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Date: Monday, 15 Mar 2010 18:04

Ilconcerto Per ridere si ride anche e le due ore scivolano via abbastanza lisce, ma Il concerto di Radu Mihaileanu non mi ha entusiasmato fino in fondo. O, per meglio dire, mi è piaciuto nel momento in cui ero in sala e lo guardavo, ma è uno di quei film a cui, una volta che sono terminati, non si pensa più di tanto e si passa ad altro. Nel complesso, però, è una commedia piuttosto riuscita. Nell'Unione Sovietica di trent'anni fa il direttore d'orchesta del Bol'šoj Andrei Filipov (Aleksei Guskov) è stato interrotto da un funzionario del Partito Comunista, che gli ha spezzato in due la bacchetta nel bel mezzo del concerto per violino e orchesta n. 35 di Cajkovskij accusandolo di essere un nemico del popolo per avere difeso i suoi musicisti ebrei dall'epurazione brezneviana. Da quel momento Filipov è caduto in disgrazia ed è finito a fare l'uomo delle pulizie nel teatro. Ora gli capita per caso tra le mani un fax del Théâtre du Châtelet che invita il Bol'šoj a esibirsi a Parigi. Vedendovi la possibilità di una rivalsa, Filipov lo trafuga e rimette insieme la sua orchestra di musicisti spiantati e rassegnati a vari lavoretti per sopravvivere. Con loro organizza la trasferta a Parigi e lì chiede di suonare lo stesso concerto di trent'anni prima insieme con la famosa violinista Anne-Marie Jacquet (Mélanie Laurent). Al senso di rivalsa pubblica si unisce però anche un motivo personale che lega il suo destino a quello della giovane e bella violinista e che si svelerà solo alla fine, durante la trionfale esibizione allo Châtelet.

Come si nota, quindi, la storia è potenzialmente di quelle che spingono lo spettatore a identificarsi con le vicende dei protagonisti. Che cosa c'è di meglio se non sognare che, prima o poi, il talento viene premiato, soprattutto dopo che è stato ingiustamente umiliato? Chi non ha sognato di vendicarsi e raddrizzare i torti subiti, facendola pagare a chi abusa del proprio potere? In questo senso, Il concerto è il film perfetto per tutti gli "sfigati" che sperano in una riscossa futura dalle loro personali miserie. E' un piccolo apologo morale e come tale dobbiamo guardarlo, magari mettendo a tacere la parte più razionale di noi, perché di certo non si tratta di un film realista. Non possiamo abbandonarci alle invenzioni narrative di Mihaileanu se ci mettiamo a cavillare che nella realtà le cose non sarebbero andate tanto lisce e che dallo Châtelet qualcuno avrebbe pur fatto una telefonata al vero Bol'šoj per ottenere qualche conferma e qualche certezza in più.

Ma la storia funziona anche per lo scarto tra la fama che aleggia intorno alla grande orchestra russa e la cialtroneria che invece caratterizza il gruppo di scalcagnati musicisti finalmente in libera uscita a Parigi, tra un mondo che è inevitabilmente cambiato e l'immagine mentale che, di questo mondo, coltivano ancora i personaggi rimasti impantanati nel realismo socialista degli anni Settanta: si vedano, per esempio, le spassose trattative del finto impresario russo (e vero comunista nostalgico) Ivan Gavrilov (Valeriy Barinov) con l'arrogante direttore del teatro parigino Duplessis (François Berléand). Per gente rimasta ai grigiori dell'epoca brezneviana, il massimo del lusso a cui puntare sono un albergo a tre stelle, un giro notturno in bateau mouche sulla Senna e una cena all'ormai defunto ristorante "le Trou Normand". Da questo "scontro di civiltà" - e di epoche storiche - nascono una serie di sketch molto divertenti, anche se a sforbiciare qualche lungaggine, il film ci avrebbe solo guadagnato: penso in particolare alle scene successive all'arrivo della compagnia a Parigi, che a mio parere allentano un po' la tensione narrativa e mostrano una certa stanchezza.

La comicità delle situazioni attinge molto anche ai luoghi comuni e agli stereotipi: i russi casinisti e maneggioni che non si presentano mai in orario agli appuntamenti ma che alla fine, grazie all'anima slava, se la cavano comunque, gli ebrei che sfruttano ogni occasione per combinare qualche buon affare. Ma tutto sommato questi stereotipi non vengono sfruttati con malevolenza e, a conti fatti, suscitano simpatia per chi se li ritrova cuciti addosso. Nel finale, però, il regista riesce a mettere a segno un piccolo colpo di scena. Non rivelerò l'agnizione conclusiva, ma mi limito a dire che non è affatto quella che mi aspettavo. Pensavo di essere io quello che non si accorge di niente finché non glielo spiattellano davanti, ma poi una ex collega che ha visto il film mi ha rivelato di essere caduta nella mia stessa trappola. In ogni caso Mihaileanu riesce a trovare una conclusione che induce all'ottimismo e riscatta l'evento tragico che è la vera ragion d'essere - almeno agli occhi di Filipov - del concerto. 

Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Saturday, 13 Mar 2010 16:39

DSCN9197 Come doveva essere bella e decadente New York negli anni sessanta e settanta - o, almeno, questa è l’impressione che si ricava dalla lettura del nuovissimo libro di Edmund White, City Boy. My life in New York During the 1960s and 1970s, ancora una volta un frammento della sua ormai sterminata autobiografia. O forse a noi la città appare bella perché è l’arte del narrare di White che la rende più bella e la rende tale perché è stata non soltanto lo sfondo della sua gioventù e dei suoi esordi come scrittore, ma anche, in qualche modo, l’oggettivazione urbana di quello che era lo spirito dei tempi e di quello che erano allora White e gli ambienti che lui frequentava con i suoi amici.

In questo City Boy Edmund White getta tutte le maschere e ci serve su un piatto d’argento la materia prima da cui sono stati tratti i suoi primi romanzi autobiografici - A boy’s own story e The beautiful room is empty -, senza più nascondimenti, senza trasformazioni, ma con i nomi e i cognomi dei protagonisti. Al centro, naturalmente, c’è lui, il ventidueenne che il 19 luglio 1962 si trasferisce nella “Grande Mela” dopo aver conseguito una laurea in cinese all’Università del Michigan, già omosessuale ma non ancora gay - e, anzi, ancora tormentato per la sua sessualità - e ben determinato a farcela nel mondo della letteratura. E con lui sfilano una serie impressionante di personaggi più o meno famosi: poeti, scrittori, critici letterari, artisti, filosofi, tutti catturati nei loro momenti più privati, con le loro manie e i lati più umani, quelli che non entravano a far parte delle loro opere. In realtà City Boy, oltre che l’affresco di un’epoca, è anche un esercizio delizioso di name-dropping e di gossip di alta qualità. White ci fa sapere di avere conosciuto e frequentato questo e quello, ma i suoi ritratti sono sempre così arguti e intelligenti da non risultare mai fini a sé stessi o utili solo a soddisfare la vanità dell’autore.

Edmund White pratica inoltre con sapienza e con metodo l’arte della divagazione. Solitamente funziona così: sta parlando di A, il quale gli fa conoscere B, ma A ha in qualche modo a che fare (o ha scritto di, ha conosciuto, ha incontrato) C. Ecco quindi che mentre White, dopo averci detto di A, sta per raccontarci di B ci rifila subito anche un aneddoto, sempre brillante e acuto, su C. E in men che non si dica l’excursus è finito: questo modo di procedere a zigzag è impiegato costantemente per tutto il libro, il che lo rende incredibilmente denso. Senza contare che White è in grado di caratterizzare, con una sola pennellata, tutto un personaggio: penso, tanto per fare un esempio, a William Burroughs, di cui scrive che aveva “the look of an unsuccessful Kansas undertaker”, l’aspetto di un impresario fallito delle pompe funebri del Kansas. Accanto al gusto dell’aneddoto, poi, White possiede la capacità di racchiudere in una frase - che ha tutto il sapore dell’aforisma - una riflessione per cui altri meno bravi di lui avrebbero bisogno di frasi e frasi. E lo fa con una levità che lascia il lettore sbalordito e rende molti passi di questo libro estremamente “citabili”.

City Boy riveste poi un ulteriore interesse per il lettore italiano: White è forse, tra gli scrittori americani, uno di quelli più “europei”. Lo dimostra la sua passione per Parigi, dove negli anni ottanta ha vissuto per parecchio tempo - e infatti il libro si chiude sulla sua partenza per la Francia all’inizio di un’epoca che avrebbe visto la trasformazione definitiva di New York in ciò che è ancora oggi  -, e per l’Italia. Il primo viaggio a Roma, per esempio, è del 1970  e nello stesso decennio sono numerosi i soggiorni estivi a Venezia insieme con l’amico David Kalstone: il ritratto della città - contrastato con quello di New York - è affascinante e spassoso.  E’ a Venezia che White, oltre a una Peggy Guggenheim che impazza, incontra un astro nascente delle future cronache mondane italiane, Vittorio Sgarbi - soprannominato da tutti “Bambu” -, amante di Maria Teresa Rubin, presidente del comitato “Salvate Venezia”.

Infine, City Boy è anche il racconto dell’evolversi del mondo gay a New York nel corso di due decenni, il che comprende anche una storia “sociale” del desiderio omosessuale e del modo in cui si manifesta e viene vissuto. Chi già ha letto My Lives può stare certo che neanche qui Edmund White ha peli sulla lingua quando si tratta di parlare di amore e sessualità o di rappresentare la scena gay americana. Anche da questa prospettiva, però, il libro si chiude su una nota crepuscolare e decisamente malinconica, con l’arrivo dell’Aids all’inizio degli anni ottanta, che mette la parola fine a un ventennio di libertà assolutamente unico nella storia della sessualità umana: citando Susan Sontag - un altro dei personaggi evocati e affettuosamente descritti in questo libro -, White sostiene infatti che gli anni tra il 1960 - con l’introduzione della pillola anticoncezionale - e il 1981 - con l’esplosione dell’Aids - sono stati l’unico periodo nella storia dell’umanità a noi nota in cui “la gente è stata libera di fare sesso come e quando voleva”.

