappo le pagine ritte sotto la gigantesca pressa che le pressa in pacchi e i pacchi vanno alle cartiere, dove dei libri si fa carta innocente, bianca, senza macchie di caratteri, perché su di essa vengano stampati altri e nuovi libri..."

Bohumil Hrabal, da Una solitudine troppo rumorosa. Traduzione di Sergio Corduas

Author: "Stefano B" Tags: "Le parole degli altri"
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Date: Monday, 23 Nov 2009 18:15

Ho - come credo di aver già detto - un gaydar che funziona male, ma ci sono dei casi in cui anche il mio, seppur difettoso, bip-bippa impazzito. Oggi, per esempio, ero in piscina e c'era un tizio che nuotava nella corsia accanto alla mia. Lo ritrovo dopo sotto la doccia (dove tiene addosso, rigorosamente, il costume, come prescritto da Milanosport) e poi nello spogliatoio. Mentre si riveste lo guardo e noto che non si nega nulla. Ha il cranio rasato (pur non avendone bisogno: anch'io li tengo cortissimi, soprattutto perché ho poca materia prima e ho giurato che mai e poi mai mi sarei ridotto a tenermi uno spelacchiato e riottoso nido di rondini in testa o, peggio, un riporto). Ha un tatuaggio che gli parte da sotto il capezzolo, attraversa il fianco e prosegue sulla schiena raggiungendo quasi il punto, in basso, in cui la schiena cambia nome. Ha un piercing a un capezzolo. Abbasso lo sguardo e vedo che il cazzo (peraltro di ragguardevoli dimensioni, nonostante lui sia minuto) è adornato da un Prince Albert, tanto che vorrei chiedergli: "Ma in aeroporto non ti suona quando passi i controlli? Al dito medio ha un anello, perché metterselo all'anulare è troppo banale e al pollice, vabbe', è un po' da truzzi. S'infila un paio di mutande marca Aussiebum (e ogni volta che vedo qualcuno che ha le mutande firmate non posso evitare di pensare ad Aldo Busi, il quale commentava che costoro investono la già poca intelligenza che posseggono nelle mutande. Io, che sono più ottimista, penso che forse ne hanno in tale abbondanza da non sapere più come investirla). Ai piedi calza Converse All Stars. Mi sfugge se i jeans siano di marca. Insomma, neanche a farlo apposta uno potrebbe accumulare su di sé una tale quantità di cliché da frocetto meneghino.

Ma la cosa peggiore è un'altra: io, che pure non oserei sfoggiare nemmeno uno di questi elementi esornativi, lo trovo attraente. Malgrado me stesso. E' la mia perenne contraddizione: da un lato osservo questi fenomeni con un certo scetticismo, dall'altro le mie ghiandole salivari secernono in automatico l'acquolina di chi gusta in anticipo un pasto che non consumerà.
Author: "Stefano B" Tags: "Due giri intorno al mio ombelico, La gai..."
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Date: Sunday, 22 Nov 2009 12:16

Fine settimana cinematografico, sia venerdì che sabato sera. Venerdì sera ho finalmente visto Inglourious Basterds di Quentin Tarantino. A mio disdoro devo confessare che non ho mai guardato un film di Tarantino prima, forse perché m'irritava un po' il fatto che fosse un regista cult o forse perché quando ho tentato di guardarmi Pulp Fiction - su videocassetta - ero così stanco che mi sono abbioccato dopo le prime scene. Ma stavolta ho letto quel che ne ha scritto lui e, soprattutto per l'argomento e per la funzione catartica che avrebbe esercitato, mi sono lasciato tentare. Non ne sono rimasto deluso e me  lo sono goduto tutto, in maniera "animale", di pancia e non di testa. Non sono nemmeno in grado di individuare tutte le citazioni cinematografiche di cui, a quanto mi dicono, anche Inglourious Basterds è infarcito, ma non importa. E' un bel film di fantasia. Purtroppo, quello che non si è realizzato è stato il desiderio di catarsi - la purificazione derivante dal vedere il gruppo di soldati americani ebrei che ammazzano i nazisti o, in alternativa, gli incidono una svastica in fronte -, proprio perché in primo luogo i nazisti che subiscono questo trattamento sono dipinti in modo un po' macchiettistico. Non sono dei veri "cattivi", non spira l'alito della perfidia e della malvagità nel modo in cui sono rappresentati, ma prevale il carattere grottesco. Lo spettatore non è portato ai limiti della sopportazione e non avverte la carneficina finale come una di quelle liberazioni che lo fanno respirare meglio e gli fanno scorrere più velocemente il sangue nelle vene. Poi, per me, c'è un altro problema, che riguarda più me e, in generale, la percezione di un film che prende a pretesto un avvenimento storico realmente accaduto. In questo caso l'avvenimento storico è la seconda guerra mondiale e, in particolare, la persecuzione nazista degli ebrei. Tarantino sovverte, letteralmente, il corso della storia: fa addirittura finire la guerra prima, grazie all'incendio del cinema parigino in cui alla presenza delle più alte cariche del Terzo Reich si tiene la prima di un film propagandistico. Ecco, il punto è che questo avvenimento è talmente radicato nella mia coscienza storica che mi risulta difficile "credere" - anche solo per la durata di un film - a una trama diversa (e, quindi, a un diverso svolgimento della storia). Questo non significa che non apprezzi il film, ma che questo apprezzamento resta a un livello superficiale. (E, ripeto a scanso di equivoci, questa è un'esperienza assolutamente personale e, forse, un limite mio).

Ieri sera, invece, sono stato allo Gnomo, dove fino a oggi è in corso una rassegna di "cinema israeliano da Tel Aviv" (così recita il titolo). Il film di ieri sera era Ha-haym al pi Agfa (La vita secondo Agfa), con la regia di Assi Dayan (che, per inciso, è il figlio del generale dell'esercito israeliano Moshe Dayan). Il film è del 1992 e si concentra sulle vicende di una serie di personaggi che ruotano intorno a un immaginario pub di Tel Aviv, il "Barbie", gestito da Dalia, una signora di mezz'età, un po' amareggiata e disillusa dalla vita, interpretata da un'attrice (Gila Almagor) che a me ricordava molto Lucia Bosè. Questa somiglianza e il fatto che la pellicola è in bianco e nero danno a La vita secondo Agfa un sapore molto retrò da neorealismo italiano anni '50. Film piuttosto deprimente, devo dire: tutti i personaggi sono, in qualche modo, degli scoppiati o vittime di qualche turba: la cameriera che sniffa eroina e che ha appena avuto il visto per emigrare in America, il poliziotto cinico e infedele che non fa che cornificare la fidanzata, la ragazza psicopatica che, dopo essere stata scopata dal poliziotto, si butta dalla finestra di casa sua e si schianta di sotto, il cuoco israelo-palestinese ormai così abituato a essere preso in giro da non farci più caso, il musicista-cantante-poeta che suona al pub e sfotte in continuazione il sionismo e il patriottismo del suo paese. Ma, soprattutto, il gruppo di soldati di Tsahal che, ubriachi, vengono cacciati dal locale, salvo poi tornare alla fine del film e compiere una carneficina. Questi vengono rappresentati un po' troppo convenzionalmente secondo gli stereotipi di una certa intellettualità di sinistra: sono dei fascistelli machisti sempre infoiati e con una perenne voglia di menar le mani. A pensarci bene, però, è divertente che a farlo sia proprio il figlio di uno dei massimi generali di questo stesso esercito - un po' come se, mutatis mutandis, Geronimo La Russa facesse un film in cui un gruppo di poliziotti italiani massacrasse dei cittadini inermi, cosa che, come ben sa suo padre, nel nostro paese non è affatto possibile. In realtà, questo la dice lunga sulla libertà di critica - ai limiti dell'autolesionismo - che contraddistingue Israele. A rendermi simpatico il film, però, è anche la colonna sonora: il regista vi ha inserito ben sei canzoni di Leonard Cohen ("First we take Manhattan", "Take this waltz", "Dance me to the end of love", "Who by fire", "Chelsea Hotel # 2", "If it be your will") e del cantautore canadese campeggia persino una foto incorniciata - quella della copertina del primo album - sul bancone del pub.
Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Friday, 20 Nov 2009 08:31

Leggendo i nomi del presidente del Consiglio Europeo e del "superministro" che sono stati scelti ieri mi sento, d'acchito, di dire che l'Unione Europea è, per gli stessi leader europei, un dead man walking e che in realtà non gliene frega niente a nessuno. Sono stati nominati due insigni sconosciuti, rispettivamente il fiammingo Herman van Rompuy - mi verrà da ridere a sentire come pronunceranno il suo cognome nei telegiornali italiani - e l'inglese Catherine Ashton. Nessun politico europeo di un certo prestigio ha voluto rinunciare ai ruoli attualmente rivestiti nei rispettivi paesi d'origine per candidarsi: da ciò deduco che il piccolo orticello nazionale viene considerato più importante - e redditizio - di una nuova funzione all'interno del superstato europeo. E' la linea di Franco Malfatti, del resto, che nel 1972 mollò subito la presidenza della Commissione Europea per partecipare alle elezioni italiane. Nessuna sorpresa, dunque, e nessuna delusione: come già sospettavo è sempre meglio prendere dalle seconde, terze e ultime file qualche "pensionato" anemico o qualche burocrate sbiadito che non rompano troppo le palle. Se non altro, resta l'impagabile spettacolo dell'espressione scornata di Massimo D'Alema: potrà sempre farsi consolare andando a braccetto con qualche Hezbollah.

Author: "Stefano B" Tags: "Irritazioni, disgusti, idiosincrasie"
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Date: Thursday, 19 Nov 2009 11:05

Battiato pensoso Mi verrebbe voglia di prenderlo da parte e dirgli, a quattr'occhi: "Franco, Francuzzo, ma perché lo fai?". Mi riferisco, naturalmente, al "nuovo" album di Franco Battiato, Inneres Auge - il tutto è più della somma delle sue parti (già, questo è il titolo: perché la prossima volta non chiamarlo "Non c'è più la mezza stagione"?). Innanzitutto chiariamo subito una faccenda: non ho comperato il cd, ma mi sono limitato a scaricarlo. Questa volta - mi sono detto - non ci casco, perché non è possibile pagare 18 euro e 90 (o 20 e 90, a prezzo pieno, una volta terminata la promozione di lancio alla Fnac) per un album che dura in tutto 32 minuti e 41 secondi. L'album è nuovo per modo di dire, ovviamente, perché a parte tre inediti, il resto è tutta roba riciclata. Gli avanzi di un pasto possono essere anche deliziosi, ma allora non me lo fai pagare a prezzo pieno. Per farla breve, con Inneres Auge Battiato ha realizzato l'album più inutile di tutta la sua carriera. Non capisco neanche il motivo di quest'operazione di "recupero frattaglie", se non quello di fare cassa. Nessuno ha spiegato a Battiato che non occorre che butti fuori un disco all'anno se non ha niente da dire e se gli si è inaridita la vena creativa, come ormai pare sia il caso da qualche anno a questa parte (qualcuno dice da Gommalacca, io mi spingo fino a Dieci stratagemmi)? O forse ha bisogno di soldi per pagare la badante a Sgalambro?

