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Ti svegli con la rabbia e vorresti
una scure per amica, sei solo.
Unico rappresentante al mondo,
unico venditore di stracci, come
il padre di Kirk Douglas, per ghetti
rumorosi e sporchi, di polvere nuda.
Tu, uomo bianco appeso al filo rotto
di un’immensa, sconcertante, fissa
idea di successo, barcameni le ore
del giorno in spirali di parole zitte,
circolanti tra pensiero e azione
su corrente scrittura elettronica.
Hai il mestiere nei palmi, mangi
la polvere di tante ore represse,
stingi le tue notti e le fai bianche.
Rumini vendetta su chi non prese
il tuo amore, poi lasci perdere, fluire
in parole nuove, tutto si consuma
nel calore ottonato delle frasi.
Hai in queste inizio e fine. Tutto, sì,
in questo rito di fatiche, si compie.
Il resto è mangiare, lavarsi, uscire
distrattamente, parlare pensando
ad altro, ad altri mondi, ad astri.
E’ il morbo che ti consuma fino
a spegnerti, per poi riaccenderti,
che ti mangia vivo fino allo zenit,
spolpandone il tempo che rimane
dalle ossa. Attaccato a ore e giorni
sognati in piena veglia, ti muovi
nella nebbia serrata di una strada
che ti porta a nuove pagine, semi
gettati per non morire davvero,
al momento del trapasso. Così:
vuoi trattenerti nel mondo, ancora
essere postero dopo l’ultima fuga,
sperando che i tuoi figli non tremino
di fame, di sete, di abbandono.
L’oggi non c’è, tu credi. Tu vivi solo
nel passato, come Norma Desmond,
come von Stroheim. Sei nel viale
del tramonto, e però tendi all’alba
d’ogni nuova idea, progetto, e sogno.
Sei un illuso professionale, aduso
a peccare da una mania che ti nutre.
Hai il mondo nelle mani. E sì, lo sai.
[Immagine: Erich von Stroheim in "Viale del tramonto", di Billy Wilder, 1950.]

Il dodici aprile del 1968 pensai la parola
“domani”.
Allora la parola domani era spalancata,
oggi
penso alla parola domani con tensione
tra le corde del collo, fino alle dure spalle.
Oggi
la parola domani si nutre di ricordi
di domani
già stati, scavalcati senza colpo ferire,
parvenze di soli e notti e albe da latte
state
andate
scoppiate, genuflesse al dio dei tramonti
d’ogni giorno, fino a
domani.
Guardo vecchi film, la pellicola trasmette
luci di un sole su antichissime pietre,
Rossano Brazzi guida una Lamborghini
su per le Alpi in “Un colpo all’italiana”,
quell’aria del 1968 c’è o non c’è,
l’auto rossa c’è o non c’è più?
Di certo solo l’attore è morto
i suoi domani si sono interrotti.
Domani è una curva, all’uscita
c’è ieri, anzi c’era – che gli ieri non esistono.
Se penso ai domani che ho incontrato
penso a un cimitero senza sentieri,
posti che visito spesso, la notte
quando conto cio’ che mi manca.

“La vera scuola del comando è la cultura generale”,
così disse De Gaulle, o scrisse, che è simile, che è smile,
oggi che tutti sorridono, anche alla morte nera, anche
al callo scavato, anche ai turbocancri e scabbie rosa.
Io merito qualunque cosa, sia di buono che di ottimo,
per esempio la zuppa di fave del Gambero Rosso,
la parmigiana di melanzane svelate da Andreas Zutterl,
una zuppiera in maiolica piena di cioccolata Lindt,
champagne Krug millesimé retrogusto sperma
(secondo recensione di Luigi Veronelli – r.i.p.).
Io merito qualunque Rolex d’oro, qualunque
Ferrari, Lamborghini, la Maserati col ringhio folle
come nel Toby Dammit di Fellini, nella corsa finale.
Il mio qualunquismo vuole, desidera, agogna,
spera in qualunque cosa puo’ piacermi, mi regala
canzoni a profusione, balocchi e profumate salive
femminili. Voglio erbe voglio vitaminizzate al cedro,
shampoo gaberiani tutta schiuma in libertà pilifera,
voglio tutte le playmate dell’ultima frontiera, e il Nobel
per il fisico di chi mi ama (solo donne lascive, certo.)
Le qualità del qualunquismo sono già dette nello stile
di perdersi in acquisti per nulla tormentati, in negozi
di stile hollywoodiano. Riprendere filmicamente tutto
con telecamera HD, colore semprevivo, documento
del nostro scompenso, tra l’ormonale e il nihil sub.
“In fondo alle vittorie di Alessandro, sempre si ritrova
Aristotele”, così concluse il generale; che lo spirito
umano è cosa calda e sensuosa, preziosa e salda
nelle menti aperte al nutrimento globale, viscerale.
[Immagine: FK - Autoritratto con Rolex verde.]

