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*dove si parla di un libro, di una boiata, degli anni '80 e di altre amenità.
Una breve premessa: come sanno i miei 37 lettori, la narrativa chick-lit, o tanto per ampliare il concetto, le storie romantiche e sdolcinate di donne alle prese con problemi squisitamente femminili tipo autostima a vita bassa, ricerca spasmodica di un principe magari non più tanto azzurro ma con uno spezzato color antracite da indossare durante le riunioni col general manager di una multinazionale, ultimo esemplare di uomo romantico ma al tempo stesso così trendy da essere capace di organizzare una cena chic nel locale più alla moda (quindi impossibile da prenotare) di tutta Manhattan, e via dicendo, non hanno mai fatto per me.
Per questo negli ultimi anni ho selezionato accuratamente i romanzi dedicati alle donne con cui alcune case editrice, benedette da tale filone, hanno invaso il mercato.
Fanno eccezione, oltre a Il diavolo veste Prada e Killer Hair, i romanzi scritti dalle mie amiche, ex-compagne di corso o colleghe sceneggiatrici come Daniela Raineri, Rossella Canevari (a volte in compagnia di Virginia Fiume), Gabriella Saracco, Cristina Origone (che per fortuna si dedica volentieri al noir) e, ultima in ordine cronologico, Beatrice Valsecchi.
Ora, è inutile girarci troppo intorno.
Se non avessi conosciuto personalmente Beatrice non avrei mai comprato il suo romanzo. Non solo per mancanza di interesse.
Soprattutto perché il titolo mi avrebbe sicuramente spinta a dirigermi verso la biografia di Paris Hilton: almeno mi sarei fatta quattro sane risate (non per niente sono universalmente nota come il Grinch).
Però conosco Beatrice. E ho letto il romanzo prima della sua pubblicazione, quando aveva appena poche settimane di vita propria.
Non stiamo parlando di un capolavoro della narrativa mondiale, sia chiaro. È un romanzo imperfetto, ci sono alcuni personaggi non sviluppati come meriterebbero, e spesso l’ironia della protagonista che racconta in prima persona finisce col diventare pedanteria.
Ma la storia ha molti spunti interessanti. A cominciare dai due piani temporali, che coincidono con due significative vittorie dell’Italia ai Campionati Mondiali di calcio (posso tranquillamente confidare che non ci riferiamo a quelle del ’34 e ‘38).
Soprattutto la parte ambientata nell’estate dell’82 riporta alla mente l’infanzia di una generazione cresciuta un po’ orfana di grandi ideali e pronta a farsi scaraventare nel vuoto degli anni ’90 prima e nell’incognita del Nuovo Millennio poi.
Quasi un Paradiso Perduto dove la colonna sonora era cantata da uomini improbabili o impensabili per le nostre madri, con capelli cotonati e ipercolorati, e dove il MOIGE probabilmente non si scagliava contro il trash delle trasmissioni televisive perché i suoi fondatori erano tra i primi a fiondarsi di fronte al televisore, la domenica sera, per guardare Drive-in.
A dirla tutta, la parte che preferisco del romanzo, tra le imperfezioni e pedanterie sopracitate, è proprio quella ambientata a Sfranto.
Ma il potenziale c’è tutto, e lascia ben sperare per le future prove dell’autrice.
Qui di seguito riporto l’intervista che Beatrice mi ha rilasciato via Skype, in cui si parla del libro e di molto altro.
(a lato: la copertina del romanzo, edito da Sperling & Kupfer. Qui si può leggere il primo capitolo)
Ufficio Reclami: Senti, leviamoci subito le domande antipatiche. Hai scelto tu il titolo del tuo romanzo? (perché come tu ben sai, io avrei preferito un più semplice Torta fritta e marzapane. Magari lo mandavamo in lettura alla Clerici, chissà che non scatenasse una bella presentazione durante il Festival di Sanremo…)
Beatrice Valsecchi:(Risata). Sono convinta che se lo leggesse la Clerici lo apprezzerebbe molto. E non solo per le parti edibili.
Il titolo è stato concordato. Io non riuscivo a trovarne uno più convincente di quello di lavorazione, che era La Boiata. (La cartellina sul PC si chiama ancora così). Quindi insieme alla mia editor abbiamo trovato questo, che mette insieme gli elementi fondamentali del romanzo: il passato, il presente e un sogno che li lega.
UR: Il romanzo viaggia su due piani temporali ben precisi: l'estate del Mundial '82 e l'estate del mondiale di Germania del 2006, con l'Italia vincitrice della competizione. Dirò forse qualcosa di sessista, ma non è una scelta così usuale per una donna. Da dove è nata?
BV: Quasi per caso. Avevo voglia di scrivere qualcosa che recuperasse i miei ricordi d'infanzia. ma che coinvolgesse tutto il clan di cui volevo raccontare: uomini, donne e bambini.
Penso che uno dei ricordi più forti dei primi anni '80 per tutti gli italiani siano proprio i mondiali dell'82.
Anche se ti devo confessare che io quella notte ero al mare. E dormivo.
Quindi sono ricordi inventati, anche se non fasulli, perché pescano in materiale molto reale.
Ho cominciato a scrivere il libro nel giugno del 2006. Non sapevo ancora che ci sarebbe stata una parte ambientata nel presente. Poi abbiamo rivinto i mondiali e tutti i tasselli del puzzle sono andati a posto. Nei ringraziamenti, ora che ci penso, avrei dovuto mettere anche Lippi e tutti gli azzurri.
UR: Non sarebbe stata una brutta idea, in effetti...
Quindi Sfranto esiste davvero?
BV: Non proprio, anche quello è un riciclo. Hai presente la cucina degli avanzi? Quando l'arrosto della domenica diventa polpette al sugo il lunedì?
Ecco, io ho la scrittura degli avanzi. Rimescolo le esperienze della mia vita e cucino qualcosa di diverso.
Io comunque ho trascorso le estati della mia infanzia in un paese dell'Appennino Parmense, se è questo che vuoi sapere. Assomigliava un po' a Sfranto, ma non era proprio Sfranto.
UR: A questo punto ti faccio anche l'altra domanda. E Niko esiste (o è esistito) davvero? (in realtà non sarebbe fondamentale, ma il gossip alla sfrantese ha un suo perché notevole, ed è pure contagioso…)
BV: Certo che esiste: nelle mie fantasie più sfrenate! Se esistesse davvero nella mia vita avrei qualcosa di meglio da fare che scrivere libri.
UR: Ti piacerebbe davvero uno che aspetta 5 anni prima di confessarti che ha una cotta per te?
BV: Massì, dai, fa un po' Darcy. sennò sarebbe troppo perfetto. In realtà io sognerei uno che mi vede e non riesce più a pensare ad altro
UR: Torniamo alla storia prima che dal mio monitor escano rivoli di zucchero filato rosa. Ilaria racconta gli anni ’80 con una venerazione a tratti insana. Beatrice cosa pensa sul serio degli anni ’80?
BV: Sai, più che gli anni '80 racconta la sua infanzia. I toni edulcorati sono sostenibili, credo, grazie al fatto che c'è anche il presente, in cui le persone, i rapporti, le aspettative si sono evolute in qualcosa di spesso più agro.
Cosa penso degli anni '80.
Credo che avere un'opinione su un'epoca sia un po' come averla sul tempo.