Uno dei pezzi inediti con cui è stato lanciato l'album è proprio Inneres Auge, su cui si sono spese fin troppe parole e su cui sono state fatte polemiche inutili. Con un testo di rara bruttezza e una melodia sì orecchiabile, ma così di maniera che pare di qualcun altro che faccia il verso a Battiato. Naturalmente c'è chi ne è rimasto estasiato, perché la canzone è un'invettiva contro i festini dei politici corrotti e lo strapotere del denaro. L'allusione alle recenti vicende berlusconiane è esplicita e molti si sono rallegrati per il "coraggio" del cantautore, ma io non credo che Berlusconi - o chi per lui - se la farà sotto dalla paura. Del resto, Battiato non dice nulla di nuovo, nulla che non dicano tutti. Ma a me questo non interessa: bado solo alla resa artistica e non mi sento in dovere di farmi piacere una canzone solo perché cazzia qualcuno che a me sta antipatico. Il testo si apre con delle similitudini goffe e sgraziate (i lupi che ululano scendendo dagli altipiani, le "api accanite divoratrici di petali odoranti") e prosegue con il solito delirio mistico (la linea verticale e la linea orizzontale: praticamente la descrizione di un cruciverba) e ha tutta l'aria di quei tentativi, malriusciti, che fanno certi liceali quando vogliono essere "poetici".

Un altro inedito è 'U cuntu, in siciliano, che con melodia cupa declina la solita variazione sul tema: "Ma in che mondo d'un mondo viviamo!" - la tipica lagna di una zia Clotilde invecchiata - e che, analogamente a tante altre canzoni di Battiato, si conclude con qualche verso in latino e accenti da musica sacra, come a segnalare che c'è una via d'uscita nello sfondamento verso il misticismo (insomma, la famosa linea verticale). Ma qui siamo lontani da E ti vengo a cercare, che pure sfociava in un canto gregoriano. Il terzo inedito è Tibet, su cui sarebbe meglio stendere un velo pietoso. Battiato si ostina a cantare in inglese e l'effetto è esilarante per chi ascolta e imbarazzante per lui. Per condannare l'occupazione cinese del Tibet, il nostro si produce in questo testo: "We cannot excuse you / for your behaviour / the Great China / the Divine Empire / has fallen into dishonour / Politicians killed the monks / refusing to listen to reason / Keep your hands off Tibet". Keep your hands off Tibet: giù le mani dal Tibet, come direbbe una signora a cui qualcuno toccasse il culo sul tram, insomma. A quando un brano altrettanto ispirato per la Birmania o per il Darfur?

Poi, mentre ascoltavo il cd, mi è successa una cosa divertente. Ho sentito Inverno e sono rimasto folgorato. L'ho ascoltata tre volte di fila e mi sono detto: "Ma questo è un Battiato in stato di grazia!". Un testo semplice e perfetto, con immagini dirette ma poetiche al tempo stesso, parole che nulla hanno di arzigogolato o cervellotico, come invece gli capita sempre più spesso da che collabora con Sgalambro. Una melodia incantevole. Lui però poi mi ha fatto notare che è una canzone di Fabrizio De Andrè, una di quelle che io non conoscevo affatto. E così il mistero si è chiarito: l'unica canzone meravigliosa dell'album non è sua.

Il resto dell'album contiene, come ho detto, vecchie canzoni dello stesso Battiato, rifatte - nemmeno in modo troppo originale - per l'occasione. Anche in questo caso non si capisce quale sia il criterio della scelta. Non si discute: alcune sono davvero belle, ma ho la sensazione che siano un riempitivo per supplire alla mancanza di nuovo materiale. La quiete dopo un addio - che ai tempi di Ferro battuto mi piaceva molto - è praticamente identica all'originale, tranne forse che per il ruolo più marcato del pianoforte. No time no space è più delicata rispetto alla prima versione e Un'altra vita è bella come lo è sempre stata. Ho notevoli riserve, invece, su Haiku perché in questa nuova esecuzione Battiato elimina la coda finale della versione originaria e che, forse, era la parte più suggestiva: il recitativo in farsi dell'angelica voce femminile. Gli ultimi due pezzi "recuperati" sono dei lati B - rispettivamente di Shock in my town e Il ballo del potere - Stage Door e L'incantesimo (quest'ultimo già pubblicato anche nel live Last Summer Dance), a testimonianza di una grande stagione creativa battiatiana che, temo, ormai non tornerà più.

Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Wednesday, 18 Nov 2009 11:05

Amanda Lear Che senso ha leggere l'autobiografia di un noto personaggio dello show-business se non è per scoprire come è arrivato lì e che cosa lo distingue da noi "comuni mortali"? Si suppone che abbia conosciuto gente che noi non abbiamo conosciuto e abbia fatto esperienze insolite e che di tutto questo voglia ora rendere conto al suo pubblico. Poi, si sa, ogni autobiografia è anche, in parte, una falsificazione della vita dell'io narrante, che la ricostruisce e, ricostruendola, la costringe in una struttura e le dà un significato che non era a priori presente. I fatti, però, sono i fatti: se mancano gli aneddoti - a maggior ragione per un esponente del mondo dello spettacolo - che autobiografia è?

Per questo motivo l' "autobiografia" di Amanda Lear, appena uscita in Francia con il titolo Je ne suis pas du tout celle que vous croyez... (Non sono affatto quella che credete voi...) è un totale fallimento e un'assoluta delusione. Lo è programmaticamente, per così dire, perché è lei stessa a voler confondere le carte in tavola e intorbidare le acque, come se volesse scrivere un'autobiografia senza volerla scrivere. Do per scontato che l'abbia scritta lei di suo pugno, anche se non ci credo, poiché all'inizio ringrazia un certo Paul Vesale per l'aiuto nella redazione del testo: immagino che si tratti del suo ghost writer.

Se - come dicevo - in ogni autobiografia c'è sempre un elemento di falsificazione, quella di Amanda Lear è il trionfo delle bugie, delle mezze verità e delle omissioni. La cosa divertente è che non soltanto manipola ciò che è difficilmente verificabile - come il fatto di essere figlia di un inglese nata a Hong Kong e non figlia di un francese nata a Saigon - ma anche cose che io ricordo benissimo. Due esempi su tutti. Parlando dei successi iniziali come cantante, scrive: "Ho raggiunto la vetta di questa vertigine durante la mia tournée in Italia, nell'estate del 1985, all'arena di Verona. [...] ottantacinque mila 'fedeli' veneravano l'idolo della disco sulla scena gigantesca dell'opera". Peccato che fosse la finale del Festivalbar e il pubblico non era lì necessariamente per Amanda Lear, la cui carriera musicale era già in forte declino, tanto da toccare queste bassure. Poi, raccontando della morte del marito - o dovremmo dire del "secondo" marito? - Alain-Philippe Malagnac nel 2000, scrive che allora decise di tornare sul set del film che stava girando, mentre in realtà era impegnata in Italia con Il brutto anatroccolo. Non vere e proprie bugie, dunque, ma un atteggiamento molto lasco nei confronti della realtà, trattata come un fastidio da sottoporre a debito maquillage.

Lei stessa, del resto, mette le mani avanti dicendo che si tratta di "anti-mémoires" e aggiungendo: "Persino in questo libro, può darsi che io non proietti un'immagine del tutto veritiera. Si dissimulano parecchie cose per pudore o rifiuto di affrontare la realtà". Per l'appunto. In ogni caso il racconto della sua vita non segue linee banalmente cronologiche, ma si sviluppa intorno a dei nuclei tematici. Questo escamotage consente alla Lear di ignorare del tutto il fattore tempo, che la costringerebbe ad ancorarsi alla realtà dei fatti e, per esempio, a dichiarare la sua vera età - cosa che non fa mai. Solo a un certo punto, quando descrive (in maniera vaga) come ha iniziato la sua carriera di cantante dopo aver frequentato i più bei nomi della musica rock anglosassone, ci dice che siamo verso la fine degli anni sessanta e l'inizio dei settanta. Della sua vita vera e propria non veniamo a sapere quasi nulla: Amanda Lear non ha né un'infanzia, né un'adolescenza: è come se nascesse già adulta, senza radici e origini in nulla. Ai genitori c'è soltanto un breve accenno e li liquida in due righe. E' un peccato, perché, con la sua intelligenza, avrebbe potuto raccontare dall'interno come ha vissuto, da adolescente, la sua disforia di genere: magari ne sarebbe venuta un'autobiografia alla Jan Morris. (Come mi ha scritto R.S. durante la sua lettura del libro: "Se avesse scritto a caratteri cubitali: 'Ho un grande segreto che mi rifiuto di discutere', non avrebbe potuto rendere l'idea con maggiore chiarezza".)

E' evidente che Amanda Lear è più colta e intelligente della media dei personaggi dello spettacolo, tanto da citare André Malraux, Heiner Mueller o Blaise Pascal, ma questo non giustifica ancora il tipo di libro che ci troviamo tra le mani. Pur dichiarando nel titolo di "non essere quella che tutti credono che lei sia", nelle pagine di questo libro lei celebra proprio il personaggio Amanda Lear, declinandone una delle numerose versioni - e probabilmente nemmeno quella che interessa di più al suo pubblico. Al posto di aneddoti e dati di fatto, gran parte del libro è occupato da divagazioni pseudo-filosofiche sull'amore, sul sesso, sulla libertà - bene supremo, tranne quando qualcuno pubblica in rete le sue foto dei tempi di Le Carrousel, nel qual caso internet andrebbe disciplinato - e, soprattutto, da lunghe tirate contro qualcun altro, per lo più gli altri personaggi del mondo dello spettacolo che sarebbero tutti egoisti, egocentrici, narcisisti, mentre lei è, sotto la patina scintillante da primadonna, una persona semplice che ama le cose semplici. Non di rado queste tirate sfociano in vere e proprie "prediche" dai toni vagamente moralistici ("E nel deserto spirituale della società in generale e dello show-business in particolare, dove regnano, al pari del potere, il dio Dollaro e la dea Immagine, mi sembra semplicemente dolce avere qualcosa di rassicurante a cui aggrapparmi": in questo caso sta parlando di Santa Rita da Cascia, a cui dedica un intero capitolo grondante autocompiacimento).

Di aneddoti se ne trovano in abbondanza solo su Salvador Dalì, che fa ancora la parte del leone: da un lato questo rivela l'importanza fondamentale che l'artista catalano ha avuto nella formazione di Amanda Lear: si potrebbe quasi dire che Dalì è stato l' "università" della Lear. Il punto è che sono cose già strasentite e, soprattutto, raccontate meglio nella biografia dedicata dalla Lear a Dalì. Per il resto, ci si può divertire con le contraddizioni davanti a cui la Lear non si ritrae: dopo aver assicurato di essere inglese (con l'accento che si ritrova!), riserva tutto un capitolo al carattere dei francesi e di "noi latini", educazione cattolica inclusa. In fin dei conti, è sul mercato francese che questa "autobiografia" è tagliata. Non so poi come interpretare il costante disprezzo che Amanda Lear dimostra nei confronti di gran parte della sua carriera: è sincerità o è una forma di leziosismo snob? Mi pare sincera, invece, quando ammette di avere, a un certo punto, rinunciato a scelte più difficili per percorrere invece la via della televisione che le avrebbe fruttato maggior successo e più lauti guadagni.

Nel genere dell'autobiografia di un personaggio dello spettacolo, dunque, Je ne suis pas du tout celle que vous croyez mi pare il modello "fallito". Ora io non mi aspettavo di leggere l'autobiografia di Elias Canetti, ma qualcosa di simile a quella di Marianne Faithfull sì, che invece a me sembra il modello "riuscito" di questo stesso genere. Chissà: forse un giorno leggeremo la vera autobiografia di madame Lear. Magari l'ha già scritta e depositata in una cassetta di sicurezza di una banca svizzera perché venga pubblicata postuma.

Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Monday, 16 Nov 2009 10:19

Il dramma non è innamorarsi di un uomo, ma non riuscire a far sopravvivere l'innamoramento o a trasformarlo in qualcosa di più solido e duraturo perché dentro di sé resiste una profonda - e, forse, irrazionale - diffidenza nei confronti dei maschi. La diffidenza di chi pensa (o sente, malgrado se stesso e i propri desideri) che sugli uomini e sulla loro capacità di amare non si può fare affidamento. Da un lato, quindi, il desiderio di avvicinarsi a loro, dall'altro la sensazione di dover essere sempre guardinghi, perché si avverte che da lì non verranno quell'affetto e quell'appoggio che ci si aspetta. E, ciononostante, continuare a desiderarlo, in un incessante moto pendolare di attrazioni (e quindi speranza) e di respingimento (e quindi disillusione). E' quello che capita a me, tanto che arrivo a dire che gli uomini mi disgustano e mi attraggono allo stesso tempo. E' una forma d'imprinting: qui, davvero, è il padre che continua a gettare la sua ombra. Dai padri non ereditiamo, interiorizzandola, solo la nostra prima percezione della "mascolinità", ma anche la loro capacità (o incapacità) di amare - e il modo in cui questa si traduce nella vita quotidiana -: noi stessi in quanto figli e le loro compagne. Quello che poi noi combiniamo, in questo ambito, nella nostra vita è spesso imitazione o reazione.

Author: "Stefano B" Tags: "Due giri intorno al mio ombelico"
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Date: Saturday, 14 Nov 2009 13:26

Rosemarys-baby Rosemary's Baby, di Roman Polanski, che ho rivisto ieri sera per la seconda o terza volta è uno degli esempi più perfetti di horror psicologico. E, come se non bastasse, la sua realizzazione è perfetta. Perfetti sono i protagonisti, a partire da un'ossuta e inquietante Mia Farrow nel ruolo di Rosemary, fino ai due anziani e bizzarri vicini di casa, i Castevet, interpretati rispettivamente da Ruth Gordon - che nasconde un animo perfido e sinistro sotto una patina di svagata stravaganza da vecchia signora coi bigodini perenni - e Sidney Blackmer. E perfetta è la scrittura narrativa, l'accumularsi degli eventi che inesorabilmente corrono verso quel finale: tutto accade come deve accadere e Rosemary non può più sottrarsi alla morsa che la stringe. C'è qualcosa di claustrofobico, anche per lo spettatore, che ben presto capisce il complotto tessuto ai danni della protagonista e il vicolo cieco in cui lei è precipitata: se racconta quello che le succede, rischia di non essere creduta (o, addirittura, di essere presa per pazza), ma se non lo racconta, lascia che il cerchio le si stringa sempre di più attorno. E, per di più, a poco a poco chi dovrebbe starle più vicino - il marito - è proprio colui che più contribuisce a isolarla dai vecchi amici e dalle vecchie conoscenze, funzionando da attore principale della sua catastrofe. La narrazione e la suspense si alimentano anche con lo scarto tra quello che la protagonista sa (o non sa) e quello che invece lo spettatore intuisce: l'ingenuità di Rosemary è disarmante, ma resta comunque sempre credibile. Il film dura due ore e dieci, che però non si sentono, perché la tensione resta sempre alta.

Il senso di condanna imminente (e ineludibile) è reso senza fare ricorso a effettacci truculenti, anche se i motivi intessuti da Polanski in questo film - che si basa sul romanzo omonimo di Ira Levin - appartengono alla tradizione del genere horror. C'è il motivo, per esempio, dell'edificio che porta su di sé la memoria di eventi infausti lì accaduti (e il Dakota Building - ripreso dall'alto sin dalle prime scene - è un protagonista al pari degli attori in carne e ossa) e quello della congrega segreta degli stregoni che si riuniscono nell'appartamento adiacente a quello affittato dalla giovane coppia. La novità è che questi stregoni sono "quasi" normali, tutt'al più un po' svitati, e manifestano solo per accenni la loro vera natura - ma, in realtà, questa potrebbe essere solo un errore percettivo di chi li osserva e rischia di non darvi troppo peso. Da questo punto di vista il film sfrutta molto quell'ambiguità dei segnali che fa nascere dei sospetti senza però confermarli con certezza assoluta: non c'è nulla, per dire, del compiacimento "grafico" delle streghe di un Dario Argento.

A conti fatti, poi, Rosemary's Baby è una variazione sul tradizionale mito di Faust e del patto con il demonio. In questo caso, Guy - il marito di Rosemary, interpretato da John Cassavetes -, non vende direttamente la sua anima al demonio ma offre ai suoi intermediari il suo primogenito, in cambio della ricchezza e del successo nella sua professione di attore. Nel finale c'è solo un piccolo scivolone: il bambino nasce e viene subito sequestrato dalla congrega degli stregoni. Il regista non resiste alla tentazione di mostrarci gli occhi - inquietanti, demoniaci - del bambino. Ecco, forse sarebbe stato meglio continuare ad alludere. A Rosemary viene fatto credere che il bambino sia nato morto, ma lei non si rassegna e scopre la verità. La conclusione è però sorprendente e aperta: la donna si avvicina al figlio e, dopo un attimo di spavento, lo guarda con tenerezza e poi comincia a cullarlo. Anche lei viene, a poco a poco, assorbita dalla congrega demoniaca...

Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Friday, 13 Nov 2009 17:24

Di questi tempi sembra che tutti vogliano andare a Berlino. Vent'anni fa è "caduto" il muro - un'espressione che mi fa sempre sorridere, dandomi l'impressione di un crollo improvviso - e le celebrazioni sono giunte fino a noi, con le relative commemorazioni, con edizioni speciali di giornali e riviste, libri dei testimoni dell'epoca e via discorrendo. Che cosa dovrebbe leggere qualcuno che volesse fare un viaggio a Berlino e immergersi prima nell'atmosfera della città? E' una bella domanda: la letteratura e la cinematografia sulla capitale tedesca sono sterminate e scegliere qualcosa è arduo. Chi conosce tutto? Io men che meno. I consigli che io potrei dare corrisponderebbero solo ai miei gusti personali e ai miei punti di vista. Eviterei di suggerire romanzi che ormai sono dei classici della "berlinesità", visto che chiunque li può trovare da solo, come per esempio: Berlin Alexanderplatz di Alfred Döblin, Kleiner Mann, was nun? (E adesso, pover'uomo?) di Hans Fallada, Das kunstseidene Mädchen (La ragazza di seta artificiale) di Irmgard Keun o Fabian di Erich Kästner - tutti libri, questi, che raccontano, in un modo o nell'altro, lo spiazzamento e i turbamenti dei neoberlinesi in arrivo dalla provincia nella Berlino degli anni venti del secolo scorso, proprio mentre sta per diventare la metropoli che conosciamo.

Oppure, se non temessi di obbedire troppo a una mia fisima, potrei consigliare tutti quei romanzi ambientati nella Berlino dimidiata, nell'epoca della Guerra Fredda, e in particolare quelli della "capitale di Berlino Est", come il mio amato Christoph Hein - Der fremde Freund (L'amico estraneo) sopra tutti - la Christa Wolf più berlinese di Der geteilte Himmel (Il cielo diviso) e dei racconti di Unter den Linden, il Buridans Esel (L'asino di Buridano) di Günter de Bruyn o la Monika Maron di Stille Zeile Sechs (Via della Quiete sei) - che è, tra l'altro, un indirizzo realmente esistente a Pankow.

In realtà ho scritto, su questo blog, parecchie "recensioni" di libri che parlano di Berlino. Non sempre hanno un grande valore letterario, ma spesso soddisfano comunque le curiosità degli amanti di Berlino. Non tutti, però, sono anche tradotti in italiano e questo è forse un limite per qualcuno. Provo a riepilogare in ordine cronologico decrescente, per chi se li fosse persi, senza voler affatto essere esaustivo:

Eraldo Affinati, Berlin
Andrzej Stasiuk, Dojczland
Jakob Hein, Gebrauchsanweisung für Berlin
Thomas Brussig, Berliner Orgie
Jaroslav Rudis, Der Himmel unter Berlin
Monika Maron, La mia Berlino
Anna Funder, Stasiland (C'era una volta la DDR)

Molti anni fa, poi, avevo cercato una "biografia" della città - sul genere di quella che Peter Ackroyd aveva scritto su Londra - ed ero incappato in quella dell'americano David Clay Large, semplicemente intitolata Berlin, molto informativa ma senz'altro meno brillante di Ackroyd. Insomma, il materiale non manca: a ognuno il suo, dunque, perché c'è un po' di Berlino per tutti.

Author: "Stefano B" Tags: "Germanica, Visti, letti, ascoltati"
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Date: Wednesday, 11 Nov 2009 17:35

Kindle 2 Su Vanity Fair di settimana scorsa c'era un breve editoriale di Matteo Maffucci - un mezzo Zeroassoluto - sul "Kindle", l'apparecchio per leggere gli e-book, i "libri digitali" che in futuro - dice qualcuno - potrebbero soppiantare i libri. L'editoriale in sé non dice nulla di sconvolgente, ma mi ha dato lo spunto per riflettere su uno scenario che, dal mio punto di vista, equivale più o meno a una catastrofe: la scomparsa del libro cartaceo. Faccio molta fatica a leggere testi a video. Più che di fatica fisica si tratta di incapacità di concentrarmi troppo a lungo. Può darsi che il libro elettronico abbia una risoluzione e una luminosità tali da eliminare questo tipo di stanchezza, ma restano altri problemi per me insolubili. Per me leggere significa, ormai, leggere con una matita in mano, segnare passi, mettere punti esclamativi ai margini del testo, scribacchiare appunti. E tutto ciò è legato a un'esperienza fisica, tattile, della lettura che, lo ammetto senza difficoltà, è qualcosa di molto conservatore. Non intendo però essere un misoneista a tutti i costi e mi rendo perfettamente conto che innovazioni come Kindle possono avere la loro utilità. Ci sono libri che oggi continuano inspiegabilmente a essere pubblicati e che, se passassero a un formato esclusivamente digitale, consentirebbero un risparmio di carta notevole, con grande giovamento per l'ecosistema intero. Si tratta per lo più di testi caduchi, di scarso o nessun valore, che sono già vecchi a pochi mesi dalla loro uscita: biografie di personaggi dello star system, libercoli scritti (scritti?) dai protagonisti televisivi, instant books su eventi d'attualità che non fanno altro che riciclare e riproporre le solite minestre scaldate già ammannite dai giornali, i romanzetti dei blogger che nella vita fanno i copy pubblicitari. Se tutto questo liquame pseudoinformativo uscisse solo in formato elettronico, destinato a essere letto su un Kindle, non sarebbe una grande perdita per l'umanità.