Vuoto, freddo, una sola volta a Londra,
mai stato a Berlino, a Parigi in fretta,
e a New York manco da trent’anni,
è come se fosse stato in altre vite.
Vuoto, freddo, nullo come un sasso
mai scagliato, spezzato sul greto
di un fiume di schiuma fuoriuscita
da una nuda fabbrica di polvere.
Vuoto, freddo, talvolta a Torino,
talvolta a Roma, sempre di fretta e furia,
il divertimento come una sveltina,
l’ansia del ritorno che segue l’andata,
treni troppo cari, il cellulare spento,
il sibilo del mostro, l’alta velocità,
le gallerie come ultimo antro, buco
cinetico d’ogni residua sparizione.
Vuoto, freddo, mai stato in Cina
nè in Giappone, nessuna voglia
di andarci, nessuna voglia d’Africa,
nessuna di Sudamerica, nessuna
di tutte le isole, che siano o che non siano.
Troppe volte in Germania e in Svizzera
seguendo un duro destino familiare,
in Francia girando senza respiro
con auto a nolo tirate allo spasimo,
finchè sul Massiccio Centrale sfiorai
la morte. Che c’é oggi di vuoto, freddo
al taglio del bosco, del marciapiede
emerso dal nulla, da periferici sconnessi
sbalzi d’umore, per l’uomo di città, sepolto
nel suo bunker, stanco di restare
nel piede libero della sua solitudine?
[Immagine: Henri Cartier Bresson - Provenza, autoritratto. 1999.]

La nostra oscurità è pensiero
di strade senza uscita, è latte
versato sui rimorsi, è la pena
addolcita da cioccolata ardente
nei baci e nei morsi della frutta.
La nostra oscurità ci bagna
gli occhi di un colore sfatto,
come in un letto di dolore;
e noi siamo cuscini di parole.
La nostra oscurità desidera
la luce di un mattino qualsiasi,
rompersi, frangersi, ripetersi.
Ma nulla dura, tutto scorre,
tutto velocemente s’oscura.
Come nello spettacolo, a teatro.
[Immagine: FK - Wat.]

Non c’è più niente da fare
si puo’ soltanto tonnare
voce del verbo tonno, “subito”
come la disse allo spot
il Buzzanco tutto sexy
mano al fianco, sì lo so
piaciere piacio ma a ’ste tone
che ci lancio, fotoromancio
per la Svizzera ladina, forliva
la piadina e la piadèna col duo
diviso tre riporto di uno.
Una lacrima sul viso, ho caputo
tante cose, col Sergio del sabato
italiano, mambo po’ cazzo, che
male ti fò, Dario no, quante
pallen di Woody. “Zingara!”
gridasti alla pezzente sul metrò,
a Roma la metro, prendi questa
mano in faccia e ’sto calcio
inter culo. La Lega l’è bela basta
avere l’ombrela ti ripara le gesta
questo è un tempo di pesta, col
Borghezio Ciccio Buliscio a Bordu,
lo chiamavano Boca Juniors di Rosa
come il Diego Armando a Napule uè,
coi femminielli a culorotto sciuè sciuè.
Se piangi se ridi son cazzi a caghér,
su questo non fo sconti, nè comitive
né orge nè partouze.L’ouzo lo bevi tuzo,
brutto strunzo, e dopo sia che piangi
sia che ridi c’est la meme dico chose,
dico gazzi, dico volatili por diabeticos,
dico che la vita di un Bobby è sempre
da solo, da solo come un cazzo di cane.