Sono stati anni facili: quelli della nostra generazione, che non ricordano i bui anni '70, hanno avuto un decennio (magari solo apparente) di tranquillità totale: economica, politica. Io fino alla guerra del golfo, quindi al liceo, ero convinta che l'Italia non sarebbe mai più entrata in guerra.
UR: Non si parlava di politica a casa tua?
BV: Sì, ma io ero piccola. Se un discorso era noioso, c'erano sempre le Barbie che mi aspettavano in camera mia.
UR: Veniamo alla storia di Beatrice. Io e te ci conosciamo dal Corso Rai, ma tu arrivavi da un lavoro con contratto a tempo indeterminato (correggimi se sbaglio). un po’ come Ilaria. Quanto ti somiglia Ilaria nelle sue scelte?
BV: Sì è vero. Diciamo che nel 2004, in cui ho lasciato il lavoro, non sembrava così impossibile ritrovarne un altro.
Non è un personaggio autobiografico, ma lo spirito, la voglia di provarci e l'ottimismo, la convinzione che i sogni siano il carburante dell'essere umano, sì, sono miei
UR: Vero, Ilaria e Beatrice sono diverse. Ilaria si mette in proprio per realizzare la sua boiata, mentre tu lasci il tuo lavoro per cercare di fare la sceneggiatrice. Ilaria ha il tarlo della storia di Miro a roderla dentro fin da quando era bambina. Il tuo tarlo qual è stato? (fai finta di dover scrivere una lettera motivazionale per entrare di nuovo al corso Rai)
BV: Guarda, il vero obiettivo di Ilaria non è la realizzazione della boiata, ma tramite quella mantenere viva la sua parte che sa sognare
Per me è la stessa cosa. In realtà io non ho mai sognato di fare la sceneggiatrice. Il mio sogno era più generico. Amavo scrivere e sognavo di fare un lavoro creativo, che contemplasse anche questa mia passione.
La sceneggiatura sembrava il mezzo più concreto. In realtà non lo è stato.
Dire "da grande farò la scrittrice" sembra più velleitario di "da grande farò la sceneggiatrice". Ma la verità è che mi è andata meglio nella letteratura prima che nella sceneggiatura. Sono entrambi mondi in cui è molto difficile entrare.
In ogni caso quel corso è stato una scoperta eccezionale: ha aperto una finestra sul cinema e sulla scrittura per lo schermo. Ora mi appassiona moltissimo. Ma è una lotta: non ho frequentato scuole di cinema e devo colmare la mia profonda ignoranza.
UR: Mi sorge spontanea una domanda: come mai un’aspirante sceneggiatrice lavora a un romanzo anziché impegnarsi anima e corpo nella scrittura del suo primo film?
(indipendentemente dalla possibilità di vederlo prodotto, intendo)
BV: Forse è proprio quell'indipendentemente che raffredda. La scrittura per il cinema è finalizzata alla messa in scena.
Allora l'idea di tenerlo nel tuo cassetto è ancora più triste. Intendo dire che un romanzo è godibile fin dal tuo PC, è un'opera che riesci a compiere da solo. La sceneggiatura ha bisogno di un regista, degli interpreti, scenografo... altrimenti è senza vita. Tu ci puoi mettere un corpo e un cervello, ma è la produzione che lo rende vivo.
(Poi da un libro che funziona si può sempre trarre un film!)
UR: Opportunista! :-D
Diciamo che è più impegnativo, una volta scritta o scritto il soggetto, cercare qualcuno interessato a girarla o a produrla...
BV: In effetti in questo ruolo di autopromozione mi trovo decisamente scomoda. La letteratura ha anche questo vantaggio: una volta che trovi un agente che ti apprezza, poi ci pensa lui.
UR: Facciamo un altro parallelo con il romanzo. La madre di Ilaria è la classica madre fatta apposta per mortificare una figlia insicura. Come ha reagito la madre di Beatrice alla decisione di lasciare il posto fisso per una carriera di probabile disoccupazione?
BV: Me l'ha proposto lei.
Così sfatiamo anche il mito che la madre di Ilaria coincida con la mia. Le sue amiche le hanno telefonato, dopo aver letto il libro, chiedendole: "Ma davvero le hai dato della fallita?"
Si era resa conto che in quel lavoro, per quanto non orribile e non orribilmente pagato, ero un po' ingabbiata. Avevo degli impegni economici (il mutuo) e non ne sarei più uscita. Così mi ha proposto di aiutarmi economicamente per un periodo.
Poi, nemmeno lei si aspettava che il periodo durasse così tanto!
UR: Ci sono altre persone che potrebbero riconoscersi o essere scambiate per i protagonisti e i comprimari del romanzo?
BV: Forse è ancora un po' presto per dirlo. I miei familiari stretti lo avevano già letto.
Altre persone: io avevo un po' paura che qualcuno di identificasse con i personaggi. perché, come ti dicevo, c'è un po' di vero in tutti e potrebbe ancora succedere.
Per ora nessuno mi ha tolto la parola e nessuno mi ha messo su un piedistallo. Quindi il bilancio è buono.
UR: A parte tua madre, come hanno reagito le persone intorno, alla decisione di lasciare il posto fisso?
BV: Beh, le mie sorelle erano state consultate: dopotutto il fatto che mia madre mi aiutasse riguardava anche loro. Gli altri... credo con un po' di sconcerto. Naturalmente per i miei colleghi è stata una tragedia.
Va bene, sto scherzando. Ma già che sono in argomento mi viene voglia di dire che - a differenza di Ilaria - per fortuna nell'azienda in cui lavoravo stavo bene, avevo un sacco di amici con cui sono in rapporti ottimi ancora adesso.
UR: Ora ti faccio la domanda difficile. Rispondi onestamente. Considera la situazione attuale, la crisi lavorativa e il settore in cui ti sei andata a ficcare con le tue mani, lasceresti su due piedi il tuo posto di lavoro per cercare di seguire la tua passione o andresti un po’ con i piedi di piombo?
BV: Te l'ho detto: quando l'ho fatto le cose non sembravano così nere. Ora non lo rifarei. Sai, un paio di anni fa cercavo disperatamente lavoro. Un lavoro di qualsiasi genere: non mi chiamavano più nemmeno i call center. Il mio vecchio lavoro non era male.
Però il mito di quello che fa un lavoro a tempo pieno, poi si fa un'ora e mezza di macchina per tornare a casa e nottetempo scrive non esiste. La scrittura è un lavoro pesante, devi avere il cervello fresco per riuscire a scrivere. Io non sarei mai in grado di farlo nei ritagli di tempo. è per questo che ci ho messo due anni a scrivere il primo romanzo.
UR: Stai già scrivendo il secondo romanzo?
BV: Sì. Sto costruendo la storia da un pezzo. Ce l'ho tutta in mente. Ma a scrivere veramente ho appena iniziato. Forse l'uscita del romanzo mi ha segnato il tempo: era ora di farlo. Sarà il sequel-prequel del primo.
UR: Quindi sarà un nuovo elogio del colesterolo?
BV: Certo. E del diabete.
UR: Abbiamo quasi finito. Ora tocca alla parte più noiosa. Si parlava del Corso Rai. Come sappiamo bene entrambe, appena si nomina la RAI si scatena il luogocomunismo che vorrebbe tutti quelli che girano intorno al cavallo rachitico di Viale Mazzini raccomandati o peggio. Ci racconti cosa hai fatto per superare le selezioni del corso?
