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Date: Monday, 14 Jan 2008 23:15

Avete mai bramato l'uscita di una nuova bicicletta Atala, di una televisione telefunken o di un deodorante Axe? Nemmeno io. Com'è possibile che la blogosfera sia in fibrillazione per il keynote di Steve Jobs al MacWorld 2008(con tanto di diretta)?

Il motto della giornata è "C'è qualcosa nell'aria", come recita furbo il sito dell'azienda della mela. Un CEO le cui parole sono attese come quelle di un profeta del nuovo secolo ed un brand sempre più sulla cresta dell'onda, qui c'è tutto il marketing innovativo e non convenzionale che volete: virale, lovemark, guerriglia, social.. ma c'è soprattutto vera empatia..

Cosa presenterà Steve Jobs? Io non ho più comprato mac dopo aver frullato il mio 12 pollici per il semplice motivo che non volevo passare al 13". I rumors provenienti dal sito http://www.macrumors.com/ danno per quasi scontata la presentazione di un nuovo laptop super sottile che eliminerà l'hard disk a favore di una memoria flash abbastanza capiente puntando soprattutto sulle dimensioni del prodotto. Io punto su 10-11 pollici e grande duttilità, ma comunque ancora un computer, probabilmente un fantastico laptop, possibili esternalità positive

- batterie di lunghissima durata
- connettività anche umts

Ma perchè la gente sta impazzendo? Io credo che la passione del pre-lancio che divora i più sia figlia della fiducia incondizionata verso un brand che innova davvero, la appleTV non ha avuto successo? "E' la gente che non è ancora pronta", Windows ha un virus? "Quel software è terribile". Ciò che apple fa bene è dare ad ogni nuovo prodotto l'etichetta di rivoluzionario ed irrinunciabile, dall'ipod all'iphone non possiamo dire che le ultime uscite siano state dei fallimenti. Ma un brand del genere si può costuire? A mio avviso sono troppe le coincidenze straordinarie che hanno reso possibile questo successo, di sicuro però dietro ad un brand straordinario c'è sempre una guida carismatica (Armani, Ferrari etc..), una tradizione forte (anche nel fare scelte impopolari e rischiose) ed un'idea di innovazione tutta particolare, apple stupirà anche stavolta?
Author: "Giorgio Soffiato" Tags: "Steve Jobs, apple store, mac, lovemark"
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Date: Monday, 14 Jan 2008 10:17

Abbiamo più volte argomentato come l’integrazione dei diversi mezzi di comunicazione porti non solo a mostrare un’immagine unitaria dell’azienda, ma anche a raggiungere il consumatore moderno avvicinandosi maggiormente a lui, cercando di coinvolgerlo personalmente.

In questo senso, vorrei segnalare alcuni casi di multicanalità e tendenza al 2.0:

American Eagle, qualche tempo fa, dopo aver costruito una pagina in MySpace in cui più di 46000 persone discutono su temi vari, ha introdotto un canale dedicato, chiamato77e.

L’intenzione era quella di rappresentare con un cast di teenager, il core target dell’azienda, alcune situazioni quotidiane di vita. In particolare, la prima serie è stata chiamata “It’s a Mall World” – proprio perchè si svolgeva all’interno di un centro commerciale. Ovviamente gli attori vestivano interamente con capi AE!

Inoltre, il legame instaurato con Mtv per alcuni advertising ha portato, secondo il CEO Kathy Savitt, un aumento del traffico al sito del 20% e un tasso di conversione in vendite del 75%.

Tuttavia la seconda serie, più sottile e meno orientata al prodotto, sembra non aver dato i risultati sperati…

Altro caso da segnalare è Wal-Mart, che entra nel web 2.0 con il gruppo in facebook chiamato "Wal-Mart Roommate Style Match". Purtroppo però, l’iniziativa ha scatenato reazioni anche contrastanti poiché alcune persone hanno usato il gruppo per criticare le politiche aziendali!

Secondo http://fashion-fox.com/ gli errori di Wal-Mart sono stati essenzialmente quelli di aver provato a rivolgersi a un segmento (quello dei giovanissimi) che non ha riconosciuto nel retailer un marchio “degno” della loro generazione…

La sensazione è, dopo aver letto di queste esperienze americane, che da noi l’utilizzo di mezzi 2.0 sia lungi da essere una prima scelta delle aziende…che ne pensate?

Filippo Minelli
Author: "Giorgio Soffiato" Tags: "american eagle, mutlicanalità, web 2.0,..."
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Date: Sunday, 13 Jan 2008 11:11
Proviamo a parlarne qui, ci dite la vostra?
Author: "Giorgio Soffiato" Tags: "studenti, università"
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Date: Saturday, 12 Jan 2008 09:29
Quando parlo di blog cito sempre con piacere il tentativo "corporate social responsibility: open for discussion" di mcdonald's, uno spazio aperto che dimostra come l'azienda ha compreso (o comunica di aver compreso) che certe tematiche sono importanti e interessanti.

McDonald's è uno di quesi casi in cui il brand è amato o odiato, basta una semplice ricerca su google per avere di ritorno i seguenti risultati, rispettivamente in prima e seconda posizione

1 - sito ufficiale, la più grande catena di fast food nel mondo

2 - tutto quello che non vogliono farti sapere

Mi ha fatto riflettere una discussione lanciata ieri sera dal programma televisivo customer oriented "mi manda rai tre" in cui una dipendente denunciava il comportamento poco etico dell'azienda nei propri confronti di fronte ad un infortunio sul lavoro. Ciò che mi ha stupito, non entrando nel merito della discussione, è stata l'assenza dell'azienda che si è fatta viva solo con un fax. Mi chiedo ora: ha senso avere un blog sulla responsabilità sociale e non presentarsi a parlare davanti a milioni di persone (vedendo quindi l'azienda alla gogna - mediatica - ) barricandosi dietro a procedure e silenzi?
Author: "Giorgio Soffiato" Tags: "responsabilità sociale, mcdonald's"
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Date: Friday, 11 Jan 2008 08:55

Secondo me sì. Sentiamo spesso parlare di questo essenziale elemento per il marketing come qualcosa di sempre più fastidioso, come quella spiacevole interruzione dei film, come un assillo che ci turba le serate davanti alla tv… vedendo gli stessi spot spesso fino alla nausea.