Cane nero. Sono fuori dal corpo,
dannato in un sogno tutto nero,
cane nero caffè, nero di pece,
nero di china, d’umor nero, nero
del Narcissus, nero fascista.
Tu cane nero sei apparso
nella mia notte da incubo
saltando su di una nera zampa.
Cane nero, fissavi me con
uno sguardo bianco, bieco,
cieco, eri senza fari nella notte
nera, cane nero e distratto
da foglie nere nella nera notte
mi fiutavi, aprendo le fauci nere
come per farlo, a zanne bianche,
sulla mia pelle perduta, in un
sogno di palude stigia, di cani
neri, traballanti nella notte acre.
Cane nero, nel sogno giravi
a me attorno; poi andavi nero
via, poi tornavi, e io, nell’ansia
da coltello, trattenevo il respiro.
E la mia vita, tutta, fino all’alba,
come per morire: finalmente.

Troppo ricco per la polvere
e troppo povero per l’oro,
e troppo furbo per morire
per le idee, e troppo nudo
per coprirmi di fredda
politica, oggi, come una
fredda poltiglia di ossa
e carne, mi sono diretto
al mio buon camposanto.
Per trovare i morti, loro,
i miei morti, due, da anni
stesi come panni scuri.
Allora ho pensato a tombe
mai viste, a duri mausolei
fecondi di storia. E poi
a loro, stesi tra migliaia
di nomi che nulla dicono
a nessuno. “Io voglio
essere famoso prima”,
mi sono detto. Guardo
così la lattigine del cielo,
Milano al vento, le mani
stranamente giunte, ma
non prego, osservo la
mia carne come se stesse
sparendo da ossa cave.
“Io no, io no, prima di morire
voglio apparire, prima di quello
voglio essere trascritto, ripetuto,
come una preghiera. Voglio
lo stato, mille finti amici, almeno
venti donne che mi fecero
soffrire, compagni di ventura,
giornalisti al seguito del feretro.”
E così le ore passano. Sogno
il mio funerale, in Svizzera, con
banda cantonale, presidenti,
ambasciatori. Poi penso al dopo.
Nessuno che viene, nessuno
di caro. Me ne vado, torno
nel mondo. Tanti clacson. Nessuno
di caro. Nessuno che si affacci
dalla vita, un minuto, a guardarmi.
[Foto: funerali del musicista Umberto Giordano - Milano, 14.11.1948.]

Se le fibre ottiche potessero
parlare direbbero zzzzz, come
a fumetti, come i segnali indiani,
come zanzare da spot, come
l’ultima alfabetica in repeat
ossessionato. Invece silenzio
in ogni casa, accorpati stretti
nel virtuale condominio, enorme
come navicelle spaziali, lem
infiniti, in vette siderali.
Silenzio parla Agnesi, parlò
Agnelli, parlano angeli focomelici
in cucine Salvarani di salvezza.
Parlano biscotti Colussi triturati
da denti a colazione, come topi
segreti dell’infanzia, notturnamente.
Nei computer, gente perlopiù estranea
ronza battute e risposte, tra cunicoli
e blog. Invece dello shampoo, oggi
Gaber si farebbe un post; è solo
spesso la paura di morire che ci fa
comunicare; ronzano anche le grida
di aiuto, gli sos dell’ultimo minuto.
[Immagine: FK- Himmelein.]

Vorrei tenere questi anni come
reliquia, come ricordo fondo:
insegnami a tenerli buoni,
domati, anni seri, anni duri,
momenti che scrivo su pietra
lanciata, su asfalto di pioggia,
su lamine d’acciaio temprato
da migliaia di lune fugaci.
Dovrei tenerli nelle mani,
come semi, come sperma
da me emerso, come chiodi
confissi nel ventre del caso.
Insegnami a mirare in alto,
a fare della vita un salto
verso assoluti secondi,
verso l’estremità del cielo.

Tutto quel tempo.
Quel tanto tempo che ho mancato
quel tanto amore che ho lasciato
alle polveri del tempo, al dissetante
passato, al fuoco estinto e mai spinto
fino al fondo. Tutto l’amore mancato
in tutto il tempo spalancato che penso
adesso, come fossi spaccato, a ritroso,
come in una strada percorsa, in auto,
in corsa, prima di troppe morti,
prima dei conti fatti, esorbitanti.
Così io il tempo lo penso d’asfalto,
grigio, scorrente sotto ogni ciglio,
maledetto e perdente, punto d’ogni
sconfitta, nastro mancante, estinto.
[Fotografia di Stanley Kubrick - per "Look".]