BV: Ho letto del bando un paio di giorni prima della scadenza. Non avevo mai scritto una sceneggiatura prima e nemmeno sapevo come si impaginasse. Ho mandato il mio materiale scritto tipo testo drammaturgico.
Ho passato la prima fase. Eravamo rimasti in 100. Ho fatto anche l'altra parte della selezione e magicamente sono entrata. (E sapevano che Pietro Valsecchi non è mio parente, perché me lo hanno chiesto).
UR: Stessa cosa, forse anche più amplificata da quando l'Italia si è scoperta paese di scrittori, accade con chi riesce a pubblicare da sconosciuto con una grande casa editrice. Ci vuoi raccontare i passi compiuti per riuscire ad arrivare alla Sperling & Kupfer?
BV: Solo uno: ho contattato un'agente molto in gamba. Lei ha letto il libro, ci ha creduto e mi ha fatto un contratto. Dopo un mese mi aveva già fatto ottenere tre offerte da case editrici molto importanti. Abbiamo scelto la Sperling & Kupfer.
So che sembra il paese dei balocchi, ma è andata proprio così. ogni tanto un po' di fortuna ci vuole.
UR: Diciamo che le raccomandazioni esistono e sono ben visibili, ma non è detto che si debba rinunciare solo perché non si ha uno zio senatore o un amico Papi...
BV: Purtroppo sì. Ma io credo almeno in questo: chi ha le raccomandazioni arriva anche se non sa fare niente (poi bisogna vedere quanto ci resta), ma chi è capace, con un po' di sforzo e un po' di fortuna, ce la può fare.
UR: Lo sai, vero, che ti crederanno in pochi quando racconterai come sei arrivata a pubblicare?
BV: Sì, ma è l’unica risposta che ho. So anche che molte persone di talento hanno intrapreso la stessa strada con pochi risultati. Io ho probabilmente intercettato il momento opportuno. La mia agente, quando mi ha messo sotto contratto mi ha detto che per l'editoria era un periodo nero, di non sperare troppo. che le pubblicazioni stavano diminuendo di anno in anno. Magari un romanzo leggero, ma non completamente inutile, è stata la formula vincente.
UR: Sai anche che mi devi un aperitivo nel locale più scicchettoso di Milano?
BV: Lo scopro ora...
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Tag: libri, chick-lit, interviste via skype
Non che sia una cosa grave, però dà da pensare parecchio. Mentre controllavo gli aggiornamenti dei miei amici ho trovato uno stato inquietante. Pare che a una mia amica, stamattina, un poliziotto abbia ritirato il libretto della macchina perché la revisione risultava in ritardo di tre mesi. Lei si è incazzata. Col poliziotto. Che invece di prendersela con gli onesti cittadini dovrebbe preoccuparsi di chi delinque sul serio. E sotto, come volevasi dimostrare, qualcuno a darle ragione o a ipotizzare che il poliziotto si fosse svegliato male. Non tutti, eh. Però una parte sì. Ora, è vero che nel pianeta Italia le leggi sono buone solo per gli altri e quando colpiscono noi il poliziotto o l'ente di turno dovrebbe sempre mostrarsi accomodante perché noi abbiamo una spiegazione valida e la nostra buona fede è più buona di quella altrui. Però io spero che nessuno di quelli che si incazzano solo quando a non rispettare leggi, regole del comune vivere civile e palle varie sono gli altri, ma che appena vengono toccati personalmente dalle leggi invece di chiedersi se per il torto non sia loro lo affibbiano alla poca elasticità degli organi preposti al controllo si sia azzardato a scendere in piazza per manifestare nei giorni scorsi. Mi farebbe, come dire, parecchio strano.
Pubblicato da julka75 | Commenti (1)Tag: tecniche di sopravvivenza umana
Tutte queste persone indignate perché vengono intercettate illegalmente e vengono beccate a dire le peggio nefandezze, intendo. Come se non ci fosse un'intera filmografia dedicata alla mafia americana e non dove avrebbero potuto comodamente imparare a non parlare mai al telefono degli affari loschi del capo. Provenzano, per dire, usava i pizzini. Peracottari...
Pubblicato da julka75 | CommentiTag: storie di ordinaria idiozia
Preferirei non andarci, a dire la verità. Nel senso che preferirei che nessuno mi stesse mettendo nella condizione di pensare che i principi democratici che regolano il Paese e con cui sono stata cresciuta sono messi in pericolo da qualcuno che se ne fotte delle istituzioni e persino del popolo che dovrebbe governare. Poi soffro pure di attacchi di panico, e le folle oceaniche mi creano qualche disturbo, tipo ansia, bisogno di prendere un po' d'aria appena comincio a vedere troppa gente intorno a me, cose così. E Piazza del Popolo non è esattamente il luogo più spazioso, dove manifestare. Se c'è troppa gente le vie di fuga sono completamente ostruite, non si sa dove andare e si rischia di essere schiacciati dalle persone intorno. Sperimentato durante la manifestazione per la libertà di stampa, lo scorso autunno. Però ci vado lo stesso, anche solo per una mezz'ora o per un'oretta, dipende dalla calca e dai miei nervi, perché non sono convinta di quello che dicono gli intellettuali tipo Zucconi o Malvino. Niente contro di loro, anzi, soprattutto in questo periodo che di Zucconi oltre a Hotel America leggo sul blog post che riguardano l'Italia, e oltre a farmi qualche bella risata, non posso fare a meno di concordare perfettamente con lui. Strano, perché l'ultima volta che in passato l'ho sentito parlare di fatti squisitamente italiani (la nazionale di calcio, non ricordo in occasione di quale mondiale), ho pensato 'meglio che ti occupi dell'America e lasci perdere la Nazionale, va'....' Comunque stavolta gli dò contro senza problemi. Perché scendere in piazza non servirà politicamente, ma per chi non ha uno straccio di altro potere è rimasta l'unica alternativa democratica ancora ammessa per dire cosa pensa. Non basta più nemmeno la libertà di espressione, anzi, mai come ora scrivere su un blog o su facebook che non si è d'accordo con il Governo e con tutta la maggioranza, per non spingersi oltre, a un intero sistema che comunque è stato ampiamente condiviso da tutta la classe politica a tutti i livelli, piccoli comuni sperduti inclusi,è perfettamente inutile se non si aggiunge un po' di partecipazione concreta, come una manifestazione di piazza organizzata persino dal PD e dell'IDV. E va bene pure se in questo momento non c'è un preciso piano politico dietro a una manifestazione. A me basta e avanza dover scendere in piazza perché qualcuno continua a non accettare le leggi e le istituzioni di uno Stato che in teoria dovrebbe servire. Sarebbe bello vedere anche dei programmi, roba che possa convincermi a rientrare in una cabina elettorale per esercitare il mio diritto di voto (quello messo in naftalina dal 2006, perché dopo il 2006 io in cabina non ci sono più entrata per mancanza di idee politiche che mi convincessero). Però quello è troppo, mi rendo conto. Un passo alla volta. Quindi io oggi in piazza ci scendo. Spero che siamo in tanti, roba da farmi venire attacchi di panico e costringermi a uscire dalla manifestazione di corsa. Per fortuna ci viene pure Daniela, così se avrò bisogno di aiuto non dovrò bloccare un manifestante. Se passate pure voi, la manifestazione comincia alle 14, sulla carta. Però siamo a Roma, quindi calcolate una mezz'ora accademica. E se avete problemi di panico come me, state molto vicino alle vie laterali.