Leggendo City Boy, quindi, c’è di che provare nostalgia per un’epoca ormai chiusa per sempre e per una città che non è più quella che era - un’isola, letteralmente, all’interno del resto degli Usa - e che è invece stata sottoposta a un inesorabile processo di “normalizzazione”, tanto che - scrive White - se un tempo si contrapponeva alla West Coast (e a Los Angeles, in particolare), dominata dal senso degli affari, ora ne sembra quasi diventata l’alleata - o l’altra faccia. Quel senso di povertà economica, ma associata a un ribollire di idee, di libertà e di ambizioni è ormai scomparso. Sopravvive però nei racconti di chi, come Edmund White, l’ha vissuto in prima persona.
Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Friday, 12 Mar 2010 21:41
La cosa grave non è desiderare a vuoto ma accorgersi, quando un piccolo desiderio non si realizza, che in realtà non era così piccolo, ma era anzi enorme e che stavamo desiderando proprio tanto, solo che avevamo finto di no, come chi, fischiettando, alza lo sguardo al cielo pretendendo di non vedere quello che un’altra parte di lui sa invece essere palese. Però ogni volta vince quello che sa e l’altro, ahimè, deve chinare il capo e ammettere, ancora, di essere stato fregato. E' impossible desiderare con indifferenza.
Author: "Stefano B" Tags: "Due giri intorno al mio ombelico"
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Date: Wednesday, 10 Mar 2010 22:01

Passare in rassegna i profili di gayromeo è il mio esercizio zen, con cui svuoto più facilmente la testa dei testicoli. Oggi mi sono soffermato sul testo di uno che scriveva di essere “molto deluso dalle persone da cui mi aspettavo tanto”. Non è una novità, ma è anzi una frase piuttosto ricorrente, se non la più ricorrente (insieme con quell’altra con cui tanti asseriscono di essere “veri maschi” e di cercare solo “veri maschi”, una roba così criptofascista e omofoba che a me dà sempre il voltastomaco, perché sottintende che i “froci” - da intendersi stavolta proprio nel modo in cui lo intendono gli odiatori in servizio permanente - sono sempre e solo gli altri, mai gli esimi scriventi). Se mi ha colpito un po’ di più e ci ho indugiato più di due secondi è perché, se non altro, era scritta in italiano corretto. Ci ho riflettuto sopra e mi sono chiesto: è mai possibile che tutta questa gente sia delusa sempre dagli altri? Non c’è mai nessuno a cui venga il sospetto che, magari, i propri fallimenti - in senso amoroso, affettivo ed erotico, visto che siamo lì tutti per l’una o l’altra di queste cose - derivino anche da qualche difetto proprio e non altrui? Nessuno pensa mai che, lungi dall’essere un fiorellino innocente in una discarica o un virgulto incolpevole schiacciato da tutte le suole del mondo, anche lui ha sparso, più o meno involontariamente - e spesso per pura e semplice distrazione - la sua dose di male e ha provocato, a sua volta, delusioni, inganni e disinganni? Allora mi è tornato in mente che proprio quell’Alan Downs, nel libro di cui ho parlato di recente, ha formalizzato questa analisi: se molti rapporti (gay, a questo punto, ma non solo) vanno male e sono segnati da freddezza emotiva e da sospetti non è soltanto perché ognuno di noi è stato ferito ripetutamente dagli amanti con cui ha avuto a che fare, ma anche perché ognuno di noi ha, a sua volta, ferito. Perché ognuno di noi ritrova in sé quella capacità di ferire e deludere chi si trova accanto. E il nostro cinismo nasce non solo dalle delusioni subite, per l’appunto, ma anche dalla consapevolezza, che continuiamo a rimuovere e a nascondere ai nostri occhi, di quel quantum di carognaggine che, all’occorrenza, ospitiamo dentro di noi. “Se io posso fare questo agli altri, anche gli altri lo potranno fare a me, dunque non c’è da fidarsi più di nessuno, oppure ci si può fidare solo con una certa riserva mentale”.

Anch'io sono molto deluso dalle persone da cui mi aspettavo tanto. Infatti sono deluso da me stesso, perché io ero, in fin dei conti, la persona da cui mi aspettavo di più.
Author: "Stefano B" Tags: "Due giri intorno al mio ombelico"
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Date: Tuesday, 09 Mar 2010 17:51

Il mese scorso il tory britannico Nick Herbert ha tenuto un discorso al Cato Institute, il think-thank conservatore di Washington, in cui ha presentato il "nuovo corso" del suo partito a proposito dei diritti gay. Gay lui stesso, Herbert sostiene che i conservatori britannici sono cambiati e ora appoggiano non soltanto il matrimonio gay - che, almeno formalmente, è persino un passo in più rispetto all'attuale "registered partnership" -, ma anche le adozioni per le coppie dello stesso sesso. Secondo lui avrebbe torto marcio, quindi, chi sostiene che la difesa dell'uguaglianza per i gay non avrebbe posto nel conservatorismo: il "modern conservatism" inaugurato da David Cameron è lì a dimostrare il contrario. A quanto pare, Cameron ha persino chiesto scusa per la clause 28 voluta dal governo Thatcher.

Finora, però, restiamo nel regno delle buone intenzioni, perché da tredici anni i conservatori non governano il Regno Unito e tutti i progressi avvenuti nel frattempo nell'ambito dei diritti gay sono esclusivamente merito dei laburisti. Se qualche conservatore illuminato sostiene che il suo partito è cambiato, per ora si tratta solo di una promessa che in futuro dovrà essere verificata (o smentita) dalla prova dei fatti. Io ho la sensazione che la stragrande maggioranza dei conservatori sia ancora piuttosto ostile a garantire pari diritti alle persone omosessuali. Se fossi un suddito di sua maestà, insomma, nutrirei una certa diffidenza nei confronti di chi, fino a una quindicina di anni fa, mi tirava palate di merda in faccia.

Detto questo, però, vorrei fare un passo in avanti, almeno da un punto di vista concettuale. Ritengo infatti che, nella sostanza, Nick Herbert abbia ragione - e, con lui, anche Andrew Sullivan, che Herbert cita nel suo discorso (e sul cui saggio Virtually normal avevo scritto anch'io qualche riga tempo fa). Gli argomenti a favore del matrimonio tra persone dello stesso sesso hanno molto più senso all'interno di una concezione conservatrice della società. Chi vuole preservare la società e i suoi valori, infatti, tende a difendere ciò che ne promuove la coesione e la continuità. Il matrimonio rende visibile agli occhi di tutti l'impegno alla stabilità preso da due persone la cui relazione affettiva non è soltanto una faccenda occasionale. E questa promessa di stabilità sancita di fronte alla società - pur con tutti i limiti a cui sono soggette le imprese umane -, stabilizza a sua volta la società stessa e la perpetua nei suoi meccanismi. Che cosa potrebbe esserci di più conservatore, nel senso proprio e più nobile del termine? Oltretutto, il fatto che anche i gay vogliano accedere a questo istituto significa che, malgrado tutti i difetti, esercita sempre un notevole ascendente e non è diventato un involucro vuoto. Vuol dire, in pratica, che i nostri "avversari" hanno vinto, se ora riconosciamo la bontà dei loro istituti giuridici. E questo dovrebbe colmarli di gioia: gli stiamo tributando un omaggio, gli diciamo che "avevano ragione" loro. Chi invece sostiene che solo il matrimonio tra un uomo e una donna merita di essere permesso per legge perché è aperto alla procreazione, è vittima di una concezione riduzionistica - materialistica, direi - del concetto di procreazione e trascura qualsiasi trasmissione di valori e qualsiasi impegno verso l'altro che non sia meramente biologico. Chi è, dunque, più spirituale?

Che l'estensione del matrimonio a tutti, indipendente dal sesso dei contraenti, con il relativo corteo di diritti e doveri che vi si associano sia la nuova frontiera della lotta per l'uguaglianza mi pare una cosa evidente. Di primo acchito è forse meno evidente che anche questa nuova frontiera è comunque un sintomo della nostra contemporaneità e che spesso sono i nostri tempi a dettare le priorità politiche, in base a un clima diffuso, senza che noi ce ne rendiamo pienamente conto. Come se fossimo immersi in un ambiente dal quale traiamo anche i mezzi con i quali giudicare l'ambiente stesso: è inevitabile che il nostro giudizio sia forzatamente contingente e limitato. La priorità attualmente assegnata all'estensione del matrimonio indica quindi che viviamo in un'epoca la cui impronta di fondo è conservatrice.

