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Le continue tensioni all’interno della maggioranza fanno spesso dire a tanti commentatori, spregiativamente, che questo centrodestra “sembra l’Unione”. Se solo quegli stessi commentatori tenessero conto del fatto che in larga misura si tratta di problemi interni allo stesso partito – Fini contro Berlusconi e Berlusconi contro Fini, tutti i ministri contro Tremonti e Tremonti contro tutti – ma soprattutto tenessero a mente tutte le fesserie che essi stessi avevano scritto a proposito dell’Unione e delle sue difficoltà, le coalizioni troppo larghe e troppo poco coese, il modello tendenzialmente bipartitico che avrebbe risolto tutto… ecco, se i suddetti commentatori si ricordassero di questo, e oggi trovassero il modo di dire una parola in merito, almeno tutto ’sto casino sarebbe servito a qualcosa. Forse.
Posted in lapsus calami Tagged: gli incontentabili
«La partecipazione attiva di Walter Veltroni nel Partito democratico rappresenta un’occasione da cogliere per lo stesso Bersani, impegnato nella costruzione di un partito partecipato e collegiale, lontano dal modello leaderistico e berlusconiano prevalso negli ultimi anni». Questo il giudizio di Francesco Cundari, direttore di Red Tv e già notista politico del Riformista e del Foglio, oltre che autore del recente libro Comunisti immaginari, sull’annuncio da parte dell’ex sindaco di Roma di un suo pieno coinvolgimento nella vita interna del Pd. (continua qui - in pdf)
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Da tempo mi capita di pensare a un curioso fenomeno che sicuramente sarà già stato osservato, studiato e commentato mille volte da osservatori, studiosi e commentatori più preparati e più svelti di me. Magari nel frattempo è pure finito, già passato di moda, rovesciato nel suo opposto, e a quest’ora gli osservatori più svelti e più studiosi di cui sopra stanno già discutendo dell’esatto contrario. In ogni caso, io la definirei la progressiva privatizzazione dello spazio pubblico su internet. In parole povere, il passaggio dai blog a social network come facebook (e tutte le patologie correlate, tipo friendfeed); dalla pagina accessibile a tutti, propagandata come la nuova frontiera della libertà di espressione e di iniziativa – prima per pubblicare un libro o un articolo dovevi essere uno scrittore o un giornalista, oppure avere molti ma molti soldi, adesso basta un click e chiunque può farlo, eccetera – all’esatto opposto, a un sistema pensato appositamente per non arrivare a tutti, per non essere a tutti accessibile, ma solo alla propria cerchia, e gli altri fuori. Sì, lo so, su facebook si può anche avere un profilo aperto: sto parlando della logica del sistema. Buona parte delle persone che conosco usano la propria pagina facebook esattamente come un blog, in tutto e per tutto, e spesso proprio come prima usavano il loro blog. Prima di scoprire facebook. L’unica differenza è quella: che prima si rivolgevano al mondo intero, almeno in ipotesi, ora solo ed esclusivamente alla loro cerchia di amici. Indipendentemente da quali fossero le loro aspettative quando affidavano le loro riflessioni al blog, la decisione di passare consapevolmente da questo a uno strumento fatto apposta per essere accessibile solo ai propri amici mi pare comunque uno spostamento significativo. E’ un cambiamento di prospettiva non da poco, rispetto a tutta la retorica sull’essenza della “rivoluzione internet”, l’abbattimento di ogni barriera, l’era dell’accesso, e così via. Se si pensa all’attuale dibattito sul ritorno dello stato dopo la grande crisi finanziaria, che è un prodotto della globalizzazione, e ai tanti discorsi sulla globalizzazione che andavano per la maggiore fino a poco prima, a partire dai “ruggenti anni Novanta”, l’impressione è che in qualche modo stiamo girando sempre attorno allo stesso punto.
Posted in agenda tafazzi Tagged: social network e patologie correlate
L’immenso edificio del Mass General, come un vasto e prospero campo di concentramento, con i suoi innumerevoli sottoreparti per cuori, polmoni, reni, vesciche, cervelli, assomiglia più a un emporio o a un centro commerciale, dove il malato americano, individualista della libera impresa fino all’ultimo, va a comprarsi la salute.