Io, però, non faccio testo, perché amo ancora l'oggetto libro. Mi piace tenerlo in mano, sfogliarlo, annusarne l'odore di stampa, sfiorare la grana della carta, scrutarne i caratteri. E mi piace entrare in una libreria, prendere i libri dagli scaffali, toccarli, leggere qualche frase qui e là, senza avere un'idea precisa di quello che cerco - o magari senza cercare niente del tutto -, in attesa di quella serendipity che porta verso di me un libro inatteso. Ed è forse per questo motivo che amo ancor di più le librerie dell'usato - molto più numerose nel mondo anglosassone che nel nostro -, dove spesso si trovano libri ormai non più in commercio, ma non per questo meno interessanti, sui quali si è depositata un po' anche la storia di chi li ha posseduti e letti in passato. Che tutto questo possa scomparire m'intristisce. Proprio un paio di giorni fa mi sono imbattuto in un articolo interessante di Stuart Jeffries, sul Guardian, che parlava dell'uccisione delle librerie tradizionali da parte della grande catena Waterstone's, che nel Regno Unito ha trasformato il modo di vendere libri, appiattendo tutte le differenze a livello nazionale. E' interessante notare che se in un primo momento la sua funzione era stata innovatrice - offrire tanti libri, tutti insieme e di grande varietà -, alla fine ha finito - anche per via della concorrenza online di siti come Amazon, che forniscono in brevissimo tempo qualsiasi titolo senza dover avere magazzini locali - per normalizzare l'offerta e favorire quei libri che l'editore è sicuro di stravendere. Con un paradosso: ora Waterstone's vende Kindle, una sorta di impresa suicida, perché se si diffondesse capillarmente le librerie - Waterstone's comprese - rischierebbero la chiusura. Una prospettiva non improbabile - scrive il giornalista -, se si considera che è stata questa la fine di Tower Records e di Zavvy quando hanno cominciato a vendere Mp3.

Author: "Stefano B" Tags: "Appunti e riflessioni"
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Date: Tuesday, 10 Nov 2009 22:35

Uno dei migliori momenti di kitsch televisivo l'ho visto stasera: avevo il televisore alle spalle, mi sono girato e ho dato una sbirciata a Blob. In quel momento, ripresa da non so quale trasmissione, c'era Alessandra Mussolini che, con la sua solita sobrietà da vaiassa partenopea, accusava un divertito e sbalordito Massimo Teodori di essere bassamente materialista, di sprofondare nella materia, o qualcosa del genere. Gli dava del voi o forse prendeva Teodori come esemplare di una qualche categoria: i laici, i liberali, i comunisti, i liberalcomunistilaici, vattelapesca. Per sé, invece, rivendicava la spiritualità e, mentre lo diceva, si faceva il segno della croce. Uno spettacolo impagabile. In ogni caso, ho reperito in rete un'immagine di Alessandra Mussolini in uno dei suoi momenti di più alta spiritualità. Fatevi il segno della croce, luridi materialisti miscredenti che non siete altro.

Alessandra mussolini ignuda

 

Author: "Stefano B" Tags: "Irritazioni, disgusti, idiosincrasie"
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Date: Tuesday, 10 Nov 2009 16:42

Oddio, io credevo... no, diciamo meglio: io fingevo di credere... anzi, m'imponevo di fingere di credere che per un ruolo di prestigio all'Unione Europea si sarebbe promosso un candidato di prestigio, indipendentemente dai piccoli interessi di bottega o, in questo caso, nazionali. Insomma, è un ruolo sovranazionale, non bisognerebbe proporre qualcuno solo perché così "dà lustro all'Italia", ma perché è quello meglio attrezzato a svolgere quella determinata funzione. Diciamo che m'imponevo di crederlo come chi sa che, non avendo speranze, se la conta su per non mettere mano al grilletto o non stringersi subito il cappio al collo. E così ora vediamo che per la funzione di "superministro degli esteri" l'Italia ha candidato... Massimo D'Alema che - sarà il quarto (o quinto, o sesto?) mistero di Fatima - passa per essere uomo di sopraffina intelligenza e grande stratega politico. E, come se non bastasse, Berlusconi lo appoggia caldamente, perché la sua elezione darebbe prestigio all'Italia. Ah. Non dovevamo mettere da parte gli egoismi nazionali, almeno in questo caso? Se - dico in via puramente esemplificativa - il candidato più qualificato fosse davvero David Miliband, io mi aspetterei, in quanto cittadino europeo, che anche il mio governo lo sostenesse: chi se ne importa se non è italiano. La seconda considerazione, forse un po' cinica e qualunquista, è che se Berlusconi appoggia uno come D'Alema, cioè un esponente di quella marmaglia comunista che gli è pregiudizialmente ostile - sì, insomma, la filastrocca che il Berlusca ripete da anni la conosciamo -, vuol dire che tutto sommato questa grande ostilità non esiste davvero e i due sono in sostanza i due volti della stessa medaglia. Il Giano bifronte della politica italiana, altro che bipolarismo. Del resto, il buon D'Alema fu, con la Bicamerale, il fautore della resurrezione di Berlusconi: tra grandi strateghi ci si intende. Male che vada, se non diventerà "superministro degli esteri", gli scapperà comunque una strennina pubblicata da Mondadori. (E poi, che diamine, lo sanno tutti che questi incarichi, all'Unione Europea, sono riservati a vecchi pensionati dell'establishment politico lussemburghese, per non dare fastidio alle varie mire nazionali!)

Author: "Stefano B" Tags: "Irritazioni, disgusti, idiosincrasie"
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Date: Monday, 09 Nov 2009 16:38

Una discussione pacata, in televisione, non fa audience. E quindi bisogna per forza invitare personaggi che assicurino un minimo di parapiglia - almeno alla televisione italiana -, salvo poi dissociarsene e, ipocritamente, assumere un'aria sussiegosa e scandalizzata. E' un copione noto e collaudato e, infatti, a discutere della questione "crocefisso sì/crocefisso no" c'erano ieri, oltre all'imam Schwaima, anche Vittorio Sgarbi e Daniela Santanché. Sono soprattutto le parole di quest'ultima che hanno scatenato un putiferio, ampiamente previsto e caldamente voluto. Altrimenti i responsabili della trasmissione avrebbero potuto invitare, che so, Benedetto Della Vedova, che probabilmente avrebbe detto le stesse cose, ma in maniera più posata, solo che in questo caso l'audience sarebbe andata a farsi benedire.

Fatta questa premessa, passiamo alla frase "incriminata". A un certo punto, rivolgendosi all'imam presente in studio, Santanché ha detto che Maometto era un pedofilo e un poligamo e che da un soggetto del genere non si dovevano certo prendere lezioni. Ora, a me pare che un uomo che si prende come terza moglie una bambina, Aisha, di sei-sette anni - anche se, bontà sua, aspetta che abbia compiuto i nove per consumare il matrimonio - si possa tecnicamente definire un pedofilo. Insomma, Santanché si è limitata a dire una cosa storicamente vera. Certo, qualcuno può anche sostenere che probabilmente millequattrocento anni fa le categorie erano diverse e che, allora, era accettabile, per un uomo di cinquant'anni, prendere per moglie una bambina, mentre oggi non lo è più. Allora, però, a questo punto bisognerebbe sempre contestualizzare le definizioni e, per esempio, non parlare più di "omosessuali" quando ci riferisce a personalità storiche antecedenti la fine del diciannovesimo secolo. In ogni caso, se anche questa "ricontestualizzazione" fosse accettabile, il punto non è tanto che un personaggio storico di millequattrocento anni fa fosse o no pedofilo, ma che ancora oggi esiste lo scandalo delle "spose bambine" nel mondo islamico.

Quando ho fatto timidamente notare tutto ciò a margine di una discussione in rete, qualche buontempone mi ha risposto che anche Maria è stata data a un attempato Giuseppe quando aveva dodici o tredici anni. Ora, il Vangelo non può essere considerato, in senso stretto, un testo storico, mentre il matrimonio di Maometto non è di certo una narrazione del Corano. Ma se anche fosse vero, questo non intacca la veridicità di quanto dichiarato da Santanché. Se io affermo: A è B, non serve rispondere che anche C è B, perché questo non nega la prima affermazione. La veridicità di un enunciato dev'essere dimostrabile di per sé. E, oltretutto, poiché io non mi ritengo cattolico, ha ben poco senso rivolgere questa obiezione a me. Un'affermazione non diventa neanche meno vero se chi l'ha pronunciata ci è sgradito o antipatico. Probabilmente se domani Santanché si mettesse a urlare: "In ogni triangolo rettangolo, l'area del quadrato costruito sull'ipotenusa è equivalente alla somma delle aree dei quadrati costruiti sui cateti", qualcuno avrebbe comunque da eccepire e cercherebbe di convincerci che no, non è vero, perché l'ha detto lei.

A leggere quanto ne hanno scritto i giornali - in particolare La Repubblica, che si distingue per spirito di sottomissione -, la "colpa" di Santanché sarebbe di avere "insultato Maometto" (così recita il titolo del quotidiano) e urtato la sensibilità religiosa dei musulmani. La Repubblica riporta anche, in chiusura di articolo e a mo' di chiosa definitiva, le parole di Alba Parietti: "In un momento talmente delicato, bisogna evitare estremismi". Questo mi fa pensare a un paio di cose. Dunque c'è qualcuno che ritiene le verità sgradevoli sul presunto profeta di una religione più offensive di ciò che questa stessa religione provoca o appoggia e vorrebbe che rimanessero taciute in nome di un astratto "rispetto". Io, invece, ritengo più offensiva una religione che impone il velo (o peggio) già alle ragazzine - e qui ha ragione Santanchè: "Nessuno porta il velo a 13 anni perché ne è convinta" -, così come ritengo più offensivo una religione che ammette la lapidazione degli adulteri, i matrimoni forzati, la poligamia, la discriminazione delle donne (ricordiamo che, nei tribunali islamici, la testimonianza di una donna vale la metà), gli omicidi d'onore e via discorrendo. Le parole "irriverenti" di Santanché sarebbero estremismi al pari di queste realtà liberticide, dunque? Non mi si venga a dire che tutto questo riguarda solo una minima parte degli islamici, perché, se così fosse, il sentire comune islamico vieterebbe tutto ciò nei paesi musulmani, dove non c'è separazione tra chiesa e stato e dove l'islam è la fonte diretta della legislazione. E invece non lo vieta, anzi lo appoggia e lo promuove, e persino in Occidente si fatica a ottenere, da parte islamica, una condanna netta di certe pratiche. Devo sentire ancora un imam che dica chiaro e tondo che la sharia viene dopo i diritti umani, che questi ultimi - e non la prima - hanno validità universale, per tutti gli esseri umani. Invece per loro i diritti umani sono questa barzelletta qui.

In secondo luogo: da quando in qua la "sensibilità religiosa" avrebbe diritto a una tutela superiore alla libertà di parola? Nei paesi occidentali è la libertà di parola che dev'essere preservata sopra a ogni cosa e non certamente la religione - qualunque essa sia - a dover essere difesa da eventuali "insulti". Libertà di parola significa che si possano dire anche cose sgradevoli e in modo sgradevole sulla religione, significa anche e soprattutto irridere i pregiudizi delle religioni: se la libertà di critica e di parola si fosse fermata davanti al rispetto della sensibilità religiosa, come oggi di fatto qualcuno pretende - e guarda caso solo nei confronti dell'islam, ma non nei confronti delle altre religioni che, evidentemente, si possono tranquillamente criticare e insultare, perché tanto non sono davvero pericolose e nessuno rischia di rimanerci secco -, l'illuminismo sarebbe stato abortito ancora prima di nascere. Si scelga dunque da che parte stare e che cosa difendere: o la libertà di parola o, da buoni dhimmi, la cosiddetta "sensibilità islamica" - anche quando questa si ritorcerà contro quei benintenzionati che credono che verranno risparmiati.