Immagina il pilota del mito, Fangio
di Balcarce, che in tempi immoti
in una terra altra guida la sport
lungo il labirinto. A fianco tu, come
il secondo, avvinto e attento.
La macchina a trecento sfreccia
insicura, sballottata dal vento,
nell’oro del sole che cozza grave
su lamiere e gomme, lasciando
un filo dorato di metallo perso.
Fangio curva, quasi s’arresta,
avanza, curva ancora, cerca
ruggendo la fine, la bandiera.
La belva lascia da sé spaventevoli
urla, come imprigionata; l’uomo
non riesce dalla tecnica, non
riesce dall’uomo. Non arriva.

Non eri che la bestia, nel male della condizione
sua, imprecisa, volevi carne dell’uomo, tenera
di giovani, e cibartene, e fartene vanto, nel rantolo.
Una specie di toro, col corpo umano e il vello
di belva feroce; come noi tutti, simili a te,
che vogliamo carne e cuore degli altri, a succhiare
linfa e pareti del dentro gl’uomini, alla soddisfazione.
E non guardiamo nella nostra mente nulla che sia
umano, ma all’osso forsennato, impaziente, e strenuo.
Cos’è l’essere umano, se io, Minotauro in mezzo
ai milioni, nel labirinto senza sviluppo, cerco la carne
bestialmente, incessantemente? Noi siamo lui, dentro
appetiti e il disperare d’essere tagliati, in due parti,
che non sai qual è la prima e quale la seconda, dove
il sangue umano s’effonde nel taurino, e tutto
è confuso, come il rosso di una muleta, come l’odore
di sangue e di carne di vittima scovata; tutto
senza origine, non sapendo chi sei; e vaghi per queste
strade disperate alla ricerca degli altri, e nemmeno
conosci il piacere, ma la disperata abitudine, flusso
velenoso e senza posa d’un insensato esistere.
[Immagine: Pablo Picasso - El minotauro.]

Dedalo rincorrimi per ore
e giorni lenti, come iene
alla fame, stomaci
da febbre digestiva,
venti bollenti. Dedalo che
ruggi dentro aria di fuoco,
dentro rintocchi, dentro
maglie di stagno, un cielo
barbaro, grigio di plutonio.
Dedalo nel quale perdo
me, te, ogni cosa e senso,
dove non penso che a me
come si pensa al terrore
in una casa al fuoco, al ferro
dibattuto nel pianto, al
muro superno, verso il latte
del cielo, fisso come stella
esplosa. Dedalo come carne
dell’uomo, ricerca
d’un senso e un allarme,
dedalo come formiche, noi
uomini, andare nella selce
mentre uccelli rodano
le ali su di te, dedalo
montante, dedalo pericolo,
dedalo non ritorno, dedalo
odisseico, che non trova
ritorno, né l’inizio del viaggio,
dedalo confuso, angoscioso,
viaggio dell’uomo mai concluso.

Nel labirinto, motore di paure e di rimorsi
vagano passato e futuro, come nubi,
come fantasmi allungati nel riposo,
comete terree, infrangibili, spiccate al sole,
alle quali mi accosto all’entrata, col tremore
maligno nelle mani, il sudore alla testa.
Entrando, giro attorno a falsi percorsi,
so di andare sperduto per la mente
dell’uomo, di me stesso, e senza fine
potrei andare alla ricerca di quello
che ho dentro, che non sento e non spiego.
Nel labirinto, per ore che non finiscono,
mi perdo dentro me stesso, sento urlare
le cime del pensiero, grattare le paure
come una marcia falsa, rigettare dall’alto
ogni sapere, ogni esperienza, per la paura
di non tornare. E’ questa l’accortezza
d’ogni vita che nell’intelletto si duole:
quella di non entrare, e di non sapere.
[Immagine: FK - Max Ernst dream.]