Martin Amis, sul supplemento domenicale del Sole 24 Ore, ricorda il suo primo e ultimo incontro con John Updike, ricoverato in un ospedale del Massachussetts, nel 1987. Un’altra epoca. “A John Updike, o al suo spettro, interesserebbe senz’altro sapere (e non ne sarebbe poi così sorpreso) che nell’anno della sua dipartita c’è stata una sollevazione generale contro il sistema sanitario proposto dall’attuale Amministrazione, un sistema da tempo consolidato in qualsiasi altro paese del Primo mondo”. La grande crisi di questi anni non ha scosso soltanto i dogmi di una certa scuola di economisti, ma un’intera filosofia, una visione della vita e del mondo – per farla breve: un’ideologia – che per la prima volta sembra essere messa seriamente in discussione persino nella sua patria d’origine, nel paese guida della “rivoluzione neoconservatrice”. Ecco un buon argomento di conversazione per i dirigenti del Partito democratico in viaggio verso la loro prima direzione post-congressuale, se non altro più attuale di quelli sollevati fin qui dalla preannunciata fuoruscita di Francesco Rutelli o dalla non più inattesa rentrée di Walter Veltroni.
Posted in agenda tafazzi Tagged: American Zeitgeist
Il 18 febbraio 2009 Walter Veltroni spiegava in un’accorata conferenza stampa la sua decisione di dimettersi da segretario del Pd per tornare a camminare lungo le strade di Roma come un semplice cittadino, uno che la mattina va a fare la spesa al mercato, che il pomeriggio sta a casa con la famiglia, che ha finalmente e di nuovo un po’ di tempo libero; annunciava insomma una scelta di vita, difficile ma sana, salutando e ringraziando commosso i tanti collaboratori con i quali aveva condiviso gioie e dolori di tutti quegli anni di impegno politico in prima linea. Il 2 luglio riuniva al teatro Capranica tutti i principali dirigenti a lui più vicini per lanciare la ricandidatura di Dario Franceschini al congresso, prima ancora che lo stesso Franceschini avesse manifestato l’intenzione di ricandidarsi. Oggi, in un’intervista al Corriere della Sera, annuncia che intende “tornare a partecipare alla vita del Pd”, per “rinnovare profondamente la sua classe dirigente”.
Se questa ricostruzione è esatta, Veltroni si è effettivamente astenuto dal partecipare alla vita del Pd dal 18 febbraio al 2 luglio 2009. Scorrendo i titoli dei giornali di allora sul suo sofferto ”addio”, mi sembra dunque più corretto dire che si è preso una vacanza, peraltro in perfetta coincidenza con la campagna elettorale e con il voto delle elezioni europee del 6 giugno 2009.
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Giuro solennemente di non trasformare questo blog, già abbastanza infarcito di fregnacce intimiste, in un ricettacolo di fregnacce autopromozionali. Ho scritto un libro e so che questo è un problema mio. Segnalo solo la splendida recensione uscita sul Foglio di sabato a firma di Stefano Di Michele (qui il pdf) e sobriamente mi limito ad aggiungere che cliccando sull’immagine a fianco è possibile acquistare il libro. Che non è neanche brutto, secondo me.

Un punto di vista interessante.
Posted in agenda tafazzi Tagged: si stava meglio quando si stava meglio
In un famoso film degli anni Ottanta due giovani amanti venivano condannati a non incontrarsi mai dal maleficio di un vescovo geloso. Ogni giorno, al levar del sole, lei si sarebbe trasformata in falco; ogni sera, al tramonto, lui si sarebbe trasformato in lupo. Dalla fine della Prima Repubblica a oggi così è accaduto anche ai dirigenti del centrosinistra, costretti a una scelta forzosa e innaturale: o dalla parte dei partiti, degli iscritti, delle correnti; oppure dall’altra, con i cittadini, gli elettori, la società civile. Dalla sfida tra Massimo D’Alema e Walter Veltroni fino a quella tra Pier Luigi Bersani e Dario Franceschini, passando per gli scontri tra lo stesso D’Alema e Romano Prodi – e poi, a parti sostanzialmente rovesciate, tra Romano Prodi e Walter Veltroni – nessuno fino a oggi era riuscito a spezzare la maledizione.
