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Prima Londra e poi Milano. Ci si rivede tra dieci giorni. Credo.
Pubblicato da julka75 | CommentiTag: comunicazione di servizio
Sarà che per due settimane sono stata in mezzo a persone che non avevano nulla a che vedere con l'Italia, di quelle che la leggono dall'estero e si chiedono se siamo un Paese vero e se il nostro PdC è reale o se è una candid camera. Però, a parte le cose che mi mancano di solito quando sono all'estero (cucina italiana, internet 24 ore su 24 perché dalla mia stanza non ci si connetteva, amici vari con cui uscire, i miei libri, capacità di spiegarmi in pieno, anche se in questo caso direi che è stato meno complicato che in altri, e questa volta il Correttore di Blogze, assente giustificato), in queste due settimane a Barcellona sono stata ben contenta di non sentire quasi parlare delle notizie che arrivavano dalla penisola. Sì, so bene o male cosa è capitato. Ma una cosa è esserci immersa 24 ore su 24, e un'altra è sentire la notizia per cinque minuti e poi dimenticartene per tutto il resto della giornata perché devi fare gli esercizi di spagnolo o perché ti ritrovi davanti la Casa Milà e decidi di entrare. Insomma, sai sempre chi sei e da dove vieni, ma sei in grado di metterti in stand-by per un po' senza conseguenze psicofisiche. E la cosa ti fa bene alla salute. Con conseguenze quasi nefaste, però, quando torni e ti accorgi che mentre eri via il mondo in Italia ha continuato il suo graduale cammino verso il baratro che stava percorrendo. Un po' ci speri, quando stacchi per un paio di settimane, che le cose migliorino, e che mentre non ci sei e non guardi arrivi un tornado a spazzare via tutto quello che non va, o che più semplicemente aumenti la percentuale di persone con un po' di sale in zucca. Io ho sperato anche in un attacco cylone circoscritto, che toccasse solo il territorio a sud delel Alpi... Niente. Queste cose non succedono mai. Comunque le mie vacanze non sono ancora finite: mercoledì parto e torno lunedì. Dite che come preavviso è troppo poco, per rivoltare il Paese da cima a fondo? Vabbè. Mi accontenterei di veder sparire qualcuno. Se mi scrivete in privato vi mando la lista delle priorità...
Pubblicato da julka75 | CommentiTag: tecniche di sopravvivenza umana
(quello che segue è il racconto che sarà pubblicato nella seconda parte del numero di MRS dedicato al gioco) Quando gli Alleati entrarono in Roma Il 4 giugno 1944 gli Alleati entravano a Roma, dopo mesi di attesa inutile ad Anzio. Prima di entrare nella Capitale, si assicurarono che i tedeschi se ne fossero andati. Poi si fecero vivi passando per la via Appia. Nel primo pomeriggio del 5 giugno la famiglia di Paolino usciva dalla sua casa in Via Monza, si faceva una passeggiata per via Taranto e giungeva a via Urbino, parallela dell’ Appia, quella nuova, per una visita di cortesia agli zii. Era un’abitudine rimasta in piedi, quella di recarsi a trovare i parenti, persino negli anni di guerra. Ed era abitudine andarci a piedi, un po’ perché erano quattro passi, e molto perché durante la guerra, ma neppure prima a dire il vero, di automobili ce n’erano poche, di solito in dotazione agli ufficiali tedeschi, ai gerarchi fascisti e alle famiglie molto ricche come quella degli zii. Alle famiglie molto povere come quella di Paolino, l’automobile era preclusa. A dire il vero il bambino, approfittando della giovane età e del suo stato di nipote, si era fatto scarrozzare dallo zio prima della guerra, divertendosi un mondo. Ora l’auto non c’era più, per motivi che non aveva mai chiesto e che comunque, data la sua giovane età, non gli avrebbero mai spiegato. Ma in mancanza di quella non poteva certo dire di annoiarsi. Anzi. Tra giochi militari imparati in dodici anni di regime fascista e finalmente messi in atto, bombardamenti e via dicendo l’automobile era l’ultimo dei suoi pensieri. Paolino era stato Figlio della Lupa e se non fosse scoppiata la guerra di sicuro avrebbe avuto anche lui la sua bella divisa da Balilla. Ma vuoi mettere la guerra e le bombe che esplodono, l’oscuramento, i soldati, le divise autentiche e il vecchio del quinto piano che ti dice di portare foglietti da qualche parte, ‘ma nun glielo dì a tu’ madre’? Era meglio di qualunque cosa. E i giochi pensati insieme al cugino Augusto ne avevano guadagnato. Anche adesso che andavano tutti insieme, mamma, nonna e fratello minore (papà non c’era, come al solito) in visita di cortesia agli zii, Paolino camminava concentrato sui giochi nuovi che avrebbe comportato l’ingresso a Roma degli Alleati. Lui voleva fare il tedesco. Gli Alleati, soprattutto quelli americani, gli sembravano dei babbei. Avrebbe costretto Augusto a fare l’americano, sì. Mentre preparava il suo gioco, il portone degli zii si presentava ai suoi occhi. Il portone degli zii si faceva per dire: la loro famiglia viveva in un palazzo, esattamente come Paolino e la sua famiglia. Le uniche differenze erano l’ascensore (un affare di legno abbastanza instabile, su cui la nonna si rifiutava di salire, e quindi, per rispetto, tutti quanti evitavano, facendosi i 4 piani di rampe quadruple a piedi) e il fatto che a casa di Paolino si dormiva tutti nella stessa stanza, incluso nonno, che però non poteva alzarsi dal letto, e nonna. A casa di Augusto al massimo si dormiva in tre per stanza, e i nonni non c’erano, perché se stavano da Paolino, come facevano a stare anche a casa di Augusto? Mamma entrò nel portone. Salirono tutti in fila le scale e in mezzo al fiatone proveniente dalle due persone adulte, bussarono alla porta. Venne ad aprire la zia. Ora, a Paolino la zia non piaceva molto. Aveva sempre un’aria alla io so’ io e voi