Pubblicato da julka75 | CommentiTag: manifestazione
Giusto per risparmiare la fatica. Perché il primo numero me lo sono perso. A dire la verità non lo cercavo tanto per me quanto per lei, che ne aveva promessa una copia a un amico che non lo trovava,e 'tu che vivi a Roma non è che me lo cerchi?', perhcé sembra che nelle edicole della capitale si trovi facilmente, e altre amenità simili.
Intanto, nelle edicole sulla Tuscolana sfido chiunque a trovare qualcosa. Funzionano come le edicole della periferia sud di Milano, dove come minimo dovevi arivare alla fermata di metropolitana Romolo perché il mondo ell'editoria periodica spalancasse i suoi orizzonti più vasti.
In piazza Miani era tanto se ci trovavi una copia di Topolino. Già cercare PK era un po' come andare al reparto libri dell'Ipercoop e pretendere che oltre all'ultimo Camilleri ti vendessero, che so, Apocalittici e integrati di Eco.
Quindi sono partita dal centro. Da Termini. Perché alle edicole delle stazioni dovrebbero avere più o meno di tutto, e se non ce l'hanno è perché lo hanno esaurito (è chiaro il ragionamento?)
E invece no.
Perché quando sono andata all'edicola della stazione (o meglio a una delle due, quelle che stanno proprio di fronte ai binari credo 11 e 12, o qualcosa di simile. Di sicuro le edicole sono una di fronte all'altra, non ci si sbaglia) uno dei due edicolanti - il più vecchio, che parlava un romanaccio che nemmeno a Centocelle - era impegnato in una conversazione con una che stava a metà tra l'amica e la cliente di vecchia data. Quelle che cominciano a parlare ma di comprare un giornale o l'ulimo Harmony manco per sogno, per intenderci.
E io, che di solito aspetto un po' i comodi della gente che parla ma quando sto per perdere un treno diretto a Cisterna il sabato pomeriggio con la prospettiva di dover aspettare venti minuti per prendere il successivo comincioa sentire, come dire, un po' d'ansia, ho chiamato l'edicolante per chiedere se per qualche scherzo del destino (non ho detto proprio così, ma il sottotesto sarebbe stato chiaro a qualunque editor RAI) avesse una copia di Stilos.
Come non mi aspettavo affatto, la prima risposta è stata un 'lo abbiamo finito'. E io già a domandarmi cosa fosse capitato al Paese dove viene considerato un lettore forte chiunque legga almeno 6 libri in un anno (non è dato sapere se tra i sei libri vengono calcolati i libretti di istruzione dei cellulari, e a pensarci bene è meglio una sana ignoranza, in questo caso), quando l'edicolante chiede all'altro ragazzo se c'è ancora una copia di St.... Non è un errore. C'era un tale casino in stazione che ho sentito solo le prime due lettere.
Il ragazzo, no. Il ragazzo ha capito subito e prontamente ha risposto che era arrivato proprio la mattina.
E si è abbassato per cercare qualcosa in uno di quei posti dove gli edicolanti si abbassano a cercare una copia della rivista pronta per essere riconsegnata perché siete voi l'unica persona che l'ha chiesta nel mese di permanenza in edicola.
Quando si è sollevato, però, c'era qualcosa che non andava. Anzitutto il formato tabloid, e io che comunque non avevo ancora avuto il piacere di vedere una copia originale di Stilos sapevo che non poteva essere quello.
Poi un'affermazione dell'edicolante, che si stava premurando di avvertirmi che si trattava di una rivista allegata a un quotidiano.
Appena l'ho guardata si è svelato l'arcano. L'edicolante aveva capito Stile. O una roba del genere, il titolo non me lo ricordo bene perché l'ho visto per dieci secondi netti. Tempo di accorgermi che era una rivista di moda e non di libri. E l'ultima volta che ho letto una rivista di moda è stato nel 2003 quando me le davano gratis agli stand di Glamour o di Flair, durante la settimana della moda (ma questa è un'altra storia).
A quel punto mi sono resa conto che la battaglia era persa. Ho ringraziato lasciando la rivista che non mi interessava e me ne sono andata al binario.
E questo è il motivo per cui, invece di portare avanti un'altra ricerca che al confronto fare una fila per una raccomandata in posta potrebbe sembrare un piacevole intrattenimento, ho deciso di abbonarmi.
Voglio dire, l'abbonamento a 6 numeri costa 20 euro. Calcolando che posso sempre farlo fruttare passandolo alle mie amiche, diventa un abbonamento per 4 persone. Poi ci scrive anche lei.
E infine, se in passato sono stata abbonata alla Writers Magazine, posso abbonarmi anche a Stilos. O no?
*questo post è una marchetta. Devo pur guadagnarmi i miei muffin semestrali...
Tag: libri, marchette, seia
Eccoli, quei giornalacci di sinistra che hanno osato mettere in giro notizie false e tendenziose per impedire agli onesti cittadini italiani di votare per il loro partito preferito:

Tag: del giornalismo e di altri demon
... mi hanno lasciato alle 17 di sabato 27 febbraio a mangiare un McItaly, ma non sono più tornati a riprendermi. Ora che faccio?"