Bersani è il primo leader di centrosinistra a uscire dalla dicotomia che ha stritolato tutti i suoi predecessori dal 1994 a oggi: identificato sin dall’inizio come il “candidato dell’apparato” e incoronato dal voto degli iscritti, il neosegretario ha ottenuto al tempo stesso la suprema legittimazione delle primarie. Per la prima volta si è rotta l’antica maledizione scagliata contro i dirigenti della sinistra all’alba della Seconda Repubblica da tanti stregoni gelosi. L’incantesimo è spezzato: il candidato dell’apparato è stato incoronato dal popolo delle primarie; il pugno del partito e la spallata degli elettori hanno colpito uniti e nella stessa direzione; l’uomo delle correnti e il campione della società civile coincidono nella stessa persona. E’ presto per decretare la fine della Seconda Repubblica, ma è un inizio incoraggiante.
I tre assiomi fondamentali della Seconda Repubblica recitano infatti così: i partiti rappresentati in parlamento non rappresentano affatto la società; i vertici dei partiti non rappresentano la base degli iscritti; gli iscritti ai partiti non rappresentano i loro elettori. L’enorme affluenza alle primarie ha smentito il primo assioma; la perfetta coincidenza tra voto degli iscritti e voto degli elettori ha disintegrato gli altri due.
Qui sta dunque la vera e unica “normalizzazione” che Bersani deve ora affermare e difendere. E non sarà facile. La tentazione di rientrare nei vecchi schemi e le pressioni perché si acconci a interpretare una delle due parti previste dal copione saranno formidabili. L’avere smentito con la sua stessa elezione tutti i postulati della geometria politica precedente è un primo passo, ma inventare una nuova geometria non è cosa da poco. E’ un’impresa che nessuno ha ancora seriamente tentato.
Il problema è che non c’è altra strada. Lupo nero degli apparati, pronto a divorare qualunque cosa si muova nel suo campo in una lotta feroce, oppure rapido falco capace all’occorrenza di volare leggero sopra tutte le miserie del mondo – ma fermo al laccio del falconiere e ben incappucciato il resto del tempo – nessuna delle due parti previste dal vecchio copione lascia margini all’improvvisazione. Non per niente da quindici anni lo spettacolo è così noioso.
Se all’indomani della sua elezione a segretario Bersani commetterà lo stesso errore commesso a suo tempo da tutti i predecessori, se penserà cioè che il suo incarico rappresenti semplicemente l’occasione per costruire e affermare la propria leadership sull’intero schieramento, alla fine anche lui dovrà convincersi del fatto che per un simile obiettivo occorre appoggiarsi al solido braccio di questo o quel gruppo (politico, editoriale o finanziario). Se deciderà insomma di puntare tutto sulla propria affermazione personale, il resto verrà di conseguenza. E non sarà niente di nuovo. Ma se deciderà di proseguire nella direzione seguita sin qui, tracciando da sé il proprio sentiero, allora davvero non si può escludere nulla. (il Foglio, 28 ottobre 2009)

Per una brevissima fase, anche a chi come me non aveva condiviso la scelta di affidargli in quel modo la guida del Pd, Dario Franceschini diede l’impressione di avere capito l’essenziale: azzerato istantaneamente il governo ombra, messi da parte tutto il frasario, l’iconografia e la colonna sonora della “nuova stagione” veltroniana, sulle prime il neosegretario sembrò smentire tutti i pronostici (lo so, il governo ombra lo avevate rimosso e ora ve la vorreste prendere con me, ma non è così che si risolvono i problemi). Finalmente si parlava di assegni ai disoccupati, salari e stipendi, ma soprattutto non si parlava più di come meglio disintegrare, in asse con Berlusconi, quel che