È da ammettere che molti di questi sono quasi invasivi, e che forse a volte si esagera con la ripetitività dei messaggi pubblicitari, fino al punto di associare certe canzoni ad un marchio o di conoscere un brand meglio del telegiornale… tuttavia sono convinto che i consumatori non siano stanchi della pubblicità in sé, ma soltanto degli spot “sterili”, “ripetitivi” e che sbagliano target… a prova di questo basta vedere come i tanti blog che parlano di pubblicità, anche quasi mostrando dei singoli spot abbiano un consistente numero di visite (come ad esempio questo adstenico.wordpress.com :-) oppure basta osservare il numero e le visite dell’advertising su youtube.

Quello che credo è che se uno spot è fatto bene, fa ridere, o piangere, o in qualche modo è toccante dal punto di vista emozionale, sia ben visto dal consumatore, e potrebbe addirittura scatenare un effetto virale del brand, spontaneo, non forzato, e quindi non nauseante… molte aziende hanno capito che questa leva è cambiata, pubblicare spot in rete può essere poco costoso e molto efficace, e non è necessario essere grandi per farlo… è importante essere bravi! Perché in un mondo di talenti, di imprenditori di sé stessi che trovano uno spazio globale, solo le imprese veramente capaci possono emergere, grandi o piccole che siano… in Rete uno spot ha più spazio, costa meno, non “bombarda persone a caso” ma è scelto dal consumatore stesso che decide di vederlo, o meglio che vuole ascoltare “la nuova storia che la sua marca preferita ha pensato di proporgli”… non dimenticare che il cliente oggi è più informato ed è disposto ad un dialogo con chi gli offre un prodotto è importante, ma purtroppo non sembrano essere in molti ad averlo capito…

Non serve tartassare, si deve proporre, colloquiare, indagare “col” consumatore, non “su” di esso.

Certo molti di voi potrebbero non essere d’accordo, e il mio è solo un parere personale, ma i numeri sembrano esserci, e per certe aziende forse ci sono anche dei veri e propri numeri di ritorno…

Stefano Guerra per Marketing Arena

Link foto: http://static.blogo.it/tvblog/risorse.jpg

Author: "Giorgio Soffiato" Tags: "pubblicità, interesse pubblicità, comu..."
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Date: Wednesday, 09 Jan 2008 09:23

L’epifania tutte le feste porta via … per la maggior parte di noi ora è tempo di cominciare le diete, di tornare alla routine e di rimboccarsi le maniche per il nuovo anno. Ma c’è forse qualcuno che ora può dire di godersi un meritato riposo … sì perché lui durante le feste ha lavorato, caspita se ha lavorato! E non sto parlando di Babbo Natale, bensì di Marco Balich, direttore artistico di “Venezia Marketing Eventi” (la nuova società controllata dal comune attraverso il Casinò di Venezia), nonché ideatore di LoVe 2008, il progetto che ha dato vita ad un Capodanno tutto al bacio, per Venezia. La notte del 31 dicembre la città lagunare ha celebrato l’amore attraverso il più umano e semplice dei gesti: il bacio. Per l’occasione Balich ha reclutato 200 coppie di “baciatori” (con tanto di provini di selezione il 18 dicembre) che hanno aperto la serata con una prima prova di bacio alle 22.45; allo scoccare della mezzanotte, erano più di 90.000 (ansa.it) le persone che hanno accolto il nuovo anno con un abbraccio ed un bacio. Inno alla retorica? Roba da Guiness dei primati? Tutt’altro! Chi, come me c’era, quella notte può sicuramente affermare di aver vissuto un’esperienza unica e memorabile. Complice lo scenario di una delle piazze più belle del mondo e la consapevolezza di trovarsi a Venezia, città dell’amore per antonomasia. Ciò che personalmente mi ha colpito è stato il messaggio di apertura e tolleranza che Venezia ha trasmesso al mondo; baci di ogni età e nazione, senza distinzione di sesso, religione o etnia. Dimostrazione, a mio parere, che Balich ha colpito nel segno. Paola Panzeri, collaboratrice di Balich e coordinatrice della creatività che è stata alla base di questo grande evento, mi confida: “ci siamo tutti emozionati nel momento in cui, al suono imperante della fanfara, le coppie attorno a noi tacevano d’improvviso e si baciavano intensamente. Attimi davvero preziosi, un silenzio non-silenzio strano e molto denso”.

L’obiettivo del Comune di Venezia era quello di promuovere nel mondo l’immagine del Capodanno a Venezia. “Si tratta – spiega il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari - della prima iniziativa organizzata dalla nuova società “Venezia Marketing & Eventi”, nata dal desiderio di creare una struttura ad hoc che possa dedicarsi, per organizzazione e tempo, agli eventi. Sarà una società fortemente partecipata dal privato. Si trattava di inventare l’immagine del Capodanno e del Carnevale di Venezia, un’immagine che ogni anno potesse ripetersi in modo da facilitare la ricerca di artisti e sponsor. L’obiettivo è che l’insieme delle manifestazioni veneziane si auto-sostenga”. Balich ribadisce l’importanza della risonanza mediatica auspicata: “Vogliamo che Venezia diventi la quinta immagine del Capodanno che passa nei telegiornali e nei media di tutto il mondo, insieme a quella di Sidney, Londra, Parigi e New York”.