nun siete un cazzo (erano parole del nonno, che arrivava da Napoli ma dei modi romani aveva imparato quello che serviva…) e la sottolineava con vestiti sempre curati, che cambiava di continuo nonostante la guerra e l’impossibilità di trovare qualunque cibo, figuriamoci la stoffa pregiata… Mamma diceva che la zia non aveva vestiti nuovi, ma che metteva a rotazione quelli che affollavano il suo guardaroba, di modo che nessuno si accorgesse che anche a casa sua erano state necessarie ristrettezze economiche. Paolino sapeva cos’erano le ristrettezze economiche, glielo spiegavano un giorno sì e l’altro pure da quando aveva 4 anni, con la raccomandazione di non sentirsi mai inferiore (che cosa significava?) perché loro erano poveri ma onesti e non c’era nulla di cui vergognarsi. Quello che non riusciva a capire era perché, quando mamma diceva che anche la zia era in ristrettezze economiche, la sua aria era contenta come se la zia dovesse vergognarsi di qualcosa. Però quel pomeriggio la zia aveva un’aria diversa. Anzitutto indossava lo stesso vestito della settimana precedente, e lo notarono tutti. La mamma e la nonna si erano lanciate uno sguardo eloquente. Inoltre si scusò, perché avrebbero trovato un po’ di disordine. Il fatto era che c’erano stati ospiti inattesi, e così… Alle scuse tutta la famiglia tacque. Era decisamente un fatto nuovo. Come era nuova la faccia della zia, che lungi dall’ io so io e voi nun siete un cazzo, sembrava piuttosto spaventata. Non ebbero nemmeno il tempo di fare domande: la padrona di casa si voltò e fece strada nel salotto. La zia, infatti, aveva anche il salotto, una mancanza di cui la mamma si lamentava. Però si lamentava pure delle pulizie che doveva fare in casa, e Paolino si chiedeva perché si lamentava tanto quando aveva una stanza in meno da pulire. E a dirla tutta, tenere il salotto come lo teneva la zia sarebbe stato un lavoro a tempo pieno, che una donna sempre sola perché il marito si faceva vivo solo quando doveva portare lo stipendio (quando smontava dal lavoro, o prima di cominciare i suoi turni di tranviere, papà trascorreva tutto il suo tempo in compagnia dell’amico Oreste, a farsi fregare da qualcuno che prometteva un buon affare o impegnato in sedute spiritiche in cui sosteneva di essere in contatto nientemeno che con Ettore Petrolini… Il tutto cercando di rispettare il coprifuoco. Insomma non c’era mai) e con due figli più genitori a carico non avrebbe potuto compiere da sola. Forse perché il lavoro era troppo pure per la zia, fino a un paio d’anni prima una ragazza le dava una mano con le pulizie tutti i pomeriggi. Paolino aveva capito che dire alla mamma di trovare anche lei un aiuto per le pulizie gli avrebbe procurato un ceffone e che la sua mancanza doveva avere a che fare con le loro ristrettezze economiche, così evitò sempre la domanda. Era sveglio, Paolino. Così sveglio che si accorse subito di quello che non andava nel salotto. Anzitutto, sul pavimento c’erano resti di vetri, provenienti dalle finestre divelte. Era giugno e faceva caldo, quindi la mancanza dei vetri non provocava grandi fastidi. Più snervante era invece lo spettacolo delle ceramiche del servizio buono, che la zia si ostinava a tenere nella credenza, lucide e in bella vista nonostante i pericoli dei bombardamenti, ormai ridotte a cocci inutilizzabili. Inoltre, il salotto era occupato. Al tavolo c’era lo zio con un soldato seduto e un altro in piedi, di fianco alla finestra, e la bottiglia della grappa che Paolino e Augusto non potevano toccare, insieme a tre bicchieri. La zia, dopo aver accolto madre e sorella, comincio a portare questo, quello e quell’altro in giro per casa, come faceva ogni volta che arrivavano ospiti, mentre di tanto in tanto lanciava occhiate tristi ai cadaveri dei suoi poveri piatti… Paolino riconobbe subito le divise dei due soldati: le aveva viste in un giornale per ragazzi che Augusto comprava tutte le settimane e gli passava quando finiva di leggerlo. A casa di zia c’erano due soldati americani! E Augusto, seduto su una sedia, giocava con un casco, tutto concentrato. Se lo studiava bene, dalla forma al cinturino di pelle che serviva a chiuderlo sotto il mento. Paolino, sganciandosi dal controllo della mamma, si avvicinò al cugino e si sedette, guardando il casco ammirato, ma anche incuriosito. Che stava succedendo? Succedere, si seppe poi, non stava succedendo più nulla. Era già accaduto. Durante la mattinata, subito dopo l’ingresso a Roma degli Alleati, c’erano state scaramucce tra l’esercito tedesco e quello alleato. Gli Alleati temevano l’eventualità di trovarsi davanti pattuglie nemiche che non avevano recepito l’ordine di lasciare Roma, e si erano preparate all’eventualità di dover rispondere al fuoco. Fu così che un drappello di soldati di cui facevano parte i due ospiti della zia andò in avanscoperta sull’Appia Nuova, si ritrovò in via Urbino e vide in un palazzo un’ombra sospetta. Che iniziò a sparare. Il drappello a quel punto si rifugiò nel portone degli zii, mentre dal palazzo di fronte cominciarono a partire altri colpi. Era chiaro che si trattava di soldati tedeschi. E così, proprio tra le finestre del palazzo di Augusto e quelle del palazzo di fronte, cominciarono a volare colpi di Garand M1, in risposta ai Mauser nemici. Nel contempo, i soldati alleati bussarono alle porte degli inquilini, che li fecero entrare senza protestare (anche se poi si seppe che la zia, tanto per non smentirsi, aveva tentato di discutere con uno di questi, fino a quando lo zio, uomo in grado di capire quando è il momento di desistere, non l’aveva trascinata in casa facendo spazio ai soldati alleati), per appostarsi alle finestre e controbattere colpo