restava delle altre forze di opposizione, smettendo quell’insopportabile cantilena sulla nuova era aperta alla nostra democrazia dalla scelta di “correre da soli” e dalla “vocazione maggioritaria” del Pd, che in verità aveva aperto la strada semplicemente a una schiacciante maggioranza nelle mani di Berlusconi. Si abbandonava la politologia per fare politica, la si piantava di scervellarsi nell’invenzione di sempre nuovi “grandi eventi” e ci si metteva a lavorare sul serio: si chiudeva con un minimo di buon senso l’annosa, ridicola e inutilissima disputa sul dove sedersi nel Parlamento europeo (lo so, avevate dimenticato anche questa) e si diceva una buona volta qualche parola chiara persino sulle questioni bioetiche. In verità, però, in quell’inizio incoraggiante era già presente, solo a volerlo vedere, il germe della dissoluzione. Quando, appena eletto, il neosegretario annunciava l’intenzione di andare a giurare sulla Costituzione assieme al padre partigiano, nella natia Ferrara, non era già tutto chiaro? Qualcuno, lì per lì, al termine di quella stessa assemblea, lo aveva detto: “Com’è Franceschini? E come dev’esse… è er vice”. Proprio così. Un veltronismo senza fantasia, senza la carica dadaista, l’eclettismo creativo e l’inventiva situazionista del maestro. Senza nemmeno Tiberio Timperi. E così, adesso, restano solo i cani randagi, spariti persino cammelli e re magi, mentre il buio senza fondo di questa notte lunga due anni in cui siamo ancora immersi – tra giornalisti che si danno al pedinamento e magistrati che si danno al giornalismo – è squarciato soltanto dal doloroso bagliore di un tristissimo paio di calzini turchesi.
Posted in lapsus calami Tagged: l'Italia ai tempi del colera
Da tempo mi pare sia sempre più evidente il processo di progressivo incrudelimento della lotta politica in Italia. A pensarci bene si tratta di un problema ricorrente, come se il nostro sistema democratico fosse stato costruito in una zona sismica (e in un certo senso è vero, considerando che è stato edificato sopra la principale faglia della guerra fredda). Di qui le continue scosse, che a volte diventano terremoti e cambiano bruscamente l’intero paesaggio, come nel 92-93. Data la situazione, le persone responsabili nelle istituzioni, nei grandi partiti e nei grandi giornali dovrebbero per prima cosa preoccuparsi di porre un argine all’abusivismo partitico-editoriale che in questi anni è cresciuto attorno a loro, e all’impressionante espansione delle baraccopoli politico-culturali che soffocano il nostro dibattito pubblico, invece di utilizzarli per le proprie piccole speculazioni e scorribande. A questa deriva, fino a ieri, mi pareva però che l’unico a opporsi seriamente fosse il presidente della Repubblica. Da oggi aggiungerei anche il direttore del Corriere della sera.
Posted in appunti Tagged: l'Italia ai tempi del colera
Il punto di tutto questo gran casino sul fu lodo Alfano, per me, lo ha centrato Rino Formica nella sua lettera al Foglio di oggi: quando l’avvocato Pecorella ha difeso la legge davanti alla Consulta ha utilizzato l’argomento secondo cui attualmente il presidente del Consiglio non sarebbe più un “primus inter pares”, perché gli elettori hanno trovato il suo nome sulla scheda. Di fatto, si dice, il presidente del Consiglio è stato eletto “direttamente” dai cittadini. L’evidente fragilità (e pericolosità) del nostro attuale assetto politico-istituzionale viene da qui: una repubblica parlamentare, secondo la Costituzione, che in questi quindici anni un ampio e trasversale schieramento politico-intellettuale ha tentato in tutti i modi di trasformare “di fatto” in un sistema presidenziale. Con qualche successo, purtroppo.