Personalmente credo che la vecchia formula dell’esperienza anche questa volta abbia funzionato. Un contesto da sogno che da sempre ispira ogni innamorato ed un claim (“Vieni a baciarti a Venezia”) che più che un invito sembra quasi rispolverare un desiderio spesso recondito nella mente di chi ancora conserva un po’ di quel caro e dimenticato romanticismo (ed intimamente, in gran segreto, lo conserviamo tutti). Tutto questo è diventato un brand, LoVe, che punta ad imprimere nella mente delle persone un’associazione ben precisa tra l’amore e Venezia (chissà se un giorno diventerà top of mind?). Il format, infatti, si ripeterà (e non poteva essere che così) mi conferma Paola Panzeri: “Quello cui tendiamo è appunto la ripetizione, proprio come avviene per le tradizioni e per i capodanni di New York, Parigi, Londra e Sydney. Il nostro obiettivo è che LoVe diventi un appuntamento fisso che si ripeta di anno in anno, migliorando ad ogni edizione successiva”. Venezia Marketing Eventi fa sul serio, infatti, l’edizione 2008 del Carnevale di Venezia si chiamerà Sensation. Gli appuntamenti con la tradizione (volo della Colombina e festa delle Marie) verranno mantenuti ma protagonisti saranno anche i famosi cinque sensi, distribuiti in altrettanti sestieri della città. Quando si dice esperienza polisensoriale … non ci resta che andare a sperimentare di persona!

Alessandra Luise per MarketingArena

Alessandra Luise è laureata in economia e gestione delle reti presso l'università Cà Foscari di Venezia e si occupa di marketing non convenzionale, diamo ad Alessandra il benvenuto nel team di marketingarena!
Author: "Giorgio Soffiato" Tags: "marco Balich, loVe2008"
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Date: Monday, 07 Jan 2008 07:37

L'idea che mi sono fatto guardando Amazon Kindle è quella che Amazon abbia deciso di giocare l'asso. Kindle è un device che permette di leggere libri, giornali e blog con qualità e usabilità paragonabili ad un supporto cartaceo, senza fili e con una durata della batteria di svariate settimane, stupefacente no?

Provando ad approfondire l'argomento si scopre che kindle non necessita di un computer perchè funziona con la rete 3G (quella dei cellulari per intenderci) e gli 80.000 titoli acquistabili direttamente dal device sono in formato proprietario Amazon, il costo di kindle (attualmente sold out) è di 399 dollari. Il modello ricorda molto quello di apple, anche se lo sforzo di penetrazione è ancora tutto da fare: l'idea del "metto in mano a tutti un device per poi vender loro la musica" è ben adattabile al mondo dei libri, anche se esiste forse una resistenza di fondo che, nei libri più che in ogni altro oggetto, è anche sentimentale. Non bastano inoltre una buona batteria e la connettività illimitata a diffondere l'innovazione che, come sostiene blogsettantasette, andava forse offerta ad un prezzo amico visto che Amazon punta ad un guadagno di long tail tipicamente editoriale. Di certo Bezos non è l'ultimo arrivato ed avrà ben fatto i suoi calcoli in termini di sostenibilità, restiamo però perplessi sul mancato slancio dato all'iniziativa, l'esperienza ci insegna che il fattore più critico quando si lancia un prodotto di questo tipo (in sè inutile ma legato ad un servizio) è la rapida diffusione, quindi massima apertura dei rubinetti (oppure chiusura quasi totale con dinamiche di passion of pre view tipicamente virali come gli inviti gmail).

La sensazione è quella del "mi piacerebbe provarlo ma non sono del tutto convinto", voi che ne dite?



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Author: "Giorgio Soffiato" Tags: "amazon kindle, editoria digitale"
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Date: Saturday, 05 Jan 2008 16:46

Grazie alla segnalazione di un amico che abita a Londra scopro un mondo nuovo, quello dell'esperienza d'acquisto on line in tre dimensioni. Su TheMallPlus è infatti possibile effettuare acquisti all'interno di un centro commerciale in tre dimensioni in cui muoversi liberamente entrando ed uscendo dai singoli negozi. Se il commercio elettronico non è ancora esploso uno dei motivi è forse la mancanza di eccitazione ed esperienza che porta all'acquisto, si è visto che molti hanno cercato di darsi da fare puntando sul servizio (amazon) o sulla ricerca visuale (like.com) ma questa mi sembra una fase successiva dello shopping on line, il vero concetto di "andare al centro commerciale". La grafica ed il coinvolgimento non sembrano ancora eccellenti ma questo progetto potrebbe essere un battistrada che conferma come la rete di domani ed il web marketing in particolare saranno sempre più polisensoriali e multidimensionali, ho anche scovato uno dei fornitori di questi servizi di 3d store design che offre, come in un vero centro commerciale, l'affitto degli spazi. Non so se questo esperimento incontrerà le stesse difficoltà di second life e l'esperienza virtuale risolverà alcune criticità per proporne altre, di certo questo caso è da tenere in considerazione.



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Author: "Giorgio Soffiato" Tags: "commercio elettronico, 3d shopping exper..."
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Date: Friday, 04 Jan 2008 22:51

Non so perchè gli spot più belli passano spesso inosservati, a noi questo sembra davvero carino.