Questo però lo possiamo vedere solo se ci stacchiamo dalle contingenze dell'immediato. Immaginiamoci di alzarci dal suolo, come un'aquila - o, più banalmente, come un uccello spennacchiato -, e di abbracciare con lo sguardo gli ultimi quarant'anni. Già, perché sono trascorsi solo quarant'anni dai moti di Stonewall e in questi quarant'anni sono stati fatti tanti progressi sulla via dell'uguaglianza per i cittadini omosessuali. In realtà, rispetto al lungo periodo in cui gli omosessuali sono stati discriminati (o peggio), quarant'anni non sono nulla. Eppure, già rispetto ad allora, il clima ambientale è cambiato. Ci pensavo proprio in questi giorni, dato che sto leggendo City Boy di Edmund White, un "memoir" sulla sua vita newyorkese negli anni sessanta e settanta, un periodo all'interno del quale ricadono proprio gli avvenimenti di Stonewall e il successivo movimento di liberazione gay. White scrive che per lui - e per la stragrande maggioranza dei gay movimentisti - la liberazione gay passava necessariamente per la libertà sessuale e ne era praticamente un sinonimo. Essere liberi significava essere sessualmente promiscui - o, come scrive White: "Pensavamo che la libertà sessuale fosse la stessa cosa della libertà. Eravamo disposti a contemplare la possibilità della 'politica gay' o della 'cultura gay', ma solo se prima ci fossimo garantiti la totale libertà sessuale gay". Era, in buona sostanza, una reazione psicologicamente comprensibile: dopo le secche e le difficoltà degli anni cinquanta e sessanta c'era una sorta di esplosione e i gay sfruttavano tutte le occasioni per "accoppiarsi (e triplicarsi, quadruplicarsi)". Una concezione che oggi appare alquanto limitata e limitante - soprattutto in seguito al diffondersi inatteso dell'Aids pochi anni dopo -, ma che è a sua volta un segno di quei tempi, quando nessuno (o quasi) pensava al "matrimonio gay", che anzi sarebbe sembrato un cedere alle istituzioni oppressive della maggioranza. E chi volesse un'ulteriore conferma potrebbe leggersi gli Elementi di critica omosessuale di Mario Mieli, testimone diretto della stessa epoca che rivendicava l'intrinseca rivoluzionarietà dell'essere gay. Oggi Nick Herbert sostiene che la maggior parte dei gay sono persone ordinarie che vogliono cose assolutamente banali e normali: la liberazione gay ne ha fatta di strada. E questo desiderio di "normalizzazione" è, lungi dall'essere un fallimento, il suo più bel successo. A essere diversi ci penseranno gli individui con le loro caratteristiche, e non le categorie con caratteristiche preassegnate in via pregiudiziale.

Author: "Stefano B" Tags: "La gaia scienza"
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Date: Monday, 08 Mar 2010 09:34

Da qualche giorno sono scontento e non so esattamente perché. E' il modo peggiore di essere scontento, questa malmostosità indefinita, questo senso di insoddisfazione per il quale non si riesce a trovare una ragione plausibile, una causa unica su cui puntare il dito e dire: ecco che cos'è, ecco a che cosa è dovuto. E' una trappola viscosa che non ti blocca veramente, ma rallenta tutti i movimenti. Allora mi sdoppio, inizio un dialogo con me stesso e una parte di me chiede all'altra: "Che cosa c'è che non va?", cercando dolcemente di persuadermi che in realtà non ho motivo di lamentarmi. Conosco solo un rimedio, piccolo e provvisorio, che funziona da scialuppa di salvataggio e solo a posteriori. A ritroso, a giornata conclusa, cerco di tirare le somme prima di addormentarmi. A luce spenta riepilogo quello che ho fatto durante il giorno e solo allora mi accorgo che il bilancio è positivo e posso dire che sono stato felice. Però è difficile trasportare quel senso del "poi" nel "mentre".

Author: "Stefano B" Tags: "Due giri intorno al mio ombelico"
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Date: Friday, 05 Mar 2010 17:34

Skins E così, avidamente, nel giro di due serate e un inizio di pomeriggio mi sono bevuto tutta la prima serie - nove episodi - del telefilm inglese Skins. Il processo di assuefazione è stato immediato. Qualcuno mi dice che già la seconda serie è meno riuscita della prima, ma per ora mi limito a qualche osservazione su ciò che ho visto finora. Da un punto di vista narrativo è azzeccata la scelta di concentrarsi, di episodio in episodio, su un singolo personaggio mettendone in risalto la storia e le vicende, mentre gli altri proseguono la loro vita in secondo piano, senza che però per questo venga interrotto lo sviluppo della trama complessiva. I protagonisti sono un gruppo di studenti di Bristol, tra i sedici e i diciott'anni, delle cui esperienze non viene taciuto nulla: amori, sesso, alcool, droghe, bagordi. E' tutto molto moderno e, per quanto ne so io, la rappresentazione è piuttosto realistica - anche se ci sono alcuni aspetti che mi spiazzano un po': possibile che nelle classi scolastiche i banchi siano disposti in modo così casuale e che gli studenti chiamino i loro insegnanti per nome? Inoltre dialoghi e situazioni sono vivaci e brillanti e si ha davvero la sensazione, quando si guarda Skins, di assistere a un pezzo di realtà contemporanea che, se non è vero è ben inventato, come si usa dire. Mi piace soprattutto l'assenza di moralismo che è la caratteristica tutta inglese di questa serie. Diversamente dagli americani - e penso per esempio al mammuth di Queer as Folk, su cui ho avuto già modo di scrivere -, qui non c'è un tentativo esplicito di impartire qualche lezione di morale agli spettatori, ma si punta piuttosto a creare dei personaggi con una spiccata psicologia individuale (a me piace soprattutto Sid, il più "sfigato", con l'aria di essere sempre capitato lì per caso, come se fosse appena sceso sulla terra dallo spazio). Casomai, se una "morale" c'è, questa risulta dall'interazione tra i personaggi e dalle vicende: non c'è bisogno di esplicitarla per gli idioti. In ogni caso, è un diversivo gradevole rispetto a quello che ammannisce il convento italiano - e mai metafora fu più appropriata -, con il suo corteo di fiction su preti, santi, madonne e via salmodiando.

Ma vale la pena guardare Skins soprattutto se lo si fa in lingua originale. Per chi studia inglese o per chi lo bazzica con una certa assiduità è un'esperienza imperdibile, un bel tuffo - qualche volta senza salvagente - nella lingua davvero parlata, con una ricchezza di idiomi e di espressioni colloquiali che solitamente non t'insegnano a scuola. A parte il fatto che sembra il festival del glottal stop, mi sono divertito a imparare o ripassare gli insulti e le imprecazioni più fantasiose: il primo premio spetta a un "you, flatchested cocksucking spastic horse fucker" lanciato dall'elegante Abigail all'indirizzo di Michelle durante una zuffa. Non oso pensare a come questa ricchezza lessicale sia stata tradotta nell'edizione italiana: anche per questo penso che sarebbe meglio trasmettere sempre tutto in lingua originale. A R.S. ho scritto qualche mail in cui, di volta in volta, gli comunicavo il mio entusiasmo per una nuova scoperta linguistica. Nell'ultima abbiamo fatto il punto della situazione sull'uso dei genitali nella nobile arte dell'insulto: pussy per indicare una certa ignavia (come in: "Come on, don't be a fucking pussy!"), tit per sottolineare la stupidità ("You're a tit!"), cunt più adatto alla stronzaggine e alla perfidia innata, prick per gli arroganti. Curiosamente - mi scrive R.S. - con cock invece non si offende nulla e nessuno. Insomma, una serie estremamente istruttiva: che cosa aspettate a procurarvi Skins e a fare bella figura durante il prossimo vostro soggiorno inglese? Come on, you wankers!

Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Thursday, 04 Mar 2010 21:49

Jonathan Author Photo Stasera, alla Feltrinelli di piazza Piemonte, Jonathan Safran Foer ha presentato il suo ultimo libro, uscito in Italia una decina di giorni fa con il titolo Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?, di cui avevo scritto già in questo blog. Fino all’ultimo sono stato combattuto se andare o no: oltretutto piazza Piemonte è dall’altra parte della città rispetto a casa mia e non ero certo che ce l’avrei fatta con i tempi che avevo a disposizione. E poi, come sempre, dubito che ascoltare un autore che parla di persona dei suoi libri aggiunga qualcosa a ciò che si apprende leggendoli direttamente. Ma, come sempre, c’è la curiosità di vedere com’è fatto lo scrittore in questione, di sentire come parla e come si pone davanti al pubblico. Quindi, come tante altre volte, ho vinto l’accidia, ho inforcato la bicicletta, ho rischiato la vita sul pavé di corso Magenta e mi sono presentato all’appuntamento. Con mezz’ora di anticipo, pensavo che avrei potuto fare un giro tra gli scaffali. Me l’ha impedito la folla che ho visto già seduta su tutte le sedie disposte alla bisogna. Allora mi sono conquistato la prima fila in piedi dietro l’ultima serie di sedie. Chi conosce la Feltrinelli di piazza Piemonte sa che c’è uno spazio esiguo in fondo alla sala del piano terreno, incuneato tra il bar e il settore dei cd. Uno spazio che, per la presentazione di oggi - di un autore piuttosto noto e venduto -, è assolutamente insufficiente. Perché non l’hanno fatta nella saletta al primo piano, mi sono chiesto... Ma ormai ero lì e ho pazientato una mezz’ora in attesa dell’inizio della presentazione.

Introdotto - fortunatamente con una certa economia di parole - da Ranieri Polese del Corriere della Sera e da Wlodek Goldkorn, personaggio a me assolutamente sconosciuto*, Jonathan Safran Foer, con la sua aria da ragazzino caruccio e saputello, si è dimostrato subito brillante e intelligente: il pubblico ne è rimasto incantato. Non ha letto nulla dal libro, quindi non si può propriamente parlare di “reading”, ma ha risposto alle domande dei due giornalisti e, alla fine, del pubblico che, diversamente da quanto accade di solito, è stato abbastanza partecipativo. E’ vero però che non ha aggiunto nulla che chi aveva già letto il libro non sapesse. Infine, siccome solitamente se ne dimentica il ruolo, faccio i miei complimenti all’interprete che con il chuchotage traduceva a Foer le domande e poi, in consecutiva, le sue risposte (anche se tutto questo avantieindietro tra le due lingue ha raddoppiato il tempo della presentazione: poco più di un’ora e mezzo). Alla fine ho preferito non fare la coda per farmi autografare la copia che mi ero portato dietro. A parte che, da ricordi remotissimi, mi sembrava il codazzo dei fedeli che va a prendere l’ostia consacrata durante la messa, ma poi sarei riuscito a mettermi solo in fondo e quando fossi arrivato al suo cospetto lui avrebbe forse già avuto il polso slogato e chissà che scarabocchio mi avrebbe rifilato. Certo, a tu per tu, in qualche ristorante vegetariano un paio di domande gliele avrei anche fatte volentieri. Ma, ahimè, è un uomo sposato e quindi me ne sono tornato a casa, mal di schiena da due ore d'immobilità verticale incluso.