Author: "Stefano B" Tags: "Incursioni nella polis"
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Date: Sunday, 08 Nov 2009 13:29

Sogno articolatissimo, quello di stanotte, e pieno di personaggi, conosciuti e sconosciuti. E' domenica anche nel sogno e io sono in una sauna gay milanese piuttosto malandata ai margini della città che in realtà avrò visitato un paio di volte, e parecchi anni fa. Lì ci trovo un amico appena tornato da un viaggio - un dettaglio che, effettivamente, corrisponde alla realtà - insieme a un altro conoscente comune. La sauna è piena di avventori, quasi tutti abbastanza appetibili - dettaglio, questo, del tutto irrealistico, se devo far fede ai miei ricordi - , e c'è molto movimento. Io mi fermo al bar a mangiare un panino: il barista che serve è uno di quelli che, nella vita reale, lavora al bar aziendale interno al posto in cui lavoro. A un certo punto lui fa il giro del bancone, si mette a parlare con una ragazza - dettaglio curioso, questo - che ha un'aria abbacchiata per chissà quale motivo (forse pene d'amore?) e cerca di consolarla. A me dice di badare al cibo esposto, in una sorta di buffet. A un certo punto portano un vassoio con dei bocconi immersi in un intingolo e sia il barista che la ragazza cominciano a mangiarli di gusto, facendo cenno a me affinché li provi anch'io. Io sono diffidente - e a ragione, perché scopro che si tratta di pezzi di carne (una sorta di bistecca spessa) immersi nel sangue. Al barista replico, schifato, che sono vegetariano e che quella roba mi dà il voltastomaco.

Dopo un po' annuncio all'amico che devo uscire e mi accordo con lui perché ci vediamo dopo, nel giro di un'oretta. Vado verso il centro, percorrendo quello che nella realtà è viale Monza, ma che nel sogno non gli assomiglia affatto, e invece di arrivare in piazzale Loreto arrivo in un altro posto, lievemente collinare e più frondoso. Anche le case sono, nel complesso, più belle. Mi ricordo che la zona è citata in un romanzo di Carlo Fruttero - cosa peraltro non vera -, che come per miracolo mi compare tra le mani e che io uso a mo' di guida. L'autore cita, per esempio, un dentista che sta in uno di quegli edifici e io lo trovo. Entro nel suo enorme appartamento, ma mi sento subito a disagio: c'è gente dall'aria equivoca, l'arredamento è sciatto e sovrabbondante, regna un senso di confusione generale. L'ultima stanza in cui approdo è una cucina con mobili color verde marcio che, mi rendo conto, sono esattamente quelli che aveva mia nonna nella sua cucina. Allora decido di andarmene rinunciando a un'ipotetica visita di controllo e alla pulizia dei denti che intendevo farmi fare.

Mi rifugio in una sorta di ristorante che c'è lì sotto, anche questo citato nel romanzo di Fruttero, e che ha un nome tipo "I sette ladroni" (ma non sono affatto certo che sia questo). Lì mi rassegno ad aspettare prima di chiamare il mio amico. Intanto, però, il ristorante - che è su due piani e ha anche un pergolato esterno - comincia a svuotarsi. Alle due arriva un lungo trenino a vapore che sbuffa fumo nero e da cui sbarca un gruppo molto nutrito di ragazzini e ragazzine polacchi, poco più che bambini, con alcuni accompagnatori. Questi chiedono se sia possibile mangiare e, in un battibaleno, vengono apparecchiati dei tavoli. Io mi siedo al tavolo degli educatori, di cui ricordo un uomo un po' in su con gli anni e una donna molto corpulenta - praticamente un unico blocco di carne - e dai capelli biondi stopposi. A tavola comincio a mangiare del gorgonzola che spiaccico sul piatto e poi spalmo su una fetta di pane. Inizio anche, in inglese, una conversazione con i due educatori e scopro che i ragazzi sono tutti orfani e stanno in un istituto con loro... solo in un secondo momento capisco che l'istituto è in Germania e che loro due sono tedeschi. Lo capisco chiedendo alla donna vicino a quale grande città si trovi l'istituto e, mentre mi aspetto una risposta tipo "Cracovia", "Lodz", "Danzica" e via discorrendo, lei mi nomina sconosciute cittadine dal suono tedesco. Alla fine deduco che devono trovarsi in Baviera.

A un certo punto abbandono tutti, esco in direzione del cancello e attraverso un prato (o un giardino incolto), che prima non c'era ed è apparso da chissà dove, e sporgendomi oltre il cancello di metallo uso il citofono, rovinato dalle intemperie, che in realtà è un telefono, e chiamo l'amico con cui avevo appuntamento. Lui, in tono seccato, mi dice se non posso tornare in sauna perché lui è ancora lì. Io sono un po' indispettito perché non ho nessuna voglia di tornare indietro. Come spesso accade nei sogni c'è però un annullamento del normale scorrere del tempo: lui è in sauna da moltissime ore, però guardando l'orologio mi accorgo che sono solo le tre. Quando gli dico però che eravamo d'accordo che ci saremmo incontrati di lì a un'ora lui reagisce come se io me lo fossi... sognato.

Riaggancio e torno al ristorante. I ragazzini stanno parlando di quello che vorrebbero fare da grandi. Io capisco tutto, non so se perché all'improvviso capisco il polacco o se è perché loro hanno cominciato a parlare in italiano. Una bambina dice che da grande vorrebbe fare l'idraulica. A questo punto mi sveglio perché sento il cellulare che vibra sul comodino.
Author: "Stefano B" Tags: "Due giri intorno al mio ombelico"
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Date: Saturday, 07 Nov 2009 20:14

Genna Con Le teste Giuseppe Genna torna al genere che l'ha reso famoso e l'ha portato al successo ma che, con il tempo, gli andava sempre più stretto: il thriller. E il protagonista di questo nuovo romanzo - e ultimo thriller, in tutti i sensi - è l'ispettore Guido Lopez, lanciato con Catrame e già al centro delle indagini di Nel nome di Ishmael, Non toccare la pelle del drago e Grande madre rossa. Torna al genere, ma nello stesso tempo lo fa esplodere, trasformandolo in qualcos'altro, quasi con l'intento di beffare il lettore che magari si aspettava una storia tradizionale, ossequiosa verso i princìpi del genere.

L'inizio si prospetta come il solito mistero da risolvere: sotto Natale viene rinvenuto, nel laghetto artificiale dell'Idroscalo, il cadavere di un uomo, sprofondato dopo aver rotto la superficie ghiacciata. Insieme a lui c'è anche la testa di una giovane donna, decapitata. Lopez si getta a capofitto nelle indagini, in una Milano natalizia sporca di neve, dove anche al commissariato di via Fatebenefratelli sembrano essere tutti scomparsi per via delle vacanze. Le indagini lo portano a ripescare altre decapitazioni avvenute negli ultimi trent'anni, eventi che hanno coinvolto soprattutto prostitute e non soltanto a Milano. Fino a un certo punto Le teste procede come un normale thriller, con le scoperte improvvise, i colpi di scena, la suspense. Da un certo punto in avanti, invece, Genna dà una possente svolta alla storia e confonde tutte le carte narrative. E' in quel momento che il genere esplode.

Più importante dei meccanismi del thriller, infatti, è la fedeltà dell'autore a una certa poetica che rappresenta una costante in tutti i suoi romanzi, anche quelli che esulano dal "genere". La definirei una "poetica del complotto", che Genna sa maneggiare con grande destrezza. Nulla è come appare a prima vista e le spiegazioni apparentemente razionali nascondono invece un'altra realtà. Una realtà che è spesso costruita all'insaputa di chi ci vive dentro, come se al di sopra di tutto ci fosse una entità che muove tutti gli esseri viventi come pedine su una scacchiera, creando e disfacendo le situazioni in cui si trovano ad agire. Per intorbidare ancora di più le acque, poi, le realtà si sovvrappongono a strati e non è mai detto che l'ultimo strato che appare sia per forza quello definitivo e risolutivo. Come metafora di questa duplicità del reale il complotto è quanto di più adeguato vi sia. L'affare delle teste si rivela quindi una grande costruzione pilotata dai servizi segreti, che disseminano indizi e si ingegnano a fuorviare le indagini, affinché Lopez non scopra la natura di un'organizzazione denominata Occidente, con compiti che saldano il caso banale delle teste a eventi di estrema importanza geopolitica. Questo implica anche una moltiplicazione e una distorsione delle identità che arriva a coinvolgere anche i più stretti collaboratori di Lopez - e qui non dirò altro per non rovinare il piacere della scoperta a chi volesse leggere questo Le teste. In ogni caso, l'abilità di Genna - come di ogni sostenitore di interpretazioni complottistiche della realtà - è nel renderle credibili, facendo nascere in chi legge (o in chi guarda quella che fino ad allora aveva giudicato l'unica realtà) il sospetto che esse siano non soltanto plausibili, ma veritieri, per quanto assurde possano sembrare.

C'è, però, sin dall'inizio un segnale che evidenzia l'imminente deragliamento della narrazione dai tranquilli binari del thriller tradizionale: si tratta proprio della struttura stessa del romanzo, che alterna parti narrative in cui si sviluppa la trama principale e parti in cui un "io narrante", non meglio precisato, riflette su questioni filosofiche, teologiche, simboliche o riporta stralci di vecchi articoli e confessioni intorno all'argomento delle teste. Non è affatto chiaro chi sia questo "io narrante", ed è volutamente così, perché nella sua voce si fondono diverse voci: potrebbe essere Guido Lopez o lo stesso Giuseppe Genna. Oppure, come accade spesso nei gialli, potrebbe essere la voce dell'assassino che ancora non si è manifestato. Simbolicamente, però, queste pagine, in cui l'autore si crogiola spesso in uno ieratismo molto genniano, evocano la presenza della testa - la testa scissa dal resto del corpo - come la malattia tipica dell'occidente, che è poi quella di cui soffre anche l'io narrante (e in qualche misura anche l'autore, come intuisce chi ha letto finora anche altre opere più confessionali di Genna).

Infine, anche in quest'ultimo thriller, Genna si conferma come uno dei migliori "ritrattisti" di Milano che oggi ci siano in circolazione. Non so se ami ricevere questo complimento, ma sicuramente ne è consapevole, perché già nel precedente lavoro ci scherzava sopra. Se pure la trama di Le teste non avesse un piglio trascinante - ipotesi puramente accademica, perché invece ce l'ha -, resterebbe comunque intatta la bravura folgorante con cui il suo autore coglie gli aspetti più cupi di Milano, di cui fotografa gli angoli più nascosti e meno "di rappresentanza", offrendoci degli squarci che ne rivelano la putrescenza. Per questo - ma non solo per questo - si perdonano a Genna certi manierismi del linguaggio, per esempio uno stile talora ossessivamente sincopato, soprattutto verso la conclusione, che avanza per flash successivi, come se non riuscisse a tenere il passo con la concitazione del respiro e delle visioni del narratore, e una scrittura che privilegia le frasi nominali prive di verbo: pretendere una narrazione più distesa sarebbe pretendere che qualcun altro scriva al posto di Genna.

Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Friday, 06 Nov 2009 19:33

Prima o poi qualcuno finisce sotto le ruote della macina delle maggioranze. In alcune circostanze queste maggioranze sono abbastanza solide, in altre sono mobili e si ristrutturano a seconda della vittima sacrificale di turno. Non è tanto l'oggetto in sé della vittimizzazione a contare, quanto il processo. Con il passare del tempo certe vittime lo sono un po' meno, si integrano di più, vengono via via più accettate, anche quando resistono comunque delle sacche che impongono loro di tenere i sensi ben allertati. Oltretutto, abituate a essere schiacciate da tanto tempo, faticano comunque a godere della spontaneità irriflessa delle maggioranze e i loro gesti restano sempre un po' goffi. Io, per esempio, che appartengo ad almeno una "grossa" minoranza, quella dei gay, so per primo che negli ultimi trent'anni per noi la situazione è molto migliorata - persino in Italia, malgrado qui lo sia di meno che in altri paesi occidentali -, ma so anche che molti di noi soffrono di una pretesa irrealizzabile: non soltanto avere pari diritti, ma essere anche amati dalla maggioranza. Una pretesa comprensibile, una sorta di compensazione psicologica per le sofferenze passate, ma qualcosa, comunque, su cui è meglio mettere una pietra, a scanso di ulteriori frustrazioni future. Il fatto che per noi la situazione sia migliorata e che probabilmente sia destinata a migliorare anche in futuro - se non l'avranno vinta le orde di fanatici provenienti da zone più omofobiche della terra, in combutta con gli omofobi autoctoni - tanto da fare di noi qualcosa di simile ai mancini, a cui è concessa una benefica indifferenza priva di qualsiasi giudizio di valore, non cancella però una verità evidente: prima o poi il posto dei gay - o di altre minoranze in passato triturate dalle varie maggioranze - verrà preso da qualcun altro. Qualcun altro che, magari, non ha la forza di organizzarsi in gruppo e fare pressione, qualcun altro che magari verrà stritolato per una qualche caratteristica personale poco gradita a una maggioranza in quel preciso momento. Non c'è nulla da fare: sembra che gli uomini abbiano comunque un bisogno innato di bullismo, la pulsione hobbesiana di esercitare la propria ferocia su chi è più debole. Quello che resta da fare è contenere i danni, adottare strategie di difesa e di sopravvivenza personali, e smettere di predicare un impossibile amore universale.

Author: "Stefano B" Tags: "Appunti e riflessioni"
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Date: Thursday, 05 Nov 2009 21:16

Senza volermi sostituire ad altri che lo fanno con più cura e costanza, in questi ultimi mesi ho voluto seguire un po' i disastri provocati dall'islam in giro per tutto il mondo. Non occorre andare a cercarli con il lanternino: un minimo di attenzione e il gioco è presto fatto. Per chi volesse verificare la bontà di quello che potrebbe aspettarci in futuro, ecco un assaggio di quello che per molti paesi costituisce già la pietanza principale.

In agosto, nella striscia di Gaza, un bello scontro tra islamisti: si fa a chi è più estremista. Il gruppo Jund Ansar Allah vuole proclamare un emirato islamico nella striscia. Hamas ne macella un po' - ventidue palestinesi in tutto -, attaccando con granate e mitragliate una moschea a Rafah. (Tra i commenti spassosi che si possono trovare in rete c'è quello di uno dei tanti gruppi "antimperialisti" - cercatevelo da soli, però - che retoricamente si lamenta contro chi critica questa azione, con l'argomento: "Ma come? Per una volta che è Hamas a far piazza pulita dei qaedisti, voi protestate?". Be', in realtà si tratta di una lotta intestina tra due forme di estremismo islamico. Parenti che si scannano, in pratica).

Del resto, sempre a Gaza, verso fine agosto Hamas dà ulteriore prova di essere un gruppo di "militanti per la libertà" e non, come sostiene qualche calunniatore, un gruppo fondamentalista ispirato da princìpi islamici, tanto che stabilisce che con il nuovo anno scolastico le studentesse dovranno indossare il velo e vestiti lunghi fino ai piedi. Per garantire una più piena e sana laicità, poi, i "poliziotti della morale" pattuglieranno le strade per controllare che le donne indossino il velo e che le coppie non sposate non si appartino in auto, magari per copulare.

Ma non vorrei fossilizzarmi solo sui paesi arabi, perché l'islam dispensa le sue delizie ovunque s'insedi e diventi religione dominante - e, quindi, ideologia e prassi governativa. A Kuala Lumpur, per esempio, in quella stessa Malesia dove una modella era stata condannata alle scudisciate per essersi fatta una birra, in settembre è stato arrestato un gruppo di ventitré persone - venti uomini e tre prostitute - che avevano deciso di festeggiare la fine del Ramadan con una bella orgia. Mi pare giusto e sacrosanto: un'orgiona simile - che, a naso, data la proporzione maschi/femmine, ha l'aria di presentare pure qualche scivolone omosessuale - non dev'essere ritenuta solo indecente, ma anche penalmente perseguibile, perché non sia mai che la gente decida di scopare come, quando e con chi vuole.

Dobbiamo rendere grazie all'islam, dunque, che ci mostra la retta via (soprattutto a noi che conosciamo solo la via del retto). Sempre in settembre, stavolta a Band Aceh in Indonesia, è passata una legge che punisce l'adulterio con la lapidazione. Una misura sommamente equilibrata e di grande efficacia: è certo, infatti, che il lapidato non commetterà più lo stesso peccato - pardon, lo stesso reato. E, per soprammercato e per non commettere un torto nei confronti di nessuno, punizioni esemplari anche per "stupro, omosessualità, consumo di alcol e gioco d'azzardo".

Per dimostrare invece il loro ecumenismo e per promuovere il dialogo interreligioso, le milizie islamiche in Sudan hanno voluto rinverdire una vecchia tradizione e omaggiare i pochi cristiani colà residenti. Almeno così mi pare di dover interpretare le crocefissioni di sette cristiani che hanno avuto luogo laggiù, a riprova del rispetto che l'islam nutre nei confronti degli esponenti delle altre religioni. Ah, e che nessuno dica che lo fanno perché sono islamici - no, no, lo fanno solo perché sono di animo malvagio: il vero islam è un'altra cosa. Non si sa bene che cosa, ma non questa roba qui.

Fortunamente queste cose non succedono, da noi in Europa. E' vero, ogni tanto c'è qualche problemino, ma non è nulla di insuperabile, una volta che avremo imparato ad aggiustare le nostre pretese in ossequio all'altrui sensibilità - quella islamica, nella fattispecie - che merita tutto il rispetto. Perché le culture si equivalgono e non ce n'è una migliore di un'altra. Bisogna avere una certa elasticità mentale, insomma. Che importa quindi se in Francia una squadra di calcio musulmana si rifiuta di scendere in campo per giocare contro una squadra gay? Che importa se a Padova un musulmano maghrebino aggredisce due ragazze lesbiche perché "al nostro paese queste cose vengono punite con la lapidazione"? Che sarà mai se una donna, in Inghilterra, nasconde sotto il burqa un manuale per farsi una bomba in casa (vorremo mica vietare il bricolage, adesso!) ? Anzi, come dimostrazione di buona volontà, possiamo tranquillamente buttare nel cesso ciò che ci è più caro e venire loro incontro, consentendo per esempio di discutere la tesi di laurea con indosso il burqa (a Cambridge, purché - nota di colore - la laureanda abbia frequentato l'intero corso in burqa), oppure disponendo una bella stanza per la preghiera (a Berlino), perché si sa che se l'islamico non interrompe quello che sta facendo per pregare cinque volte al giorno si sente male.

E questo, per oggi, è tutto. O forse non è ancora nulla.

Author: "Stefano B" Tags: "Incursioni nella polis"
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Date: Thursday, 05 Nov 2009 17:12

Io trovo persino degradante che si debba discutere di una cosa del genere. In molte scuole e in molti edifici pubblici quei cadaverini inchiodati se ne stavano a prender polvere sui muri senza che nessuno li degnasse di uno sguardo. Era uno di quegli ammennicoli che se ne stanno lì, dimenticati, e per i quali non fa differenza alcuna che ci siano o che non ci siano. In un certo senso questo corrisponde perfettamente al mio atteggiamento nei confronti della religione: una faccenda di cui vorrei fregarmene il più possibile. Più che altro io rivendico il mio diritto all'indifferenza alle questioni religiose e mi sento già offeso nel sentirmi definire (o nel dovermi definire) ateo o agnostico, come se ciò che mi qualifica è l'assenza (l'alfa privativo) di una caratteristica dominante, assenza che, poiché viene rimarcata, mi fa sentire in difetto. Vivo benissimo, cioè, al di fuori di ogni pretesa di religiosità o di spiritualismo. Chi vuol credere, creda: sono sostanzialmente fatti suoi. L'irritazione, da parte mia, è tutta politica e nasce solo quando qualcuno mi impone attivamente di fare qualcosa o mi vieta di fare qualcos'altro in base alla sua fede. Per questo io non avrei fatto nessuna battaglia per togliere il crocefisso da dove c'è, avrei lasciato che il tempo lo facesse cadere nel dimenticatoio, relegandolo alla medesima importanza di una piastrella sbreccata o di un infisso tarlato e consegnandolo al destino di decadenza e marciume che contrassegna tutti gli edifici pubblici italiani, e morta lì. Questo, del resto, stava diventando questo "simbolo": sfido chiunque a fare un'inchiesta e a chiedere in giro quanti si ricordano se nelle loro aule scolastiche c'era un crocefisso appeso. Probabilmente non saprebbero più nemmeno dirlo e, se c'era, nemmeno lo notavano. Chiedendo di rimuoverlo, è come se lo si fosse messo al centro della scena, sotto le luci dei riflettori. Alla fine gli si è assegnata più importanza di quella che ha: nessuna. E siccome, naturalmente, la madre degli idioti è sempre gravida e pare non abbia smesso di scopare senza anticoncezionali, ecco che è arrivato il codazzo di mentecatti che hanno cominciato a notare quello che neppure più notavano, erigendo il suddetto cadaverino inchiodato a simbolo dell'Occidente tutto, e a mobilitarsi per rimettere il simbolo lì dove mancava (e dove, sia detto per inciso, nessuno si era accorto che non c'era più: ah, la beata indifferenza!), come se per questi minus habentes qui bastasse un atto di magia - ripristinare la presenza di un simbolo - affinché riacquisti vigore e realtà anche la cosa in sé. E allora via: deficienti che con denari pubblici comprano stock di crocefissi da regalare, sindaci rincitrulliti (e appartenenti a un partito largamente pagano e scristianizzato) che minacciano multe per la mancata esposizione del cadaverino, e via discorrendo. Ecco, io trovo tutto questo degradante e offensivo ma, in un certo senso, mi fa anche l'effetto di un'operazione dadaista, perfettamente adeguata alla farsa che è diventato il discorso pubblico in questo paese.

Author: "Stefano B" Tags: "Irritazioni, disgusti, idiosincrasie"
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Date: Monday, 02 Nov 2009 19:22

Stasera, su Facebook, mi scappavano degli aforismi, forse riflesso di un riflusso gastro-esofageo:

Pane e serpente

Author: "Stefano B" Tags: "Due giri intorno al mio ombelico"
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Date: Sunday, 01 Nov 2009 15:33

01_DAS_WEISSE_BAND Dei quattro film di Michael Haneke che ho visto finora, quest'ultimo - Il nastro bianco - è indubbiamente quello che più mi è piaciuto. Non esiterei a definirlo un capolavoro. Ambientato intorno al 1910 in un villaggio tedesco di cui, anni dopo, uno dei protagonisti narra le vicende, è un perfetto ritratto claustrofobico di quell'epoca e di quella società, ancora segnata da rapporti feudali di potere, in cui i braccianti agricoli sono sottomessi al barone latifondista. Il racconto parte da un evento increscioso - una corda tesa tra due alberi che fa cadere da cavallo il medico - a cui nessuno sa dare spiegazione. Da lì, a cascata, seguono una serie di episodi violenti e misteriosi che coinvolgono, a poco a poco, i vari abitanti del villaggio: dalla morte di una donna nella segheria, che scatena una vendetta da parte di uno dei suoi figli ribelli e riattizza i rancori dei braccianti verso i latifondisti, passando per una spedizione "punitiva" contro Siggi, il figlioletto adolescente del barone, preso a scudisciate sul sedere, fino ad arrivare all'aggressione che rischia di accecare il figlio handicappato della levatrice.