su colpo all’esercito nemico. Questa azione liberatrice aveva procurato collassi agli anziani, spaventi alle mamme, preoccupazione nei padri e divertimento nei bambini in età scolare, come Augusto. Per non parlare dei vetri rotti, dei mobili scheggiati quando non distrutti e dei piatti distrutti. Fortunatamente, gli unici periti sul campo che si contarono a fine sparatoria furono i soldati dei rispettivi eserciti. Ma al recupero dei corpi si ebbe la sorpresa più grande. Era accaduto che nel palazzo di fronte, ignaro dell’iniziativa americana, un drappello di soldati polacchi si era fatto strada tra le famiglie nello stesso modo degli ospiti della zia, alla ricerca di soldati nemici. E per un qui pro quo, anche dalla parte opposta si era creduto di trovarsi davanti a soldati nemici. Credenza supportata, peraltro, dai colpi di semiautomatica sparati contro le finestre. Ora, i soldati polacchi fin dall’inizio della guerra si erano arruolati come volontari nell’esercito inglese (e ne avevano ben donde: in fondo era la Polonia, ad essere stata invasa il 1 settembre 1939 dalla Wermacht…) Quindi la sparatoria che ebbe luogo fu, in definitiva, una sparatoria tra alleati. E i colpi sparati dal palazzo opposto, anziché provenire dai Mauser, erano gli stessi identici colpi di Garand M1 esplosi dai soldati americani. Nessuno però se ne rese conto fino al momento di contare e recuperare i caduti. Questo era accaduto a casa di un Augusto visibilmente eccitato e poco preoccupato per i vetri rotti e le stoviglie distrutte, che si impegnava nel racconto al cuginetto Paolino. E Paolino? Rodeva di invidia. Letteralmente. Si ricordò improvvisamente della stupidità con cui aveva implorato la mamma, il mattino, di non andare a trovare la zia immediatamente. Aveva da ritagliare le figurine del giornale. Le figurine del giornale! Suo cugino era in mezzo a una vera e propria battaglia, e lui a casa a tagliare figurine inutili… Con l’aria mogia, guardò gli adulti che ormai erano pacifici e tranquilli, tutti seduti, eccezion fatta per la zia, intorno al tavolo ad ascoltare l’italiano stentato e inframmezzato di parole incomprensibili pronunciate dal soldato seduto. Gli adulti ridevano a ogni risata del soldato, un po’ per cortesia e molto per paura che si offendessero e riprendessero in mano le semiautomatiche, stavolta per rivolgerle contro di loro. Il soldato in piedi non rideva e guardava Paolino, sempre più mogio. Si avvicinò e gli porse un rettangolo incartato. Paolino, dimenticando la sua delusione, prese il rettangolo e lo scartò: c’era una tavoletta di cioccolato. Fu così che Paolino scoprì che il cioccolato in dotazione alle forze americane era fondente. E pure buono… Il cugino Augusto, ormai stanco di studiare l’elmetto, guardò Paolino e la sua bocca sporca di cioccolata. – Che, me ne dai un pezzetto? Paolino, a bocca piena: – L’ha data a me. Te magnate quello – indicando l’elmetto che ormai giaceva dimenticato su un bracciolo del divano. Il 6 giugno sul quotidiano locale non si trovò traccia della sparatoria tra soldati alleati. Ma in fondo alla prima pagina, in un trafiletto, un titolo recitava ‘Primi scontri tra Alleati ed esercito tedesco’. Sotto si poteva leggere un articoletto di poche righe che decantava ‘la mirabile impresa dei liberatori, i quali con sprezzo del pericolo avevano sgominato un’intera guarnigione di invasori tedeschi’.
Pubblicato da julka75 | CommentiTag: racconti, mondo rosa shokking
Per un paio di settimane sarò qui. Non so con quanta frequenza aggiornerò il blog, e a dire il vero non preoccuparmi per un paio di settimane di Berlusconi e dei presunti complotti plutogiudaicomarxisti orditi contro di lui, Marrazzo e la sua autosospensione, il nuovo segretario del PD che non sarà sicuramente Napo Orso Capo, il rinato amore per il posto fisso, i 100 autori e le cazzate di Barbareschi, la bruttezza delle opere prime del cinema italiano rispetto a Brotherhood che ha vinto la Festa del Cinema di Roma... ecco, non preoccuparmi di tutte queste cose sarà sicuramente riposante. Quindi mando tutti romanescamente* affanculo. Non preoccupatevi, nel posto dove vi sto mandando per due settimane ci tornerò pure io fin troppo presto. Poi magari il coraggio di mandarvi sul serio affanculo non ce l'ho, e mi connetto lo stesso... Ma le soddisfazioni nella vita sono così rare che ogni tanto una me la devo togliere. Mentre non ci sono vedete di non farmi trovare altri scandali a sfondo sessuale. Anzi, se vi riesce trovate il modo di cacciare Feltri a pedate da qualunque luogo che preveda la stampa di un quotidiano... * potevo dirvi di peggio: potevo mandare a morire ammazzati, a voi e a chi vi segue...
Pubblicato da julka75 | CommentiTag: comunicazione di servizio
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Tag: leader perfetti
Io mi sto ancora rotolando... Si ringraziano vivamente i geni del male che l'hanno ideato e i loro divulgatori su tumbrl.
Io ho già difficoltà a sentirmi Rosy Bindi... Poi non è cattiveria, ma i calzini azzurri mi stanno un po' sul culo. Dell'essere farabutti ho già parlato (male) qui. Non potreste chiedere di scendere in piazza con molotov, bombe a mano, al limite forconi o anche mattarelli, che se non ce l'ho, quello, sono in grado di procurarmelo?
Pubblicato da julka75 | Commenti (2)Tag: che bella sinistra
Repubblica. L'Unità. El Paìs. Qualcuno che non ricordo (se viene in mente a voi fatemelo sapere...) Adesso è la volta del Times. Ma non è che le denunce del governo Berlusconi in realtà stanno diventando un motivo di orgoglio democratico e le testate estere se le mettono all'occhiello a mo' di onorificenza, tipo Legion D'Onore? Io, a essere sincera, lo farei...