Posted in lapsus calami Tagged: effetto domino
Delle ultime bellicose dichiarazioni di Berlusconi sulla bocciatura del lodo Alfano una cosa mi colpisce più di tutte, anche se non è affatto nuova, ma mi colpisce ogni volta come la prima volta. Quel fenomenale “il 72 per cento della stampa è di sinistra”, dove da notare non è tanto l’idea che si possa dividere “la stampa” in percentuali, quanto la precisione: non il settanta, o due terzi, o più della metà. Nonnò, proprio il 72. A quel punto io avrei provato a strafare e avrei detto il settantadue-virgola-otto, ma sono dettagli.
Posted in lapsus calami Tagged: attualità
In Italia si parla molto della libertà di stampa, molto poco di qualità della stampa. Il suo difetto principale per me sta in un atteggiamento diffusissimo tra i giornalisti, un misto di indifferente superficialità, insopprimibile vocazione all’astruso e superiore disprezzo verso tutto ciò di cui siamo costretti a occuparci. E invece il mantra di tutti i giornalisti – ma forse anche dei politici – secondo me dovrebbe recitare l’esatto contrario: falla semplice, ma sappi che è complicata.
Posted in cose
La campagnuccia contro il Partito democratico colpevole di “avere salvato il governo” sullo scudo fiscale non mi colpisce solo per il suo essere destituita di ogni fondamento sul piano logico – per essere precisi è un paralogismo fondato sull’inversione del nesso di causa-effetto: non è vero che siccome lo scudo è passato con uno scarto di voti inferiore al numero delle assenze nell’opposizione, se gli assenti fossero stati presenti allora il governo sarebbe caduto; al contrario, si è votato in quel momento e con quel numero di presenze nella maggioranza proprio perché si è visto che bastavano – ma non è questo, dicevo, l’aspetto che più mi colpisce. Quello che mi colpisce è questa ricorrente ansia di purificazione e di epurazione, in un partito che ha coltivato fino al limite più estremo l’idea del partito aperto, leggero e per una breve stagione addirittura senza iscritti. L’idea del partito-contenitore, del partito-coalizione, del partito-qualsiasi-cosa-che-non-sia-un-partito. Nessuno, nel Pd, si è mai sognato di chiedere nemmeno un rimbrotto per Paola Binetti quando votò in Aula contro la fiducia al governo Prodi (atto politico supremo, in una democrazia parlamentare). Ma ecco che adesso è già la seconda volta che si chiedono contro di lei (e gli altri assenti, in questo caso) severe misure disciplinari per ragioni “morali”. Tutto a rovescio. Ed è proprio nella tragica confusione alla base di una simile schizofrenia che si nasconde, secondo me, l’origine del male che sta corrodendo la sinistra italiana.
Posted in lapsus calami Tagged: effetto domino
A partire dall’articolo pubblicato l’altro ieri sul Foglio (lo trovate proprio qui sotto) il Giornale di oggi pubblica una mia intervista. Siccome in effetti l’articolo era molto lungo, mentre l’intervista è giustamente più breve, chi si fosse sintonizzato solo ora può leggersi direttamente quella. Va da sé che non rispondo della titolazione né della libera sintesi del mio articolo riportata all’inizio del pezzo (che come tutte le sintesi giornalistiche tende naturalmente a forzare ed enfatizzare).
Posted in segnalazioni Tagged: e io tra di voi
La prima impressione è che il Partito democratico veltroniano, figlio prediletto dello spirito del tempo, sia rimasto troppo presto orfano della sua epoca. Le ripetute evocazioni dello “spirito del Lingotto” da parte dei sostenitori di Dario Franceschini non bastano a ingannare la malinconia. Le sempre più rare sortite polemiche di Pierluigi Bersani non servono a ingannare la noia. Le costanti lamentele di Ignazio Marino non ingannano più nessuno e ormai paiono annoiare anche lui.