Pubblicato da julka75 | CommentiTag: ad minchiam
Maroni, mandato in onda dal TG2, in conferenza stampa, che spiegava il famigerato decreto interpretativo, dava l'idea di uno che parlava alla nazione come se da parte sua e di chi ha fatto la n porcata ci fosse l'intenzione di difendere sul serio una democrazia bistrattata. Non era quello che diceva, che sostanzialmente era 'adesso la legge è ingterpretabile. Tocca ai giudici decidere in base alla loro interpretazione'. Che poi, il sottotesto è 'e d'ora in avanti se qualcuno non interpreta come piace a noi vuol dire che è contro di noi, e se qualcuno vuole andare a rompergli la faccia c'è La Russa a disposizione con un intero esercito'. Era proprio quello che sembrava: uno che parla al Paese in una situazione di emergenza. Epperò l'emergenza io continuo a non vederla. Io ho visto una banda di pirla disorganizzati, o convinti che comunque sia loro sono troppo tutto per sottostare a una misera legge che dovrebbe renderli uguali al partito più micragnoso che esiste sul territorio nazionale. Una legge che sul serio è democratica, perché mette tutti sullo stesso piano. E se tu esisti sulla scena politica da 16 anni, e per gli ultimi 16 anni hai passato il tempo a candidarti per ogni elezione possibile, dalle amministrative alle politiche, e hai avuto anche il tempo di formarti un enotourage che dovrebbe essere in grado di cavarsela ormai a occhi chiusi in mezzo a qualunque pastoia burocratica (e non dimentichiamo che negli ultimi 16 anni sei stato al governo per la metà del tempo, e se per caso ti fossi accorto di qualche problema dii troppa burocrazia nelle regole della democrazia avevi a tua disposizione una maggioranza tale da permetterti di snellirla, la cavolo di burocrazia, PRIMA di lasciar presentare il problema. Avevi anche un bel precedente nelle regionali del 2004, guarda caso nella Regione Lazio...), beh, se sei uno così non puoi venire a raccontare alla nazione che è in corso un complotto contro di te. Perché la nazione non è idiota, persino i tuoi capiscono che hai fatto un'idiozia, o che l'hai fatta zozza in modo piuttosto maldestro. E persino i tuoi si chiedono se non avevi un modo più elegante, per farla zozza. Io, da parte mia, capisco la stessa cosa che capisce parecchia gente tutti i santi giorni. Per esempio, la volta che ho sbagliato a pagare l'IVA, mi è arrivato il conto da pagare con gli interessi e l'ho pagato. Indi per cui penso che pure tu, se sbagli, paghi. E non vedo nessuna emergenza democratica in tutto questo. Anzi, ci vedo la quintessenza della democrazia: anche il potente quando sbaglia paga come me (proporzionalmente al valore della cazzata, of course). Invece ieri sera, e per tutta la settimana, a dire il vero, c'è stata la litania continua del golpe, e del tentativo di qualcuno indicato nella solita generica sinistra (quella che prende di volta in volta la forma della magistratura, dell'IDV, dei Radicali, e avanti così pure del cane che ha osato fare i suoi bisogni davanti a una sede del partito) di non permettere agli elettori di esercitare il loro diritto di voto. A parte che nella sostanza posso essere d'accordo: non si deve vincere per abbandono, con questa gente. Bisogna vincere in cabina elettorale, se uno ci crede. Oppure bisogna prendere i fucili e cominciare a sparare, se uno decide che è davvero ora di rovesciare questa gente. Ché le rivoluzioni sono cose serie, mica si mettono a fare i giochetti burocratici... sono talmente serie, le rivoluzioni, che nessuno di quelli incazzati neri e minaccianti di tirare bombe ne ha ancora tirata una. Questo per dire quanto sono roba seria le rivoluzioni: fanno paura pure a chi le paventa. Però, se nella sostanza posso essere d'accordo, nella forma che mi si chiede e si chiede a tutti di rispettare, quella democratica, vedo un problema. A me non sta bene che il partito con meno scusanti possibili per una defaillance burocratica si metta a tuonare contro le regole uguali per tutti. Soprattutto non mi sta bene che il partito con meno scusanti possibili, nel momento in cui si sbaglia, cominci a puntare i piedi, invochi la piazza (che in piazza non c'è scesa), minacci velatamente di reagire, invochi leggi che superano persino il concetto di ad personam e infine voglia la legittimazione (ottenuta) del Capo dello Stato. Comparendo poi in televisione nella figura del Ministro degli Interni per rassicurarci che il golpe paventato è stato scongiurato e che finalmente siamo in democrazia. Perché se per tutta la settimana la mia percezione di pericolo democratico non si è spostata di una virgola da quella che era il giorno 26 febbraio 2010 (ossia prima della pausa pranzo di Milioni), adesso mi sento veramente con un piede che pensola sul ciglio del burrone. Tutto questo grazie alle rassicuranti mosse in difesa della democrazia portate avanti dal Governo e avallate dal Presidente della Repubblica. L'unico lato positivo della faccenda è che, essendo nato ieri il decreto interpretativo, oggi io mi premurerò di approntare una mia personale lista per partecipare alle elezioni regionali con persone di mia fiducia, facendole firmare da Paolino Paperino in persona, e presentandola quando cazzo mi pare. Tanto, se non la accettassero, posso sempre fare ricorso invocando un tentativo di uccidere la democrazia. O no? *questo post è strettamente personale, non serve a niente e nessuno perché tutto quello che si poteva e doveva dire è stato detto nell'ultima settimana. Ma siccome Mantellini conosce bene la memoria degli italiani che in due giorni dimenticano queste cose, mi tengo un promemoria per il futuro.
Pubblicato da julka75 | CommentiTag: tentativi di golpe falliti
Io questa storia di gente che paga per ricevere un calcio in culo l'ho già sentita. Mumble mumble... Ah. Ecco. Era il 1943 a Roma.
Pubblicato da julka75 | CommentiTag: rimozione della memoria
Ho appena consigliato pubblicamente di vedere questa sera, al posto di Ballarò cancellato, La Grande Storia (tema: la dittatura) e di usare il P2P per recuperare il film Ricette d'amore* in onda su Raiuno al posto di Porta a porta. Dite che è istigazione a delinquere, se lo scrivo esplicitamente? No, perché se lo fosse, comincio a consigliare il P2P per ogni film che a mio modestissimo parere merita almeno una visione... *astenersi se cinici e poco propensi alla sopportazione dei bambini. Ah, c'è pure Castellitto. Più avvertiti di così...
Pubblicato da julka75 | CommentiTag: tecniche di sopravvivenza umana
Va bene, stia calmo. Questo però significa che è davvero andato a mangiarsi un panino. «Sì… ecco, sì: sono andato a mangiarmi una panino. Non mi pare grave, no?». Quindi è vero: lei ha lasciato l’aula per andare al bar. «Io? A mangiare?». In conferenza stampa, la Polverini ha fornito una ricostruzione dei fatti un poco diversa. «No, cioè… io, a mangiare: ma chi l’ha detto?». Lei, adesso. «Macché. Senta, io sono molto confuso…». (il resto si trova qui)
Pubblicato da julka75 | CommentiTag: storie di ordinaria idiozia
Tutte le sere fino a che non cadi addormentato, magari fate un coretto insieme a quelli che in redazione non ne vogliono proprio sapere, di fare informazione: "Prescritto non vuol dire assolto. Prescritto non vuol dire assolto. Prescritto non vuol dire assolto. Prescritto non vuol dire assolto. Prescritto non vuol dire assolto. Prescritto non vuol dire assolto. Prescritto non vuol dire assolto. Prescritto non vuol dire assolto. Prescritto non vuol dire assolto. Prescritto non vuol dire assolto. Prescritto non vuol dire assolto. Prescritto non vuol dire assolto. Prescritto non vuol dire assolto. Prescritto non vuol dire assolto. Prescritto non vuol dire assolto. Prescritto non vuol dire assolto. Prescritto non vuol dire assolto. Prescritto non vuol dire assolto. Prescritto non vuol dire assolto. Prescritto non vuol dire assolto. Prescritto non vuol dire assolto. Prescritto non vuol dire assolto. Prescritto non vuol dire assolto. Prescritto non vuol dire assolto. 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Pubblicato da julka75 | CommentiTag: storie di ordinario disservizio, tecniche di sopravvivenza umana
AVVERTENZE: in questo post si potrebbero incontrare dichiarazioni considerabili sprezzanti della libertà di opinione o di stampa. Prima di stracciarvi le vesti come Sommi Sacerdoti del Tempio, siete pregati di andare a controllare l'esatto significato di libertà di opinione e di stampa. Avrete delle amare sorprese, ma le vostre vesti ve ne saranno riconoscenti.
Procediamo con ordine: l'antefatto.
A dicembre 2009, i primi del mese se non sbaglio, trovo sul profilo di una facebookamica milanese uno stato in cui si annuncia alla popolazione del social network (o meglio alla porzione che l'ha aggiunta come amica) che in una libreria di Milano è affisso un cartello in cui si comunica ai clienti che il libro di Bruno Vespa, lì, non si vende.
La notizia mi galvanizza, e non poco.