[* faccio ammenda e scopro ora che scrive di cultura per L'Espresso]

Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Wednesday, 03 Mar 2010 18:10

Fabristol lancia un sasso nello stagno quando osserva che i blog sembrano colpiti da una improvvisa "moria", che solitamente contraddistingue i periodi festivi e prefestivi, solo che stavolta "i blog sono andati in vacanza quando non c'è alcuna vacanza". Ormai il mondo dei blog langue, eccezion fatta per un nocciolo duro di bloggers che continuano a scrivere con una certa regolarità. E comunque, nella loro fase più alta, "era un numero enorme di voci che ci parlavano, una Babele di persone che volevano discutere sui temi più disparati", mentre ora la gente legge i blog passivamente, "come un tempo si faceva in quel vecchio media che si chiamava tv".

E' vero che anche a me era sembrato di essere un periodo di stanca, ma ho sempre pensato - forse sbagliando - che questo dipendesse dal fatto che io leggo quasi sempre gli stessi blog. E siccome questi sono tutti in piedi da parecchi anni, attribuivo la stanchezza dei relativi autori e l'aggiornamento sempre più sporadico a un normale "calo fisiologico" del desiderio di scrivere. Del resto anch'io, che sono più costante di tanti altri, ho ridotto la frequenza della mia scrittura, un po' per stanchezza, ma un po' anche per scelta. Viceversa m'immaginavo che ci fossero neofiti che aprono nuovi blog e scrivono con maggior solerzia ed entusiasmo, solo che non frequentandoli non ne ero (e non ne sono) a conoscenza. Che fosse una pia illusione?

In passato molti avevano aperto un blog solo perché era "di moda" e volevano essere presenti in rete, ma avevano ben poco da dire o, peggio ancora, non lo sapevano dire. Con l'avvento di nuove piattaforme - e penso in particolar modo a Facebook - chi ne apprezza la facilità ed è poco avvezzo a maneggiare il linguaggio ci si è trasferito e ha lasciato languire il blog. Facebook soddisfaceva meglio il bisogno di stabilire contatti sociali (benché virtuali, in molti casi) rispetto al blog che, al di là delle discussioni che può suscitare, richiede comunque un respiro più lungo e, almeno nella fase di elaborazione dei testi, una maggiore solitudine dell'autore. Per la maggioranza dei blog defunti, quindi,  non è stata una gran perdita, ma si è trattato di un banale fenomeno di selezione naturale e non è il caso di piangerci sopra. Se la moda avesse voluto che tutti dipingessimo avrei potuto farlo anch'io senza nessun talento o capacità, ma quando fosse passata l'onda mi sarei stufato e avrei buttato i pennelli alle ortiche. Tutt'al più io mi rammarico che almeno un paio di blogger presenti tra i miei contatti abbiano appeso, per così dire, la tastiera al chiodo: quando scrivevano erano dei veri talenti. Nel loro caso si può parlare di vera e propria stanchezza (o pigrizia). Non li nomino, ma loro sanno chi sono.

Per quanto riguarda i miei gusti personali, mi è abbastanza indifferente che su un determinato blog ci sia un vivace dibattito tra i commenti: sono uno di quelli che tende a leggere e a commentare poco. Ma questo non significa che le cose migliori scritte dai blogger che bazzico di più - in modo molto primitivo, cioè senza feed, e cliccando direttamente sui miei link oppure scrivendo l'indirizzo nella barra del browser - non mi servano da stimolo per ulteriori riflessioni. Preferisco quei blog che mi riservano qualche sorpresa, quelli che spaziano tra vari argomenti e che mantengono un taglio personale in ciò che postano. Mi piace l'idea di aprire una pagina e non sapere esattamente quello che vi troverò. Viceversa mi annoiano quelli più prevedibili, quelli di cui si sa già che cosa scriveranno ancora prima di aprirli, quelli che, quando li si legge, sembrano una versione più approssimativa della Repubblica o di qualche altro quotidiano più o meno engagé. In questo caso, infatti, tanto vale leggere direttamente il quotidiano.

Author: "Stefano B" Tags: "Appunti e riflessioni"
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Date: Wednesday, 03 Mar 2010 14:10

Ho un'idea che, se tradotta in pratica, aiuterebbe a preservare la salute pubblica. Si tratta di questo: chiunque detenga posizioni di potere - di qualsiasi tipo, economico incluso - andrebbe sottoposto a regolari umiliazioni pubbliche, con le quali il popolo potrebbe sfogare il proprio malanimo. Si tratterebbe, in sostanza, di una sorta di vaccino. Come avviene con i vaccini tradizionali, si inoculerebbe una forma depotenziata del virus in modo da prepararli a una ipotetica caduta futura dalle loro posizioni privilegiate, abituandoli a considerare il loro stato attuale come una condizione meno stabile di quanto s'illudano. Senza contare che uno spettacolo del genere produrrebbe un grande sollievo e un notevole calo di tensione in chi, per un motivo o per l'altro, non ha mai avuto potere.

Author: "Stefano B" Tags: "Irritazioni, disgusti, idiosincrasie"
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Date: Monday, 01 Mar 2010 17:11

Alan downs Del saggio scritto dallo psicoterapeuta americano Alan Downs - The velvet rage (La rabbia di velluto) - incuriosisce subito il sottotitolo, che rappresenta allo stesso tempo un condensato del contenuto e una promessa: "Superare il dolore di crescere gay in un mondo di uomini etero". Osservando gli uomini gay - perché è sul mondo maschile che si concentra il suo sguardo - Downs parte da una constatazione tanto semplice da essere quasi banale: tutti, sin da piccoli, desideriamo essere amati, ma man mano che cresciamo avvertiamo che in noi, in quanto omosessuali, c'è qualcosa di "non amabile". Ancora prima di avere avuto qualsiasi esperienza sessuale, abbiamo subìto il rifiuto dei nostri simili e, per sopravvivere, abbiamo imparato a conformarci alle attese altrui invece di apprendere a seguire i nostri impulsi interiori. Tutto questo dà origine a una ferita emozionale e a quello che Downs definisce "il segreto più profondo", cioè il nostro "odio verso noi stessi" e un sentimento di vergogna che impedisce di sviluppare un forte senso del sé, soprattutto in un'età in cui ancora non si hanno i mezzi per affrontarli ed elaborarli. Da questo punto in avanti ogni gay cerca di superare questa vergogna cercando l'approvazione per ciò che fa e ciò che è: se non ci riesce, sviluppa un acuto sentimento di rabbia che non di rado trascende in furia o si mimetizza nel tipico umorismo cinico e mordace di molti gay. In altri casi questa rabbia non viene espressa, ma si interiorizza, facendo precipitare il soggetto nella depressione.

La novità dell'analisi di Alan Downs consiste nell'elaborazione di un modello trifasico con cui descrive il percorso esistenziale di quasi ogni gay. Il bello è che questo schema interpretativo non è astratto, ma è tratto dalle esperienze vissute dai pazienti dell'autore, esperienze presentate sia all'interno del testo che attraverso citazioni dirette in piccoli riquadri esterni. Alan Downs non pretende nemmeno di fare lo psicologo onnisciente e superiore, ma si mette in gioco in prima persona raccontando anche di sé e di come lui stesso ha usato, in passato, certi meccanismi per evitare o superare la vergogna. In questo modo il testo non è freddamente clinico, ma è pervaso da un diffuso senso di empatia.

Quali sono quindi le tre fasi a cui si riferisce Downs? Lui, che per primo mi ha parlato di The velvet rage dicendomi che negli Usa è diventato un "must read" nella comunità gay, ha usato un paragone calzante ribattezzandole inferno, purgatorio e paradiso. Nel primo stadio i gay si sentono sopraffatti dalla vergogna e a caratterizzare questa fase sono i molti modi con cui cercano di evitare questo sentimento tossico, dal più drastico - il suicidio - alla negazione della propria sessualità e allo "splitting" - forse il più diffuso -, cioè la separazione di parti inaccettabili della propria personalità. Spesso quest'ultimo atteggiamento resiste anche dopo che si è superata la prima fase. Inutile dire che in questa fase difficilmente è possibile stabilire relazioni amorose stabili e mature, mentre è inevitabile che essa si concluda con una crisi d'identità.

Nella seconda fase, invece, non si tenta più di evitare la vergogna, ma di "compensarla". In questo contesto Downs introduce il concetto di validation, cioè l'approvazione che i gay cercano da parte degli altri, anche quando questa non è autentica. Il nucleo tossico della vergogna continua ad agire intaccando l'autostima dei gay che si trovano in questa fase e ricorrono a varie tecniche per superare la sensazione di essere "difettosi". Questa ricerca di compensazione può arrivare al punto di fare di noi dei "validation junkies", drogati di approvazione. Al riguardo Downs evidenzia alcuni fenomeni abbastanza diffusi nel mondo gay, come per esempio l'uso del sesso per tenere sotto controllo le proprie emozioni e per puntellare l'autostima, a cui si collegano altri epifenomeni come la fobia dell'invecchiamento, l'ossessione per un aspetto giovanile o il culto del corpo. Esistono però tante maniere per compensare la vergogna interiore - che, va detto, è tanto più insistente quanto più è inconscia - e Downs mette in risalto per esempio il desiderio di molti gay di circondarsi di cose belle, di vivere in ambienti eleganti o vestire capi firmati, mentre io aggiungerei, per quando tutto ciò non è possibile (magari per ovvi motivi di reddito), la tendenza a proiettare sé stessi e la propria esistenza nella sfera del “favoloso” (aggettivo, questo, che bene evidenzia la voglia di fuga dai propri fantasmi interiori). Questa seconda fase culmina solitamente in una disperata ricerca del senso della vita, soprattutto da parte di chi ha raggiunto o da poco superato la mezza età.

