Date: Sun, 26 May 2013 08:57:25 +0200
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- Krapp - Sous le bateau
Do tu des
http://krapp.blog.lemonde.fr/2006/04/13/2006_04_do_tu_des/
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In tempi di immagine a tutti i costi anche Cosa Nostra ha scelto la linea del marketing duro. Ha costruito in modo esemplare l’immagine di un capo imprendibile e infallibile, un grande burattinaio che, per 43 anni, ha vissuto nell’ombra, tenendo in scacco polizia, magistratura e Stato intero. Un picciotto di quelli veri che, cresciuto imparando ad usare la pistola con la stessa perizia con cui un chirurgo utilizza il bisturi, è poi diventato il padrone indiscusso della più grande e forte organizzazione criminale conosciuta. Almeno così dicono. Sia per la grande organizzazione criminale sia per la “bravura” di Bernardo Provenzano.
Saltano agli occhi, però, alcune contraddizioni. Prima però la strategia pubblicitaria.
Di Provenzano non si sa nulla: si conosce la sua proverbiale freddezza e la sua bestialità. È capace di uccidere con crudeltà inaudita, lasciando stupefatti gli stessi picciotti che si accompagnano a lui in alcune azioni criminose. Come dice Luciano Liggio «Provenzano spara come un dio, ma ha il cervello di una gallina».
È un ottimo affiliato del braccio armato di Cosa Nostra, ma non dà segni di grande carisma, al di fuori dell’ala militare. Entra ed esce dall’ombra: la prima volta che di Bernardo Provenzano si parla in modo chiaro è il 1987: l’anno in cui viene condannato all’ergastolo. Un po’ poco per uno di cui si conosce un’unica foto scattata il 18 settembre 1959 e che di lì a poco potrebbe diventare il capo di Cosa Nostra.
Ed è l’arresto di Totò Riina a far assurgere ad un ruolo di primo piano Bernardo Provenzano: l’eliminazione dalla scena da parte del Comandante Ultimo di Riina dicono che abbia portato il corleonese, che fino allora era rimasto in seconda fila, a salire al vertice della mafia.
Provenzano continua ad essere una primula rossa: imprendibile, sconosciuto, imbattibile. Con lui, dopo la gestione militaresca di Riina, il cui luogotenente di maggiore spicco era quel Brusca molto abile nel far saltare autostrade, vie a senso unico palermitane e acidi scioglibambini, Cosa Nostra abbassa la testa. Non nel senso che la piega, ma nel senso, che come sua abitudine in determinati periodi, che s’inabissa. Scompare, diventa invisibile.
Le piccole guerre di mafia e camorra che si vedono in questi anni sono solo coreografia e screzi fra famiglie rivali di poca importanza. La vera mafia è altrove, fa altro. Entra in politica, gestisce gli appalti, infiltra i ministeri, i gangli dello stato, si sostituisce alle istituzioni, ne diventa parte. Diventa mentalità diffusa. Sparare non serve più: i grandi affari si fanno mettendo le mani sui grandi capitali, facendosi amici gli imprenditori, i grandi della finanza. Servono cervelli fini per fare questo: perché occorre presentarsi come soci affidabili, come interlocutori competenti. La borsa, la finanza internazionale, gli assetti bancari. E riprogrammando la testa della gente. Per la quale il sistema mafioso non è più immorale, ma è un modo efficiente di far funzionare le cose.
Tutto questo in mano ad un settantatreenne incontinente che nasconde mille euro in un pannolone. Un vecchio mite che comunica con il mondo solo attraverso dei foglietti di carta scritti con una macchina per scrivere elettrica. Un modello evidentemente antiquato se è stato capace di triplicare i consumi elettrici del misero casolare nel quale si nascondeva Provenzano. Un capo, anzi il capo dei capi che viveva mangiando cicoria bollita in una baracca da pastori, dove, appunto, un pastore faceva la ricotta, circondato da un frigo vuoto e da un armadio ricolmo di pannoloni per anziani incontinenti. Un anziano che nasconde 1000 euro in un pannolone, un ricercato totale il cui unico desiderio è un piatto di lasagne.
La mafia non fa nulla per nulla. Cosa Nostra è una metafora nella quale il simbolismo ha un carattere determinante e fondativo. Ogni cosa dentro la mafia è rito, simbolo, interpretazione, messaggio.
Nel Ramo d’Oro di Frazer si racconta il mito: il re ad un certo punto della sua vita veniva legato sotto un albero, ad aspettare che arrivasse il giovane re che lo affrontasse, lo sconfiggesse e ne prendesse il posto. Un sacrificio rituale. La ciclicità dell’esistenza, della vita. L’eterno ritorno. Che nella mafia, in un misto di paganesimo e cattolicesimo estremo, talmente estremo da diventare religione autonoma, prende connotati propri.
Cosa Nostra non è stata colpita in testa. Ha rinunciato ad una delle sue teste perché, probabilmente è venuta a patti con lo Stato. Ha capito in anticipo che certi interlocutori stavano per passare la mano e si è affrettata ad aprire una linea di credito (e di dialogo) con la futura classe politica. Perché fare la guerra quando la pace è sicuramente più redditizia?
Anche simbolicamente la cattura di Bernardo Provenzano assomiglia molto ad un sacrificio rituale: un capo solo, in mezzo alla campagna, nel posto più controllato in assoluto (la stessa Corleone nella quale la mafia è non di casa, ma casa), offerto alla cattura delle forze dell’ordine. Non un uomo armato a difenderlo, non una muraglia a proteggerlo, non un sistema di allarme ad allertarlo. O era poco amato come capo o, davvero, Cosa Nostra pensava di essere talmente padrona del territorio da non prevedere nemmeno un sistema di sicurezza per il suo uomo più importante. Oppure, semplicemente il suo capo non serviva più. Non a Cosa Nostra. Semplicemente serviva di più a Cosa Nostra, ma nelle mani dello Stato.
Via FeedShow.com