Franceschini, segretario uscente eppure costretto dai numeri nella scomoda posizione dell’inseguitore, sembra applicare alla conquista del partito le regole dell’amor cortese e della cavalleria errante. Appena terminate le vacanze estive, il 2 di settembre era a Benevento, dove si arrampicava sul tetto di un alto edificio assieme ai precari della scuola; appena sceso era già a Genova, con grembiule e vassoio, per servire umilmente tutti i diecimila tavoli della festa nazionale del Pd. Domenica scorsa, assieme a un manipolo di valorosi seguaci, cavalcava sotto la pioggia sino alle sorgenti del Po, inoltrandosi senza timori nelle terre infestate dalle orde leghiste, piantando il tricolore proprio nella tana del leggendario Umberto Bossi (che nella retorica franceschiniana sembra aver preso ormai a tutti gli effetti il posto occupato dal mago Frestone nella fantasia di Don Chisciotte). Di questo passo, entro il 25 ottobre, c’è da aspettarsi che sconfigga un drago e torni a largo del Nazareno in tempo per il telegiornale della sera, carico di gloria e pietre preziose.
Nel frattempo, Pierluigi Bersani ha partecipato a un paio di impegnativi convegni sulla crisi economica vicino casa, è intervenuto per telefono a un’importante iniziativa nel viterbese proprio all’ora della siesta e ha giocato oltre dieci partite a bocce in tutti i maggiori centri anziani del suo quartiere. D’altra parte, con lo stile riservato e discreto della sua campagna congressuale, Bersani può già contare sul 73,3 per cento nella provincia di Lecce (con il 50 per cento dei congressi scrutinati) e su 4824 voti in Calabria (pari al 74,6 per cento), dove Franceschini si ferma a 1501 voti (23,2) e Marino a 139 (pari al 2,2). Ma i sostenitori dell’allegro chirurgo non hanno perso per questo il loro invincibile ottimismo. “A Parigi: Bersani 9, Franceschini 3, Marino 40”, esulta su Internet il suo braccio destro, e già “candidato dei blog” alle primarie del 2005, Ivan Scalfarotto. “Un progetto chiaro: candidarsi contro Ségolène”, gli risponde una commentatrice impietosa.
Con tutto questo, nessuno sembra essersi particolarmente appassionato alla contesa. Più di ogni altra cosa colpisce infatti il contrasto tra le attese, le attenzioni e l’enfasi retorica che avevano accompagnato le primarie del 2007, appena due anni fa, e l’indifferenza mista a fastidio che le primarie del 2009 raccolgono nei sempre più rari articoli che quotidiani e settimanali dedicano all’argomento. E’ vero che anche le primarie del 2005, quelle che elessero Romano Prodi, furono oggetto di scherno da parte della grande stampa, fino al giorno in cui quattro milioni di italiani ne risvegliarono l’attenzione. Ed è anche vero che alle primarie del 2009 non siamo ancora arrivati, stiamo ancora parlando del “congresso degli iscritti”, e in teoria nulla permette di escludere che nelle due settimane che intercorrono tra il congresso dell’11 ottobre e le primarie del 25 si assista a un generale risveglio dell’attenzione da parte dei mezzi di comunicazione. Ad ogni modo, tanto nel caso del 2005 quanto in quello del 2007, i critici giustificarono la propria diffidenza con la mancanza di una “vera competizione” e di una “battaglia aperta”, caratteri indispensabili per parlare di “vere primarie” e prenderle sul serio. Arrivate ora anche la “vera competizione” e la “battaglia aperta” tra i candidati, il responso degli osservatori è stato unanime: primarie siffatte risultano tremendamente noiose, la battaglia interna distoglie i candidati dai gravi problemi del paese, il dibattito si è fatto autoreferenziale e iniziatico, e comunque sia, dinanzi alla crisi economica e alle malefatte del governo, è mai possibile che i dirigenti del Pd pensino solo alla battaglia congressuale e alla loro sciocca competizione interna?