Venne poi il tempo dell’alloro. Nelle salse
del nostro scontento. Nelle tazze dell’ oro,
nel disdoro disadorno e carso. Venne il tempo
lasso, venne l’asparago bruciato, senza senso.
Venne il tempo del sonno sordido, assonnato.
Degli occhi arrossati dal canto, dal ruvido
vociare del francese, abbassato di tono:
al discounto sordo del tuo sentimento.
Un uomo ha pazienza, un uomo ha costanza
se è un uomo di razza. Se dice “che pizza”
è perchè è in una pozza di noia, di assurda
combine con la fine. Sgocciola il tempo,
divenuto massimo, ingrossatosi come
una valvola; e così, pronto a spegnersi.
Un uomo ha pazienza se è un uomo che aspetta,
che cerca l’accordo, che abbassa la cresta,
che finge di nulla, che urla al bisogno
quando il bisogno è già un torto. Ma un uomo
va solo dove il vento, d’inverno, lo manda.
Fuori da un letto in piega, da un tavolo vuoto,
da un divano freddo e da una rabbia
immensa. Un uomo paziente ha pazienza,
finché la pazienza gli volge le spalle,
e l’abbandona per sempre: d’inverno, nel vento.
[Ispirata da Serge Gainsbourg. Foto di Helmut Newton.]

Savoiardi fatti in Casa
Savoia, no non dico
gioia, ma la foia del bardo
biondo all’Isola Cavallo,
lo stallo della giustizia,
la mestizia d’un morto.
Era tedesco, era giovine
e forte, e l’era morte:
così in esilio facevano
scommesse sul prossimo
casino, sul prossimo
pastone, ad armi pari
solo di contrabbando.
Poi il giovine divenne
bolso e biscione,
e rideva alla Doria che
il biscùit lo pucciava
tra le cotiche di troie
escortabili, e nuovi
traffici ansanti si
scuotevano.
Finchè il figlio di cotanto
speme venne dal buco
ingrato, a parlar bleso,
il pelo mannaro e la
basetta adunca, sposato
con donna intelligente-
bontà sua, della donna-
e franzosa di diritte virtù
e cultura smartosa.
Quando l’esilio fu d’abiura
vennero qui, nella Napoli
della peste lievitata
della pelle allo scortico
del mandolino stanco
della prece alla munnezza
dell’invito a cozze con
pellagra, la delittuosa
polipante paranza di
generone pàrtenogaloppante.
Ed anni dopo, il bleso
principino, tuttosuopadre,
andò al festival del fiorame
fintato a cantare col pupo
difforme – un freak del Todd
Browning fuori della tempistica-
e col tenore de la sfigue à mort,
più ugola da posteggio che
da palcorialto e basta,
da concerto quel minimo.
Cantavano per il volgocane
intrucidito da quel televoto-
falso come il falso nell’urna-
l’amore cutugnaccolo per
il paese dove il limone spreme
su per la salsa vana
e cinciallegre sollazzano a pelame
il premier, dopo la puntura
da papaverina. Tutto un
parterre de linoleum nero
affogato nella stanga dura
d’un bassissimo impero.
Savoia e savoiardi, arrivano
i piemontardi misti a mille
sanguinacci europei, di caste
senza dive, di molecole sfatte,
di vecchi morti in piedi, di regine
di picche e re di cazzi implosi,
tutta questa genìa di poca fede
che ci fece arrestare dal fassista
prima del dietrofront, verso
il sudario del vecchio re bassotto,
al sud non ancora decotto
e sfrangiato dalla guerra civile,
e da nazisti con il sangue agli occhi.
Molto italiani, al vero. Meritano
di stare fra di noi, l’esilio fu
sbagliato. Perché meritano
l’Italia, come noi meritiamo
loro. Che non si dica che ci
sono dei belli in questa lizza,
tutti uguali a chiunque, non
c’è scampo, non si salvi
nessuno, al costo di parere
-come ci dicono dalla sinistra unita-
facinorosi qualunquisti, brigate
del buen ritiro nella disillusione.
Ebbene al qualunque io rispondo
col tutto, ché tutto si tiene
basso, al rigore intrallazzo,
al merito da furto e da scasso
breve e intenso, nel paese
che ha ridato eterno asilo
agli esiliati, reali senza gloria
né tantomeno vanto; né tanto
ce lo doveva, ché italiani lo sono
stati, e fino al bassofondo
d’ogni pensiero e istinto.

E’ uscita una recensione di Alessandra Minervini alla Guida letteraria alla sopravvivenza in tempi di crisi (Transeuropa), sorta di “film letterario a episodi” con tre novelle di Amato, Genovesi e del Vostro Affezionatissimo.