Bisogna capire che per motivi ampiamente condivisi da chiunque abbia una vaga conoscenza degli studi storici, dell'obbiettività e soprattutto del meccanismo perverso che fa sì che Bruno Vespa sotto natale ogni anno debba essere l'autore più regalato a scapito di altri autori molto più meritevoli (persino mia zia un anno ha ricevuto un libro di Bruno Vespa in regalo, ed è meglio non sapere cosa ne ha fatto...), l'idea di una libreria che decide di non vendere un best seller di quel tipo si merita tutta la mia attenzione.
Così chiedo alla facebookamica di quale libreria si tratti, e mi riprometto, avendo comprato pochi giorni prima una macchina fotografica, di andare a rubare una fotografia del cartello.
Rubare è il verbo esatto, trattandosi di una libreria che si trova nel mezzanino di una stazione metropolitana.
Il fatto
A dire il vero, avevo anche dimenticato l'intenzione, una volta giunta a Milano per le feste natalizie. Ma in data 26 dicembre, durante una passeggiata per il centro con un'amica milanese, decidiamo di prendere la metropolitana e raggiungere Corso Buenos Aires. A quel punto ricordo che proprio alla fermata Lima si trova la libreria in questione. Quindi decidiamo di scendere a Lima, metto l'amica a fare da palo, inutilmente perché quel pomeriggio pare non ci fosse nessuno nel gabbiotto e nemmeno a prendere la metro, e scatto due foto: una con il nome della libreria visibile (si tratta della libreria Aleph, sotto la metropolitana Lima della linea rossa) e l'altra con una zoomata sul cartello.
In quelle condizioni, al buio e con l'ansia di evitare rompiscatole molesti, la fotografia viene quello che è venuta:
Moderatamente soddisfatta (si poteva fare di meglio, a chiamarsi Avedon O Henri Cartier-Bresson), riprendo il palo e la passeggiata.
Dimentico la foto, che rimane nella memoria della macchina fotografica fino al mio ritorno a Roma.
Quando decido di scaricare il tutto sul computer è l'inizio di gennaio: su Facebook la foto ci finisce in data 6.
Qualche giorno dopo, mentre sono in procinto di tumblogare post dei vicini, decido di metterci il mio scatto terribile. È il 15 gennaio, come testimonia questo link (alla stessa data sull'Ufficio Reclami compare un post in cui ho pubblicato la stessa foto)
In realtà non prevedo l'effetto che avrà l'idea. Non sono abituata a vedere i miei post ribloggati, quindi mi aspetto che passi più o meno inosservato. E invece commetto un enorme errore di valutazione.
Nell'arco di un paio di giorni la mia foto viene ribloggata o laicata una settantina di volte.
volte che nell'arco di una settimana diventano 150, come scopro giorno per giorno. Poi il fenomeno si placa, e a parte qualche altro sporadico reblog, la foto entra tranquillamente nel dimenticatoio.
Almeno per me.
Le conseguenze
Perché invece proprio ieri, e per una coincidenza del tutto fortuita (stavo dando un'occhiata al blog di Galatea, per cercare un post di cui ho letto solo un commento in giro sul web) ho trovato questo.
Che dire? L'argomento mi ricordava qualcosa, anche se l'idea che dalle parti di quella cloac... ehm... di quella testata che è Il Giornale qualcuno possa seriamente essersi interessato di una libreria che dice di non vendere un autore in particolare rasenta il ridicolo.
Così cominciamo, col Correttore di Blogze, una ricerca su Google.
E cosa scopro, o meglio cosa scopre il Correttore? Che la notizia, in data 26 gennaio, è stata riportata nientepopodimenoche da Libero (news).
E che a corredare la notizia c'è nientepopodimenoche...
LA MIA FOTO (prego, trovare le differenze...):
Ora, non è che si siano sforzati tanto a cercare l'autore della foto. Hanno segnalato un post di Mantellini in cui la foto era stata rebloggata e da qui sono risaliti all'utente Prostata che ha provveduto a postarla su Friendfeed. Ed è per questo che non mi sono accorta degli sviluppi: perché Friendfeed è stato fuori dalla mia portata fino al mese di febbraio.
E comunque sia, Prostata non era tra le mie sottoscrizioni (però adesso mi iscrivo, non si sa mai per il futuro! :D)
C'è da dire che se per caso mi avessero chiesto l'autorizzazione all'utilizzo della foto la risposta sarebbe stato un categorico vaffa. Tutto va bene ma passare a Libero le mie foto non è esattamente tra i programmi per la mia esistenza presente e futura.
Le considerazioni
Però questa vicenda mi fa riflettere parecchio.
Primo: da quella foto sono scaturiti articoli su Il Giornale e addirittura sul Corsera, in cui si spara a zero contro la censura da parte di un libraio. Nessuno, a quanto mi risulta, si è premurato di andare dai gestori della libreria a chiedere spiegazioni sul cartello in questione.
E già questa cosa ha il suo bel perché.
Poi c'è un altro aspetto inquietante della vicenda: la foto pubblicata è uno scatto da cui non è agile riconoscere l'insegna della libreria, perché era buio, perché la luce e la qualità pur decente della macchinetta non permettevano altro, e così via.
Quindi chi si è assunto la responsabilità di pubblicare una foto (non sua) sulla versione on line di un quotidiano nazionale non si è nemmeno sprecato a controllare che effettivamente la libreria citata fosse quella, che il cartello fosse reale, che insomma non si trattasse di un'enorme bufala.
La cosa straordinaria è che la redazione di Libero risulta essere a pochissima distanza dalla libreria in questione, come risulta da Google map:
Cosa ci sarebbe voluto al genio che ha pubblicato foto e commento, a chiedere prima una verifica? Poteva essere tutta uan bufala, potevo avere scattato la foto a un cartello attaccato al vetro della portafinestra sul balcone di casa mia, e averlo spacciato per vero (mi piacerebbe essere così maleficamente geniale, ma non lo sono...). Allora, un controllo, cosa costava? Magari, non so, si sarebbe potuta scattare una foto migliore della mia.
Magari invece si sarebbe scoperto che a distanza di un mese il cartello non era più presente e che si stava facendo rumore per nulla.
Poteva persino scapparci l'occasione di fare una domanda seria al libraio, tipo perché Fabio Volo sì e Bruno Vespa no? (sostituire Fabio Volo a piacimento, è il primo che io non vorrei trovare in libreria a essermi venuto in mente).
Invece niente.
Le conclusioni:
Insomma, se prima pensavo a Libero come a un luogo dove il giornalismo passa in secondo piano rispetto alla preparazione di pere cotte, ora ho la certezza matematica che da quelle parti si lavora a membro di cane. Ma anche il Corsera (del Giornale vorrei pure dimenticare l'esistenza), a dirla tutta, non è che ci faccia una figura migliore.
*Ora, forse la parola giornalismo non è la più adatta, entrando in questo post Libero e Il Giornale (anche se quest'ultimo sfiora l'argomento di striscio). Però le due testate sono regolarmente registrate, e non potendo utilizzare ancora epiteti più volgari per definirle, abbiate pazienza e rassegnatevi.