Pubblicato da julka75 | Commenti (1)Tag: lei non sa chi sono io, berlusconi iv
(si ringraziano vivamente loro due) Quello che segue è il testo dell’intervento di Giacomo Matteotti pronunciato alla Camera il 10 marzo 1921 sulle violenze fasciste nel Polesine. Due giorni dopo il deputato socialista subì la prima di una lunga serie di aggressioni squadriste fino al rapimento e all’assassinio avvenuto il 10 giugno 1924. Nel cuore della notte, mentre i galantuomini sono nelle loro case a dormire, arrivano i camion di fascisti nei paeselli, nelle campagne, nelle frazioni composte da poche centinaia di abitanti, arrivano accompagnati naturalmente dai capi della Agraria locale, sempre guidati da essi, poiché altrimenti non sarebbe possibile conoscere nell’oscurità in mezzo alla campagna sperduta la casetta del capolega o il piccolo miserello ufficio di collocamento. Si presentano davanti a una casetta e si sente l’ordine: circondate la casa. Sono venti, sono cento persone armate di fucili e di rivoltelle. Si chiama il capolega e gli si intima di discendere. Se il capolega non discende gli si dice: se non scendi ti bruciamo la casa, tua moglie, i tuoi figlioli. Il capolega discende, se apre la porta lo pigliano, lo legano, lo portano sui camion, gli fanno passare le torture più inenarrabili, fingendo di ammazzarlo, di annegarlo, poi lo abbandonano in mezzo alla campagna, nudo, legato ad un albero! Se il capolega è un uomo di fegato e non apre e adopera le armi per la sua difesa, allora è l’assassinio immediato che si consuma nel cuore della notte, cento contro uno. Questo è il sistema nel Polesine. A Salara (i fatti sono consacrati tutti negli stessi rapporti all’autorità) a Salara un disgraziato operaio di notte sente bussare alla porta. Chi è? domanda. Amici! gli si risponde. Apre e si accorge di aver davanti una banda di armati. Tenta di rinchiudere la porta; ma glielo impediscono con un piede, e attraverso la fessura venti colpi di fucile e di rivoltella lo distendono cadavere. A Pettorazza il capolega sente battere alla sua casa di notte, sempre di notte. Gli si dice che è la forza pubblica. Il disgraziato crede, apre. Lo prendono, lo legano, lo bastonano, lo trascinano per tutta la provincia di Padova, esponendolo al ludibrio di tutti, fino a che lo abbandonano in mezzo a una strada. Quel disgraziato ritorna a casa, denuncia il fatto, e il brigadiere dei carabinieri lo arresta! A Pincara, piccolo paese in mezzo alla campagna, a mezzanotte arriva il camion davanti all’ufficio di collocamento, una miserabile bicocca, una stanzetta. Non c’è nessuno dentro, ma per assicurarsene i fascisti sparano a mitragli, di cui si riscontrano tracce sul muro. Non c’è nessuno; allora fuori la benzina, e si brucia tutto. Poi vanno alla casa del sindaco, sempre dopo mezzanotte, non lo trovano per puro caso. La moglie è all’ospedale, la figlioletta dice: mio padre non c’è. Non ci credono, lo vanno ricercando nei piccoli ripostigli, non lo trovano. Ma intanto una vittima la vogliono, e vanno più in là, nella campagna deserta, alla casa del capolega che dorme. Circondano la casa. Duecento colpi di moschetto e di revolver punteggiano i muri della casupola da ogni lato. Il disgraziato scende e difende col petto l’ingresso della sua casa; 50 colpi crivellano la porta ed egli è ucciso nella sua casa. (Commenti!). Quando il disgraziato difensore della casa è caduto con due colpi dentro il petto, dietro la porta che difendeva, e la moglie lo sorregge fra le braccia, entrano (io sono stato a vedere la casa e ne ho riportata un impressione tremenda), entrano dentro inveendo, s’assicurano che il morto sia veramente morto e scuotono violentemente il figlioletto, che colle sue grida denunziava sulla strada nella notte l’assassinio del padre. Egli ne porta sulle braccia ancora il segno malvagio! (Commenti!). Ad Adria, pochi giorni or sono, è avvenuto un incidente fra un fascista ed un facchino. Il facchino fu ucciso dal fascista. Sarebbe dovuto bastare. Ma invece nella notte seguente arrivano ancora i camion, perché i fascisti non erano paghi di aver ammazzato un uomo solo. E vanno dopo l’una di notte alla casa del segretario della sezione socialista, lo prendono, lo legano, lo portano sull’Adige, fingono di immergerlo nel fiume o di legarlo coi piedi dietro il camion, e poi lo abbandonano legato a un palo telegrafico in provincia di Padova! E il Corriere del Polesine , l’organo degli agrari, ha il coraggio di far l’esaltazione di questo fatto selvaggio e vergognoso! Poi, sempre nella stessa notte, mentre, naturalmente, i carabinieri dormono (poiché la sottoprefettura era stata preavvisata nella giornata di spedizione fascista e quind la consegna era di russare), mentre i carabinieri dormono, la stessa banda armata si presenta alla casa del presidente della Depurazione provinciale di Rovigo. Battono alla porta di casa. Chi è? La forza, rispondono. Perché, avviene anche che molti della masnada sono vestiti in divisa, quando anche alle loro gesta non partecipano, come a Lendinara, tenenti del regio esercito addetto alla requisizione. Battono, dunque, dicendo che è la forza pubblica. Nelle disgraziate campagne del Polesine ormai si sa che quando si batte alla porta di casa, e si dice che è la forza pubblica, è la condanna a morte. (Commenti!). Quindi alla casa del presidente della Depurazione non si apre. Tentano di forzare la porta, non riescono , saltano dal poggiuolo, lo forzano. Il disgraziato vuole difendersi con la rivoltella, ma la moglie e la madre lo dissuadono, lo inducono a fuggire. I colpi di rivoltella lo inseguono quasi nudo per strada. Egli va alla caserma dei carabinieri, ma essi tardano un’ora ad andare, perché i carabinieri non ci sono per metter in galera i delinquenti, che vanno ad assalire le case di notte. E intanto la masnada penetra nella casa: prende le donne, la moglie, la madre del disgraziato e colla rivoltella in pugno vogliono che indicano dove è nascosto. E continua così la storia; ma nessuno viene, nessuno è scoperto, nessuno sa chi siano i delinquenti. Nella stessa via, una viuzza di Adria, abitano gli agenti investigativi: tutta la strada è a rumore, tutti gridano per quello che sta avvenendo; ma gli agenti investigativi non sentono nulla e non si fanno vedere. (Commenti) - (Apostrofi dell’estrema sinistra verso il banco del Governo). Notte per notte, giorno per giorno, sono cos’ incendi ed assassini che si commettono. Leggo oggi sul Corriere del Polesine, l’organo degli agrari, che la Casa del popolo di Gavello è stata bruciata; e non si dice