Author: "Giorgio Soffiato" Tags: "adidas, impossible is nothing, Jonah Lom..."
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Date: Friday, 04 Jan 2008 08:41
Il capodanno a Parigi non è forse pirotecnico come quello londinese (Sarkò ha vietato i fuochi) ma è di certo un'esperienza importante, se condita poi da 5 giorni di full immersion tra arte, cultura, shopping e fast food il markettaro non può non raccogliere spunti e riflessioni su quella che è una città-caso per molte delle nostre quotidiane discussioni. Girando la capitale francese ho capito che la relatività di Einstein vale anche per il marketing, soprattutto per il marketing internazionale: forse dobbiamo fare mea culpa quando "accusiamo" questa o quella multinazionale di scarsa attenzione al mercato o al prodotto solo perchè vediamo con l'occhio italiano, altrove è tutto diverso e immagino quanto complesso possa essere mettere d'accordo tutti con un prodotto solo (magari lievemente modificato) senza perdere di vista standardizzazione e margini. Ho guardato le casse dei supermercati e le testate di gondola, ho notato la diversa composizione degli scaffali e il pricing totalmente differente rispetto ai nostri, ho visto che una persona su due in Francia non è di origini francesi ed ho immaginato che anche questo significhi abitudini e comportamenti differenti, un bel problema per i markettari d'oltralpe.

Le cose che però mi hanno colpito di più sono essenzialmente due: gli italiani e le esperienze. Gli italiani li riconosci in distanza, un pò per questioni sociologiche (si muovono e gesticolano più degli altri, parlano a voce più alta, fanno confusione) ma soprattutto per l'abbigliamento. Ho notato che le facoltose signore e ragazze francesi puntano su un accessorio brandizzato (essenzialmente la borsa) e sulle scarpe o abbinano cappotto e accessorio in termini cromatici aggiungendo vistosi gioielli (perle, brillanti..) ma hanno sostanzialmente una elegante sobrietà che non mi fa pensare all'ostentazione. Gli italiani (chi scrive per primo, forse orgogliosamente) si riconoscono dal peuterey, dagli occhiali da sole e dalla totale ostentazione del brand in ogni sua forma (pantalone Cavalli, Dolce&Gabbana, etc..). Non so se questa sia una realtà o solo una mia idea ma mi sembra che i francesi vivano con differente trasporto e stile la moda e soprattutto che gli italiani tendano ad imporre la propria presenza.

Il secondo fattore che mi ha colpito è l'evoluzione dello store, credo che gli studenti che ci leggono potrebbero farci una tesi su: a mio avviso si passa dal flagship store al punto vendita empatico (se lo scrivevo in inglese avrebbe fatto molto figo). I precursori di questa nuova scienza sono di certo i brand più noti che offrono prodotti consumer, non tanto quindi Gucci e Rolex, piuttosto Sephora e Toyota. Ai magazzini Lafayette (foto) ma soprattutto lungo i Campi Elisi ho visto Atelier esperienziali o show room magici delle principali marche di automobili. Mi ha colpito molto lo spazio Toyota che per presentare il nuovo concept IQ ha esposto i principali oggetti di culto che fondono tecnologia e design lasciando intendere che il nuovo mini veicolo aspira ad un posto nell'Olimpo. Mi sento di parlare di empatia perchè il piano superiore propone massaggi e oxygen-bar e immerge davvero in un mondo in cui il brand non è centrale ma è la filosofia che esso rappresenta che deve fondersi con lo stile di vita dell'utilizzatore. In questo senso, quasi ci fosse un cartello tra produttori, Toyota punta su design ed eleganza, Renault sulla magia degli spazi, Citroen su aggressività e sport, Peugeut su prestazioni ed innovazione concettuale e Mercedes su storia e tradizione, tutti li a pochi passi uno dall'altro. A mio avviso sono portentosi anche gli oggetti di merchandising proposti, rari a vedersi quelli Citroen e Peugeut, più diffusi gli oggetti brandizzati Mercedes che a mio avviso sono stupendi e venduti a prezzo relativamente basso (orologi dai 100 ai 300 euro che ne valgono almeno 1000 se proposti altrove), cosi come sono bassi tutti i prezzi del merchandising delle varie case automibilistiche, cosa che non mi spiego, posso solo pensare ad un vantaggio di brand awareness ma non sono molto convinto..

In conclusione una Parigi che definirei diversa&interessante, ma asoolutamente affascinante, sotto tutti i punti di vista.. anche markettaro :-)

Vi lascio con un (brutto) video rubato col cellulare presso il flagship toyota.




Author: "Giorgio Soffiato" Tags: "parigi"
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Date: Friday, 28 Dec 2007 13:28

Ecco come vorremmo imparare

Roberta ci segnala questo video-slide con il quale ci piace chiudere il 2007, il tema della formazione e dell'apprendimento è forse quello che ha visto più impegnati noi di marketingarena nell'anno che ci lasciamo alle spalle. Abbiamo tanti progetti in questo senso e anche nuove idee, speriamo di potervi aggiornare col nuovo anno. I post riprenderanno con la solita cadenza dal 7 gennaio ma credo che i viaggi che ci aspettano (personalmente - giorgio - vado a Parigi) forniranno spunti per qualche post ben prima. Buone feste a tutti da marketingarena!

Author: "Giorgio Soffiato" Tags: "buone feste, 2008"
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Date: Monday, 24 Dec 2007 14:28

Sembra quasi incredibile entrare in un ipermercato e trovare vicino alla casse, fra un “Kit per restare in forma” e le clementine, un nuovissimo Suv, il DR5, in vendita a soli 15.900 euro. La quantomeno “originale” idea di vendere questa automobile di produzione italo-cinese per 6 mesi, dal 12 di dicembre esclusivamente nel insegna “Iper” è venuta alla DR motor company, casa automobilistica con sede a Macchia d’Isernia nel Molise. In realtà non è una novità assoluta, in quanto la stessa azienda aveva testato il sistema qualche mese prima in un altro ipermercato di Brescia.