Tag: del giornalismo e di altri demon
La prima: se stavo meditando di passare da splinder a wordpress per incapacità di gestire gli ingrossamenti di bile dovuti alla perdita continua dei post non salvati, la possibilità di censura senza spiegazioni e senza un preavviso in qualunque momento mi fa decisamente preferire la perdita di qualche post o al limite l'utilizzo del copincolla dal blocco note. E me ne farò una ragione. La seconda: se anche un giorno avessi abbastanza fondi a disposizione per potermi permettere i suoi capi di abbigliamento, dubito che comprerò mai nulla della John Ashfield. E questo non è dovuto a cattiva pubblicità da parte di un qualunque blogger o dell'azienda stessa (che a me, delle campagne venute a membro di cane, me ne è sempre calato molto poco...), ma alla cattiva comunicazione di cui si è fatto carico prima quello che presumo essere un responsabile delle PR dell'azienda (ndr: Il responsabile è chi nella lettera linkata si firma John Ashfield. La lettera è solo ospitata nel blog su cui è visibile, e il 'tenutario' del blog, Roldano, non rappresenta in alcun modo l'azienda John Ashfield ma si limita a riportare un messaggio con l'autorizzazione dell'azienda in questione) e poi lo stesso proprietario del marchio. E se per pura coincidenza qualcuno volesse cercarmi per chiedere spiegazioni o revisioni del post, è pregato di cercarmi qui, nei messaggi privati di splinder o a questo indirizzo email: unosporcolavoro[at]yahoo.it. (Non sia mai che qualche genio della comunicazione decida di contattare direttamente splinder per chiedere la cancellazione di un post...) *per maggiori informazioni, leggere pure il post censurato a Sybelle e questi simpatici post, più tutti quelli che potete incontrare in rete in questi giorni.
Pubblicato da julka75 | Commenti (2)Tag: storie di ordinaria censura
Era un po' di tempo, per la verità, che non capitava uno di quei commenti ad minchiam sotto un post scritto anniluce fa. Per risvegliare il genio malefico dei miei commentatori anonimi si è dovuto scomodare addirittura quel mangiagatti impenitente di Bigazzi.
Però questo commento è bellissimo, sicuramente di una donna (non chiedetemi come faccio a saperlo: lo so e basta, e appena lo leggerete lo saprete anche voi con quella certezza che non si sa bene da dove arriva ma non necessita di prove) e come al solito fuori tema.
Si trova, infatti, sotto un post del 2008 intitolato Comunicazione di servizio, all'interno del quale è citato il Corso Rai-Script.
Ora, da mesi mi chiedevo come mai sotto alcuni post capitassero commenti fuori tema, per la maggior parte di lamentele nei confronti di enti, aziende e simili. Commenti contro Rete4 su post farciti di insulti all'indirizzo di Emilio Fede, lamentele contro il 111 che non passa per un'ora sotto un post dedicato alle malefatte dell'ATAC, e ora questo.
A parte la solita incapacità del commentatore di leggere il contenuto del post, doveva esserci un motivo razionale. Perchè tanta diabolica precisione non poteva essere casuale.
Ho cominciato a ipotizzare allora che google desse il mio Ufficio Reclami come primo risultato utile nella ricerca, e che da quel momento in poi il cervello dell'utente sprovveduto andasse in tilt e gli impedisse di leggere il post sotto cui si accingeva a commentare.
Così, quando pochi minuti fa mi sono trovata davanti l'ennesimo commento OT e soprattutto di una maleducazione urlante (il caps lock dovrebbe essere concesso in uso solo a chi dimostra di conoscere l'uso corretto delle maiuscole):
SONO SCONCERTATA DA QUELLO CHE HA DETTO BIGAZZI L'ALTRO GIORNO ALLA PROVA DEL CUOCO.ADESSO DICE CHE E' STATO FRAINTESO, MA NON E' STATO LUI CHE HA DETTO LASCIATE MACERARE LA CARNE DI GATTO 3 GIORNI E SARA' PIU' GUSTOSA? ADESSO VA DI MODA DIRE LE COSE E POI SMENTIRLE.SAPPI BIGAZZI CHE IO HO UN GATTO CHE E' 10000 VOLTE PIU' INTELLIGENTE DI TE.SE LA RAI LO RICHIAMERA' NON GUARDERO' PIU' LA PROVA DEL CUOCO E COME ME ALTRE 100 PERSONE.QUELLO CHE MI FA PIU' SCHIFO E CHE QUELL'ESSERE VIENE PAGATO CON I SOLDI DEI CITTADINI CHE PAGANO IL CANONE.E' MEGLIO PER VOI SE NON LO CHIAMATE PIU'.
(tanto per provare che non mi sto inventando nulla, lascio l'immagine del commento in moderazione:
ho deciso di fare un esperimento. Ho digitato 'uffiio reclami rai' sulla barra di google e...
BINGO!
Osservate questa immagine, magari ingrandendola (tasti CTRL e +. Ecco, bravi. Pure io l'ho imparato l'altro giorno):
Il post Comunicazione di servizio è il secondo risultato utile.
Ora.
Sulla incommensurabile stupidità della commentatrice maleducata sopravvolo.
Inutile spiegare per l'ennesima volta che non sono l'ufficio reclami della Rai e che scrivere sotto il mio post dove si parla di tutt'altro minacciando di non pagare più il canone se Bigazzi dovesse ricomparire nelle reti nazionali ha più o meno lo stesso effetto di una scorreggia in mezzo al mare, scusate il francesismo.
Però questo vizio degli utenti insoddisfatti potrebbe volgersi a mio favore. Quasi quasi propongo a tutte le aziende nominate nel blog di diventare il loro Ufficio Reclami per tutti i maleducati incapaci di trovare il canale giusto e bisognosi di sfoghi momentanei cui non daranno seguito.
Una specie di Benjamin Malaussène on-line, che quando il Grande Capo caga, è lui a puzzare. *
Potrebbe essere una risposta alla disoccupazione in tempo di crisi...
(e in onore di Benjamin Malaussène capro espiatorio di professione e del suo ideatore, da oggi il blog cambia il sottotitolo. Immaginatevi la battuta pronunciata con la voce di Claudio Bisio)
Nota: questo post somiglia terribilmente alla nota su Facebook Vita da blogger reloaded perché lo è, leggermente ampliata e con l'aggiunta di immagini. Chi ha già letto abbia pazienza. Non avrei mai potuto trovare un'altra immagine potente come la scorreggia in mezzo al mare, nemmeno a cercarla per anni...
Tag: ad minchiam
La prossima volta che arriva in sala un film in 3D, avvertite gentilmente gli spettatori portatori sani di astigmatismo o ipermetropia (o di entrambi, come nel mio caso) che potrebbero avere qualche difficoltà nella percezione del 3D. Lo dico perché ieri ho visto AVATAR, e all'uscita di sala ho scoperto che ero l'unica a non essere riuscita a capire che differenza ci fosse tra una normale pellicola e una pellicola in 3D. A parte l'effetto bruciato, che immagino fosse l'unico motivo per entrare in sala a vedere quello spottone ecologista e antimilitarista, mi ruga alquanto aver pagato 10 euro per un film che con una corretta informazione avrei potuto sicuramente fruire a prezzo inferiore in un normale mercoledì con sconto annesso. E chiariamo che non è questione di soldi, dato che il biglietto mi è stato pagato da altri. È una questioen di principio: ho pagato per qualcosa che non avrei potuto vedere per limiti del bulbo oculare, ma nessuno ha provveduto a informarmi preventivamente o con un'informazione capillare. (a proposito, se qualche astigmatico e ipermetrope non avesse ancora visto AVATAR e volesse vederlo per forza in 3D, pare che esistano degli occhiali enormi, molto pesanti, che coprono tutto lo specchio dell'occhio. Però al Maestoso non ve li passano...)