nemmeno il perché; perché da parte nostra per lo meno da parte dei nostri organismi responsabili, non vi è stata mai nessuna provocazione. L’ordine della Camera del lavoro è di non fare nessuna provocazione. L’ordine p: di restate nelle vostre case: non rispondere alle provocazioni. Anche il silenzio, anche la viltà sono talvolta eroici. Questo è l’ordine; ma, malgrado questo, si bruciano le Case del popolo. E allora non è più lotta politica, non è più protesta, non è più reazione. Qui si tratta di un assalto, di una organizzazione di brigantaggio. Non è più lotta politica; è barbarie; è medioevo. Dobbiamo noi combattere la lotta politica in questa maniera? Siamo anche noi autorizzati a metterci su questo terreno? Ma vi levaste allora almeno di mezzo, voi del Governo e ci lasciaste combattere con dignità e parità di condizioni. E noi sapremo mettere a posto i briganti. Il vostro intervento a favore dei briganti. Ricordate: gli anni scorsi, ed anche quest’anno, quando l’Emilia era in fiamme per la lotta economica, la provincia di Rovigo taceva. Quando nello stesso Veneto, nella provincia di Padova, che per anni non si era mai mossa, succedevano episodi di violenza contro gli agrari verso cui si agiva violentemente per obbligarli a firmare, la provincia di Rovigo taceva. Vi furono mesi di discussioni, 3 mesi di lotta agraria, 3 mesi di sciopero, ma con incidenti minimi, trascurabili. Se avvennero, furono episodi di violenza improvvisi, imprevisti, di folle incoscienti. Ma da parte nostra è venuta allora sempre la deplorazione, la sconfessione. Oggi invece dalla parte avversaria vi è la glorificazione dell’assassinio. Questa è la differenza! Vi sono stati, anche da parte dei nostri atti di follia. Un atto di violenza fu commesso a danno di un cattolico partigiano dell’onorevole Merlin. Ebbene, noi lo abbiamo deplorato, lo abbiamo condannato. Non abbiamo mai fatta l’apologia di coloro che avevano commesso questi atti. E oggi l’assassinio premeditato e organizzato è la ricompensa di quel nostro atteggiamento. Nel Polesine sono sempre state sconosciute le taglie che sono state ricordate alla Camera. I boicottaggi si contano sulle dita: e sempre nei paesi ultimi organizzati, e meno bene organizzati. Ma lo può riconoscere l’onorevole Merlin, dove sono avvenuti, noi ci siamo interessati di farli cessare. Non disconosciamo dunque che errori siano stati commessi dalle nostre folle, erano da troppo poco tempo educate e venivano dalla guerra. Ma ci siamo sempre interposti e abbiamo sempre cercato di educarle. Nel Polesine non vi furono offese al patriottismo. I nostri contadini non hanno disertato, non hanno avuto bisogno dei decreti di amnistia… I nostri contadini sono andati tutti al fronte, hanno combattuto, sono morti, son tornati mutilati e feriti. Se qualcuno si è imboscato, se qualcuno non ha combattuto, questi appartiene agli agrari che in massa hanno ottenuto l’esonero. (Applausi all’estrema sinistra). E gli agrari del Polesine non sono stati mai patrioti, neanche durante la guerra, perché nei conversari loro erano più contrari alla guerra che non lo fossimo noi socialisti. E allora perché tutto questo? Il perché c’è e lo ha confessato lo stesso onorevole Corradini: è la lotta agraria. Il 28 febbraio scadevano i vecchi patti. Le nostre organizzazioni proposero che si continuassero i vecchi patti fino alla ripresa delle trattative. Gli agrari non vollero accettare. Essi volevano rompere i patti perché volevano rompere le organizzazioni proletarie. E hanno affermato pubblicamente che per rompere le organizzazioni non disdegneranno, se occorrerà di abbandonare le terre, di lasciarle perfettamente incolte. Hanno detto che non faranno le semine per non compromettere le loro borse. (Commenti all’estrema sinistra - Vivaci apostrofi). Gli agrari minacciano così l’abbandono delle terre, delle culture, se i contadini non accettano di abbandonare la mano d’opera in balia dei padroni stroncando i loro uffici di collocamento. Essenzialmente a questo si mira, perché non si fanno questioni di salario, ma si pone in questione soltanto l’esistenza delle organizzazioni proletarie. E del resto l’onorevole Corradini lo ha riconosciuto. Si è giunti perfino a questo: che mentre i patti liberamente sottoscritti per le valli giungevano fino al 29 agosto di quest’anno, gli agrari li hanno stracciati e hanno mandato a casa i lavoratori. Lo stesso sottosegretario di Stato all’interno l’ha detto e deplorato poco fa. Ora per l’assassinio di Salara sono stati arrestati i figli degli agrari locali, ma soltanto perché si è trovato una volta tanto un ufficiale che ha fatto il suo dovere. chi conduce le bande a Lendinara? Gli agrari. A chi appartengono i camion per le spedizioni? Agli agrari. Nessun camion, onorevole Corradini, è stato dalla forza pubblica arrestato nel Polesine. Eppure i camion che circolano armati si sa quali sono, appartengono agli agrari, alle bonifiche, agli industriali, quando non sono quelli stessi della Commissione di requisizione cereali. Le organizzazioni degli agrari sono divenute organizzazioni di delinquenza. Quando voi avete ordinata la consegna delle armi, camion pieni di armi sono giunti dal Ferrarese e le armi sono state depositate nelle case degli agrari. E quando una volta si minacciarono dai fascisti disordini contro il municipio di Ficarolo e ci fu eccezionalmente un agente dell’ordine che avvertì il campo degli agrari che egli ne sarebbe stato responsabile quel giorno nulla avvenne, perché quando le autorità vogliono, ottengono, quando vogliono, conoscono i capi agrari della delinquenza organizzata. Il Governo telegrafa, è vero, il prefetto fa telegrammi, circolari, è vero, ma tutto questo che vale? Quando il tenente della requisizione cereali di Lendinara si fa guida di spedizione, e l’autorità di sicurezza lo riconosce a capo di quelli che sparano sulle piazze, quel tenente per due giorni è messo a disposizione dell’autorità militare di Rovigo; ma il terzo giorno è restituito alle sue funzioni nella Commissione di cereali. (Commenti). Un altro tenente dei carabinieri, che finge di contenere le spedizioni facinorose, è un noto amico di organizzatori fascisti e fu udito prendere accordi con loro dentro i locali di un pubblico ufficio. Il comandante dei carabinieri agisce spesso a rovescio delle istruzioni prefettizie. Il brigadiere di Pincara, ove è stato compiuto l’assassinio durante la notte, mangia, beve, canta e spara insieme ai fascisti. A Loreo i fascisti su di una strada, assaltarono un povero disgraziato, lo picchiarono e poi si