Con la terza fase, invece, assistiamo all’emersione dalla vergogna e all’ingresso nell’ “autenticità”, possibile solo dopo una paziente opera di decostruzione degli effetti tossici della vergogna e dei traumi che vi si ricollegano. In questa parte Downs si sofferma in particolare sulle relazioni affettive tra uomini e sulle difficoltà che spesso le segnano. Il paradosso è che in quanto gay siamo attratti dagli uomini, desideriamo avere relazioni con loro, ma poi rifuggiamo dall’intimità e dall’onestà. Secondo Downs la ragione di questo trauma risiede in due fatti: l’essere uomo in una cultura ipermascolina, i cui presupposti continuano ad agire sotterraneamente anche quando siano stati respinti dalla nostra parte razionale, e l’essere gay in un mondo decisamente eterosessuale. Inoltre, a fungere da modello per molti rapporti disfunzionali è il rapporto originario con il padre, fatto di desiderio di vicinanza e di delusione nel momento in cui siamo stati respinti per la nostra diversità. I traumi da relazione più frequenti sono quelli derivanti dal tradimento, inteso in senso non unicamente sessuale, che genera quella disperazione tanto diffusa tra i gay nei confronti della possibilità di avere relazioni affettivamente pienamente soddisfacenti; dall’abuso; dall’abbandono, che include non solo l’abbandono fisico ma anche il distacco emotivo, e dall’ambivalenza della relazione.

Per raggiungere l’autentica soddisfazione, secondo l’autore occorre coltivare tre aspetti dell’esistenza. In primo luogo la passione,  intesa non in senso romantico, ma come “esperienza ripetuta della gioia nel fare qualcosa”: sembra facile, ma la gioia si caratterizza per una certa volatilità e serve quindi attenzione per registrare le situazioni e i momenti in cui si manifesta, in modo da poterli ripetere. Viceversa, quando si vivono stati d’animo negativi, è facile perpetuarli ruminandoci sopra e spesso determinati stati di scontentezza si contraddistinguono, più che per l’assenza della gioia per l’incapacità di notarla. In secondo luogo l’amore, che richiede la capacità di notare la gioia in presenza di un’altra persona: anche questa un’impresa non semplice se si è entrambi invischiati nelle proprie ferite emotive o se si è intenti a evitare o a compensare il proprio senso profondo di vergogna. Infine l’integrità, cioè la capacità di integrare tutte le parti di sé nella propria personalità ed essere quindi “indivisi”.

In chiusura del saggio Alan Downs propone dieci “lezioni” destinate in maniera speciale ai gay e frutto dell’ “esperienza di crescere in un mondo di eterosessuali, un’esperienza che la maggior parte dei nostri genitori non ha avuto”. Si tratta, per lo più, di consigli pratici di assoluto buonsenso ma, forse proprio per questo motivo, accessibili intuitivamente solo a chi ha già commesso degli errori e ha imparato la lezione da solo. Consigli come: non lasciate che siano solo i vostri gusti sessuali a far da filtro alle vostre conoscenze; adottate un atteggiamento non giudicante il più spesso possibile; quando avete un problema con qualcuno parlatene prima con lui; siate sempre onesti sui fatti (e qui Downs sottolinea: i fatti, perché l’onestà non è una scusa per essere offensivi verso gli altri scaricando su di loro la nostra rabbia); non vogliate a tutti i costi essere perfetti perché questo spaventa gli altri; non agite guidati da un’emozione (perché le emozioni sono come onde che ci investono e poi passano: sono da considerare solo quelle che manifestano una certa consistenza nel tempo); rimandate il sesso con qualcuno finché non lo conoscete e non vi sentite a vostro agio con lui; esercitatevi ad accettare il vostro corpo così come è ora; approvate coloro che amate ma non approvate ciò che non deve essere approvato; quando avete un problema relazionale valutate sempre bene la vostra responsabilità prima di dare la colpa all’altro.

Questo, più o meno, lo scheletro del saggio di Alan Downs, a cui non rendo giustizia con questa presentazione. In realtà possiede molti meriti, il primo dei quali è la capacità di unire il rigore dell’analisi con un notevole atteggiamento pragmatico e con una grande leggibilità. Inoltre, al di là della struttura logica e della teoria “tripartita” che vi sta alla base, The velvet rage contiene una gran quantità di osservazioni ficcanti sulla psicologia degli uomini gay. Percorrendo queste pagine piene di esempi concreti - tra i quali, come ho già detto, ci sono anche quelli che riguardano l’autore in prima persona -, ognuno di noi è portato a valutare in che misura nella sua esistenza si applicano i medesimi meccanismi qui descritti. Per quanto mi riguarda, mi ci sono ritrovato a più riprese (anche se non è il caso di dettagliare il perché e il percome). Ho anche avuto il piacere - se così posso definirlo - di ritrovarvi sistematizzate alcune constatazioni a cui ero già giunto autonomamente grazie a un’osservazione puntuale di me stesso. Non sarebbe male se qualcuno prendesse l’iniziativa di farlo conoscere anche al pubblico italiano.

Author: "Stefano B" Tags: "La gaia scienza, Visti, letti, ascoltati"
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Date: Friday, 26 Feb 2010 13:37

Nel sogno di questa mattina mi lascio convincere da S. e lo faccio venire a casa mia. Quando siamo nella mia camera da letto, immersa nella semioscurità, accetto di farmi sodomizzare da lui. Non ne ho molta voglia, ma lo faccio lo stesso, quasi per cortesia. E infatti, mentre mi penetra - un'immagine è nitida: siamo entrambi sul fianco -, sono abbastanza distratto: è come se al posto mio ci fosse un'altra persona. In quell'istante, con la coda dell'occhio, scorgo una figura che passa rapida nella penombra della stanza. Sono certo che quello è mio padre. Entra ed esce senza fare rumore, senza commentare, ma sicuramente vede tutto. Sono perplesso, perché mi accorgo anche che in realtà non sono a casa mia o, per meglio dire, sono io che abito ancora con i miei genitori e non sono mai uscito da casa loro.

Author: "Stefano B" Tags: "Due giri intorno al mio ombelico"
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Date: Thursday, 25 Feb 2010 12:53

Riflettevo su certi fenomeni linguistici, spinto ancora una volta dall'annosa confusione, ormai non più appannaggio dei soli giornali, tra "coming out" e "outing". La confusione tra i due termini e la crescente tendenza a usare il secondo in luogo del primo mi hanno sempre irritato, in passato. Possibile - mi dicevo - che non si sapesse distinguere tra un verbo intransitivo e uno transitivo? Basterebbe comprendere questa elementare differenza per saperli poi usare in modo appropriato. Dire di qualcuno che ha fatto "outing", dichiarando di essere omosessuale (ma ormai il termine è impiegato anche per denotare qualsiasi altra rivelazione su sé stessi), equivale più o meno, da un punto di vista grammaticale, a chi dicesse: "Esco il cane e lo piscio". Tuttavia, per essere sensibili a questa distinzione, occorre conoscere l'inglese e, forse, è una distinzione che mantiene il suo senso grammaticale in ambiente anglofono, ma nel momento in cui il termine si trasferisce in ambiente italofono finisce per essere inevitabilmente soggetto alle peculiarità della lingua italiana. Immagino quindi che in italiano sia più accettabile - cioè più facile da integrare - un lemma formato da un singolo elemento (outing) rispetto a uno formato da due (coming out). E' inevitabile, quindi, che prima o poi sarà il termine "scorretto" ad acquisire piena cittadinanza all'interno del sistema lessicale italiano, come sta accadendo con altri termini inglesi tecnicamente errati (penso, per esempio, a sexy shop, che un madrelingua anglofono potrebbe trovare spassoso).

Un altro fenomeno riguarda il modo in cui certi termini si "risemantizzano" con l'uso, a dimostrazione dell'impossibilità di manovrare il linguaggio dall'alto, in una direzione o in un'altra. Ho sempre preso come esempio il termine tedesco schwul, che in origine era un insulto nei confronti degli omosessuali. In Germania i gay se ne sono appropriati dandogli una connotazione positiva e oggi è la parola - autoctona, per di più - che si impiega abitualmente. E' come se in Italia termini come "frocio" o "finocchio" perdessero ogni connotazione negativa e sostituissero l'inglese gay o l'eccessivamente clinico omosessuale. A me non dispiacerebbe del tutto, devo confessare, perché linguisticamente sono piuttosto conservatore e m'infastidiscono un po' le innovazioni, specie se derivate da una lingua straniera. Tra l'altro penso che se questo ancora non è avvenuto è perché gli omosessuali italiani provano ancora in maniera molto forte un senso profondo (e per profondo intendo proprio 'subcosciente', cioè nemmeno confessato a sé stessi) di vergogna e una carenza patologica di autostima: i termini "politicamente corretti" servono allora da candeggiante. Ma la realtà psicologica non risulta modificata da una siffatta operazione semantica.

Io invece m'innervosisco ancora di più quando l'innovazione linguistica serve soprattutto a mascherare un difetto di sostanza, come se una patina superficiale bastasse a coprire e cancellare l'atteggiamento negativo sottostante. E' il caso - mi pare - della forzosa introduzione, in italiano, dell'acronimo GLBT (a cui spesso si aggiunge l'ancor più raccapricciante Q e, talvolta, persino I), che secondo me finisce per diventare uno stampino ideologico come tanti altri, un'ulteriore manifestazione di dirigismo lessicale. Se c'è un pregiudizio consistentemente negativo, allora questo investirà il suo oggetto a prescindere dal nome che si usa per definirlo. Tanto per dire, ormai nel mondo di lingua inglese c'è ormai chi usa il termine "gay" - correttissimo politicamente - come se fosse un insulto o con una connotazione negativa: in questo caso la "risemantizzazione" rischia di avvenire in senso opposto rispetto a quello che è successo in Germania. Non voglio perorare né censurare determinati usi linguistici, ma vorrei che, di caso in caso, si badasse più alla sostanza delle cose che non alla loro forma e, soprattutto, vorrei che ognuno fosse libero di parlare di sé con le parole che preferisce, senza dovere usare corsetti di nessun genere.