Pubblicato da julka75 | CommentiTag: comunicazione di servizio
(sembra il titolo di un romanzo di Dumas padre...)
Neve su San Giovanni Bosco
Tag: la nevicata del 2010
É una settimana, quasi, che leggo i commenti sotto questo post dove si racconta che Barbie, in quel di Cagliari, è assurta (col patrocinio del Comune) a simbolo di emancipazione femminile, e in quanto tale si sta per meritare tre giorni di festeggiamenti. Bom. Al solo sentir definire la Barbie un simbolo di emancipazione femminile, ho cominciato a rotolarmi dalle risate, e ogni volta che immagino la Barbie Suffragetta le risate ricominciano, costringendomi al recupero di un calmante, giusto per risparmiarmi le convulsioni. Sarà che io, alla Barbie, ho dovuto giocarci. Quando sei femmina, nata nel '75, con una cugina femmina più o meno coetanea e un fratello sullo stile del mio, che non giocava a calcio nemmeno sotto tortura e che anche se ci avesse giocato avrebbe evitato accuratamente di lasciarmi prendere a calci il suo pallone o di correre sullo stesso campo dove correva anche lui, devi per forza giocare, con le Barbie. Pure se dopo dieci minuti passati a fare l'unica cosa possibile con una Barbie, ossia cambiarle un vestito o un paio di scarpe dopo l'altro, ti sei fatta due palle. Oh, perché la Barbie, si sa, come unico interesse nella vita ha l'uscita con Ken per una bella cenetta romatica... Che poi, di Ken non c'era l'ombra né a casa mia né a casa di mia cugina, e quindi ci si doveva accontentare del Big Jim rubato a suo fratello (anche qui, i Big Jim di mio fratello non si potevano toccare), una specie di Rambo per bambini che a uscire con Barbie, se non ci rimetteva la mascolinità come capitava al povero Ken sempre oscurato dalla figaggine costruita a tavolino della sua donna, si sentiva però in eterno imbarazzo per quei venti centimetri in meno evidenti a chiunque a parte la Mattel. Non lo so perché, dalle parti della Mattel non ci hanno pensato, a un certo punto, che forse un Big Jim dotato di venti centimetri in più avrebbe potuto essere un cavaliere altrettanto valido per Barbie. Anzi, secondo me avrebbe vinto ai punti. Certo, una Barbie che ha una relazione con il Big Jim poi avrebbe dovuto adattarsi e cominciare a smettere di fare la donna da lounge bar e si sarebbe dovuta adeguare alla vita avventurosa del suo uomo. L'unica alternativa possibile sarebbe stata rimanere a casa, a pagare i conti con i soldi del proprio uomo, e cercarsi un amante. E a passare da una festa all'altra, probabilmente, Barbie avrebbe finito per incontrare il solito Ken. Che però in questo caso sarebbe stato l'amante. Troppo diseducativo. I tempi non erano maturi. Bisognava aspettare la Barbie Lolita, che esce con uomini più grandi di lei per ottenere un posto come parlamentare UE. E in effetti l'UE allora non c'era. Poi, voglio dire, le mamme come la mia, che mi comprava pure la Barbie principessa o la Barbie sposa, come l'avrebbero preso, l'avallo delle abitudini da donnaccia in una bambola che mettevano nelle mani delle proprie figlie? Alle donne come mia madre non piacevano nemmeno le lotte femministe... No, i tempi non erano decisamente abbastanza maturi. E allora si può sapere perché la Barbie, che si è potuta permettere solo un eterno fidanzato con le capacità di un mollusco (e che a dire il vero non siè mai capito con quale lavoro avrebbe potuto mai mantenerla... Qualcuno sa cosa facesse Ken? Barbie, si sa. Comprava e cambiava vestiti a una velocità da far impallidire una sfilata di Roberto Cavalli. Ma Ken?) o al massimo qualche uscita mai ufficialmente riconosciuta a livello planetario con il Big Jim che condivideva con lei la scatola dei giochi dovrebbe essere un esempio di emancipazione femminile? C'è stata una Barbie prima donna sulla Luna? O una Barbie prima candidata, non dico repubblicana, ma almeno democratica (in Italia al massimo poteva esserci una Barbie Ministro per le Pari Opportunità, e visti i risultati reali avrebbe fatto danni peggiori...)? Una Barbie rettrice di Yale? O almeno studentessa di Harvard... Al limite una Barbie avvocato, sarebbe bastata. Anche se una Barbie avvocato, in effetti, è esistita. Così veniva definita Georgia, la moglie di Bill, nel telefilm Ally McBeal. Barbie, perché Courtney Thorne-Smith, almeno in quella serie, faceva esattamente la parte della donna figa, nonostante la laurea in giurisprudenza. E come vuole lo stereotipo, nonostante la sua laurea lei doveva essere troppo figa per essere anche intelligente. Quindi. Barbie. Ora, stiamo parlando di una serie dove le donne sono donne e sono pure in grado di farsi valere in ambito lavorativo. E la definizione Barbie non stava esattamente a significare 'donna emancipata'. Quindi Georgia era giustamente risentita. Come si risentono giustamente tutte le donne che vengono definite Barbie. Perché Barbie nell'immaginario collettivo significa 'donna bella ma scema, frivola, oca' e quant'altro si possa utilizzare per denigrare l'intelligenza di una donna. Non che qui si voglia fare il panegirico del femminismo, eh, perché a me del femminismo non m'è mai importata una beata fava. Anzi, sono ben conscia che spesso si incontrano donne ben contente di lasciarsi esibire in giro per feste, occasioni ufficiali, e quant'altro. Magari sono persino in grado di mantenere un certo contegno in società, di ridere al momento giusto, e di far fare meravigliose figure all'uomo che le esibisce. I modi di fare le Barbie, col tempo, si sono evoluti. Contente loro, contenta pure io, che mi posso divertire alle loro spalle. O incazzarmi, quando è il caso. Però non prendiamoci in giro. Una Barbie, per l'immaginario collettivo, non è un simbolo di emancipazione femminile. Resta il suo esatto opposto. Quindi, se proprio c'è bisogno di festeggiare la Barbie, piantiamola di entrare in un campo dove lei non ha mai messo nemmeno per sbaglio le dita dei piedi sempre pronti per indossare un tacco 12. I simboli di emancipazione femminile sono ben altri. E oserei dire 'perfortuna'.
Pubblicato da julka75 | Commenti (2)Tag: emancipazione femminile
Ho un po' da fare, in questi giorni: forse riesco a finire il soggetto in tempo per il Solinas 2010 anziché per il 2011, il che significa che ho finalmente capito chi è il protagonista e cosa succede nel secondo atto. Il terzo, come in tutte le gestazioni che si rispettino, è già abbastanza chiaro. Va da sé che non ho il tempo di postare qui sopra. Quindi, per evitare quei noiosi tempi morti tra un post e l'altro, ogni tanto pubblicherò qualche foto racimolata qua e là. Se trovate gli autori (signora mia, che maleducazione c'è in rete!) comunicatemeli, che provvedo a citarli. Mica mi chiamo Barbareschi.
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