presentarono al comando dei carabinieri dichiarando di avergli sequestrata una rivoltella. I carabinieri, invece di arrestare coloro che lo avevano picchiato e assalito e perquisito, sotituendosi se mai alla pubblica autorità, arrestarono lo stesso disgraziato e insultato. Sono metodi e sistemi che hanno perfino meravigliato l’autorità politica. PRESIDENTE: Onorevole Matteotti, la prego di concludere! MATTEOTTI: Ho detto che il sottoprefetto era preavvisato della presenza dei fascisti in Adria, e la notte in cui andarono a prendere nella sua casa il presidente della Deputazione provinciale, i carabinieri perciò appunto dormivano profondamente, e non udirono nulla, mentre per due o tre ore in città si udirono spari, inseguimenti, rumori. Nessun carabiniere apparve se non alle 4,40 del mattino, quando, come nell’episodio dei Maestri cantori, i ladri o gli assassini erano scappati, la luna sorgeva e tutto era ritornato alla tranquillità. Fino a qui si arriva, che mentre lo chauffeur che ha condotto l’automobile assassina di Pincara ha deposto e indicato persone; mentre è noto chei montava l’automobile, chi la pagò, chi andò a compiere l’assassinio, il procuratore del Re, ancora dopo parecchi giorni, mi dichiarava che non sapeva nulla, e che egli non ha l’abitudine di leggere i giornali! (Commenti). Qui non si tratta di fatti singoli, di piccola polizia. Voi avete detto di aver preso delle misure che non sono state osservate. Ma qui si tratta piuttosto di riconoscere una organizzazione, una associazione a delinquere, la quale si vanta nei giornali, con manifesti vistati dalle vostre autorità, che minacciano di morte determinate persone, di organizzare queste spedizioni e queste rappresaglie. È una organizzazione a delinquere conosciuta nei suoi centri, nelle sue persone, nei suoi mezzi, nei suoi capi, uno per uno, e voi la lasciate intatta. Se avviene mai che qualche avversario sia bastonato, allora sono arrestati i capilega, il sindaco, gli assessori, tutti i nostri di quel comune, se vi siano o no indizi di colpabilità. Ma da parte opposta nulla; anzi spesso la glorificazione, l’apologia dell’assassinio o dell’incendio. Ecco perché, onorevoli colleghi, la stampa tace sugli avvenimenti della provincia di Rovigo. Ma allora, che cosa ci resta a fare? Noi continuiamo da mesi e mesi a dire nelle nostre adunanze che non bisogna accettare provocazioni, che anche la viltà è un dovere, un atto di eroismo. Ma abbiamo continuato a predicare per troppi mesi, o signori del Governo, invano; non ci sentiamo, e non possiamo più dire ai nostri che la disciplina può segnare la loro morte, non possiamo più oltre ordinare che si lasciano uccidere ad uno ad uno, sgozzare uno per uno, per amore della nostra disciplina. Questo non ci sentiamo più di consigliare, e nelle nostre assemblee ormai ci sono dette parole che non possiamo più oltre sopportare. Voi del Governo assistete inerti o complici. Noi non deploriamo più, non domandiamo più nulla. Ora voi siete informati delle cose; la Camera è avvertita. Questo è quello che volevo dirvi. Giacomo Matteotti *(Chiara, lo so che è lungo, pero mettiti seduta e leggilo. Porta un po' di pazienza...)
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Il Giornale (con il suo aiuto) svela i retroscena della Costituzione Italiana:

Tag: il grande complotto comunista
Niente Premio Nobel per la Pace a Silvio. * (*a dire il vero non ho capito cosa abbia fatto Obama per meritarselo... è un premio sulla fiducia?)
Pubblicato da julka75 | CommentiTag: il grande complotto comunista
Probabilmente l'errore è mio. Dovrei essere un po' più autoironica, e farmi una bella foto con un cartello, come i lettori di Repubblica. Ieri ce n'erano parecchi, in manifestazione. Ogni tanto spuntava il cartello 'sono un farabutto', come se darsi del farabutto da soli fosse un punto d'onore. Però credo ci sia un limite. Mi sono sentita dare della cogliona, e va bene, un po' lo sono. Non mi sono mai rassegnata a questa cosa per cui ci vuole un po' di preparazione, per poter essere rappresentante di una popolazione. E non solo. Pensavo si dovesse disporre anche di capacità per qualunque tipo di lavoro che sottenda a una qualche responsabilità, fosse solo mettere la faccia e la firma sotto un articolo, o in testa a una sceneggiatura. Non parliamo poi di chi decide di fare il direttore di un'impresa, dalla più grande alla più piccola. E' tutta roba che, pensavo, necessita di preparazione. Diciamocela tutta, se ci trovassimo davanti un medico incapace che sta operando nostro figlio al cervello, non saremmo indulgenti nei suoi confronti, sentendoci dire a operazione terminata e figlio cadavere per negligenza del medico 'beh, sai com'è, non possiamo toccarlo... è il secondo cugino del primario... non ha mai capito un cazzo di chirurgia, ma dobbiamo tenercelo...'. Come minimo dovremmo avere la stessa pretesa per i nostri rappresentanti in parlamento, no? Per esempio, un ministro delle Pari Opportunità (tanto per dirne uno a caso), dovrebbe avere sputato abbastanza sangue in mezzo alla politica, essersi fatto una gavetta, essere stato in mezzo alla gente, magari da vestito, e conoscere il livello di discriminazione di tutti i cittadini, per poter essere nominato ministro. (Mara, è un esempio, non sentirti chiamata in causa, per favore...) Chiaro che poi ci sono responsabilità diverse, e se un ingegnere civile avalla un progetto di un ponte che casca alla prima folata di vento procurerà dei danni a breve termine molto più gravi di un direttore di rete, un editor o uno sceneggiatore che mette la firma sotto una serie che si rivela un flop. Però a lungo termine il flop si ripercuote sotto un punto di vista economico su un sacco di persone a cascata, e non tutti riescono a trovare un lavoro nell'arco di una settimana. Un paio di parole a parte meriterebbe il giornalismo, che sta dimostrando sempre più spesso cosa comporta essere in grado di fare il proprio mestiere e non voler servire il miglior offerente a meno che questi non sia la propria coscienza e un'etica che ormai deve essersi smarrita nella notte dei tempi (non mi stupirei se a breve il nuovo insulto usato dalla maggioranza diventasse 'voi siete etici!', rivolto agli stessi definiti comunisti, e ultimamente, al congresso del PDL, persino antifascisti). A parte Saviano, che è il caso più eclatante di giornalista impossibilitato a fare il suo lavoro, abbiamo gente che subisce tutti i santi giorni vessazioni, minacce, querele e quant'altro. Roba che non ti mette nella migliore predisposizione d'animo per fare il