Author: "Stefano B" Tags: "Irritazioni, disgusti, idiosincrasie, La..."
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Date: Tuesday, 23 Feb 2010 16:10

David_bowie Può sembrare sempre un'operazione di recupero dovuta a una mancanza di idee fresche quando un artista pubblica un album live a testimonianza di un tour avvenuto anni prima. E forse lo è anche, ma tutto dipende dal materiale che viene dato in pasto agli acquirenti e, soprattutto, ai fan. E' il caso di A Reality Tour di David Bowie, da poco pubblicato a oltre sei anni di distanza dalla tournée a cui si riferisce, e dopo che era già uscito il relativo dvd. Il punto, però, è che stavolta ne vale davvero la pena, perché il disco, pur non presentando novità, è un capolavoro e ci restituisce un David Bowie in forma smagliante, come avevo già avuto modo di constatare dalla visione del dvd: un vero peccato non esserci stato, a quel concerto di Dublino del novembre 2003.

Non posso dire di essere mai stato un ammiratore scatenato di David Bowie. Nel periodo del suo massimo fulgore io ero poco più di un neonato e quindi non ricordo nulla, in presa diretta, di quello che faceva in quegli anni. Il mio primo ricordo diretto è di Ashes to Ashes, con il video in cui Bowie appariva un po' clown triste e un po' Pierrot, e a dire il vero quella canzone, troppo disarmonica, non mi piaceva nemmeno: oggi è una delle mie preferite. Era il 1981 e poco dopo sarebbe cominciato un lungo declino, durato un decennio, in cui David Bowie avrebbe sfornato pezzi uno più mediocre dell'altro. Forse è per questo motivo che allora, adolescente, non sono riuscito ad appassionarmici. Lo stesso Bowie dev'essere consapevole della qualità non eccelsa di questa parte della sua produzione se anche in questo Reality Tour sono pochissimi i brani salvati da quel periodo: China girl, Loving the alien - rifatta con un arrangiamento più delicato ed elegante (come forse, suggerisce lui stesso al pubblico, sarebbe dovuta essere anche in origine) - e Under pressure.

Poi, verso la fine degli anni novanta, è accaduto un miracolo e Bowie, di nuovo in forma, ha ripreso a darci belle canzoni. Da allora è stato tutto un crescendo, a partire da Hours... fino ad arrivare a Reality - senza dimenticare quel gioiello che è Heathen -, a cui ha fatto seguito il tour "fotografato" in questo doppio cd. Buona parte dei pezzi proposti, quindi, sono tratti dagli ultimi due album - e sono dei gran pezzi, come Cactus, New killer star, The loneliest guy, Never get old, Fall dogs bomb the moon o Slip away, uno di quelli che preferisco, con un refrain che mi si attacca in testa ogni volta che lo ascolto. Ieri, infatti, me ne sono andato in giro canticchiando, tra me e me: "Don't forget to keep your head warm / Twinkle, twinkle, uncle Floyd". C'è anche qualche breve puntata nei due album immediatamente precedenti, con The Motel e Hello Spaceboy da Outside e l'energica Battle for Britain (The letter) da Earthling (anche questa con un refrain che non esce più dalla testa: "Don't you let my letter get you down"...)

Naturalmente non mancano quei cavalli di battaglia che hanno reso celebre il primo David Bowie - Life on Mars, Ziggy Stardust, Changes, Rebel rebel, Be my wife, l'immancabile Heroes, Ashes to Ashes - a cui si aggiungono un paio di sorprese, pezzi che da anni Bowie non faceva più dal vivo, come The man who sold the world e Five years.

Non so se questo live sarà il canto del cigno di un genio e nemmeno so se sia un'operazione smaccatamente commerciale, ma se lo è, è uno di quei casi in cui commercio e valore artistico si tendono la mano. Sentendo la potenza vocale di Bowie, rimasta intatta dopo tanti anni di attività, e avvertendo l'energia che emana questo concerto - sia su cd che su dvd - in ogni suo momento, rimpiango di non avervi assistito di persona. C'è solo da sperare che mister Bowie torni, prima o poi, a calcare le scene.

Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Monday, 22 Feb 2010 12:47

Lars noren Ormai ho la sensazione che le offerte di biglietti superscontati, a dieci euro, che il Piccolo fa attraverso il suo sito servano soprattutto a spacciare spettacoli che altrimenti nessuno si filerebbe. Ieri sera sono andato a vedere 20 Novembre dello svedese Lars Norén, che si svolgeva nella cosiddetta "Scatola Magica", uno spazio che, dopo la pur scarsa ora e mezza della sua durata, diventa una specie di camera a gas surriscaldata e priva del sufficiente ricambio d'aria. Ma al di là di questi dettagli logistici, che dire della pièce in sé? Non so se l'ho trovata più irritante o più noiosa, o forse un mix di entrambe le cose.

L'ispirazione viene da un fatto di cronaca veramente accaduto qualche anno fa in Germania, quando Sebastian Bosse ha compiuto una strage nel liceo di cui era allievo. Come ci si può immaginare, l'autore ci si è buttato sopra e ha cercato di ricostruire il mondo interiore del liceale, dando vita a questo lungo monologo, messo in scena e recitato con passione e convinzione dal bravo Fausto Russo Alesi. Niente di nuovo, perché - cito dall'opuscolo distribuito in teatro - "è un testo sul disagio, sulla solitudine dell'individuo, su un'agghiacciante normalità che 'esclude' ed ora e sempre genera mostri". Insomma, è la solita risciacquatura di piatti sulla società che emargina alcuni individui - perché distinti dalla massa, perché spiccatamente originali o per qualsiasi altro imperscrutabile motivo - e, in questo modo, li spinge alla violenza. Violenza che, in casi come quello di Sebastian, assume forme esplosive. Il discorso si amplifica poi nel solito atto di accusa nei confronti dell'occidente tutto, in cui la libertà non è vera libertà, in cui scorre in maniera sotterranea una sorgente perenne di crudeltà. Alla fine, volente o nolente, il testo tende a calamitare le simpatie dello spettatore sul protagonista, derubricato a "povero disadattato" per cui bisogna mostrare comprensione, e le antipatie nei confronti di quello che una volta si chiamava "sistema". Anche se il protagonista compie una strage.

La sensazione, dopo un po', è che l'autore, ancora prima che il suo personaggio, si crogioli in questa miseria e in questo nichilismo e, crogiolandovisi per un'ora e mezzo, crede di aver capito (e di aver fatto capire) perché sono possibili certe esplosioni di violenza. E' il frisson del borghese che si illude di avere compreso il "disagio". Tutto quanto sa di psicologia spicciola da quattro soldi e alla fine lascia un retrogusto di "critica all'occidente" alla portata di chiunque. Non si esce da teatro con l'impressione di aver appreso nulla di inedito sulle motivazioni del gesto compiuto da Sebastian, ma di aver avuto riconfermati soltanto molti luoghi comuni. Nuovo e più coraggioso, magari, sarebbe stato il tentativo di scrivere un dramma polifonico, in cui risuonassero le voci delle vittime - le vittime vere della strage -, quelle che vivono nella medesima società dell'uccisore ma, chissà perché, non commettono nessuna strage.

Author: "Stefano B" Tags: "Visti, letti, ascoltati"
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Date: Saturday, 20 Feb 2010 14:27

Quando posso, a Londra mi sposto con l’autobus. Salgo al piano superiore e, se il posto anteriore è libero, mi ci siedo e mi godo lo spettacolo della città che mi si srotola davanti. E’ un’esplorazione turistica che non costa più del prezzo del biglietto, che oltretutto è giornaliero, quindi più viaggio più risparmio. Non è soltanto un’esplorazione turistica, ma per me è anche un volo della fantasia, il modo per moltiplicare innumerevoli volte la mia vita, immaginandomi tutte le vite che non ho. Una sera, per esempio, ho preso il numero 8 in Roman Road, nelle profondità di Mile End, per tornare a Tottenham Court Road. Era già passato il crepuscolo e in quella mezz’ora di tragitto mi sono visto sfilare davanti diversi volti della città. Prima le strade dell’East End con gli edifici bassi e le facciate in mattone, occupati da una serie di negozietti più o meno etnici dalle luminose insegne multicolori, spesso chiassose, e con gente altrettanto variopinta che, indaffarata nelle proprie faccende, le anima rendendole vive. Poi sono arrivate Brick Lane, Liverpool Station e, da lì in avanti, l’autobus ha attraversato la City che, con le sue nuovissime costruzioni di vetro e metallo, la sera diventa una città fantasma, disabitata e svuotata delle solerti formichine che vi si agitano durante il giorno. E, subito dopo che si è superata Chancery Lane e si entra in High Holborn, la città riprende ad animarsi, anche se stavolta è la vivacità più “chic” e festosa del West End. Tanta diversità in un viaggio tanto breve: a me sembrava di essere un bambino che non riesce a sgranare abbastanza gli occhi per coglierne tutti i dettagli e “bersi” la città con lo sguardo.

Un’altra attività a cui durante quest’ultimo soggiorno londinese mi sono applicato è l’osservazione delle “council houses” nelle varie zone in cui bazzicavo. All’osservazione si univa uno slancio di fantasia: mi ha sempre incantato il loro disegno regolare e, soprattutto, quella caratteristica che li distingue da edifici simili in Italia. Anche se sono su più piani, gli appartamenti hanno l’ingresso all’esterno, come le case di cortile della vecchia Milano, con la differenza che qui l’ingresso non dà su un cortile interno, ma direttamente sull’esterno. Alcune di queste case popolari sono in zone di per sé non degradate - ne ho viste di graziose a Notting Hill o a Canonbury -, mentre altre sono in quartieri meno eleganti - come quelle di Bermondsey o di Mile End. In ogni caso, camminandoci davanti, cercavo di sbirciare dentro le finestre di chi non aveva appeso tende ai vetri e tentavo di immaginarmi la vita di chi ci abita. Qui dev’esserci la cucina, la finestra più piccola lì accanto dev’essere quella del bagno, forse l’appartamento è su due piani e di sopra ci sono le camere da letto, chissà di chi è quella foto che s’intravede posata su un davanzale e perché qualcuno ha scritto, su un biglietto attaccato alla porta, “Bang loud the door because I’m in” - Sbattete forte la porta perché sono in casa. Panni stesi, anche all’aperto nonostante il freddo, sedie e sdraio nei piccoli riquadri di giardino davanti all’ingresso dove mi immagino la gente che d’estate si siede a oziare a occhi socchiusi, la luce accesa in qualche appartamento dove intravedo qualcuno che alle dieci del mattino gironzola ancora in pigiama o in vestaglia da notte. In quei momenti la mia vita diventa uno specchio che s’infrange in mille schegge, ognuna delle quali riflette una possibilità di esistenza che non mi sarà mai concesso di tradurre in realtà. Allora mi piacerebbe sperimentare l’impossibile: essere simultaneamente più persone e vivere simultaneamente in più luoghi, in un’irraggiungibile moltiplicazione dell’unica vita a mia disposizione.