L'ambiente dipinto da Haneke è dunque caratterizzato da crudeltà, violenza e sadismo che, pur non esprimendosi sempre in maniera diretta, sono sempre presenti e colorano tutti i rapporti sociali, senza possibilità di scampo. Lo stesso titolo è vagamente ironico: il "nastro bianco" è quello che il pastore lega al braccio dei due figli cresimandi perché rammentino sempre il dovere della purezza, una purezza che però si rivela del tutto irrealizzabile. Il male, in ogni caso, non sempre si manifesta con segni visibili o sorprendenti, ma è talmente parte della vita del villaggio da passare quasi inosservato e diventare normale. In questa sua normalità e quotidianità, il male finisce per cancellarsi, non in quanto tale, ma perché è eliminato dalle coscienze che sembrano non avvertirne più lo scandalo. Ci sono un paio di scene che evidenziano bene la banalità del male, tanto per riprendere la famosa formula usata da Hannah Arendt a proposito di Eichmann. Verso la fine del film, il maestro va dal pastore e gli espone la teoria secondo cui colpevoli di tutte le malefatte sono i bambini del villaggio. Il pastore si inalbera e lo redarguisce con severità, parlando addirittura di "aberrazione" per il fatto di aver anche solo avanzato un sospetto simile. Eppure, al rimprovero del pastore non fa seguito nessun provvedimento e la vita nel villaggio continua esattamente come prima, come se il pastore parlasse più per retorico senso del dovere che perché crede in quello che dice. Che la crudeltà non abbia bisogno dello stigma della mostruosità per manifestarsi lo mostra poi l'altra scena, mirabile per freddezza e costruzione (anche linguistica), in cui il medico si rivolge con inusitata durezza e insensibilità alla levatrice sua amante e che culmina con l'asciutta domanda: "Ma perché non muori?". Ecco, questa scena è rivelatrice perché fino a quel momento il medico è apparso come un personaggio tutto sommato bonario - tutt'altro che un mostro di ferocia - e persino compassionevole, caratteristica questa che del resto continua a conservare nei suoi rapporti con i malati. Non esiste quindi una separazione netta tra il bene e il male: quest'ultimo non è riconoscibile a priori. Lo stesso pastore dirige con pugno di ferro la sua famiglia. Si pensi, per esempio, alle punizioni inflitte in modo spassionato ai figli (le dieci vergate annunciate con un giorno di anticipo, i nastri per legare i polsi del figlio Martin al letto affinché di notte non si masturbi). Qui, oltre che la consapevolezza della crudeltà, manca persino il godimento del sadico nell'infliggere dolore - e proprio per questo il male appare ancora più ineludibile e angosciante.

A questo punto è ovvio che in un ambiente del genere, tanto permeato dalla violenza, i figli sono esattamente come i loro padri - e su questo il maestro elementare ha perfettamente ragione. Haneke distrugge a colpi d'ascia il mito dell'innocenza infantile (come non pensare, in questo caso, ai bambini del famoso romanzo di William Golding?). A esemplificare questa crudeltà infantile c'è la scena memorabile in cui la figlia del pastore apre la gabbietta con il canarino del padre e lo infilza, a sangue freddo, con una forbice, facendoglielo poi trovare morto sulla scrivania - e, tra l'altro, disposto in una forma che ricorda il crocifisso. Oppure l'altra scena in riva al fiume, quando Martin, irritato dal suono melodioso dello zufolo di Siggi - mentre dal suo non riesce a cavare alcun suono decente -, glielo strappa di mano e butta il figlio del barone in acqua senza alcuna pietà. Come è stato giustamente notato, questa è una gioventù già pronta per il nazismo che sarebbe venuto un decennio più tardi. Non per una tabe generazionale, bensì perché così sono anche i loro padri.

L'austerità della narrazione - che ha a tratti il carattere di un grande romanzo corale - trova una perfetta espressione estetica nell'uso del bianco e nero con cui è girata la pellicola. Nonostante la crudeltà e il sadismo sempre presenti, il regista non indulge mai nella truculenza: non c'è sangue, non ci sono effettacci, tutto è rappresentato con freddezza e nitore assoluti. Persino l'unico suicidio è ripreso con grande sobrietà. Il bianco e nero, lungi dal diminuirlo, non fa che esaltare il senso di minaccia incombente e conferisce un'aria bergmaniana a tutta la pellicola. Come anche nel precedente Niente da nascondere, Haneke rinuncia a qualsiasi colonna sonora: le uniche musiche che si sentono sono quelle inserite nella narrazione stessa, mentre per il resto, quando tacciono i dialoghi, domina il silenzio che esalta la bellezza di certi campi lunghi sul paesaggio in cui si svolgono le vicende. Grande cura è posta, oltre che nella fotografia, anche nella ricostruzione degli ambienti: è raro assistere a un film in cui ogni immagine sia un tale esempio di perfezione estetica e che produca nello spettatore una simile profonda soddisfazione.

Man mano che il film procede verso la fine assume quasi l'andamento di un giallo, ma non bisogna lasciarsi ingannare, altrimenti si resterebbe frustrati. Haneke, infatti, non offre una soluzione consolatoria ai "misteri" che hanno flagellato il villaggio. Il film si conclude con gli abitanti riuniti in chiesa: tutto continua come sempre è stato, è scoppiata la prima guerra mondiale. Non c'è una soluzione, non c'è un unico colpevole. O forse sì: colpevole è tutto il villaggio.

(Per chi è interessato e sa l'inglese, qui c'è un bell'articolo del Guardian sulla produzione cinematografica di Michael Haneke)

Author: "Stefano B" Tags: "Germanica, Visti, letti, ascoltati"
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Date: Saturday, 31 Oct 2009 16:40

Buoni genitori Ci si potrà chiedere se Chiara Lalli, con il suo ultimo libro Buoni genitori. Storie di mamme e di papà gay, non finisca per "predicare ai convertiti", perché chi dovrebbe leggerlo magari non lo leggerà, perseverando nei propri pregiudizi e nell'ostilità verso qualsiasi discorso un po' più liberale sull'omogenitorialità. Un libro inutile, dunque? No, non lo credo affatto, perché quello dei genitori gay è un argomento che si scontra con un'opposizione più diffusa e frammentata rispetto al pregiudizio anti-gay in genere. Come sottolinea anche l'autrice, infatti, sembra che per primi molti omosessuali - i quali pure, a livello conscio, sono bene integrati e hanno superato l'odio di sé che un'educazione o un ambiente eteronormativi hanno loro inculcato - continuano a considerare l'omosessualità in sé come una caratteristica che li renderebbe meno adatti a essere genitori, quando tutt'al più dovrebbe essere una condizione indifferente. Io stesso - tanto per non andare a cercare esempi troppo lontani - mi sono ritrovato, inconsapevolmente e in maniera quasi automatica, a pensare: "Ma questo non sarà un po' troppo?" mentre leggevo certe testimonianze contenute nel libro, dimenticando che l'unico metro da usare è quello del benessere dei bambini.

Il saggio di Chiara Lalli è costruito su due livelli che s'integrano a vicenda. Al primo livello Lalli cede la parola a genitori, gay e lesbiche, che spesso sfidando la diffidenza della società hanno deciso di diventare genitori e lo hanno fatto in diversi modi. Qualcuno ha fatto ricorso alle "madri surrogate": è la cosiddetta surrogacy, che però è vietata in Italia, e infatti nella coppia gay che racconta di questa esperienza uno dei due partner è canadese. Altri hanno usato la fecondazione eterologa, anch'essa vietata in Italia dalla famigerata legge 40, e sono andati in paesi dove invece è consentita, come la Spagna (è questo il caso di una coppia lesbica incontrata dall'autrice). In altri casi ancora si parla di famiglie ricomposte, dove il figlio nato da un matrimonio precedente cresce con la madre e con la sua nuova compagna, o di coparenting, dove i figli - fortemente voluti - finiscono per avere come padri e madri una coppia gay e una coppia lesbica. Questi racconti brulicano di vita concreta, al di là delle astrazioni cervellotiche e delle proiezioni paranoiche di chi è contrario a priori all'omogenitorialità, e mostrano come uomini e donne omosessuali sanno essere buoni - o cattivi - genitori esattamente come tutti gli altri: "Tutte le ricerche - scrive Lalli, citando le fonti precise della letteratura sull'argomento - escludono una incapacità genitoriale di qualche tipo connessa all'orientamento sessuale". Alla stessa stregua i figli crescono né più né meno bene dei figli cresciuti in famiglie eterosessuali cosiddette "normali": "I bambini cresciuti in simili famiglie sono come tutti gli altri: ciò che deve essere scardinato è il pensiero che un gay sia intrinsecamente un pessimo genitore. Senza che tale pensiero sia sostituito da un'altra ingenuità: cioè che un gay sia il genitore perfetto". Inoltre, è anche molto interessante leggere in queste testimonianze delle reazioni avuti dal resto del parentado o dalla società immediatamente circostante: spesso i diretti interessati hanno avuto piacevoli sorprese. Chi si pensava avrebbe avuto un atteggiamento di rifiuto si è rivelato entusiasta - per esempio il padre molto conservatore (ed ex-repubblichino) di uno dei "protagonisti" - e molto spesso amici, colleghi, medici e insegnanti hanno sostenuto e sostengono queste nuove famiglie. Qui osserva giustamente Chiara Lalli che, in qualche caso, ciò avviene quasi in virtù di un'eccezione, con un discorso del tipo: "Tutti i gay no, ma a voi sì, perché siete voi e vi conosciamo e siete brave persone". Un libro come questo dovrebbe quindi servire ad allargare questa conoscenza e a bonificare il terreno del pregiudizio.

Al secondo livello, Chiara Lalli inserisce dei capitoli più teorici che chiariscono di volta in volta gli argomenti affrontati nei capitoli precedenti dedicati alle testimonianze dirette dei protagonisti. L'autrice affronta quindi temi come la legge 40 e le sue conseguenze pratiche o il dibattito sul significato del concetto di natura e sul suo uso distorto e ideologizzante ("La premessa, non sempre esplicitata e mai argomentata, è: ciò che è naturale sarebbe moralmente ineccepibile, mentre ciò che è innaturale sarebbe immorale"). E, soprattutto, invoca una regolamentazione legale di queste nuove famiglie perché, come risulta praticamente da tutti i racconti, i primi a subire le conseguenze negative del vuoto legislativo che regna in Italia sono i bambini. Infatti, se in una coppia lesbica morisse la madre genetica, l'altra madre non avrebbe più nessun diritto su un eventuale figlio, proprio perché questo non è il figlio genetico, e con un colpo di spugna verrebbero cancellati anni di accudimento e di affetto ormai consolidato. Questa posizione, oltre che stupidamente materialista ("Pensare di ridurre la relazione tra un genitore e un figlio alla condivisione del patrimonio genetico è davvero meschino e claustrofobico. E sarebbe una ragione per condannare l'adozione tout court, non solo quella omosessuale"), è anche crudele e paradossale dato che oltretutto "la maggior parte dei detrattori si arrogano il diritto di parlare in loro difesa [dei bambini]". Infine si tratta semplicemente di riconoscere una realtà che già esiste e alla quale trasferire dei diritti mancanti. Senza contare, poi, che "la pluralità dei modelli (familiari) non è un attacco a un modello: ognuno sceglierà quello che preferisce, senza che la sua scelta implichi discredito per gli altri".