La motivazione di questa scelta distributiva? “Perché ormai l’Iper è diventata la seconda casa degli italiani” sostiene Massimo Di Torre della DR.

Ma quali possono essere i rischi di questa operazione?

Per rispondere a questa domanda credo sia utile scindere il problema e guardarlo da due punti di vista, quello del produttore (DR) e quello del distributore (ipermercato).

I vantaggi per la casa automobilistica possono essere quelli di scegliere un canale alternativo (despecializzato) per vendere un prodotto (l’automobile) che di solito si vende nel canale specializzato (autosalone) cercando di essere molto aggressiva sul prezzo. Personalmente credo che a) la competizione basata esclusivamente sul prezzo sia svantaggiosa per l’industria in quanto distrugge valore (vendita sottocosto) e b) il consumatore possa percepire questa collocazione all’interno del punto vendita non positivamente presentando dubbi circa garanzie, assistenza post vendita, ma anche assistenza all’acquisto (in quanto l’affluenza di clientela in un Iper è nettamente superiore a quella di un autosalone per cui per il venditore/i sarà più difficile gestire molti potenziali acquirenti allo stesso tempo).

Per quanto riguarda i distributore credo invece che la scelta di vendere questo Suv nei propri punti vendita sia motivato dal tentativo di risollevare le sorti delle grandi superfici che negli ultimi anni stanno cedendo il passo sempre di più alle superfici specializzate (i c.d. category killer, penso ad esempio ad Ikea per l’arredamento).

Una delle ragioni della crisi degli ipermercati è dovuta proprio alla competizione con i negozi specializzati, che in questi ultimi anni stanno ritornando a crescere significativamente in seguito ai cambiamenti nei comportamenti di acquisto dei consumatori.

La struttura dell’assortimento degli Iper prevede un 35-40% dedicato al no- food. Proprio a causa della rinascita delle superfici specializzate quest’area dell’ipermercato ha subito una contrazione delle vendita di circa il 20% solo quest’anno.

Concludendo credo che la scelta di vendere il Suv all’interno dell’Iper sia controproducente per il produttore (oltre che per il prezzo anche per l’immagine stessa del Suv) e scelta quasi obbligata per l’Iper nel tentativo di arginare la concorrenza con le superfici specializzate.

E per il consumatore? Dipenderà molto dalla qualità del prodotto e soprattutto dalla rete di assistenza post vendita che Dr sarà in grado di installare. Personalmente sono molto scettico sulla riuscita di questa operazione.

Voi che ne pensate?

FONTI: Corriere della Sera, mercoledi 19 dicembre.

Francesco Berri

Author: "Giorgio Soffiato" Tags: "dr5"
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Date: Friday, 21 Dec 2007 08:01

Vorrei segnalare qui su Marketing Arena, sull’ondata di attenzione alle tematiche del Retailing, un esempio curioso di gestione del punto vendita. Si tratta dei mercatini di Natale di Levico (TN). Certo può essere un argomento frivolo, ma andandoci di recente ho notato una stretta commistione tra marketing territoriale, retailing, e town centre management.

I mercatini di Natale, in generale, sono stati rivalorizzati per la loro capacità di recupero della tradizione e creazione di valore aggiunto. Molto spesso però si trovano mercatini di scarsa qualità, in cui l’aspetto puramente commerciale prevale su quello territoriale, cosa di cui il consumatore, sempre più attento, suppongo se ne accorga. Tutt’altra musica a Levico, la cui gestione richiama, più o meno consapevolmente, ad alcune leve importanti di retailing, nonché di marketing del turismo.

Location. I mercatini sono all’interno di un parco naturale, che coadiuva l’inserimento in un atmosfera fiabesca e natalizia. Inoltre, sono a ridosso del centro termale, proponendosi come tappa ineliminabile per i turisti della “wellness” provenienti da tutto il Nord Italia, ad alta propensione alla spesa.

Prodotto. L’offerta delle casette è ben orchestrata e i prodotti venduti fanno parte della sfera enogastronomica, e dell’artigianato, in particolare la lavorazione del legno. Non sono presenti stonature industriali. Inoltre sono tutti ben presentati e spiegati.

Prezzo. Elevato: la spesa per i mercatini non è dunque alimentata da una volontà di risparmio, ma di acquistare qualcosa di tipico, del buon ricordo, irripetibile nel territorio di provenienza.

Atmosfera. Musica, layout espositivo comune, costumi tipici, colori, aromi non mancano. Tali leve non fanno altro che risaltare quello che è il vero protagonista dell’offerta dei mercatini, ovvero il territorio.

Piccole note di stile come il giro con i cavalli (veri) e la classica visita di Babbo Natale per i bambini.

Ristoro. Molti i punti dove gustare le tipicità trentine, tutte di ottima qualità e fornite con un buon servizio.

In conclusione, trovo che sia un buon esempio dove una gestione di marketing orientata al consumatore possa creare valore anche per un progetto semplice come quello dei mercatini e possa essere un buon esempio per lo sviluppo della territorialità, grande risorsa per il nostro Paese, non vista in maniera miope per spulciare il prezzo più alto, ma come offerta integrata e di senso.

Erica Pegoraro

Author: "Giorgio Soffiato"
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Date: Tuesday, 18 Dec 2007 20:47





Giornata interessante oggi alla Venice International University presso l'isola di San Servolo dove il centro TEDIS di cui facciamo parte ha organizzato ed animato il NatCamp, una prova generale di barcamp sul tema della formazione.