In genere, durante i miei soggiorni londinesi, la mia mente segue sempre lo stesso percorso. Il primo giorno, quando dopo nemmeno due ore di volo scendo dall’aereo e vengo scaraventato all’improvviso in una città che pure amo molto, avverto un forte senso di spaesamento. Londra è enorme, vorrei stringerla tutta con un solo abbraccio e fagocitarla, assorbirla tutta d’un colpo. Il senso di spaesamento e di leggera frustrazione deriva dal fatto che, restandoci tanto poco, non riuscirò a vederla tutta e a essere dappertutto e, in ogni caso, ovunque io mi trovi in un dato momento non potrò comunque essere allo stesso tempo anche altrove. So che è assurdo, ma il mio rapporto con Londra è segnato anche da questa ingordigia, e so anche che ciò è dovuto alla frammentarietà e alla brevità delle mie visite. Poi - come nel secondo movimento di una sinfonia - comincio a girare qua e là, magari fuori dai sentieri battuti, e mi tranquillizzo perché mi accorgo che a poco a poco aggiungo dei tasselli alla mia conoscenza della città. Così subentra l’entusiasmo o, per meglio dire, quell’entusiasmo che era sepolto dentro di me riemerge alla superficie e mi sento tutt’uno con il ritmo della città, avverto che  potrei appartenervi e ho persino l’ardire di credere che, in fondo in fondo, potrei anch’io essere un londinese. E’ il momento dell’identificazione, a cui segue però il rimpianto. Il rimpianto di non aver mollato tutto qui ed essermici trasferito quando ancora avrebbe avuto un senso farlo. Infine, l’ultimo giorno, avviene il distacco psicologico e il recupero della sobrietà. Con la mente sono già tornato a casa e tutto quello che ancora riesco a vedere si colora di congedo. Mi dico che, in fin dei conti, se non sono lì è perché non è quello il mio posto. Ogni rimpianto è figlio di una facilità e di un equivoco: la facilità con cui la mente cancella le esperienze di anni e la realtà attuale in cambio dell’equivoco di pensare che ciò che non è stato, ma sarebbe potuto essere, è migliore di ciò che ho tra le mani ora nella mia vita concreta. Mi domando quindi dove nasce questa tendenza a fuggire con la fantasia da una realtà che, vista in maniera oggettiva dall’esterno, mi ha comunque dato delle soddisfazioni. Questo non accontentarsi mai, insomma, è una caratteristica mia personale o appartiene al patrimonio psicologico più generale di ogni individuo?

Non so quale sia la risposta - se c’è - a questa domanda, ma la sera prima di andare al Southbank Centre stavo cenando in un buffet vegetariano sinotailandese, in una rientranza di Charing Cross Road, quando dal tavolo accanto al mio un ragazzo dall’aria distrattamente trendy mi chiede: “Ar iu italian?” - proprio con questa pronuncia. Solitamente nessuno intuisce che sono italiano e non capisco nemmeno come possa averlo indovinato lui, visto che avrò scambiato sì e no una parola con la cameriera cinese che parlava un inglese incomprensibile. Gli rispondo di sì e scopro che anche lui lo è. “Veneto?” gli chiedo, sentendo l’accento. “No, friulano”. E mi racconta di essersi trasferito da qualche giorno a Londra perché vuole provare a stabilircisi. Sta cercando un lavoro, mi dice, e ha già fatto un colloquio in un Carluccio’s. Sarebbe un grafico, ma per ora si accontenterebbe anche di fare il cameriere. “Sai, negli ultimi tempi in Italia vendevo pannelli fotovoltaici... non era un lavoro esaltante... poi sono appassionato di musica. Per ora sono in un ostello, ma non c’è la cucina e quindi...”. Gli chiedo se sta cercando casa, dove gli piacerebbe stare. “Kensington mi piace” mi risponde, e manca poco che io reagisca con “Sticazzi!”, ma mi limito a dirgli che è la zona più cara della città e che forse, per il budget che si è prefissato, dovrebbe abbassare le pretese. Del resto, a trent’anni - ma ne dimostra molti meno -, è la prima volta che viene a Londra. In quel momento avverto una punta di invidia: ha ancora tutta una città da esplorare e per lui tutto è ancora nuovo. Penso per un attimo che mi piacerebbe avere ancora quella ingenuità unita a quell’entusiasmo. Quando se ne va, lo saluto e gli auguro buona fortuna. Glielo auguro sinceramente e spero che riesca a realizzare il suo sogno e a non dover rimpiangere nulla tra dieci anni. Non so quale sia la risposta - dicevo -, ma quando resto solo e finisco di cenare penso che è proprio questa la grandezza di Londra, da decenni ormai: continuare a calamitare le speranze di chi non si è accontentato di quello che aveva. Il tempo passa e lei continua ad attrarre a sé. Invecchia restando giovane: è questo il segreto della sua perenne vitalità.
Author: "Stefano B" Tags: "Il corpo altrove"
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Date: Thursday, 18 Feb 2010 19:55

Ieri mattina ero al centro vaccinale di via Cherasco, a Niguarda. Pur avendo preso appuntamento, io ero in anticipo e loro erano in ritardo, quindi mi è toccato aspettare tre quarti d'ora buoni durante i quali, seduto su una panchina in sala d'attesa e senza aver voglia di leggere per ammazzare il tempo, ho avuto tutto l'agio di dedicarmi con occhio impartecipe all'osservazione del viavai tutt'intorno. In via Cherasco ci sono due ambulatori: uno riservato agli adulti e l'altro dove i bambini, accompagnati dai genitori, sono sottoposti alle vaccinazioni obbligatorie. Gran parte dei presenti appartenevano a quest'ultimo gruppo: madri, per lo più, con neonati - o poco più - e bambini al seguito. Io, che ero lì da solo ed evidentemente non ero padre di nessuno, ho potuto guardare in silenzio senza dover partecipare a nessuna conversazione e senza che mi fosse chiesta nessuna opinione, nella condizione favorevole dalla quasi invisibilità. Perché è proprio quello che accade in situazioni simili: si crea una specie di solidarietà immediata tra genitori, che da perfetti sconosciuti, grazie al pretesto di figli di età identica, cominciano con improvvisa facilità a chiacchierare tra di loro, scambiandosi e confrontando le esperienze. Ma io, fuori dal cerchio della loro complicità, sono rimasto a osservare soprattutto il modo in cui trattavano i bambini e, per più di un attimo ho avvertito - con un moto di profonda empatia - quello che deve sentire un genitore quando si trova a proteggere un figlio e, per estensione, quello che si prova a essere genitore. Non voglio liquidare questa sensazione definendola invidia, perché tale non era: essere genitore è una faccenda molto più complessa. Ma non si è trattato di invidia perché innanzitutto non mi ha fatto stare male, come normalmente accade con questa emozione. Mi sono limitato a sentire una sorta di piacere indistinto, un benessere interiore per interposta persona, una sensazione che infine sfociava in una lontana nostalgia, segno forse di una mancanza che non è tanto l'assenza di un figlio, ma è piuttosto l'assenza dell'adulto in me, cioè di quella capacità di accudimento che aiuta un individuo a superare i suoi personali timori per offrire riparo a chi è più debole di lui e ne ha più bisogno. E' durato quel tanto che è bastato per mostrarmi quello che non sono.

Author: "Stefano B" Tags: "Due giri intorno al mio ombelico"
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Miao!   New window
Date: Wednesday, 17 Feb 2010 19:13

Rs Cat

Oggi è la giornata internazionale del gatto (vivo). Io amo molto i gatti. Anche i cani, a dire il vero. Ma i gatti li amo in modo particolare, per la loro indipendenza e la loro superiore paraculaggine. Li amo anche se loro non amano me, visto che sono allergico. Ma ormai me ne frego e quando trovo un bel gatto - come la gatta londinese di R. qui sopra - non mi trattengo più e mi lancio a pastrugnarlo e ad accarezzarlo. Un miao speciale, dunque, a tutti i gatti che mi leggono!

Author: "Stefano B" Tags: "Irritazioni, disgusti, idiosincrasie"
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Date: Tuesday, 16 Feb 2010 20:16

Mansworld Ogni pretesto è buono per tornare a Londra, naturalmente, ma stavolta non ci sarei andato all’inizio di febbraio, se non fosse stato per un’occasione particolare. Rupert Smith mi aveva annunciato che giovedì 11 avrebbe presentato, al Southbank Centre, il suo nuovissimo romanzo Man’s World. Ci conosciamo da un bel po’ di anni, ormai, e ci vediamo ogni volta che torno a Londra, ho letto i suoi libri ed ero particolarmente curioso di leggere questo dopo che, nella nostra fitta corrispondenza, me ne aveva accennato per sommi capi l’idea centrale.