Qui però bisognerebbe aprire una lunga parentesi, per dire una buona volta che “primarie vere” e dall’esito realmente incerto, come per fortuna non sono queste, il Partito democratico non sarebbe tecnicamente in grado di svolgerle. Le elezioni sono una cosa seria e terribilmente complicata. Richiedono migliaia di matite, registri, scrutatori, rappresentanti di lista, commissioni di controllo, organismi di garanzia, supervisori, circolari, pubblici ufficiali, tribunali, prefetti. Se davvero il 25 ottobre andassero a votare milioni di persone in tutto il territorio nazionale e l’esito dipendesse realmente da poche migliaia di voti, c’è davvero qualcuno disposto a credere che nel giro di ventiquattro ore l’organizzazione del Pd – dicasi: l’organizzazione del Pd – sarebbe in grado di assolvere a tutti questi compiti, come fosse il ministero degli Interni? Ma se già adesso, quando a votare sono i semplici iscritti, che sono pochi e regolarmente registrati nei diversi circoli, si susseguono le accuse di brogli tra i diversi candidati, cosa bisognerebbe aspettarsi all’indomani di “primarie vere”? Uno scenario afgano è soltanto la migliore delle ipotesi, con lo spoglio che si protrae per settimane, tra denunce di irregolarità, crisi istituzionali e minacce di guerra civile.
Un ampio distacco tra i candidati è l’unica possibile assicurazione contro il rischio che il segretario del principale partito di opposizione sia deciso da una sentenza del Tar. D’altra parte, il venir meno di ogni incertezza sull’esito ha finito per atrofizzare la competizione, imbalsamando tutti i protagonisti del dibattito in un ruolo prefissato. E togliendo al sistema dell’informazione il suo gioco preferito degli ultimi due anni. Walter Veltroni è tornato alla letteratura, i giornali della Fiat hanno altri problemi e Repubblica si è ormai da tempo rassegnata a fare da sé: le sue pagine sono piene solamente di racconti a luci rosse, foto ammiccanti e interviste a prostitute di bassissimo bordo per un verso, e per l’altro di appelli alla mobilitazione, raccolte di firme, assemblee e manifestazioni di cui Repubblica è al tempo stesso il promotore, l’oggetto e il mezzo di comunicazione. Singolarissimo impasto di retroscena hardcore e bollettini di propaganda, il giornale della borghesia progressista si è così gradualmente trasformato in uno strano incrocio tra Lotta Continua e Playboy.
Nonostante questo, la sua egemonia sulla sinistra è arrivata al punto da non avere più nemmeno bisogno della mediazione del Pd. Su tre giornali di area, considerando che il quarto è la stessa Repubblica, tre sono diretti da ex giornalisti del gruppo: Concita De Gregorio (l’Unità), Antonio Padellaro (il Fatto), Antonio Polito (il Riformista). Ma forse bisognerebbe dire piuttosto che è la debolezza del Pd ad aver reso il partito drammaticamente innecessario, e non solo nel campo dell’informazione.
E così, mentre Scalfarotto si entusiasma per il 45 per cento di Marino a New York (Bersani 30, Franceschini 25), si capisce perché questo congresso appaia tanto noioso: semplicemente perché la sua discussione, e più in generale tutta l’azione del partito da diverso tempo a questa parte, corre perfettamente parallela alle vicende della politica italiana e internazionale, non incontrandole mai in nessun punto. E se il ruolo dell’opposizione di sistema è stato assunto da un quotidiano, più sorprendente ancora è che il ruolo dell’opposizione sul terreno politico, parlamentare e di governo sia stato assunto dal presidente della Camera. E dal ministro dell’Economia.