Gli interventi sono stati tanti ed interessanti, divisi sostanzialmente in due grandi filoni

- evoluzione dell'apprendimento universitario e della figura dello studente
- apprendimento e nuove tecnologie

Nella prima tranche sono intervenuti diversi progetti studentesco-universitari-collaborativi come Unieconomia, RadioCàFoscari, COC Padova, ESP Community, Il macello di San Giobbe e Marketingarena (noi, si proprio noi! on top le slide delle nostre presentazioni) mentre il secondo intervento ha visto protagonisti Natascia di Formanova, Gianni Marconato, Raffaella Martelli e Gigi Cogo.
Diversi gli argomenti toccati (e live twitterati)in un clima conviviale ma con una scansione degli interventi pressante e con una buona cornice di pubblico, il tutto sapientemente gestito dal Prof. Vladi Finotto che ha fatto da chairman (attendiamo su firstdraft le prime impressioni del gruppo di lavoro del tedis). Si è parlato di Personal Learning Environments ma anche di forum universitari, di modelli di business legati ad un progetto collaborativo e di metaversi..

Cosa resta di questa giornata? Diversi temi caldi che sono per me appunti di discussione:

- Studenti 2.0: e gli altri? Oggi in pieno stile ego-autoreferenziale ci siamo definiti studenti 2.0 dicendo (l'ha detto chi scrive) che chi segue un modello di apprendimento statico e tradizionale è probabilmente "nei casini" visto che la concorrenza anche non universitaria avanza. Su questo tema abbiamo discusso con Gigi Cogo visto che la "fatica" di apprendere 2.0 è oggettiva e l'università non per forza ne riconosce i meriti (e forse non deve nemmeno farlo come ha detto Marco Bettiol) quindi è sul futuro dell'apprendimento 2.0 che si è riflettutto.. commodity a breve disponibile per tutti o bolla?

- Datori 2.0: Natascia ci ha dato uno spunto importante, questa esperienza è un plus che dobbiamo portare in azienda, abbiamo la fortuna di vivere una gioventù tecnologica, usiamola :-)

- Tecnologie come servizi: abbiamo scoperto che molti di questi progetti nati dal basso hanno sostituito i tutor universitari o i circuiti di scambio di appunti e riassunti prima molto massonici.. apprendimento innovativo è anche facilitare le procedure di reperimento materiali o di disbrigo di pratiche organizzative.

- Direttrici future: io userei 3 keyword per consigliare una fase 2 del natcamp --> federare i progetti, nascondere la tecnologia, condividere.

Attendo i commenti sugli altri blog e chiudo con una bella speranza: oggi gli studenti in sala non erano pochi, è stato un piccolo successo per tutti noi ma soprattutto la sensazione è che la voglia di cambiare non sia mancata..

p.s. non spaventatevi sui modelli di business di marketingarena, per un bel pò saremo ancora qui :-)


Author: "Giorgio Soffiato" Tags: "natcamp"
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Date: Tuesday, 18 Dec 2007 09:35
Prendo spunto da un articolo di Antonio Sofi (docente di giornalismo e nuovi media all’università di Firenze) per una riflessione sulla comunicazione.

L’articolo si sofferma sul marketing della politica, facendo riferimento alla nascita di nuovi partiti e dal tentativo di promuovere la propria immagine ad un pubblico più ampio possibile. Il marketing politico – scrive Sofi – impazza nelle sue forme più facili e scolastiche, in cui la parola d’ordine è essere emotivamente funzionali.

Ora, la comunicazione in questo senso diviene semplice, funzionale appunto, forse a discapito dell’innovatività. Come dice Oliviero Toscani, il rischio di piacere a tutti è che a conti fatti non piaccia a nessuno.

Esulando dal contesto politico, la riflessione diventa più generale: partendo da quella che è un’esigenza di rinnovamento delle forme comunicative, delle immagini e dei segni che è propria di ogni epoca, rimane da capire in quale modo si possa innovare senza perdere la propria identità. Parlando di comunicazione, si apprende dai testi e anche da alcuni casi storici come sia importante mantenere una certa coerenza nel tempo a livello di immagine – che è poi ciò che il pubblico percepisce. Il concetto di “marketing di massa” poi, che forse è proprio della politica ma sta perdendo un po’ di valore nel mondo aziendale, va necessariamente ad interessare la comunicazione e il proprio rinnovamento: se da un lato c’è la paura di innovare, da un altro si pensa che la semplicità sia alla base della trasparenza che tanto va di moda ultimamente.

Quindi che fare?

Rischiare una comunicazione innovativa a tutti i costi, o tornare alla semplicità rischiando di sfociare in banalità? Anche se cambiano (o aumentano) i mezzi di comunicazione, il tipo di messaggio rimane inevitabilmente indietro per mancanza di creatività?


Author: "Giorgio Soffiato" Tags: "marketing politico, analisi messaggio"
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Date: Monday, 17 Dec 2007 20:35
Spesso la net collaboration, i blog, il web 2.0 servono più a riempire la bocca di pomposi conferenzieri che a creare tangibili plus alla società che tanto paventiamo coinvolta. Credo che stavolta alla teoria del web 2.0 sia stata aggiunta anche la pratica. Aspettiamo parecchia gente domani al natcamp, venite?