Man's World si svolge in due epoche diverse, che si alternano di capitolo in capitolo, ma in entrambi i casi i protagonisti sono gay. La prima epoca sono gli anni cinquanta, quando in Gran Bretagna essere omosessuali significava ancora violare la legge e rischiare non soltanto l'isolamento sociale ma il manicomio o trattamenti ormonali "sperimentali", come dimostra il caso Turing; la seconda, invece, sono i giorni nostri, in cui, oltre a diritti civili ormai dati per scontati, i gay britannici godono di una libertà di azione mai conosciuta prima che, molto spesso, si traduce semplicemente in: discoteche, capi firmati, sesso, droga, molta apparenza e poca sostanza. La Londra del passato, quindi, si rispecchia nella Londra di oggi. Nella prima si svolgono le vicende di Michael, giovane aviatore timoroso che scopre la propria omosessualità ma ne è così spaventato da tenerla nascosta, del suo amico supereffeminato Stephen che è invece una dichiarazione ambulante e, quindi, più esposto al dileggio pubblico, e del muscoloso Mervyn, di cui Michael si innamora perdutamente sin da quando lo incontra durante il servizio militare nella Raf. Nella Londra di oggi, invece, si muovono Robert e il suo amico del cuore Jonathan, tra feste, locali gay e una serie di personaggi da sottobosco. E quando Robert trasloca in un nuovo appartamento, le due epoche si incontrano: il vicino del piano di sotto è proprio Michael, a cui è appena morto il partner con cui viveva da moltissimi anni. E le loro storie le apprendiamo direttamente dalla loro voce: Michael registra quello che gli capita su un diario che custodisce gelosamente per anni, mentre Robert racconta - almeno fino a un certo punto - le sue avventure su un blog.

La serata al Southbank Centre, che si è tenuta nell'affollata ma raccolta Blue Room sotterranea, è cominciata con una conversazione introduttiva tra Rupert Smith e Tim Teeman, redattore culturale del Times. Qui ha spiegato come è nato il romanzo: nel 2007 si è celebrato il quarantennale del "Sexual Offences Act 1967" con cui è stata parzialmente depenalizzato il reato di omosessualità. In quell'occasione il Gay Times aveva avuto l'idea di una specie di "tavola rotonda" tra gay della vecchia guardia che aveva vissuto sulla propria pelle quei tempi e di gay dell'ultima generazione. Smith ha constatato, esterrefatto, che questi ultimi non sapevano nulla di quello che era successo nel 1967, di come vivevano in passato i gay prima di allora e di quanto coraggio era necessario per essere sé stessi senza nascondersi (o, almeno, senza nascondersi troppo). Con il suo cinquantesimo compleanno imminente, quindi, Rupert Smith ha avvertito di essere nella posizione adatta per svolgere una funzione di "cerniera" tra le due generazioni, come se ancora avesse un piede sia nell'una che nell'altra. Perché, quindi, non immaginare una storia in cui le loro esperienze si incrociassero e si confrontassero e scrivere un romanzo che, "indorando la pillola" con la tecnica dell'intrattenimento letterario di qualità, spingesse i giovani lettori a conoscere questa parte di storia gay e, magari, a essere grati a chi, prima di loro, ha permesso di essere oggi tanto liberi? E così è nato Man's World, che serve quindi anche ad avvicinare generazioni diverse di gay in un'operazione di conservazione e trasmissione della memoria. Insomma, per ripetere quello che dice Stephen al giovane - e un po' troppo incurante - Jonathan: "Voi pensate solo che siamo dei vecchi bastardi che si sono persi la festa. Be', lasciate che vi informi che senza di noi la festa non ci sarebbe nemmeno stata. Voi con le vostre droghe, i vostri locali, i capelli che sembrano mucchi di fieno e i pantaloni che vi penzolano fino al buco del culo, pensate di averla inventata voi, eh? Ma non è così. L'avete comprata e basta. Vi hanno servito tutto su un vassoio e non vi siete mai fermati a chiedervi chi ce l'avesse messa lì. Sembra che la vostra generazione abbia perso la capacità di amare, di preoccuparsi o di battersi per cambiare le cose, o di fare altro che non fosse scoparvi a vicenda e fare shopping."

Per scrivere di come si viveva l'omosessualità nel Regno Unito negli anni Cinquanta è servito fare molte ricerche, scavare negli archivi - tra cui quello, molto ricco, di documenti privati conservati negli archivi della London School of Economics e accessibili a chiunque ne sia interessato - e intervistare chi è sopravvissuto da quell'epoca. E in questo lavoro di ricerca Rupert Smith si è lanciato con passione, recuperando tra l'altro lettere, fotografie e souvenir personali (e ha commentato, ironicamente, che dopo la morte delle persone interessate i parenti hanno spesso voluto cancellare le tracce di un passato "scomodo", ma che, una volta scoperto che qualcuno era interessato a quei documenti giudicati inutili e imbarazzanti, all'improvviso diventavano preziosi e finivano su Ebay). In questa maniera, tutto un mondo è stato sottratto all'oblio e trasformato in narrazione.

Il titolo del romanzo fa riferimento a una delle numerose riviste - Man's World, per l'appunto - che negli anni Cinquanta e Sessanta pubblicavano fotografie di uomini muscolosi, in pose plastiche e grecizzanti, e che si rivolgevano ai lettori gay, certamente non in modo aperto. Alcune di queste riviste erano perfettamente "legali" - Health & Strength, per esempio, destinata soprattutto a chi si interessava di culturismo -, mentre altre si muovevano sul labile confine tra legalità e illegalità, anche perché le ultime pagine contenevano inserzioni pubblicitarie di fotografi disposti a vendere a compratori discreti e affidabili foto ben più esplicite dei modelli ritratti nel resto della rivista. E' anche in questo mondo che, una volta espulsi dalla Raf, Stephen, Michael e Mervyn si muovono, sempre in bilico e sempre con il rischio di essere ricattati o, come accade, arrestati. E dopo la lettura di alcune pagine dal romanzo, Rupert Smith ha intrattenuto il pubblico del Southbank Centre mostrando una serie di immagini tratte proprio da queste riviste semiclandestine e ci ha deliziati con numerosi aneddoti, fornendo un sacco di informazioni di background utili a inquadrare meglio l'epoca e lo spirito di metà del romanzo.

Per venderlo, di un romanzo si usa spesso dire, in inglese, che è "unputdownable" e "a pageturner", ovvero che è impossibile da mettere giù una volta iniziato perché si divora pagina dopo pagina. Per quanto riguarda Man's World dirlo non sarebbe neanche una trovata pubblicitaria, ma una verità: questo è davvero un libro che, una volta aperto, è difficile da mettere da parte. Ho cominciato a leggerlo in aereo al ritorno da Londra e ho terminato stanotte spegnendo la luce alle due. Unisce due qualità che io trovo fondamentali: la capacità di raccontare cose importanti (e far passare quello che, con un termine antiquato e sgradevole, si chiamerebbe "messaggio") e di farlo con tono all'apparenza leggero e persino divertente. Come se non bastasse, la storia c'è, la trama è fortemente presente, come nella migliore tradizione narrativa anglosassone, tutta fatti e poche elucubrazioni. I personaggi escono a tutto tondo da queste pagine e appassionano con la loro umanità, con le loro storie fanno ridere, fanno pensare e, a tratti, commuovono. Credo che piacerà a chi ama l'Inghilterra e a chi vuole leggere una bella storia - che, tra l'altro, parla anche di noi gay, di quello che eravamo, di che cosa siamo diventati e rischiamo di diventare se dimentichiamo il nostro passato. Alla fine, resta il desiderio di saperne di più, ma - come dice Stephen quando Robert gli chiede come ha vissuto il resto della sua vita - "questa è un'altra storia per un altro giorno". Chissà che a Rupert Smith non venga voglia di scrivere anche questa.

Author: "Stefano B" Tags: "Il corpo altrove, La gaia scienza, Visti..."
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Date: Monday, 15 Feb 2010 17:58

Io vorrei sapere quanti di quelli che hanno gridato inorriditi allo scandalo perché Beppe Bigazzi, in televisione, ha spiegato come si cucina la carne di gatto, di cui lui - così ha asserito - è consumatore, sono vegetariani. Perché se non lo sono, allora abbiamo a che fare con gente che dà semplicemente aria ai denti. Tutti quelli che sono insorti urlando all'ipocrisia nel caso del Cantante che ha dichiarato di fare uso di crack sono ora pregati di protestare anche per questa forma di ipocrisia. Infatti, cibarsi di carne - di qualunque tipo essa sia - significa digerire cadaveri di animali morti: questo dovrebbe essere ben chiaro. Allora, che differenza sostanziale c'è tra il cadavere di animali normalmente considerati commestibili dai più - maiali, bovini, conigli, cavalli e via macellando - e di animali come gatti, cani o insetti? Nessuna, direi, a parte l'aspetto marcatamente antropologico: in alcune società la gente è abituata a mangiare certi animali e altri no. E viceversa. Casomai, chi si vanta di difendere professionalmente gli animali e di battersi contro il loro maltrattamento dovrebbe anzi riflettere sul fatto che la crudeltà maggiore avviene nei confronti degli animali da allevamento industriale, che non soltanto sono sottoposti a ferocia ben più grave ma sono addirittura "progettati" in vista di uno scopo preciso: essere annientati e mangiati. Questo non viola forse il loro diritto ad avere una vita degna di un animale, cioè di un essere senziente tanto quanto noi umani, e non nega la loro natura animale, reificandoli a puri oggetti di consumo? Il gatto - o il cane, eventualmente - che viene mangiato ha, almeno, vissuto una vita felina - o canina - passabilmente felice prima di finire sulla tavola di Bigazzi. Chi si batte in favore dei diritti degli animali non può limitarsi a chiedere che gli animali non partecipino ai programmi di intrattenimento, ma deve - ripeto, deve - in primo luogo propugnare il vegetarianesimo e aprire gli occhi del pubblico più ampio contro quello sterminio organizzato di esseri innocenti che è l'allevamento industriale. Altrimenti - come in questo caso specifico - è solo ipocrisia buona a sciacquarsi la coscienza: il non vedere il dolore più grande non lo rende, per questo, inesistente.

Author: "Stefano B" Tags: "Irritazioni, disgusti, idiosincrasie"
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