Oh! Oh! Oh !
?
(Continua)
****
Elegante è la frutta, e il vestito
di seta e la maglia a collo alto,
e il metallo prezioso e la sposa
dopo la scivolata, e il ribaldo
pensoso, e l’ostrica mutilata
da una bottiglia di Veuve,
e il libro con le firme, e le labbra
rosso Ferrari, e la Radetzkymarsch
al Neujahrskonzert,
e le tette natuerlich, e l’addio
senza il dramma, e il bicchiere
gelato di Bailey’s accanto al letto,
e la mano guantata del killer,
e il suo silenziatore ben puntato,
e la Sainte Honoré al compleanno
del povero assassinato.
E accettare, sempre, la mia sorte.
***
Le canzoni tremano sotto
i nostri pensieri, hanno paura
di ciò che abbiamo sentito
dentro di loro. Hanno una
poetica coscienza. A volte,
per colpa loro, equivochiamo
i nostri desideri, e ci ritroviamo
incastrati con la Malafemmena,
o con la Bella Senz’Anima.
****
Le auto mi piacciono potenti,
e la bistecca al sangue.
Mi sono stufato delle mezze
misure, da sempre. XL o niente,
voglio stare comodo nella mia
cassa da vivo e rivivo, voglio fare
il morto nella mia vasca da bagno,
dalle cinque all’incirca alle otto.
****
Molta gente non vale niente,
e questo non dice niente, solo
che pensa quello che non dice,
e dice quello che non pensa,
e questa, al niente, è un’aggravante.
Che noia la gente che fa danni
solo parlando, e persino – oh sì
pensando.
****
Ayur Veda, veda, veda pure.
Chissefrega.
Il Lumpenproletariat al call
center. L’hitech al super.
Il food all’ hardiscount.
I Dead or Alive morti,
non più wanted, da circa
vent’anni, immondi.
****
Oh! Oh! Oh! diceva il
pornoattore, sul set,
e intanto pensava ad altro.
Quello era l’unico momento
bonazzo per pensare
agli stracazzi suoi. La pornostar
mugolava, e pensava
ai bei tempi di scuola, quando
si sbucciavano Golia. Solo quelle
succhiava, allora, senza finzioni
di sorca.
****
Mostrami la Gioconda, trita
il tutto, la carne è giovane,
il silenzio è di litio. Fare un
pompino, o spompinare?
(Scegliere il termine barrandolo).
Da quel cazzo di Manzanarre
al Reno, quel coglione. Un continuum.
Sii felice, brutto scimmione, avanza,
retrocedi, cedi, ayurvedi. Che ti credi?
”Grady Grady sei sempre in piedi”,
disse Red Foxx. Muggiva sempre che
stava morendo, e poi è morto davvero,
come da copione mai scritto.
****
Al funerale (mio? tuo?)
voglio che stiano tutti bene,
che ridano, si divertano,
persino che si spoglino e facciano
tanto sesso. Se sarà il mio
fà l’amore col primo che ti capita.
Se sarà il tuo spero solo di farcela.
[Immagine: Helmut Newton - Saiber woman.]
![violet wroom [omaggio a gene davis] violet wroom [omaggio a gene davis]](http://www.markelo.net/wp-content/uploads/2010/02/violet-wroom-omaggio-a-gene-davis-300x225.jpg)
Sei sconfitto da un talento che preme
come la maglia al corpo, come gialle
ciglia al mascara rotondo, indentro.
È la mania di arrivare prima della morte
dove covano le aquile, spensierate
e falcanti, nelle cene di bossoli.
Ieri vidi l’occhioceruleo, mi chiese
di dipingere lo steccato con un fremito,
con uno sputo dal passato. Scavavo.
Rimane la custodia del puro. Le verze
e il riso la domenica. E poi balze fresche,
ballerine di damasco e pisciatoi infernali.
Sogni, espettorati, cambiati in corsa,
io pantera su scogli di vetro cantando,
ruminando erba e salvia, prossimo
alla cottura. Un cielo di vimini, contrasto
rissoso tra comete nella notte di ieri -
sentivo fumare alghe dal mio corpo
come fossi un portacenere di Dio.
Erano immagini della fretta, del sonno
incurvato di fantasia riflessa e tonno
fuoriuscente dalla scatola, da solo.
Sentinella del guaio, scovavo neri
cobalto e i miei occhi splendevano
di ammirati furori senza fine.
[Immagine: FK - Violet wroom (omaggio a Gene Davis)]