Parlano dell'evento: fistdraft, webeconoscenza, Retiestrategie, and more..
Author: "Giorgio Soffiato" Tags: "natcamp"
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Date: Monday, 17 Dec 2007 07:33

Nella zona in cui abito hanno aperto da un paio d’anni un piccolo centro commerciale, dal marchio poco famoso, ma comunque localmente conosciuto… il nome non lo farò, non mi sembra giusto, anche perché mi voglio permettere di fare alcune critiche, alcune positive, altre meno…

Il centro è in periferia e sorge laddove c’era un grande supermercato, c’è stata dunque una sorta di “evoluzione” in questo senso, il parcheggio è oggi però molto più ampio di allora…

Una volta entrati, l’ambiente risulta subito abbastanza accogliete, qualche dettaglio curato, in termini di design interno e ampi spazi da percorrere, forse fin troppo larghi, quasi dispersivi… la luce è buona e i negozi non sono molti… da notare che solo da un anno hanno inserito un grande fornitore di informatica e altri beni simili, e questo ha incentivato non poco la mia frequenza…

Una volta entrati nel vero e proprio supermercato si può trovare una scelta davvero ampia per i beni food, lo stesso non si può dire per i non food, anzi, a volte, ho la sensazione che i prodotti siano gli stessi da quando è stato aperto…soprattutto se parliamo di computer e quant’altro.

In sé dunque non sembra nulla di speciale: piccolo, accogliente, comodo, un po’ dispersivo, senza un vero e proprio bar (:-O), con un po’ di negozi talmente specializzati che dentro c’è sempre poca gente, e “le solite cose” per il resto…

Contando che in zona ci sono altri tipi di centri commerciali, di fama nazionale e extranazionale, come può sopravvivere un centro di questo tipo all’incallito consumatore di shopping settimanale del sabato pomeriggio? Sembra una battaglia apparentemente persa in partenza, eppure al sabato non si trova nemmeno parcheggio.

Perché è più comodo per molte persone? Non credo influenzi più di tanto, ma potrebbe avere il suo peso…

Perché ci sono offerte varie, prodotti civetta, e prezzi al ribasso? La mia impressione non è quella, e comunque non c’è nulla che non si trovi anche da qualche altra parte…

E allora, perché? Penso che il motivo stia principalmente in una politica orientata all’organizzazione degli eventi, infatti ogni sabato, circa, il centro commerciale diventa un piccolo luogo di intrattenimento, con sfilate, ospiti più e meno famosi, qualche cantante-imitatore ed altre cose simili… inoltre, spesso, in tema con la stagione, o con gli eventi proposti, o con le festività del momento si offrono assaggi ai clienti, ovviamente tutto gratis, se no che offerta sarebbe…

In un mondo di alta competizione come quello della distribuzione finale, soprattutto della GDO, è a mio avviso gratificante vedere come qualcuno, nel suo piccolo, si sa reinventare, proponendo veramente uno shopping ludico e divertente, e non come spesso ci fanno credere…

Stefano Guerra per Marketing Arena

Author: "Giorgio Soffiato" Tags: "piccoli specializzati, centri commercial..."
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Date: Friday, 14 Dec 2007 07:43

mmixPrendendo spunto da un dibattito che si è innescato su MarketingArena, vorrei cercare di catturare la vostra attenzione per porla su uno dei classici pilastri del marketing: le cosiddette 4P.

Chiunque abbia studiato marketing, o si sia approcciato a tale disciplina, ha sicuramente affrontato il concetto di marketing mix, termine utilizzato per definire le variabili (o leve decisionali) a disposizione dell’impresa per l’implementazione delle proprie strategie di marketing.

Le leve teorizzate inizialmente da Jerome McCarthy, e poi riprese da moltissimi altri studiosi, sono meglio conosciute con il nome di 4P (product, price, place, promotion).

Con il passare del tempo però l’ambiente competitivo e i mercati si sono evoluti, e anche il marketing stesso è stato travolto da una veloce e in alcuni casi straordinaria trasformazione.

Le 4P teorizzate qualche decennio fa sembrano non essere più esaustive; tutto ciò ha portato studiosi e ricercatori ad ampliare il ventaglio di variabili del marketing mix.

Le proposte fatte sono davvero innumerevoli, dai fautori delle 6P (alle tradizionali variabili vengono aggiunte il Personal selling ed il Positioning), all’introduzione di variabili quali il marketing relazionale e l’internet marketing.

A questo punto viene allora da chiedersi se le 4P siano ormai diventate un “pezzo d’antiquariato da museo” o se abbiano ancora un ruolo importante e decisivo nelle scelte e nelle strategie di marketing.

Secondo il mio personale punto di vista non vi è dubbio che il marketing si sia evoluto e con esso anche alcuni principi che ne stanno alla base ma ritengo che le 4P siano ancora un pilastro fondamentale e un ottimo strumento di analisi, uno strumento però che merita di essere arricchito di nuovi contenuti che possano rispecchiare al meglio i cambiamenti cui abbiamo assistito negli ultimi decenni (penso ad esempio al ruolo cruciale che oggi svolge il marketing relazionale e che nelle 4P non è contemplato).

Con ciò non voglio assolutamente affermare la superiorità della “teoria delle 4P”, ma allo stesso tempo non ritengo nemmeno che si tratti di un elemento del marketing da “gettare nel cestino”.

Voi che ne dite?

Thomas Longo

Author: "Giorgio Soffiato"
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Date: Thursday, 13 Dec 2007 06:51

- Evento Open House su web: un’opportunità replicabile?

- Web Open House: in cosa consiste?

- Vantaggi/difficoltà di tale iniziativa

Non sono un’analista del web e non voglio far passare l’evento Open House su web come novità assoluta.

Fatta questa doverosa premessa mi sono stupito di fronte all’iniziativa del sito Automotive News il quale ha organizzato il proprio web Open House. Tale iniziativa di marketing, che ho molto gradito, altro non è stata che la messa a disposizione di chiunque fosse registrato di materiale solitamente consultabile e scaricabile solo su sottoscrizione (il sito prevede contenuti disponibili per utenti registrati, a pagamento e premium).