Come il precedente Dilemmi della bioetica, anche questo Buoni genitori si contraddistingue per un piglio molto illuminista. Chiara Lalli smonta con la forza dei suoi ragionamenti e del suo argomentare pregiudizi privi di fondamento. E leggendo queste pagine si ha la netta sensazione di assistere al lavorio, lento ma implacabile, di un'intelligenza molto lucida che, a poco a poco, demolisce la montagna di menzogne che circola su questo tema. Nel compiere questa operazione meritoria, però, Lalli non adotta mai un tono professorale: la scrittura è sempre cristallina ed esprime la fiducia che anche chi è pregiudizialmente ostile all'argomento affrontato dovrà mutare opinione una volta confrontato con la realtà dei fatti. Da questo punto di vista, con il suo ottimismo di fondo, Buoni genitori è un libro che fa bene a dei pessimisti inguaribili come me. E, come se non bastasse, Buoni genitori è anche un libro che si fa leggere con piacere: che altro desiderare?

Author: "Stefano B" Tags: "La gaia scienza, Visti, letti, ascoltati"
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Date: Saturday, 31 Oct 2009 12:43

E così, mentre io sono qui a lavorare in questa Milano oggi un po' spenta, a poco più di un migliaio di chilometri di distanza si sta celebrando un matrimonio. Non voglio raccontare affari miei o altrui, ma proprio stamane, a Londra, R.S. e M.S. si sono sposati. Si conoscono da diciassette anni, stanno insieme da quattordici e da oltre dieci anni condividono la stessa casa in "never fashionable Elephant and Castle", come ebbe ironicamente a scrivere una volta R.S. I miei pensieri vanno a loro, due uomini che si amano da tanti anni e che, in un altro paese, possono fare una cosa così semplice e ovvia. Verrà un giorno in cui anche in Italia...?

Author: "Stefano B" Tags: "Due giri intorno al mio ombelico"
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Date: Wednesday, 28 Oct 2009 19:39

Ai libri di Richard Matheson, prima che (ri)diventasse celebre anche in Italia grazie alla (brutta) riduzione cinematografica di Io sono leggenda, ci sono arrivato grazie a uno sponsor di eccezione, Stephen King, che ne ha sempre tessuto grandi lodi. Ed è di Stephen King anche la prefazione a Nightmare at 20,000 Feet (Incubo a seimila metri), la raccolta di racconti che ho appena terminato di leggere. Definiti "racconti dell'orrore", sono delle macchine narrative perfette che, spesso nel giro di pochissime pagine, solleticano le paure del lettore e lo tengono con il fiato sospeso fino all'ultima parola. In molti casi il finale è sufficientemente ambiguo da lasciare il lettore nel dubbio che quello che è stato raccontato nelle pagine precedenti sia davvero accaduto. Il campionario degli orrori percorso da Matheson è vario. Naturalmente c'è il ricorso al soprannaturale, tanto più difficile da maneggiare perché a uno scrittore meno abile basterebbe un nonnulla per scivolare dal credibile - e quindi dallo spaventoso - nell'involontariamente ridicolo. Ecco allora il corteo di case infestate dai fantasmi (nel gotico Slaughter House), telefonate dalle anime del cimitero (Long Distance Call) o spiriti maligni che si trasferiscono da una bambola nell'animo della protagonista (Prey). Altri, invece, partono da situazioni più banali, addirittura quotidiane, che sfociano poi nell'assurdo: in questi casi, però, il talento di Matheson si manifesta non soltanto nella capacità di realizzare questa "virata" e di rendere plausibile questo sfondamento dal reale nel fantastico, ma anche nella precisione con cui accumula i dettagli per descrivere la realtà. Esemplare, di questa categoria, è Mad House, il cui protagonista è un professore universitario, scrittore fallito, che non riesce a trattenere la sua ira trasmettendola agli oggetti e alle azioni quotidiane: se anche il finale non fosse da racconto horror, basterebbe comunque il realismo psicologico di quanto lo precede per confermarne il valore. Tra i tanti, ce n'è anche uno - The Distributor - che descrive un orrore nient'affatto straordinario, ma del tutto quotidiano. E' l'orrore del sadismo di un uomo che si diverte, cambiando via via residenza, a disseminare dolore e morte tra i suoi vicini di casa attraverso una serie di gratuiti atti malvagi ai loro danni: quando il tessuto della comunità è sfilacciato, la sua missione è compiuta e lui è pronto per ripartire. Nightmare at 20,000 Feet è insomma la dimostrazione che la cosiddetta "letteratura di genere", quando è a questi livelli, non ha nulla da invidiare alla "letteratura seria" - e che, anzi, la separazione tra le due non ha molto senso.

Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Monday, 26 Oct 2009 19:07

Sul caso Marrazzo non ho molto da dire, se non che, a differenza di Berlusconi e per quanto ne sappiamo ora, lui alle sue trans non ha proposto posti in Europarlamento né le ha candidate alle regionali. Inoltre andava lui da loro - e tutt'al più sarebbe esecrabile se usava l'auto blu per farlo - e non se le portava in una residenza ufficiale. Non credo nemmeno che le abbia mai fatte viaggiare in aereo di stato. A parte questo, posso aggiungere che Marrazzo si è comportato da perfetto buon cattolico: vizi privati e pubbliche virtù. Come ha ben scritto Malvino, dichiarando contrito che la sua frequentazione delle trans è stato "frutto di debolezza" Marrazzo ha di fatto avallato il sistema di valori dei suoi ricattatori. Del resto è così che funziona: gran parte dei clienti delle trans che si prostituiscono sono uomini eterosessuali, spesso regolari padri di famiglia - di quella famiglia tradizionale su cui i destrorsi nostrani versano calde lacrime di coccodrillo -, individui per i quali il frisson non consiste tanto nel prendersi un cazzo nel culo, ma nel prenderselo perché è proibito, perché è trasgressivo, tanto più se a metterglielo è qualcuno che ha anche un bel paio di tette.

C'è qualcuno, però, che usando la sua logica bacata e manipolatoria, sfrutta questo episodio e lo combina con un'altra notizia di questi giorni, che nulla c'entra con il primo, per sputare veleno omofobico e spargere a piene mani odio contro i cittadini transessuali e omosessuali. Mi riferisco all'azzimato gagà che risponde al nome di Marcello Veneziani e all'articolo apparso ieri su Il Giornale. Nessuna sorpresa, da questo punto di vista: non è il primo pezzo che leggo di Veneziani, sia sulla gazzetta del fratello di Berlusconi che su Libero, e non mi ha mai deluso. Anche questa volta si rivela il mentecatto di sempre.

Veneziani inizia dicendo che preferisce un donnaiolo impenitente come Berlusconi (il quale denuncerebbe pubblicamente i ricatti a cui è sottoposto) a uno come Marrazzo, che invece va a trans e asseconda i ricattatori pagandoli di nascosto. Purtroppo il nostro prode giornalista dimentica di precisare che, spesso, chi tace su relazioni di questo genere è perché da sempre è stato costretto a vergognarsene, proprio da parte di chi adesso li considera "squallidi". Insomma, è inutile buttare merda addosso a qualcuno e poi lamentarsi perché dopo puzza. Ma poi prosegue citando la sentenza della Cassazione che sostiene che "c'è famiglia se c'è mutua assistenza". Insomma, le due cose sarebbero legate ed entrambe sarebbero il sintomo di un irrimediabile declino, non solo dei costumi, ma della nostra civiltà tutta e, soprattutto - rullo di tamburi -, del millenario concetto di famiglia tradizionale, unica e indissolubile, tra uomo e donna. Da qui, quindi, l'affondo all' "imbarbarimento" che considera lecito "ogni egoismo, ogni piacere, ogni sfizio, purché consensuale". Traduzione per il volgo: per colpa di questi froci che vanno con le trans brasiliane - e non vero, come sappiamo, perché sono soprattutto i bravi paparini, tradizionali per l'appunto, che apprezzano l'articolo - ormai la società è allo sbando. Vorremo mica peggiorare la situazione introducendo i matrimoni gay o approvando leggi contro l'omofobia, eh?

Che il messaggio sia abbastanza chiaro lo dimostrano i commenti degli aficionados del Giornale, che danno sfogo alla loro rogna omofobica e si grattano senza ritegno. Chi ha lo stomaco abbastanza forte può pure leggere. Quella che è davvero squallida è l'operazione compiuta da Veneziani: qui non si tratta soltanto di omofobia, ma abbiamo invece a che fare con quell'omofobia manipolatoria, coscientemente applicata dall'autore del pezzo allo scopo di ottenere effetti specifici come, per l'appunto, solleticare gli istinti dei lettori e conquistare consenso. E', ovviamente, un'omofobia indiretta, strisciante, non immediatamente aggressiva, ma è comunque omofobia. E' inutile replicare portando dei dati di fatto e far notare, per esempio, a Veneziani e ai suoi lettori che non esiste alcuna contraddizione tra l'estensione del concetto di famiglia e la concessione di pari diritti anche alle coppie non tradizionali e la difesa della cosiddetta "famiglia tradizionale". Si facciano, Veneziani e i suoi fan, un giro in posti come la Svezia o in certe zone di Berlino: è pieno di mamme, papà, bambini in carrozzina e froci felici e contenti che hanno pieno diritto di cittadinanza, come gli altri eterosessuali. Il resto è, banalmente, la realtà: le famiglie si sfasciano comunque e i lettori acclamanti di Veneziani - che lo sa benissimo e invece di ricondurli alla ragione sceglie di aizzarli - preferiscono attribuire la colpa dei loro fallimenti a gay, lesbiche e transessuali e non, come dovrebbero, a sé stessi.

Una decina di giorni fa, in occasione della morte del cantante gay dei Boyzone Stephen Gately, una scribacchina del Daily Mail, tale Jan Moir, ha scritto un pezzo trasudante omofobia, in cui neanche troppo velatamente sottintendeva che era lo "stile di vita" gay ad avere in qualche modo provocato la sua morte, in così giovane età. Una sorta di memento: prima o poi i froci fanno una brutta fine e addio l' "e-vissero-felici-e-contenti" dei matrimoni gay. Ebbene: il Daily Mail - che non è esattamente un quotidiano progressista, tanto che viene soprannominato Daily Heil - è stato inondato dalle proteste. Sul sito web hanno dovuto cambiare il titolo originario sostituendolo con uno più anodino, gli inserzionisti pubblicitari hanno tolto la pubblicità da quella specifica pagina per non essere associati alle dichiarazioni omofobe di Moir. E, dulcis in fundo, all'organismo di vigilanza sulla stampa britannica sono arrivate 25.000 (dicasi: venticinquemila) lettere di protesta e di condanna nei confronti di Jan Moir, la quale ha dovuto scusarsi pubblicamente e cospargersi il capo di cenere. Ecco, mi piacerebbe che qualcosa del genere succedesse anche da noi e che certa gente che scrive sul Giornale fosse costretta a chiedere scusa in ginocchio sui ceci. Perché quelle che diffondono tipi come Marcello Veneziani o Renato Betulla Farina non sono mere "opinioni", ma un vero e proprio cancro omofobico.

Author: "Stefano B" Tags: "Incursioni nella polis, Irritazioni, dis..."
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