Incapaci di uscire dal vicolo cieco dell’innovazione permanente, che ha fatto terra bruciata attorno al Pd di ogni minimo spazio di manovra sul terreno parlamentare, economico, sociale ed elettorale, tutti i dirigenti del Partito democratico hanno di fatto pubblicamente rinunciato a fare politica. La differenza tra le pochissime, elementari correzioni di rotta timidamente suggerite da Bersani e la pertinace furia autodistruttiva che sembra animare la mozione Franceschini, a ben vedere, si deve più alla rassegnata accettazione di quei ruoli prefissati di cui si diceva che al merito delle rispettive posizioni. L’uno rassegnato a ereditare l’inestricabile groviglio di contraddizioni e ben attento a non strapparne il più piccolo filo, l’altro rassegnato a perderlo per sempre e perciò tanto più ostinatamente deciso a tirare fino all’ultimo con tutte le sue forze, né l’uno né l’altro paiono minimamente attraversati dal pensiero del futuro, e nemmeno del presente. Usciti di soppiatto dal terreno della politica e ormai ignorati da tutti gli attori sociali – sindacati e industriali, intellettuali e lavoratori, élite e popolo – non sembrano avere alcuna fretta di farvi ritorno. E le polemiche sul “compagno Fini” o sul “Tremonti di sinistra” dovrebbero far riflettere non tanto per quel che dicono di Gianfranco Fini o di Giulio Tremonti, ma per quel che dicono della sinistra italiana. E così, nei giorni in cui il congresso del Partito democratico giunge alla sua fase conclusiva, due notizie s’impongono all’attenzione dell’osservatore: il rinvio a giudizio di Giovanni Consorte, che andrà a processo per la scalata Unipol-Bnl del 2005, e la prolungata latitanza di Walter Veltroni da una discussione congressuale di cui rappresentava in realtà l’unica ragion d’essere.
Non è il caso d’intrattenersi qui sul rapporto tra i due fatti. Se non altro si potrebbe dire che entrambi ci parlano in qualche modo dell’Italia futura, all’indomani di quella crisi economica che ha scosso tante certezze consolidate. Molti luoghi comuni sono caduti in questi mesi dall’albero della storia come frutti troppo maturi – per non dire marci – a proposito del rapporto tra economia e politica, stato e mercato, persona e società, lasciando al congresso del Partito democratico il non facile compito di arrangiarsi con la marmellata che ne è rimasta.
Per questa ragione, almeno sin qui, tutti i protagonisti del dibattito non hanno voluto o potuto dire nulla di significativo su nessuna delle principali questioni politiche attualmente in campo, tanto meno sulle dolorose vicende politico-economico-giudiziarie del recente passato, che pure costituiscono parte decisiva di qualsiasi possibile ricostruzione minimamente sensata dell’esperienza del Pd. Non per caso l’unico a rompere il tabù è stato Francesco Rutelli, che dalla partita congressuale appare definitivamente tagliato fuori, e forse anche dal partito. “Consorte dà prova di sincerità – ha dichiarato in questi giorni al Corriere della Sera – la nascita di un grande gruppo finanziario legato alla tradizione del vecchio partito comunista e delle coop rosse era una chiara partita politica”. Parole che nel Pd sono state accolte da un imbarazzato silenzio. Eppure sarebbe stato facile rispondere che se la scalata di Unipol alla Bnl era una chiara operazione economica (delle cooperative), pur con evidenti e rilevantissimi effetti politici, la vera partita politica (dagli evidenti e rilevantissimi moventi economici) è stata semmai la campagna contro quella scalata, contro le cooperative e contro la sinistra (in quest’ordine, e fatti salvi quelle cooperative e quei politici del centrosinistra che, come Rutelli, si unirono per tempo alla crociata guidata dal Corriere della Sera). Su tutte le storie che nel corso del 2005 sono state spacciate come verità rivelate non è più nemmeno il caso di soffermarsi, dopo avere assistito al tifo da stadio che ha accompagnato le successive fusioni bancarie e aver visto come sono finite quelle grandi banche internazionali, specchio di tutte le virtù, che il perfido Antonio Fazio voleva tenere fuori dai patri confini: alcune, semplicemente, non esistono più.
A prima vista, il congresso sembrerebbe dunque una splendida occasione per riprendere il filo del discorso e dire finalmente, almeno ai propri iscritti, una parola di verità sulle complicate vicende di quegli anni, che tanto potentemente hanno influito sui successivi sviluppi della politica italiana, e in particolare del Pd. Ma a uno sguardo più attento si capisce perché quest’occasione non è stata e non verrà colta da nessuno: perché l’unico punto su cui tutti i maggiori dirigenti del Pd sembrano avere ormai raggiunto il pieno accordo è che la verità, come la politica, è una medicina estrema, che a iscritti ed elettori può essere somministrata soltanto in dosi omeopatiche. (il Foglio, 30 settembre 2009)