L’evento aveva queste caratteristiche:

- tempo limitato a una settimana

- consultazione e download di materiale a pagamento (non premium) a chiunque fosse solamente registrato. Il materiale era di qualità (report di Ernst &Young, dati di mercato solitamente riservati, notizie e interviste specifiche…)

- promozione e sconti per chi decideva di sottoscrivere un abbonamento (sconti fino al 60%)

L’azione di marketing relativa al lancio dell’evento è stata fatta tramite mail, inviate a tutti i clienti registrati prima e durante l’iniziativa (3 mail in totale). Banner non ne ho visti nel web, ma non escludo che qualche inserzione pubblicitaria vi possa essere stata. Sicuramente la notizia dell’iniziativa è stata amplificata nel magazine, di cui il web-site è la naturale integrazione.

Mi risulta difficile capire se l’iniziativa ha avuto successo o meno: in definitiva “l’evento” è finito giusto ieri.

Sono ricorso ad Alexa per vedere se c’è stato un aumento consistente di accessi e/o pagine viste: un aumento di visitatori c’è stato, anche se francamente risulta difficile valutarne la consistenza.

L’esito dell’iniziativa è difficilmente giudicabile anche perché non posso avere sottomano il numero delle nuove sottoscrizioni.

Possono, tuttavia, essere colti diversi aspetti positivi, correlati a tale iniziativa:

- l’iniziativa è stata gradevole e le 3 mail, per alcuni potenzialmente seccanti, si sono rivelate una contropartita molto più che accettabile, dato il vantaggio che si poteva ricavare una volta effettuato l’accesso al sito e la qualità dei contenuti messi a disposizione

- migliore segmentazione da parte del sito del proprio target con possibilità di verifica di quali articoli/report sono stati più scaricati e correlati a quale categoria di professionisti

- aumento di accessi e maggiore frequentazione del sito; consistenza negli accessi nel weekend.

- Relativamente poco costosa: in realtà è più la “promozione” di un’idea utile e simpatica legata al marketing & comunicazione che altro: proprio per questo, data l’estrema semplicità della struttura sottostante mi sembrava giusto parlarne.

È possibile replicare questa iniziativa? Sì, indubbiamente: l’unico vincolo è relativo alla tipologia di sito e che deve prevedere una struttura a più livelli, con area ad accesso tramite login e contenuti a pagamento. In questo caso tale iniziativa può risultare una buona opportunità per fidelizzare la clientela.

Gianluca Marconato per Marketingarena.it


Author: "Giorgio Soffiato" Tags: "eventi, openhouse, automotive news"
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Date: Wednesday, 12 Dec 2007 09:55

Consideriamo una persona che pensa di avere tutte le carte in regola per lanciare un progetto o un’impresa ma che le banche non la pensino allo stesso modo perché magari la persona in questione è troppo giovane o non riesce ad offrire abbastanza garanzie.

In questi casi la soluzione potrebbe essere quella di rivolgersi ad un social lending, un prestito sociale; ad oggi il più famoso si chiama Zopa.

Zopa (Zone of possible agreement) si potrebbe definire un ibrido inglese tra eBay e match.com, il sito per gli incontri on line. Tutto molto facile: ci si iscrive, si specifica se si vuole vendere o comprare un credito, si pubblica il proprio profilo e il motivo per cui si chiede un eventuale prestito. L’assemblatore fa il gioco di controllare l’identità dei suoi iscritti che comunque rimangono anonimi, e dà un rating al possibile debitore decidendo in questo modo il tasso d’interesse che dovrà pagare. Qualche numero: 175mila gli iscritti in Gran Bretagna di cui il 60% sono aspiranti creditori.

Il sito funziona quindi come un vero mercato che mette in contatto persone che chiedono e che prestano denaro, con il valore aggiunto di determinare il rating anche di un piccolo debitore e non solo della grande azienda come invece fa qualsiasi banca. Le piccole imprese, infatti, non possono permettersi l’onorario delle agenzie di rating e così, nonostante il fatto che le PMI rappresentino il 65% del Pil eurpeo, spesso rimangono escluse dal mercato finanziario globale. Un altro fatto importante è il rapporto fiduciario: con i processi di concentrazione degli istituti di credito si è perso quel rapporto personale tra banchiere e imprenditore che faceva credere nella riuscita di un’idea anche senza particolari garanzie. A causa di questi problemi (ma non solo) il 47% delle imprese della UE trova nell’accesso al credito uno scoglio importante per la crescita dell’azienda e proprio per questo motivo gli stati membri sono stati invitati a far sì che la legislazione vigente incoraggiasse prestiti inferiori ai 25 mila €.

Zopa ha anticipato i tempi prestando cifre inferiori ai 23 mila € trattenendo soltanto lo 0,5% del prestito per le spese di controllo e gestione per arrivare (ad oggi) a trattare prestiti per l’equivalente di quasi 23 milioni di euro.

Gli ideatori di Zopa, a ragione, spiegano che tutti i partecipanti hanno il desiderio di sentirsi parte di un sistema, di non doversi appoggiare ad istituzioni aliene come le banche e così trovano nel progetto Zopa anche una sorta di comunità fatta di persone in carne ed ossa e non un mercato dove la fa franca solo il più furbo; del resto se l’organizzazione fornisce informazioni sbagliate su un richiedente credito, rimborsa lei stessa l’ammontare pattuito.

Centinaia di richieste di collaborazioni arrivano agli ideatori proprio dal nostro Paese, terra di forti sentimenti cameratisti e di banche molto care, tant’è che l’Italia è il terzo paese (dopo Gran Bretagna e Stati Uniti) ad offrire servizi di social lending (si veda il progetto italo-olandese Boober).

Chissà che un giorno la forza della gente potenziata dalle nuove tecnologie, non possa soppiantare l’istituzione bancaria!?!

Fonte: Ventiquattro

Ilaria Paparella

Author: "Giorgio Soffiato"
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