tuo lavoro tranquillamente, no-no... Però, dicevo, ero io a pensare tutte queste stronzate. Perché alla lunga è evidente che questa roba non è troppo popolare. Anzi, nel senso stretto del termine popolare, pare che di questi tempi il popolo voglia esattamente il contrario della preparazione. Che se c'è un politico troppo preparato, o un ingegnere edile che sa il suo mestiere, anche solo uno sceneggiatore capace di scriverla, una cazzo di sceneggiatura (e che ci vuole? Basta che sai intestare la scena, metti qualcosa nelle descrizioni, un paio di battute volgari, che la volgarità fa simpatia, e hai la tua bella sceneggiatura pronta... La saprebbe scrivere pure la portinaia della sciura Pina. E non è detto che la portinaia della sciura Pina non l'abbia mai scritta, una sceneggiatura, tra l'altro... Sai com'è, conosce il direttore dell'ufficio marketing della Rai...) o un giornalista che invece di prendere una notizia da google se la va a cercare facendosi il culo, poi il popolo si sente offeso. Invece il popolo deve sentirsi dire che può fare tutto quello che vuole, senza fatica, e guadagnando un sacco di soldi. Studiare non è cosa. Farsi il culo men che meno. Se devi farti il culo tanto vale che lavori in fabbirca, perché uno che scrive mica farà fatica... cosa vuoi, legge... Cosa ci vuole a leggere? A studiare? Ma poi, mica è necessario leggere e studiare, no? Basta che trovi qualcuno che ti raccomanda, e che ti fa un favore... Il popolo ha bisogno di sentirsi dire queste cose. E quindi è chiaro, che Berlusconi ha ragione, quando mi dice che sono io a essere cogliona. Persino un po' schifiltosa, perché a me quelli che hanno tutto facilmente, senza saper fare un cazzo, non mi sono mai piaciuti. Probabilmente la mia è pure invidia, perché volevo esserci io al suo posto. O al limite me lo sarei voluto portare a letto. Proprio quello che ci vuole per accrescermi l'autostima. Un uomo basso, pelato e pure impotente (ma questo non si può dire nemmeno se lo ha già detto Feltri). In definitiva, a sentirmi dare della cogliona non posso fare storie. Mi ci sento parecchio. E a dire il vero non posso dire nulla nemmeno sul malvestitismo che circola dalle parti della sinistra. Non è che abbia questa proponsione per gli abiti di marca all'ultima moda. E ogni tanto, soprattutto dopo la discesa dal 451 che mi porta a casa dal lavoro, puzzicchio pure un po'. Mai provato il 451 in agosto? E' altamente consigliabile per chi necessita di procurarsi degli anticorpi contro qualunque malattia. Sopravvivere al 451 in agosto significa essere pronti a tutto, eccetto forse le manifestazioni in Piazza del Popolo. Insomma, cogliona, maleodorante e malvestita. Persino parassita, detto da un Brunetta che con i proventi delle tasse pagate anche dai parassiti che ricevono i fondi statali ha maturato il più alto numero di assenze al Parlamento Europeo quando era deputato, non mi fa né caldo né freddo. Ma farabutto... Anzi, farabutta, come recitava una foto di qualche giorno fa su Repubblica. Anche se al femminile non è che faccia impazzire, come suono. Farabutti, insomma, ci sarete voi. Non io. Io pago sempre le tasse, quando devo pagarle. E le volte che non presento la dichiarazione dei redditi è perché è lo Stato, a dovermi dare qualcosa indietro, ma sono troppo pigra per chiederlo. Più che altro lo Stato mi fa aspettare troppo tempo per restituirlo, quindi ci rinuncio a priori. Pago persino la tessera dell'autobus. Non fumo, non mi drogo e non vado in giro a menare la gente di notte. Nemmeno quando sono convinta che se lo meriterebbe. Non sono convinta della superiorità di nessuna razza, non sono convinta della superiorità di nessuna religione e non impedisco a nessuno di praticare il culto che preferisce fino a quando il suo praticare non viene a ledere la mia libertà di non volere nessuna fede a scandire le ore della mia esistenza. Non inneggio a nessun duce, non faccio saluti romani, non disegno svastiche. A dire il vero non mi sta simpatico nemmeno Stalin. Se qualcuno che non ha nessun potere sulla mia vita dice cose che sono all'opposto della mia visione del mondo trattengo il mio primo istinto (lasciargli un bel sacchetto di merda in qualunque luogo possa vederlo, sia esso un portone di casa, una scrivania o un blog) e smetto di leggerlo. Devo ammettere che questo non l'ho sempre fatto. D'altra parte nemmeno Fini è sempre stato il proibizionista che si dichiara da qualche tempo. Non ho mai ucciso nessuno, anche se in questo periodo, ripeto, la tentazione è sempre più forte. Sono contraria all'invio dell'esercito in zone di guerra a portare avanti missioni di guerra travestite da missioni di pace, ma non faccio i salti di gioia quando muoiono soldati italiani. Non chiedo raccomandazioni, e non ho mai sentito la necessità di proporre a chicchessia favori sessuali per ottenere qualunque tipo di favore. Però, quando sento che la mia libertà di essere informata o di scrivere liberamente la mia opinione è sotto attacco, penso di avere un diritto inalienabile, che non è tale solo perché è sancito da una Costituzione. E' un diritto che arriva da altre parti. Dalla memoria, prima di tutto, e dall'idea che altre persone, qualche tempo fa, per permettere ai loro discendenti di poter essere liberi di scegliere cosa fare della propria vita e cosa pensare senza coercizioni o condizionamenti di terzi, sono morte. Ora, non permetto a nessuno di darmi impunemente del 'farabutto', perché implicitamente quel 'farabutto' si ripercuote su tutta la mia storia e quella di chi mi ha preceduto. E con tutti i difetti di genitori e avi, tutto sono o sono stati fuorché farabutti. Loro, la differenza tra quello che è giusto e quello che è sbagliato, la conoscono, o l'hanno conosciuta, un tempo. A loro, certi compagni di partito avrebbero fatto schifo. Loro non avrebbero rubato niente a nessuno, non perché non ne hanno avuto l'occasione, ma perché quando l'hanno avuta non l'hanno sfruttata sapendo quello che stavano facendo: la cosa giusta. Loro, non avrebbero sbandierato amici mafiosi cxme trofei. Non si sarebbero fatti leggi ad personam per evitare di essere giudicati, e non avrebbero voluto certi direttori di testata a fare i loro interessi. Quindi, il farabutto lo rimando al mittente. E se sento ancora qualcuno che implicitamente dà del farabutto a uno dei miei avi quando l'essere farabutto dovesse consistere nel sacrosanto diritto di critica, di opinione, di parola, e di tutto ciò che implica l'utilizzo autonomo del cervello, finisce che quel qualcuno lo prendo a schiaffi. Letteralmente.
Pubblicato da julka75 | Commenti
Gentile lettore occasionale che non fa parte dell'elenco dei miei selezionatissimo ormai 35 lettori affezionati e dotati di un cervello raziocinante ma che giunge qui trasportato da un motore di ricerca che gli ha indicato questo ufficio reclami come primo indirizzo in cui lasciare una recriminazione pubblica verso chicchessia e che in conseguenza di questa ricerca lascia un commento ad minchiam. Capisco che per te sia faticoso, leggere un post per intero, e che le tue cellule cerebrali siano troppo preziose per permetterti di affaticarle nel tentativo di comprendere una frase intera che ti spiega il senso di un post anziché fermarti alla sola enunciazione del suo spunto (per fare un esempio, un titolo che riporta al suo interno la parola facebook, o Lega, o Chiesa, o tim, o quant'altro possa generare commenti inutili e soprattutto off topic perché risveglia tutta l'insoddisfazione o il pregiiudizio nei confronti di uno qualunque di questi argomenti), ma ti voglio lo stesso concedere il beneficio del dubbio e dedicarti un post che spero leggerai fino in fondo. Chiunque tu sia, lettore occasionale, ti dispiacerebbe, prima di commentare qualunque frase scritta qui sotto, cercare di scandire le parole che leggi nei miei post, e contare fino a 250.000, prima di decidere di postare un commento anonimo che sarò costretta a cancellare dopo averlo lasciato in moderazione? Mi rendo conto che il libero utilizzo di un mezzo di comunicazione e la relativa possibilità di esprimere un'opinione scatena i peggiori istinti degli esseri umani che non hanno mai provato a comunicare verbalmente, ma non posso trascorere i migliori minuti della mia vita cancellando le tue esternazioni momentanee. Primo, a me delle tue esternazioni momentaneee e fuori tema non frega una beata fava. Qui reclamo io, non reclamano tutti gli utenti del mondo. Secondo, se hai bisognod i sparare azero su un qualunque argomento, apriti il tuo personale blog e non rompere le palle al mio. Con la speranza di essere stata chiara, ti saluto e ti auguro un migliore utilizzo dei tuoi ultimi neuroni funzionanti (sono quelli che tieni ancora nel cellophane, li vedi? Esattamente sulla destra del tuo cervello così vuoto da far rimbombare qualunque tentativo di pensiero che passa miracolosamente tra una parete e l'altra della calotta cranica...) La proprietaria di questo Ufficio Reclami (nota: non parlo con nessuno che sia stato finora pubblicato. Mi sono semplicemente stufata di cancellare inutili commenti anonimi. Chi commenta con cognizione di causa può continuare imperterrito)
Pubblicato da julka75 | Commenti (2)
La richiesta è interessante. Però Gasparri dovrebbe spiegare cosa intende, per film di destra. Se li vuole 'scritti con la mano destra', io con la sinistra non sono capace quasi di digitare sulla tastiera, e d'ora in poi posso adoperarmi per utilizzare solo le dita della mano richiesta. Ci metterò probabilmente più tempo, ma tant'è... Pur di avere una possibilità in più di far leggere il mio soggetto a Medusa posso anche adattarmi. Se poi invece Gasparri si ostina a chiedere a storie di destra portando come tipico esempio di storia di destra una storia d'amore tra un uomo e una donna che vengono divisi dal Muro di Berlino e alla fine si baciano sul crollo del Muro, qualcuno dovrebbe spiegargli che questa non è una storia di destra, bensì una storia d'amore ambientata durante il periodo del crollo del regime comunista a Berlino. Di autentiche storie di destra io invece ne conosco un sacco, e meriterebbero tutte di diventare film. Una racconta la presa del potere di un gruppo di uomini vestiti di nero portata avanti attraverso un putsch nell'ottobre del '22, dopo un biennio interessante in cui aderenti a quel gruppo di uomini in camicia nera passano il tempo a usare sistemi coercitivi per convincere la gente da che parte si trovava la ragione. Un'altra è la storia di un oppositore che si permette di criticare le posizioni del Governo durante una seduta del parlamento, giustamente e democraticamente punito dagli onesti sostenitori della maggioranza. Abbiamo anche l'edificante epopea in terra d'Africa,. dove gli eroici combattenti italiani intraprendono una guerra per andare a portare la civiltà alle popolazioni africane dai costumi arretrati. Perché poi dobbiamo farci mancare la pagina più eroica? Una guerra portata avanti a dispetto di qualunque obiezione, persino a dispetto della mancanza di equipaggiamenti degni di questo nome. Ci sarebbe da soffermarsi senz'altro su episodi come Stalingrado. Poi, per non lasciare scoperti gli anni subito precedenti ai nostri, potremmo raccontare anche la storia del fallito colpo di stato di quell'eroe mancato che risponde al nome di Junio Valerio Borghese. E per chiudere con i violini, se Gasparri vuole una bella storia d'amore di destra, abbiamo già confezionata la storia d'amore tra Giusva Fioravanti e Francesca Mambro. Lì ci stanno pure le pallottole, così i mariti che accompagnano le mogli al cinema non rischiano di annoiarsi. La lista è allungabile a piacere. Oh, Maurizio, però non tenerci sulle spine: facci sapere da cosa dobbiamo cominciare, perché scrivere solo con la mano destra, sai, diventa faticoso e dobbiamo darci una mossa, se entro l'anno prossimo vogliamo vedere qualche storia di destra al cinema...
Pubblicato da julka75 | Commenti (3)Tag: film di destra
Da Repubblica: DROGA: HASHISH NELLO ZAINO DEL NEONATO, ARRESTATO Sorgono spontanee 2 domande: 1 hanno arrestato lo zaino, l'hashish o il neonato? 2 i neonati nascono forniti di zaino?
Pubblicato da julka75 | CommentiTag: amenità
Berlusconi ha detto che con Mike non c'era nessun problema. Ora dice che con Fini non c'è nessun problema. ...
Pubblicato da julka75 | Commenti (2)








* anzi, qualcuna ce l'avrei: va bene che i numeri non c'erano lo stesso, ma appunto per questo, levare dai cojoni la Binetti insieme ai teodem non farebbe un centesimo di euro di danno. Au contraire...